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lunedì 7 novembre 2016

I primi eschimesi


Le tracce di un'antica popolazione rinvenute in Alaska, potrebbero spiegare i misteri che ancora avvolgono le caratteristiche sociali e antropologiche degli Yupik, popolo indigeno di origine eschimese, assimilabile ai più famosi inuit. Si tratta di un'area di scavo nei pressi del villaggio di Quinhagak, a mille miglia dallo Stretto di Bering. 

Gli archeologi dell'Università di Aberdeen, in Scozia, guidati da Rick Kneght, hanno individuato preziosi reperti e soprattutto importanti tracce organiche degli antichi abitanti del luogo, fra cui alcune ciocche di capelli in perfetto stato di conservazione. Da qui s'intende partire per capire le relazioni con le popolazioni attuali, affidandosi anche allo studio degli isotopi che potranno confermare il tipo di dieta osservato dagli antichi alaskani. 

Il sito fu abitato durante la cosiddetta "piccola età glaciale", compresa fra i 1450 e il 1850 d.C.; un periodo di grande freddo che colpì tutto l'emisfero boreale, e che obbligò molte tribù a migrare verso angoli più caldi. 

giovedì 30 settembre 2010

IL FASCINO DELLE LEGGENDE METROPOLITANE


Il cane infilato in un forno a microonde per farlo asciugare. Coccodrilli che si aggirano minacciosi per le fogne di Milano. Senzatetto che vanno per la prima volta dal dentista e tra le gengive gli vengono scoperti tanti piccoli vermiciattoli. Film erotici criptati visibili scuotendo velocemente davanti agli occhi uno scolapasta. Sono solo alcune delle numerosissime leggende metropolitane che da tempo costellano l’immaginario collettivo degli italiani, e che ora per la prima volta sono state meticolosamente recuperate e archiviate. Protagonista dell’iniziativa è un etnologo di Innsbruck, Wolfgang Morscher, il quale ha reso noto il frutto del suo lavoro, ben 14mila favole classiche della cultura contemporanea mondiale, sul sito internet www.sagen.at. Nel sito, disponibile in lingua tedesca e inglese, le leggende urbane vengono raccolte in sezioni. È possibile far visita alla sezione dedicata alle leggende moderne (ce ne sono 387), a quelle tradizionali comprendenti i miti di sempre (9056), alle storie legate al mondo delle fate (1071), e alle informazioni generali (2500). Strano ma vero nel lungo elenco di leggende proposte da Morscher ne manca una veramente famosa che qualche anno fa fece il giro del mondo e che riguardava un piccolo drago conservato in un barattolo di formalina. All’inizio tutti ci cascarono, poi, però, venne fuori la verità: si trattò di una burla di Allistair Mitchell, uno scrittore che aveva messo in piedi la storia del drago in formalina per lanciare la propria carriera. Il drago era stato creato da veri specialisti del settore, quelli della Crawley Creatures, autori dei modelli usati nel noto documentario televisivo Walking with Dinosaurs. Anche in Italia abbiamo un sito analogo: www.leggendemetropolitane.net. Anche qui quindi si parla di mega balzane che continuano ad aver la meglio sul nostro immaginario. Ce n'è davvero per ogni gusto. Fra le ultime entrate c'è quella relativa a Gianni Morandi che soffrirebbe di coprofagia, ossia dell'istinto di nutrirsi di escrementi, oppure questa made in USA (direttamente tratta dal sito italiano): "Siamo in un pensionato femminile di un campus americano, dove una ragazza torna una sera molto tardi e va a letto piano senza svegliare la sua compagna di stanza. Sta attenta a non accendere la luce e si infila le cuffie del walk-man per non sentire i gemiti dell'amica, spesso intenta ad amoreggiare con qualche ragazzo. La mattina, trova l'amica uccisa e un messaggio lasciato accanto al corpo "Non sei contenta di non aver acceso la luce stanotte?".

martedì 13 luglio 2010

Il cinema preistorico dei camuni

Incisione rupestre della Valcamonica
La prima esperienza cinematografica? Potrebbero averla vissuta i camuni durante l'Età del Rame. Il misterioso popolo della Valcamonica ci ha lasciato numerose incisioni rupestri, raffiguranti soggetti che – secondo gli studi di Frederick Baker dell'Università di Cambridge – potevano “prendere vita” durante le ore notturne: vari personaggi si animavano e interagivano fra loro, seguendo una storia, una trama, proprio come accade nei film moderni. «Il passato non era solo pieno di ossa e di cocci», rivela Baker, «ma era anche un luogo sensoriale». Il ricercatore inglese ritiene che i camuni utilizzassero delle torce per far luce sui disegni rupestri che in pratica – per un gioco di ombre – davano l'impressione di muoversi: col sole di mezzogiorno le incisioni sono pressoché invisibili, mentre divengono sempre più evidenti col tramonto e con le luci della notte. Le tematiche dei film? Scene di duello, battute di caccia, gente che balla. Probabilmente i camuni si accompagnavano anche col sottofondo musicale, in pratica la colonna sonora del film in programma. Per dimostrare questa teoria Baker ha testato l'effetto eco riscontrabile nella valle, invitando un musicista professionista a esibirsi fra i disegni rupestri.

martedì 2 febbraio 2010

Scoperta una nuova lingua nel cuore della Siberia

Una lingua nuova che non ha alcuna parentela con gli idiomi conosciuti. È stata scoperta da un team di ricercatori statunitense. Appartiene a una tribù semi sconosciuta della Siberia. È quella dei Chulym: uomini e donne che vivono di caccia e pesca a ridosso del fiume omonimo, un immissario dell’Ob (nella foto). La lingua è caratterizza da due dialetti il Lower–Chulym e il Melets–Chulym. Ha una struttura fonetica e grammaticale unica. È un linguaggio che risente delle antiche popolazioni nomadi della taiga. Antropologicamente i Chulym sono riconducibili ai Mongoli dell’Asia centrale. Presentano, infatti, come loro i tipici occhi e capelli nero-corvini. Le prime informazioni su questa etnia risalgono al sedicesimo secolo. Nel 1959 erano in tutto 4.500 individui. Oggi ce ne sono meno di un migliaio. Di questi solo in 35 parlano correttamente la lingua. E sono quasi tutti vecchi. I recenti studi sono stati condotti da K. David Harrison dello Swarthmore College. Secondo i ricercatori la lingua dei Chulym non è l’unica a rischiare l’estinzione in Siberia. Ci sono anche altri idiomi come la tofa, la tozha e la tuha. Sono tre lingue appartenenti allo stesso ceppo, parlate da secoli dai popoli del nord della Mongolia. Attualmente non sono più di 300 le persone in grado di esprimersi con esse. Per chi fosse interessato, su Internet, all’indirizzo www.mpi.nl/DOBES, cliccando “tofa”, si possono avere tutte le informazioni che si desiderano. Il sito è gestito dall’Istituto di psicolinguiastica Max Planck di Nimega e DOBES sta per Dokumentation Bedrother Sprachen (Documentazione sulle lingue in pericolo).

mercoledì 21 maggio 2008

C'è un'isola della Grecia dove comandano le donne

Ve lo immaginate un popolo dove a comandare sono solo le donne (le primogenite in particolare, le kanakarà)? Ebbene, sono in pochi a saperlo, ma questo popolo esiste veramente e non si trova nemmeno tanto distante da noi. Stiamo parlando degli abitanti dell’isola greca di Kàrpathos, dove, secondo gli antropologi, vige l’ultimo matriarcato del Mediterraneo e probabilmente dell’intero mondo. Qui le donne, le primogenite, ereditano tutto e decidono tutto. Il marito con il quale convolare a nozze, la casa dove abitare, il destino dei propri figli e dei propri fratelli. Spesso qualche familiare si ribella a queste istituzioni e si rivolge al tribunale, ma con scarso esito. Così vuole la tradizione, così è che si fa. Il cognome del marito ha poco conto. Il nome della primogenita è quello della nonna, e il cognome quello della famiglia da cui deriva. Se in famiglia c’è un primogenito maschio, quest’ultimo eredita le ricchezze dal padre, ma il vero patrimonio va tutto nelle mani della femmina nata per prima. Le kanakarà indossano abiti preziosi ricamati a mano, e portano collane che la leggenda vuole risalgano addirittura al tempo di Alessandro Magno. Le primogenite sono anche dette “donne dalle mani bianche”: provengono tutte da famiglie abbienti e non lavorano. Ma come mai tutto questo potere nelle mani delle donne? Secondo gli antropologi ciò parte dalla necessità di non dividere in tanti appezzamenti la poca terra arabile disponibile. Il discorso è simile a quello dei masi sudtirolesi, anche se, in questo caso, a ereditare le tenute sono solo e sempre i maschi. Le tradizioni degli abitanti di Kàrapathos (l’isola si trova a metà strada tra Creta e Rodi, ha come principali centri Olympos, Piada, Aperi, e conta complessivamente 6 mila isolani) risalgono alla notte dei tempi. Le kanakarà utilizzano idiomi in uso all’epoca di Omero, e sempre all’epoca di Omero risalgono anche certe particolari celebrazioni che si tengono sull’isola di Kàrpathos. Una di queste è per esempio quella del 29 agosto, festa annuale di san Giovanni Battista. Tutti gli abitanti di Olympos, abbigliati con vestiti coloratissimi, si incamminano a piedi per cinque ore lungo un sentiero in discesa che dal paese porta a Vrokounda, una grotta a picco sul mare. Qui c’è la chiesetta dedicata al santo martire, dove vengono sgozzati alcuni capretti. Il motivo di questo sacrificio va probabilmente ricercato nell’Odissea: Ulisse, prima di accedere agli Inferi, il regno dei morti, compie infatti lo stesso rito. In alternativa il riferimento è a certe usanze risalenti a più di 3 mila anni fa e concernenti tradizioni in onore della madre terra e di Bacco, dio greco dell'ebbrezza e della pazzia, del vino, della fertilità e della vegetazione, figlio di Zeus e di Semele. La vita dell’isola di Karpathos si svolge dunque in maniera profondamente radicata nella sua antichissima tradizione: in particolare ciò è vero soprattutto per la parte settentrionale. Per oltre 400 anni gli abitanti del nord e del sud hanno infatti vissuto isolati gli uni dagli altri, sviluppando usi e costumi in maniera indipendente. E c’è chi ipotizza addirittura che essi abbiano differenti origini etniche. Nonostante la notevole crescita del traffico turistico degli ultimi anni, Karpathos e suoi abitanti conservano un carattere ospitale e genuino che talvolta richiede da parte del turista una piccola dose di adattamento e comprensione dell’orgoglio che i locali nutrono per le loro tradizioni.

(Pubblicato su Libero il 31 agosto 06)