Ci abbiamo provato fino agli anni Novanta, nella fantasiosa convinzione che potessero davvero esserci: i venusiani. Poi, però, l’amara verità. Un pianeta infernale, totalmente inadatto alla vita e dunque all’uomo. Ma qualcosa sta cambiando, tant’è vero che abbiamo deciso di tornarci. L’appuntamento su Venere è fra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta. Con due missioni, entrambe riconducibili al Discovery Program della Nasa, solo apparentemente di basso profilo; finalizzato a operazioni ultraspecializzate, come quelle che hanno portato Messanger su Mercurio e Deep Impact su una cometa. Il ritorno su Venere prevede Davinci+ e Veritas, missioni che intendono scandagliare l’atmosfera del pianeta e la sua superficie. Motivo? La vita extraterrestre e la geologia del corpo celeste. La vita su Venere, lo sappiamo, è improponibile. Perché fa troppo caldo, c’è una temperatura costante di 460 gradi; concentrazioni di anidride carbonica pari al 96%, e altri gas assolutamente nocivi. Tuttavia siamo al corrente del fatto che non è sempre stato così. Probabilmente tre miliardi di anni fa sussistevano condizioni tali da poter ospitare acqua allo stato liquido. Affascinante e comprensibile. Venere è a ridosso della cosiddetta “habitable zone”, area ideale nella quale un corpo celeste è potenzialmente in grado di consentire lo sviluppo di molecole organiche. Presupposto per la vita. Sulla Terra è iniziato tutto così e simile potrebbe essere stato il percorso su Venere. Fino all’enigmatico blackout climatico che ne ha cambiato ferocemente i connotati. Non del tutto, forse. Perché non risale a più di un anno fa la confortante notizia che anche su Venere potrebbero resistere dei microrganismi. Non sulla sua mefistofelica superficie, ma fra le nuvole d’alta quota. Dove sussisterebbero potenziali tracce di vita, intuibili dalla presenza di una molecola a base di fosforo e idrogeno, la fosfina. La conosciamo perché è quella che si sviluppa anche sulla Terra dalla decomposizione di materiale organico, inequivocabilmente legata a esseri in grado, se non di pensare, di respirare e metabolizzare. Veritas, invece, scandaglierà le rocce, la geologia del pianeta, ancora avvolta nel buio. Poche le informazioni a disposizione e tutte piuttosto datate. Sputnik 7, 1961; Mariner 2, 1962; Pioneer, 1978; Vega, 1984; Venus Express, 2005. È ora di andare più in là. E il primo passo sarà quello di capire se Venere è vivo almeno dal punto di vista geologico. Sembrerebbe di sì. Le analisi dalla Terra parrebbero infatti indicare la presenza di vulcani attivi, con tracce di enormi colate di lava. Di certo, a differenza di Marte e Mercurio, la sua attività geologica si è protratta nel tempo. La tipica superficie venusiana è priva di aree fortemente craterizzate come gli altri due pianeti terrestri; a riprova del dinamismo crostale appanaggio della famosa tettonica a zolle e di un’atmosfera pesante, capace di contrastare il cammino dei meteoriti. Veritas potrebbe aiutarci a comprendere il legame fra gli hotspot terrestri e quelli di Venere; punti caldi con risalita di magma direttamente dal mantello. L’ipotesi è che possano essere caratterizzati da materiale semifluido fortemente basico, in contrasto con le eruzioni vulcaniche più devastanti, di carattere esplosivo. Su Venere, in pratica, potrebbero esserci eruzioni come quelle che avvengono abitualmente alle Hawaii. Alla mappatura del pianeta e all’analisi delle rocce contribuirà l’Italia, con tre apparecchiature di bordo: l’IDST (Integrated Deep Space Transponder); l’antenna HGA (High-Gain Antenna); il Visar (Venus Interferometric Synthetic Aperture Radar). Serviranno anche alle comunicazioni con la Terra e allo studio della gravità venusiana.
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domenica 6 giugno 2021
mercoledì 7 giugno 2017
I Signori degli anelli
Un tuffo nei
misteriosi anelli di Saturno, a 124mila km/h. La sonda Cassini è riuscita
nell'intento di penetrare la coltre di polveri e detriti che circonda uno dei
più spettacolari pianeti del sistema solare, per fare luce sulla loro natura.
E' la sua ultima missione: il 15 settembre 2017 compierà, infatti, un viaggio
di non ritorno verso il cuore del corpo celeste, dopo venti anni di onorata
carriera. Le foto che ha spedito parlano di un'atmosfera saturniana più calda
del previsto e di un gigantesco uragano in corrispondenza del polo nord del
pianeta, dove soffiano venti ad altissima velocità. La missione permette,
dunque, di riconsiderare la storia e le caratteristiche degli anelli planetari.
Di cosa si tratta? Sono polveri, detriti, cristalli di ghiaccio, massi, che
orbitano intorno a un pianeta, proprio come fa un satellite soggetto alle leggi
kepleriane. Si pensa che siano appannaggio di Saturno, ma non è così. Senza
dubbio a ridosso del sesto pianeta del sistema solare risultano particolarmente
visibili, tuttavia sono una prerogativa anche degli altri giganti gassosi:
Giove, Urano e Nettuno. E da poco si ipotizza che possano rappresentare anche
lune e asteroidi. Uno studio pubblicato nel 2008 da Geraint Jones,
dell'University College di Londra, a capo del team che coordina le operazioni
di Cassini, racconta di Rhea, un satellite di Saturno, di appena 1.500
chilometri di diametro; intorno al quale orbiterebbero detriti e polveri, a
circa 6mila km dal cuore della luna saturniana. Così accadrebbe in prossimità
di Chariklo, fra i più importanti dei Centauri, asteroidi che danzano intorno a
Giove e Saturno; un tempo comete, ma oggi potenzialmente caratterizzati da
sottili anelli di materiale roccioso.
Che siano
pianeti, satelliti o asteroidi, la formazione di anelli parrebbe dovuta a due
fenomeni: la collisione fra oggetti del sistema solare o la distruzione di un
corpo celeste dovuta al superamento del cosiddetto "limite di Roche".
Il primo caso si riferisce all'impatto fra due corpi celesti. La storia dell'astronomia
è ricca di eventi di questo tipo. La Luna potrebbe essersi generata in questo
modo, e anche l'asse tanto inclinato di Urano (di 98 gradi, contro i 23 gradi
terrestri) potrebbe derivare da uno scontro fra titani cosmici. Se, però, non
si genera un satellite e non si instaura un piano di rotazione anomalo, l'urto
potrebbe determinare la nascita dei caratteristici anelli che seguono un'orbita
precisa, obbedendo alla forza di gravità. Un oggetto qualunque proveniente dai
confini del sistema solare può impattare sulla superficie di un normale corpo celeste;
e il risultato può essere la disintegrazione dell'oggetto più piccolo che, ridotto
in frammenti, finisce per essere catturato dal campo gravitazionale del corpo di
dimensioni maggiori, trasformandosi in uno o più anelli. Il limite di Roche,
invece, prende il nome dallo scienziato Edouard Albert Roche, nato a
Montpellier il 17 ottobre 1820. Si occupò di Saturno e il suo lavoro è ancora
oggi ricordato per le conclusioni relative al mistero degli anelli saturniani.
Indicò un limite chilometrico oltre il quale un satellite non è più in grado di
mantenere la sua stabilità. Pensiamo alla Luna. Se il suo piano orbitale
dovesse abbassarsi sempre più, finirebbe per essere "triturata" dalla
gravità terrestre; significa che le forze di coesione (che tengono insieme gli
elementi di un corpo) verrebbero meno, a vantaggio di quella gravitazionale (o
meglio, delle "forze di marea", effetto secondario della forza di
gravità). Si presume che sarà quello che accadrà a Phobos, satellite di Marte,
fra cinquanta milioni di anni.
Dunque, gli
anelli di Saturno e degli altri pianeti gassosi potrebbero derivare dal
disequilibrio fra forze differenti, che alla fine impedirebbero a una luna di
continuare a girare intorno a un pianeta o addirittura ne comprometterebbero
fin dall'inizio la sua formazione. Oltre il limite di Roche, invece, le
condizioni consentono ai detriti di compattarsi e formare un satellite; così si
sono formati la Luna (distante dalla Terra 384mila chilometri), Europa, Io,
Ganimede, Titano. Il limite di Roche varia pertanto da pianeta a pianeta. Giove
lo possiede a 175mila chilometri di distanza dalla superficie; Nettuno a
59mila. Altra particolarità: in prossimità degli anelli possono presentarsi dei
"satelliti pastore", strettamente legati alla sopravvivenza degli
anelli planetari; interferiscono con essi a livello gravitazionale e consentono
la formazione di spazi chilometrici fra uno strato detritico e l'altro.
Prometeo e Pandora sono due esempi, in corrispondenza dell'anello più esterno
di Saturno, spesso non più di cento chilometri. Entrambi scoperti nel 1980
dalla sonda Voyager, presentano una forma schiacciata e una superficie porosa,
e ogni quindici ore si avvicinano o allontanano dalle polveri. Lo stesso
fenomeno è riscontrabile su Giove e Urano con i satelliti pastore Metis,
Adrastea, Cordelia e Ofelia. Cambia tutto però se si considera uno degli enigmi
più intriganti dell'astronomia: le stelle doppie. Sono corpi celesti che
brillano di luce propria e che, in pratica, orbitano uno intorno all'altro. In
questo caso non sussiste un vero limite di Roche poiché le masse dei due soli
possono fondersi fra loro, scambiandosi parti di materia.
Occhio
alla cometa
Altrettanto
affascinanti sono le comete, oggetti spaziali che girano intorno al sole
compiendo tragitti fortemente ellittici. Ed è questo un periodo dell'anno
propizio per la loro osservazione. Ad aprile è arrivata la cometa
41P/Tuttle-Giacoini-Kresak e nella prima settimana di giugno sarà la volta
della Johnson C/2015V2. Quest'ultima potrà essere vista fino a luglio anche
dall'Italia con un semplice binocolo, e sarà riconoscibile per il colore verde
brillante che contraddistingue la sua scia. Si muove a 120 milioni di
chilometri dalla Terra e il 12 giugno sarà alla minima distanza dal sole (a 245
milioni di chilometri).
Il
respiro della cometa
Anche questi
corpi celesti hanno un loro modo di "respirare". In certe situazioni,
infatti, emettono ossigeno, elemento strettamente legato al metabolismo degli
organismi aerobi. Si è visto che transitando vicini al sole liberano vapore
acqueo che, sottoposto all'azione dei raggi ultravioletti, si trasforma in
atomi carichi elettricamente (ioni). Contemporaneamente il vento solare (lo
stesso che genera le aurore boreali) interagisce con l'ossigeno dell'acqua allo
stato gassoso, consentendole di legarsi a un altro elemento con lo stesso
numero di elettroni e protoni, generando una molecola di ossigeno biatomico. La
stessa prodotta dal meccanismo della fotosintesi clorofilliana che consente la
vita sulla Terra da 3,5 miliardi di anni.
Il
pianeta bollente
Nel frattempo
non si placa la rincorsa al pianeta extrasolare più bizzarro. L'ultimo è un
corpo che ruota intorno alla sua stella ogni due giorni; un astro relativamente
giovane, di "appena" 1,3 miliardi di anni. E' un pianeta bollente,
per via della straordinaria vicinanza alla stella, battezzato
WASP-167b/KELT-13b e di dimensioni poco superiori a quelle di Giove. La
scoperta è avvenuta grazie agli studiosi della Keele University di Newcastle al
lavoro presso il South African Astronomical Observatory. Si è giunti alla sua
individuazione tramite la consueta "analisi del transito", basata
sull'osservazione indiretta del pianeta che provoca piccole eclissi facilmente
perscrutabili dai nostri telescopi.
giovedì 9 febbraio 2017
Pianeti extrasolari: ecco dove potrebbe nascondersi la vita
Fino a metà degli anni Novanta non si conosceva neanche un
pianeta extrasolare; si sospettava, ma nessuno poteva confermarlo. Poi giunse
la notizia dall’Osservatorio di Ginevra: Michel Mayor e Didier Queloz fecero
luce su un corpo celeste che ruotava intorno a 51 Pegasi, stella situata nella
costellazione di Pegaso, a 47 anni luce dalla Terra. Intuizione che, in realtà,
era già venuta a Alexander Wolszczan (e a ben vedere perfino a Isaac Newton molti
secoli prima), un polacco che affidandosi al telescopio di Arecibo, nel 1992,
disse di avere inquadrato due pianeti che giravano intorno a una pulsar; la
notizia rimase in sordina, ma ancora oggi la paternità del primo pianeta
extrasolare non è stata affidata.
Tuttavia dai pionieristici anni Novanta a oggi siamo
arrivati a quota 3.560, dato confermato il 14 gennaio 2017. E lo spazio non ha
smesso di sorprendere. Anche perché le tecniche per “scansionare” i pianeti
extrasolari si stanno affinando sempre più. Il metodo del transito, per
esempio, consente a un telescopio di puntare le antenne su una particolare
stella, per poi aspettare che un corpo celeste ne oscuri una piccola parte; permettendoci
di arrivare indirettamente a presumere l’esistenza di un pianeta. Ma è solo
l’inizio della sfida. Perché l’identificazione di un corpo celeste ha davvero
senso se è possibile paragonarlo alla Terra; da qui, infatti, si può arrivare a
ipotizzare la presenza della vita. Cosa ci frena?
L’incapacità attuale di “diagnosticare” appropriatamente l’atmosfera
dei pianeti extraterrestri e la loro natura geologica; l’ossigeno è
prioritario, così come una superficie solida. Il problema è che al momento
questi due parametri si possono solo presupporre, perché gli strumenti a
disposizione non sono abbastanza potenti. Su Scientific Reports emerge che
l’ossigeno dei pianeti extrasolari potrebbe non essere di origine biologica;
mentre sulla Terra il fenomeno è palesemente associato alla fotosintesi
clorofilliana, contemplata per la prima volta 3,5 miliardi di anni fa da
strutture algali primordiali, grazie alle quali è iniziata la lunga avventura
delle specie aerobiche. Altrove potrebbe derivare da reazioni coinvolgenti
l’ossido di titanio, abbondante, per esempio, nei meteoriti e sulla luna.
È un primo passo per renderci conto che la vita sulla Terra
potrebbe essere una peculiarità, non necessariamente assimilabile ad altri
contesti spaziali. Ma il telescopio Hubble è riuscito a essere più preciso,
indicando cinque pianeti con caratteristiche chimico-fisiche più vicine a quelle
dei pianeti terrestri, rispetto ai giganti gassosi come Giove o Saturno. La
prima suggestione riguarda il pianeta extrasolare a noi più vicino, scoperto
l’estate scorsa. Orbita intorno a Proxima Centauri, astro che brilla ad
“appena” 4,2 anni luce da noi. In termini astronomici è dietro l’angolo.
Proxima Centauri b, come è stato battezzato, occupa la cosiddetta “habitable
zone”; trovandosi a una distanza dalla stella che consentirebbe l’acqua allo
stato liquido; presupposto fondamentale per la vita. I calcoli stimano che si
potrebbe trattare di un oceano pianeta, vale a dire un corpo celeste di natura
terrestre completamente ricoperto di acqua.
La missione Kepler ha fatto luce su Kepler-438-b, a 472
anni luce dal sistema solare. È il pianeta potenzialmente più simile alla Terra
(ma anche a Venere). Simili le temperature in superficie e le dimensioni.
Gliese 667 Cc è più lontano e gira intorno a una stella più piccola del sole,
ma consente una temperatura media di 13°C. Ce ne sono altri, ma non si può andare
oltre con le supposizioni e in ogni caso rimangono, per ora, distanze
impercorribili. Le nuove speranze sono affidate al progetto Breakthrough
Strashot, che punta a inviare una flotta di sonde in grado di viaggiare ad
altissima velocità (al 20% della velocità della luce) per 41mila miliardi di
chilometri. Potrebbero raggiungere le estremità del sistema solare in tre
giorni. Direzione, Alpha Centauri, a due passi dal pianeta extrasolare Proxima
Centauri b. Progetto appoggiato anche da Stephen Hawking e da Mark Zuckerberg e
finanziato dal magnate russo Yuri Milner. Prevedibilmente potrà effettuarsi nel
2069. La vita?
Per la Nasa la troveremo entro il 2025; per il Seti
(Ricerca di intelligenza extraterrestre) entro il 2040. Più prosaicamente
potremo valutare dei parametri specifici e in base a ciò ipotizzare seriamente
qualche attività organica. È stata approntata una formula matematica da Caleb
Scharf del Columbia Astrophysics Laboratory di New York, e da Leroy Cronin
dell’Università di Glasgow, in Inghilterra. Valuta di un pianeta il numero di
composti chimici (comprese proteine, zuccheri e grassi) e la quantità di
“mattoni elementari” necessari a consentire a un organismo di nutrirsi e
riprodursi. E forse allora potremo davvero dare credito alla previsione dell’astrofisico
Frank Drake, che nel 1961 espresse la sua opinione più ottimistica sulla
possibilità di civiltà tecnologiche: 600mila mondi avanzati nella sola Via
Lattea.
Pianeti impossibili
Bella la speranza di scoprire
mondi abitabili, ma la stragrande maggioranza dei pianeti individuati fino a
oggi, è del tutto inospitale. I pianeti PSR fanno parte di un sistema solare
morto bombardato da continue radiazioni. Su HD 189733b spirano venti a 4.500
km/h, con temperature che sfiorano i 2mila gradi. WASP-18bc è talmente vicino
alla sua stella che finirà presto inghiottito, con la sua velenosa atmosfera.
Fa invece freddissimo su OGLE, il pianeta extrasolare con la temperatura più
bassa: - 220 gradi centigradi. E ci sono infine situazioni in cui i pianeti extrasolari
sono talmente giovani da non essere ancora completamente formati. Accade sul
sistema RXJ1615, caratterizzato da una stella di circa due milioni di anni
circondata da anelli detritici che un giorno diverranno corpi celesti.
I pianeti di Guerre Stellari
Stars Wars - celebre saga di
George Lucas - ci ha fatto sognare, con i suoi mondi inimmaginabili e
fantastici. Ma arriva dalla Nasa una sorpresa: i pianeti considerati dal
colossal cinematografico potrebbero essere reali. Kepler-16-b è un pianeta gigante
simile a Saturno, posto a 200 anni luce dalla Terra: illuminato da due soli
ricorda Tatooine, luogo natale della famiglia Skywalker (protagonista della
saga); Ogle 2005-BLG-39OL, un corpo celeste completamente ghiacciato, è simile
a Hoth, presente nel film "L'impero colpisce ancora". "L'attacco
dei cloni" è invece evocato da Kamino, un pianeta dove piove sempre, e
assimilabile a due lune del sistema solare: Europa e Encelado.
Vita su Marte
Guardiamo sempre più in là, ma
senza dimenticare che anche nel sistema solare ci sono realtà che potrebbero
ospitare la vita. Il primo della lista è Marte; e non è un caso che gran parte
delle risorse in campo ingegneristico spaziale vengano indirizzate per missioni
sul pianeta rosso. Il successo dei robottini Spirit e Opportunity ne dimostrano
l'importanza. Pochi giorni fa la notizia diramata dal Cnr, secondo la quale
Marte potrebbe ospitare forme di vita primordiali simili ai batteri terrestri.
Gli scienziati sono giunti a queste conclusioni dopo avere analizzato numerose
fotografie inviate dai rover marziani. Le rocce del pianeta rosso mostrano,
infatti, stratificazioni sedimentarie analoghe a quelle riscontrabili sulla
Terra, per via dell'azione di microrganismi.
sabato 31 dicembre 2016
La notte di San Silvestro durerà un secondo in più
Impossibile rendercene conto, ma siamo in
costante movimento, anche quando crediamo di essere immobili: nello stesso
istante, infatti, ruotiamo intorno all’asse terrestre, al Sole e a un braccio
della Via Lattea. Ma questo eccezionale dinamismo cosmico è tutt’altro che
stabile: nel tempo, le distanze fra i corpi celesti e le forze attrattive che
regolano le interazioni fra stelle e pianeti, cambiano. Significa che non siamo
mai nello stesso punto dell’universo e che, in pratica, ogni giorno è
leggermente diverso da un altro. Ecco perché non esiste un orologio in grado di
misurare perfettamente il trascorrere del tempo. È un piccolo paradosso:
esistono, infatti, gli orologi atomici, ma sono troppo precisi e di tanto in
tanto devono essere sincronizzati con il reale cammino della Terra. L’ultima
sincronizzazione avrà luogo questa notte; ed è il motivo per cui l’imminente Capodanno
durerà un secondo in più rispetto agli altri.
La Terra, poco dopo la sua formazione,
ruotava intorno al suo asse molto più velocemente di oggi; derivò dalla
nebulosa che dette origine anche al Sole, poco più di 4,5 miliardi di anni fa. Il
giorno durava molto meno. Oggi dura sempre di più; da un secolo a questa parte,
1,7 millisecondi in più. Non cambia nulla, ma racconta molto della natura che
ci circonda. La Terra varia la corsa intorno al proprio asse, in base alla
distanza della Luna e alla forza attrattiva esercitata dal nostro satellite. La
Luna si allontana sempre più dalla Terra, di circa quattro centimetri ogni
anno, e contemporaneamente spinge meno la “trottola” terrestre. Un fenomeno conclamato
a livello cosmologico, che si verifica al contrario su quei satelliti che ruotano
in senso antiorario, e anziché allontanarsi dal pianeta di riferimento, si avvicinano;
è il caso che lega, per esempio, Tritone a Nettuno.
L’attività satellitare non è l’unico
fattore a influire sulla rotazione terrestre. Anche in seguito ai movimenti dei
ghiacciai o a fenomeni orogenetici particolarmente intensi gli orari sballano. D’altra
parte può accadere che la rotazione aumenti la sua velocità momentaneamente per
via dell’attività tellurica (terremoti); il forte sisma che sconvolse l’Indonesia
nel 2004 provocò un’accelerazione di tre microsecondi. Come si fa, dunque, a
calcolare esattamente il tempo? Si ricorre al cosiddetto secondo intercalare,
leap second, tenendo conto che ogni cinquecento giorni si accumula un secondo
di discrepanza fra il tempo registrato dagli orologi atomici e quello dettato
dalla rotazione; e che per secondo si definisce una specifica vibrazione
dell’atomo di cesio, resa nota nel corso della 13esima conferenza generale dei
Pesi e delle Misure, tenutasi nel 1967. L’aggiustamento è periodicamente
proposto dall’International Earth Rotation and Reference Systems Service,
diviso fra la sede di Parigi e quella di Washington.
L’ultimo secondo è stato aggiunto il 30
giugno 2015; procedura attuata ventisei volte dal 1972 a oggi. Non ci sono
stati cambiamenti dal 1999 al 2005. E i computer? Anch’essi si aggiorneranno. Google
si adeguerà spalmando i vari millisecondi del ritardo in un arco di venti ore. Così
ogni secondo risulterà più lungo di 13,9 microsecondi e permetterà di
completare l’allineamento. Appuntamento,
dunque, per questa notte, in cui il brindisi avverrà come sempre allo scoccare
della mezzanotte, ma all’una ci sarà l’introduzione ufficiale del secondo
intercalare. Un’ora dopo il momento critico, per via del meridiano di
Greenwich, la longitudine zero da cui si cominciano a contare le ore.
giovedì 20 ottobre 2016
SOS Schiaparelli
E' andato tutto secondo i programmi,
tranne l'ultimo appuntamento, quello fondamentale, con il segnale radio dalla
superficie di Marte; che poteva ufficializzare la riuscita della missione
ExoMars. Il lander Schiaparelli è sicuramente ammartato ma, al momento, non è
in grado di comunicare con la Terra; e non si sa se sarà nelle condizioni di
poterlo fare. Ci hanno creduto tutti fino a tarda sera, poi, però,
l'incontrovertibile verità: a un minuto dall'ammartaggio il segnale di
Schiaparelli è scomparso; e sul volto di scienziati e appassionati è calata la
stessa espressione che vestì i volti dei tecnici che seguirono la missione del
2003 Mars Express. Ancora l'Europa, ancora l'Italia. Ma un misero fallimento.
Quello del lander Beagle 2, che giunse su Marte ma non riuscì a mettere in moto
i pannelli solari, e senza energia è lentamente spirato. Poi il suo profilo è
stato scoperto più di dieci anni dopo, grazie alle fotografie della Nasa inviate
da Mars Reconnaissance Orbiter. Oggi il timore è, dunque, quello di assistere a
un epilogo analogo. Tutto bene fino a Marte, tutto bene per milioni di
chilometri, poi, però, al momento clou, la beffa. Eppure è proprio su quest'aspetto
che si sta lavorando: l'ammartaggio. Anzi, è proprio uno degli scopi fondamentali
della missione ExoMars: capire quale sia la strategia più adatta per ammartare
in massima sicurezza. Tutto da rifare? Non proprio. Il messaggio tanto atteso
potrebbe arrivare, e in ogni caso è da giudicare un successo essere riusciti
ancora una volta ad arrivare sul pianeta rosso.
Perché insistiamo? Perché è qui che
l'esplorazione spaziale punterà gli occhi nei prossimi decenni. Scartato Venere
per via delle impossibili condizioni della sua superficie (con temperature che
superano i 400°C), è rimasto solo Marte, corpo celeste degno di essere definito
un "gemello". La sua grandezza (simile alla Terra), la distanza dal
sole, il passato contrassegnato dalla presenza di acqua allo stato liquido,
sono tutti parametri che ci portano a credere che se proprio un giorno l'uomo
dovrà conquistare un pianeta, il primo della lista sarà proprio questo. Qui
potrebbe futuristicamente sorgere una base spaziale e l'uomo insediarsi in un
posto dove potrà rimirare orizzonti sostanzialmente simili a quelli terrestri (certo
ben differenti da quelli di cui potrebbe godere, per esempio, da una qualunque
luna saturniana). Non è un caso che il presidente americano Barack Obama, pochi
giorni fa, abbia comunicato di credere fermamente nella possibilità di spedire
l'uomo sul quarto pianeta del sistema solare entro il 2030.
ExoMars rimane, dunque, la missione più
importante dell'Esa. E anche se non si può ancora cantare vittoria, quel che è
successo ieri è degno di essere consegnato agli annali dell'esplorazione
spaziale. Pomeriggio, prima delle 17.00, è praticamente certo l'ammartaggio del
lander Schiaparelli, orfano della sonda madre dal 16 ottobre; Tgo, Trace Gas
Orbiter, continuerà a ruotare intorno al pianeta rosso fino al 2020, allo scopo
di raccogliere materiale per comprendere la natura dell'atmosfera marziana e
valutare la presenza di gas rari come il metano, legati a particolari fenomeni
naturali. E altrettanto significativo è il lungo lavoro portato avanti da
centinaia di persone.
Un miracolo dell'alta ingegneria spaziale,
reso possibile dal contributo di 350 milioni di euro forniti dall'Agenzia
Spaziale Italiana (Asi) e dal coinvolgimento di importanti realtà industriali
come Finmeccanica e Thales Alenia Space (che hanno realizzato, per esempio, il
Radar Doppler Altimeter, fondamentale per la fase di ammartaggio). Dopo il
distacco dall'orbiter, Schiaparelli s'è mosso verso la superficie marziana
affidandosi a un paracadute che ha ridotto la velocità del mezzo. I primi dati
sono giunti a un radiotelescopio in India. In seguito il paracadute è stato
espulso e si sono accesi i retrorazzi: la velocità è precipitata da 1700 a 250
chilometri all'ora. Poi la parte più delicata, i fatidici "sei minuti di
terrore": lo spegnimento dei motori, a due metri dalla superficie, e la riduzione
della velocità a 4 km/h, prima del contatto vero e proprio con il suolo del
pianeta rosso. Punto di arrivo: Meridiani Planum. E' un'ampia pianura in
corrispondenza dell'equatore, interessante dal punto di vista scientifico per
la presenza di particolari minerali potenzialmente riconducibili a sorgenti
termali. La stessa che ha accolto Spirit e Opportunity, leggendari rover della
Nasa, che per vari anni hanno permesso di scandagliare il suolo di Marte e ora
potranno fare compagnia al nuovo arrivato; che speriamo possa dar presto
segnali di sé.
martedì 18 ottobre 2016
2030, si vola su Marte
Un dato
perlomeno è ufficiale. L'esplorazione spaziale sta tornando di moda. Come negli
anni Sessanta, all'indomani delle dichiarazioni di JF Kennedy - era il 1962 - con
le quali prometteva la conquista della Luna nel giro di pochissimi anni.
Promessa mantenuta. Poi non si è più fatto nulla di così eclatante, ma non sono
mancati traguardi eccezionali, come l'atterraggio su una cometa (la missione
Rosetta) e la mappatura di Plutone, a opera della sonda New Horizons. E oggi? Lo
racconta Barack Obama, presidente americano alla fine del suo doppio mandato,
in un articolo apparso ieri sul sito della CNN: «Entro il 2030 arriveremo su
Marte». Certo, Marte non è la Luna, è molto più lontano, e molto più
misterioso, tuttavia sono passati quasi cinquant'anni dal primo allunaggio, ed
è lecito presupporre che l'industria spaziale abbia fatto passi da gigante.
Dunque, andare su Marte sarebbe anche possibile, ma il vero quesito è un altro:
a che prezzo?
Obama parla
della possibilità di poter reggere sulle sue spalle i nipotini, in attesa del
ritorno di una nuova missione umana sul Pianeta rosso. E' una bellissima
cornice, ma è probabile che si stiano trascurando fattori importanti, legati
alla reale consapevolezza di ciò che significhi far compiere a un equipaggio un
viaggio di andata e ritorno su Marte. Per il momento è ancora fantascienza. E
benché la Nasa ci lavori da tempo, sono molti i quesiti da risolvere. Al punto
che non è ancora tramontata l'ipotesi del viaggio di sola andata ideato da Mars
One, progetto del ricercatore olandese Bas Lansdorp, previsto per il 2025. Come
dire: fin là gli astronauti possiamo pure mandarceli, poi però nessuno sa se e come potranno tornare
indietro. In molti hanno aderito al progetto. Dei condannati a morte. Ci ha
infatti ripensato il ventiseienne Pietro Aliprandi, l'unico candidato per
l'Italia, che pochi giorni fa ha confermato di rinunciare alla partenza per
amore di Elena, sua futura sposa. Due anni fa i tecnici del MIT di Boston
furono fin troppo espliciti: alle condizioni dettate dal protocollo Mars One, la
prima colonia di umani su Marte non vivrebbe più di 68 giorni. Punto a capo.
Obama verrebbe
dunque cinque anni dopo la promessa di Lansdorp. Ma in un lasso di tempo così
esiguo non si può pretendere che l'industria aerospaziale possa aver
incrementato chissà quanto le sue potenzialità. In pratica se è azzardata
l'idea di Lansdorp, potrebbe essere altrettanto ambigua la promessa di Obama.
Il condizionale è d'obbligo, perché c'è una cosa su cui non ci sono dubbi: il
futuro dell'esplorazione spaziale potrà avere luogo solo grazie alla
collaborazione fra pubblico e privato. «Siamo già molto avanti sotto questo
aspetto», rivela il capo della Casa Bianca, «e dunque l'arrivo su Marte
richiederà la continua cooperazione fra il governo e gli innovatori privati». SpaceX
di Elon Musk e la Boeing di Dennis Muilenberg stanno facendo sul serio. Da
anni. Con due progetti in cantiere: Space Launch System, del primo, mira alla
realizzazione di un vettore che possa trasportare tonnellate di materiale sul
Pianeta rosso; Interplanetary Transport System, di Muilenberg, pensa a un
servizio navetta Marte-Terra.
Il più grande
interrogativo? I raggi cosmici, particelle di energia che arrivano dallo
spazio. La bestia nera della conquista marziana. Si sa che fanno male, ma non
si sa quanto e quali impedimenti potrebbero determinare. L'Università della
California ha provato a stimare le conseguenze di una lunga esposizione a
questo tipo di radiazione e i risultati sono sconfortanti. Topi bombardati con
particelle di ossigeno e titanio ionizzati hanno confermato un rapido e
inesorabile declino cognitivo. I neuroni non comunicano più come dovrebbero e
si possono solo immaginare le gravi ripercussioni che potrebbero esserci a
livello mentale: depressione, ansia, demenza, problemi alla vista e all'udito.
Insomma, un
giorno, quasi sicuramente, l'uomo muoverà il primo passo sulla polvere rossa di
Marte, ma siamo solo all'inizio. Come dice Matt Damon in
"Sopravissuto", protagonista di un'odissea marziana: «Non mi rimane
che una possibilità: usare tutte le mie conoscenze scientifiche per venirne
fuori».
martedì 5 luglio 2016
Alla corte di Jupiter
Il più grande
pianeta del sistema solare: ora lo possiamo vedere da vicino grazie a Juno. La
navicella della Nasa, lanciata nel 2011 da Cape Canaveral, è arrivata a destinazione,
e in questo momento sta girando intorno all'orbita del gigante gassoso. Ci
rimarrà fino al mese di febbraio del 2018, dandoci la possibilità di studiare
molti aspetti ancora parzialmente sconosciuti del corpo celeste: composizione
dell'atmosfera, massa, attività del campo magnetico e di quello gravitazionale.
La navicella ha raggiunto il suo obiettivo sfruttando una serie di pannelli
solari al posto dei tradizionali RTG (generatori termoelettrici a
radioisotopi), impiegati fin dall'esplorazione lunare. Come per le missioni
analoghe ci si è basati sul cosiddetto effetto fionda, che sfrutta la forza
gravitazionale dei pianeti per acquistare velocità e muoversi più rapidamente
verso l'obiettivo, cercando di consumare meno energia possibile. La missione
parla anche italiano perché a bordo di Juno c'è lo spettrometro a infrarossi Jiram,
finanziato dall'Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e il Ka-Band Translator, da un
progetto dell'Università La Sapienza di Roma: verranno impiegati per la
mappatura di Giove e per lo studio della gravità. C'è anche una placca in
alluminio che riporta il manoscritto di Galielo Galilei con il quale descrisse
per la prima volta le lune gioviane. Le altre apparecchiature comprendono un
radiometro, per studiare le zone più profonde dell'atmosfera di Giove; e il
Fluxgate Magnetometer, per fare luce sulle dinamiche del nucleo del pianeta, di
cui praticamente non si sa nulla. Già in altre occasioni un mezzo umano s'è
trovato dalle parti di Giove; ma è questa la prima volta che arriva a 4mila km
dalla superficie dopo un viaggio di 3,5 miliardi di km. Venti metri di
larghezza per quasi cinque di altezza; un colosso che proverà anche ad
avvicinarsi ai famosi vortici dell'atmosfera gioviana. Cosa che prima non era
mai stata fatta. Le sonde Pioneer giunsero a Giove negli anni Settanta. Grazie
a esse potemmo avere importanti delucidazioni sulle fasce di Van Allen
(particelle cariche di plasma trattenute dal campo magnetico del pianeta), e
sulla famosa "macchia rossa", fra le tempeste più potenti di Giove,
che dura da almeno trecento anni, potenzialmente capace di inghiottire due o
tre pianeti come il nostro. Ulysses, sonda realizzata dalla collaborazione fra
l'Agenzia Spaziale Europea e la Nasa, sorvolò il quinto pianeta del sistema
solare a circa 400mila chilometri di distanza. Era il 1992. Non arrivarono
foto, ma informazioni sulle aurore boreali e la magnetosfera. Nel 1995 fu la
volta della sonda Galileo che orbitò intorno al pianeta per sette anni dandoci
ragguagli in merito all'attività vulcanica di Io (uno dei satelliti di Giove),
all'ipotesi di un oceano sotto la superficie ghiacciata di Europa, e alla
presenza di anelli che circondano il corpo celeste. Nel 2000 la sonda
Cassini-Huygens, destinata a raggiungere Saturno nel 2004, spedì 26mila
fotografie, consentendoci di studiare nei dettagli la turbolenta circolazione
atmosferica. Ora tocca a Juno. E non sarà finita qui. C'è ancora Europa Jupiter
System Mission, con l'entrata in azione di due sonde dell'Esa e della Nasa, che
raggiungeranno Giove e i suoi satelliti nel 2026.
mercoledì 30 settembre 2015
Acqua marziana
C'è acqua su
Marte? Chissà quante volte avremo sentito pronunciare questa domanda in ambito
scientifico. Ora arriva la risposta ufficiale: sì. L'ha annunciato ieri
pomeriggio la Nasa, durante una conferenza stampa che parlava di
"importante svolta" per quanto riguarda lo studio del Pianeta rosso.
E arriva poche settimane dopo lo scoop relativo a 452b, l'esopianeta che
promette di avere molte caratteristiche in comune con la Terra (lo sapremo con
certezza nei prossimi mesi/anni) e di possedere quindi i requisiti per ospitare
la vita. La scoperta è avvenuta grazie all'azione della sonda americana Mro
(Mars Reconnaissance Orbiter) lanciata nel 2005. «Abbiamo la prima prova
dell'esistenza di un ciclo dell'acqua su Marte», dice Enrico Flamini,
coordinatore dell'Agenzia spaziale italiana (Asi). Significa che ci possono
essere anche processi di evaporazione e forse precipitazioni. Non sempre, ma nei
periodi più caldi (su Marte la temperatura arriva al massimo a 20-25 gradi
all'equatore, ma le minime raggiungono senza problemi i -130 gradi). Durante
l'estate marziana, in pratica.
In questi
frangenti si formerebbero dei ruscelletti di acqua salmastra che scorrerebbero
per periodi più o meno lunghi lasciando inequivocabili "segni" sulla
superficie. Nulla a che vedere con i "canali" di Schiaparelli, ma pur
sempre metri di terriccio bagnato che potrebbero rivoluzionare le nostre
conoscenze sul quarto pianeta del sistema solare. Ne parlò per la prima volta
nel 2011 Lujendra Ojha, del Georgia Institute of Technology di Atlanta, dopo
avere identificato strane formazioni geologiche imparentate con quelle
terrestri limitrofe a minuscole strisce d'acqua. Intuì la presenza di sali che
fuoriescono dalle viscere del pianeta sottoforma di perclorato di magnesio e
perclorato di sodio. E che l'acqua allo stato liquido, grazie a questi
"intrusi", può trovarsi sotto il tradizionale punto di liquefazione
(zero gradi). Difficile dire da dove provenga. Forse da depositi glaciali (ma
non è esclusa anche l'origine atmosferica).
Sul Pianeta
rosso si è sempre saputo dell'esistenza dell'acqua allo stato solido, vale a
dire sottoforma di ghiaccio. Ma è questa la prima volta che si parla di
fiumiciattoli, dove il liquido più importante per ogni organismo vivente scorrerebbe
liberamente all'interno di minuscoli e periodici alvei. Cosa significa
comprendere che su Marte c'è acqua allo stato liquido? Significa tutto, per la
vita che potrebbe esserci e per le possibilità che avrà l'uomo di conquistare
il Pianeta rosso (se riuscirà a difendersi dai raggi ultravioletti e dalle
basse temperature). «Per la sostenibilità degli uomini questa scoperta avrà
conseguenze enormi», rivela Doug McCuistion, del Nasa Mars Exploration Program.
Perché uno degli enigmi fondamentali legati alla probabilità di sopravvivenza
della nostra specie su Marte dipende proprio da questo parametro.Il nostro corpo
non può prescindere dall'acqua, lo stesso vale per le piante e tutti gli altri
animali; se si escludono specie particolari come i tardigradi - animali
microscopici - che resisterebbero senza liquidi per periodi lunghissimi. I
vegetali potrebbero compiere la fotosintesi clorofilliana e liberare ossigeno
nell'aria rendendo ulteriormente ricca l'atmosfera marziana. E dunque l'ipotesi
della vita sul Pianeta rosso nel passato potrebbe ora apparire del tutto attendibile.
Da tempo si parla di microrganismi che non siamo ancora stati in grado di
identificare. Il meteorite marziano ALH rinvenuto in Antartide nel 1984 suggerì
la presenza di batteri allo stato fossile, poi rivelatesi delle semplici
strutture minerarie. Ma ora cambia tutto. Perché prevedibilmente in un rivolo
marziano i batteri potrebbero davvero sguazzare beati.
giovedì 10 settembre 2015
L'altra Terra
E' dalla metà
degli anni novanta che cerchiamo pianeti al di fuori del sistema solare. Da
allora ne abbiamo scoperti migliaia. Ieri però, per la prima volta, è stata
ufficializzata l'individuazione di un corpo celeste delle dimensioni della
Terra ubicato nella cosiddetta "habitable zone". Di cosa si tratta?
Di un'area ben precisa occupata da un certo pianeta in rotazione attorno a una
stella, dove possono sussistere le condizioni climatiche per lo sviluppo della
vita. Dove non c'è troppo freddo, n'è troppo caldo; dove l'acqua può scorrere
liberamente creando i presupposti per la formazione di quei mattoncini della
vita chiamati amminoacidi e l'atmosfera imprigionare gli elementi necessari a
processi naturali come la fotosintesi. La notizia è stata diramata dalla Nasa
ieri sera alle 18.00, auspicando la seria possibilità di identificare un mondo
in tutto e per tutto simile alla Terra.
«E' una cosa che
le persone hanno sognato per migliaia di anni», rivelano i tecnici dell'ente
spaziale statunitense. Vari disegnatori si sono già messi all'opera cercando di
immaginare quali possano essere le potenziali caratteristiche della Terra bis.
Sembra di vedere un fumetto di fantascienza degli anni sessanta, ma questa
volta non è solo frutto della fantasia umana, bensì di dati certi, recuperati
grazie al lavoro di Kepler, un super telescopio lanciato nel 2009 per fare luce
sui misteri degli esopianeti. Nelle grafiche compaiono montagne caratterizzate
da affascinanti cime e torrenti che scorrono alle loro pendici, creando meandri
e canyon. La verità è che non è ancora possibile affermare con sicurezza che si
tratti di un pianeta roccioso, tuttavia le prime analisi propendono per questa
tesi; fondamentale per sperare nella presenza della vita. Per arrivare a questa
certezza sarà necessario valorizzare massa e densità dell'oggetto celeste.
Il nuovo pianeta
è stato battezzato Kepler 452b. E' un corpo situato a 1.440 anni luce dal
nostro sistema solare, nella costellazione del Cigno. La stella da cui dipende
è un po’ più luminosa del sole, ma le sue dimensioni sono molto simili a quelle
terrestri. E' anche un po’ più "maturo" del nostro pianeta. Si stima
che abbia sei miliardi di anni, contro i 4,5 miliardi della Terra. Può
significare molte cose. In primis che la vita possa essersi sviluppata
prendendosi tutto il tempo necessario. «Ha trascorso miliardi di anni intorno
alla sua stella», dice Jon Jenkins, che coordina i dati provenienti da Kepler, «potrebbe
avere ospitato la vita in passato, e ospitarla tuttora». Altri dati riguardano
il periodo di rivoluzione del pianeta, il tempo che impiega a girare intorno al
corpo madre: 385 giorni, contro i 365 giorni terrestri. E c'è poi la distanza
fra i due corpi che è pressoché identica a quella che separa il sole dalla
Terra, vale a dire 150 milioni di chilometri. Significa che potrebbe esistere
un perfetto bilancio energetico fra le due realtà cosmiche, altro parametro
chiave a favore dello sviluppo delle molecole organiche.Dunque
l'avventura di Kepler prosegue per conoscere nel dettaglio le altre
caratteristiche di Kepler 452b, forte del fatto che il pianeta individuato non
è l'unico ad avere certe caratteristiche. La scrematura dei dati provenienti da
uno dei più potenti telescopi mai progettati dall'uomo, rivela l'esistenza di
altri undici corpi a cui dare un nome e un significato. Non è escluso che ce ne
possa essere qualcun altro simile a Kepler 452b, se non addirittura qualcosa di
ancora più vicino alla Terra. Già quattro anni fa Kepler fece sobbalzare gli
esperti della Nasa, dopo aver tradotto i segnali provenienti da Kepler 22b.
Altro pianeta interessante, sempre nella costellazione del Cigno, ma con
caratteristiche intermedie fra un pianeta roccioso e un gigante gassoso. Le
analisi hanno evidenziato una realtà cosmica molto più grande della Terra, ma
con una temperatura superficiale prevedibilmente compresa fra -11 gradi e 22
gradi centigradi; né più né meno il divario termico stagionale riscontrabile in
moltissime località terrestri.
Kepler 452b, dieci
domande per saperne di più, con la collaborazione di Isabella Pagano,
ricercatrice di astrofisica dell'Osservatorio di Catania e coordinatrice
nazionale per l'Italia del progetto Plato dell'Esa.
1. Davvero Kepler 452b è un'altra Terra?
E' un paragone forzato, ma rende bene l'idea. La certezza è che il
telescopio Kepler ha "fotografato" un pianeta caratterizzato da
dimensioni molto simili a quelle terrestri. Per poter parlare di una Terra bis
è però necessario conoscere la massa del corpo e poi risalire alla sua
consistenza, che può essere rocciosa o gassosa. In questo momento non esistono
ancora i mezzi per farlo, per via dell'eccessiva distanza.
2. Cosa distingue Kepler 452b da tutti gli
altri pianeti scoperti finora?
Orbita
intorno a una stella molto simile al sole e la distanza che lo separa da essa è
uguale a quella che ci distanzia dalla nostra. E' dunque situato in quella che
viene chiamata "habitable zone", una zona abitabile, ma non
necessariamente abitata. Anche Venere e Marte risiedono in una zona simile ma,
per quelle che sono attualmente le nostre conoscenze, non presentano tracce di
vita.
3. Quali sono le possibilità che sul pianeta appena
scoperto ci sia vita?
La
vita è più probabile lì che in altre parti del cosmo, ma non si hanno certezze.
Ci sono aspetti che possono indurre all'ottimismo. Il fatto che l'irraggiamento
e il calore possano essere simili a quelli terrestri, sono prove a conforto
della vita. E in sei miliardi di anni avrebbe avuto tutto il tempo per
svilupparsi.
4. Come potremmo immaginarci gli abitanti di Kepler
452b?
Forse
sono simili a noi. Se avessimo numeri relativi alla massa e alla gravità
potremmo azzardare di più. Così è difficile entrare nei dettagli, anche usando
l'immaginazione. Magari hanno dieci occhi o venti gambe. Potrebbe anche essere
un mondo abitato esclusivamente da microrganismi o specie che non riusciamo
nemmeno a ipotizzare.
5. E' immaginabile che nell'universo esista una
civiltà superiore alla nostra?
Le
statistiche dicono di sì. Solo nella nostra galassia ci sono cento miliardi di
stelle e moltissime come il sole. Se consideriamo che praticamente ogni stella
ha dei pianeti, le probabilità sono elevatissime. Esiste un calcolo
probabilistico che stima la possibilità
di 600mila civiltà tecnologiche.
6. Cosa
significa 1.440 anni luce di distanza?
Significa
che la luce ha lasciato Kepler 452b 1.440 anni fa. Quando da noi stava finendo
l'epopea dell'impero romano. Se l'uomo
volesse dunque raggiungere Kepler 452b impiegherebbe 1.440 anni
viaggiando alla velocità della luce, cosa per ora impossibile, se non in
qualche episodio di Star Trek.
7. Come
si fa a capire che ha sei miliardi di anni?
Si
utilizzano metodi diversi. Si studia per esempio la rotazione di una stella su
se stessa. Una stella giovane ruota molto velocemente. E' più lenta se è
vecchia. Il sole ruota su se stesso in trenta giorni, e infatti è una stella a
metà del suo cammino. Alcune giovani impiegano due o tre giorni. Si studiano
anche le cosiddette righe del litio, un elemento strettamente connesso ad astri
appena formati.
8. Come si svolge la ricerca di nuovi pianeti?
Ci
sono vari sistemi. Il più usato analizza il percorso di un pianeta che transita
davanti a una stella, determinando un indebolimento della luce dell'astro. Così
si è fatto con il telescopio Kepler.
9. Qual è il futuro
dell'esoplanetologia?
In
questo momento facciamo già molte più cose rispetto al passato. Siamo in grado
di verificare la massa di alcuni pianeti, di studiarne la composizione
atmosferica e addirittura di predire la colorazione del cielo. E' accaduto, per
esempio, con GJ3470, un altro esopianeta, molto più vicino di Kepler 452b, a
soli 100 anni luce da noi.
10. Quanto c'è ancora da scoprire sull'universo?
In
realtà sappiamo poco o niente di materia oscura, energia oscura, teoria delle
stringhe, multiversi. L'uomo deve ancora comprendere i meccanismi di formazione
dei sistemi planetari, cosa determini la loro evoluzione e le condizioni perché
la vita possa svilupparsi.
mercoledì 22 luglio 2015
I segreti di Plutone
Si trova a 4.500
milioni di chilometri dal sole e sulla sua superficie la temperatura oscilla
costantemente fra i -230 e i -210 gradi centigradi. Gli orbitano intorno cinque
piccole "biglie" rocciose, la più nota delle quali prende il nome dal
famoso traghettatore dell'Ade, Caronte. Sono questi i numeri più significativi del
nono corpo del sistema solare, un tempo giudicato un pianeta a tutti gli
effetti, declassato nel 2006 a pianeta nano. Di Plutone, però, si è sempre
saputo pochissimo per via dell'enorme distanza dal "cuore" del
sistema solare e per le sue minuscole dimensioni, inferiori perfino a quelle
della Luna. Fino a ieri. Oggi, infatti, sono arrivate le prime immagini del
pianeta nano, grazie alla sonda statunitense New Horizons che è giunta ad
appena 12mila 500 chilometri dalla superficie del corpo celeste, sì e no la
distanza che separa il Nord Africa dal Nord Europa; un'inezia in termini
astronomici.
«Possiamo
finalmente studiare la geologia di Plutone», rivela Curt Niebur, della Nasa,
«soffermandoci sulle aree più intriganti dell'oggetto celeste, come quella
della "coda della balena"». E' una zona particolarmente scura della
superficie, che potrebbe suggerire una geologia peculiare e un dinamismo
roccioso tutt'altro che scontato. Non è solo questo punto a incuriosire, ma
anche un ampio territorio che richiama le fattezze di un cuore. Si sviluppa per
circa 2mila chilometri, è di colore biancastro, e al momento è impossibile
spiegarne l'esatta natura.
«Il pianeta
presenta superfici molto diverse fra loro», conferma John Grunsfeld, astronauta
della Nasa, sostenuto da Amanda Zangari, ricercatrice del Southwest Research
Institute, che arriva addirittura a ipotizzare che in un punto sia possibile
"ricostruire" i lineamenti di Pluto, il cane della Disney. Forse un
altro esempio di prosopagnosia, l'attitudine umana a vedere volti dove non ci
sono. Più prosaico il parere di Charles Krauthammer, Premio Pulitzer del
Washington Post, secondo il quale «nonostante i recenti fallimenti della razza
umana, c'è ancora l'ambizione di raggiungere i più grandi obiettivi».
A capo del
progetto ci sono i tecnici della Johns Hopkins University di Laurel, nel
Maryland, che ieri hanno potuto alzare le mani al cielo dopo nove anni di attesa.
Tanto è infatti il tempo che separa il traguardo di oggi, dalla partenza della
sonda avvenuta il 19 gennaio del 2006. Un vero miracolo dell'ingegneria
spaziale, in grado di percorrere 14 chilometri al secondo. E' stata lanciata il
19 gennaio del 2006 dalla base di Cape Canaveral, con a bordo le ceneri dello
scopritore di Plutone, Clyde W. Tombaugh. E da domani inizierà a spedire
informazioni alla Terra. Cosa interessa di Plutone?
La sua
superficie, di cui si può già intuire qualcosa, ma anche la sua atmosfera, che
si suppone sia rappresentata perlopiù da monossido di carbonio, azoto e metano.
Si verificherebbe peraltro un fenomeno particolare, l'opposto di quel che
accade su Venere (e sulla Terra), una sorta di effetto serra al contrario. Così
si giustificherebbero le bassissime temperature, dovute a repentine
trasformazioni dallo stato solido a quello gassoso.Si intende anche
capire qualcosa di più della relazione che intercorre fra Plutone e Caronte,
una specie di sistema planetario binario, dovuto a uno scontro avvenuto 4,5
miliardi di anni fa con un corpo della fascia di Kuiper; similmente a ciò che
accadde fra la Terra e la Luna. E dopo questo traguardo New Horizons si spingerà
verso i confini più estremi del sistema solare, oltre la stessa fascia di
Kuiper, puntando gli occhi sul mistero della nube di Oort, da dove provengono
le comete. «Non vedo l'ora di conoscere le numerose informazioni che avremo a
disposizione fra poco tempo», dice il grande astrofisico Stephen Hawking,
«grazie alla storica missione New Horizons».
giovedì 6 febbraio 2014
IMMAGINI TERRESTRI
Spettacolare fotografia della Terra... da Marte (a opera di Curiosity)
Il nostro pianeta ripreso dall'Apollo 17, nel 1972
Terra e Luna fotografate dal Mars Reconnoissance Orbiter nel 2007
martedì 12 marzo 2013
Europa, un mondo pieno di vita (nascosta)
Europa, una delle lune di Giove, più
o meno grande come la Luna, potrebbe essere un posto meraviglioso per la vita.
Sono le dichiarazioni rilasciate da un team di studiosi del California Institute
of Technology di Pasadena, in USA. Gli esperti ritengono che la vita possa, in
particolare, prosperare al di sotto della superficie del satellite, dove si
nasconderebbero oceani allo stato liquido. Mike Brown, a capo dello studio, non
ha dubbi e rivela che "se potessi leccare la superficie di Europa, la luna
ghiacciata di Giove, sentirei il sapore del mare sottostante". Come si è
giunti a questo risultato? Brown ha analizzato con grande precisione i dati
elaborati dalla missione Galileo della NASA, avvenuta fra il 1989 e il 2003. Su
Astronomical Journal compaiono le descrizioni dettagliate delle caratteristiche
di Europa, un mondo che nei prossimi anni potrebbe lasciare basiti anche gli
scienziati più recalcitranti all'ipotesi della presenza di attività organica
sul piccolo corpo celeste. L'attenzione è incrementata anche grazie all'azione
del Keck II Telescope, posizionato sul Mauna Kea, nelle Hawaii e ai dati
forniti dallo spettrometro OSIRIS. Dalle analisi svolte da Brown è infatti
emerso che la superficie di Europa è ricca di un sale di solfato di magnesio, che
i geologi chiamano epsomite, noto anche come sale inglese. Le ipotesi
suggeriscono che questo tipo di minerale possa derivare dall'ossidazione di
materiali provenienti dal mare sottostante. La vita potrebbe, dunque,
nascondersi sotto uno strato di ghiaccio, all'interno di mari che non ricevono
la luce del sole, ma potrebbero fornire materia prima ai viventi ospitando
numerosi principi chimici. La pensa così anche Richard Greenberg, fra i più autorevoli
studiosi dei satelliti che orbitano intorno al pianeta più grande del sistema
solare. Greenberg assicura la presenza del mare sotto uno strato di ghiaccio disomogeneo,
con spessori estremamente variabili, da pochi metri a oltre trenta metri. Incuriosisce,
a tal proposito, l'individuazione di una fessura dalla quale, probabilmente, il
mondo sottomarino sbuca in superficie. Gli scienziati confermano che in
superficie la vita non è consentita per le temperature medie intorno ai
centosettanta gradi sotto zero e il continuo bombardamento di radiazioni letali
da parte della magnetosfera di Giove, ma sotto potrebbe essere tutto un altro
mondo. Murthy Gudipati del Jet Propulsion Laboratory della NASA ha, infatti,
evidenziato che gli elettroni ad alta energia (circa 100 MeV) penetrano il
ghiaccio per circa ottanta centimetri; al di là di questo limite, la vita
potrebbe prosperare. Gli esperti sono riusciti anche a fare delle stime e a
stabilire che l'oceano di Europa potrebbe essere profondo 150 chilometri, con
un volume riconducibile a quello di tutti i mari della Terra. Ma se così fosse
di che forme viventi staremmo parlando, visto che non sarebbe possibile nessun
tipo di attività fotosintetica? I ricercatori puntano a organismi che possono
fare a meno del sole, basando la loro esistenza sulla chemiosintesi, vale a
dire lo sfruttamento di sostanze chimiche disciolte nell'acqua. Accade anche a
varie specie presenti sulla Terra, in contesti ambientali assurdi come le
bocche dei vulcani. Nuove rivelazioni potrebbero, in ogni caso, giungere nel
2022 con il lancio della sonda Juice (da Jupiter Icy Moons Explorer), da parte
dell'ESA. Il 21 febbraio, gli esperti dello Science Programme Committee
dell'ESA, hanno confermato che la missione porterà a bordo undici esperimenti
scientifici per lo studio complessivo delle lune gioviane. Raggiungerà il
sistema gioviano nel 2030 e pur non atterrando su Europa (costerebbe troppo,
circa 46 triliardi di dollari!!), potrà darci molte indicazioni interessanti
sulla sua misteriosa natura. Anche l'Italia partecipa al progetto con la camera
ad alta definizione JANUS, elaborata dai ricercatori dell'Università Parthenope
di Napoli e lo spettrometro MAGIS, che vedrà la luce dal lavoro congiunto fra
l'Istituto di Astrofisica e planetologia Spaziale dell'INAF di Roma e l'IAS
francese.
mercoledì 6 marzo 2013
Una capatina su Marte
La foto è del New Scientist. Significa che Marte è a portata di tutti? Un uomo e una donna, preferibilmente sposati, potrebbero, infatti, essere i protagonisti
della prima missione spaziale umana (di circa 500 giorni) oltre l'orbita terrestre. Il debutto della
missione, interamente privata (la sovvenziona il miliardario Dennis Tito), è previsto per il gennaio 2018 e dovrebbe
concludersi nel maggio del 2019, in tempo per il 50esimo anniversario della
passeggiata sulla Luna dell'Apollo 11.
mercoledì 12 dicembre 2012
Non sarà la fine del mondo, ma il campo magnetico si sta invertendo
Che
il campo magnetico terrestre si stesse progressivamente indebolendo
lasciando presagire una sua imminente inversione lo si sapeva da
tempo (ne abbiamo parlato anche su Spigolature:
http://gianlucagrossi.blogspot.it/2009/06/il-campo-magnetico-terrestre-potrebbe.html),
ma che il processo fosse specificatamente in atto in aree precise
della Terra è una novità. A diffondere la notizia è uno studio
pubblicato su Nature da Gauthier Hulot dell’Institut de Physique du
Globe a Parigi. Per riuscire a fornire un quadro dettagliato della
circolazione nelle regione più centrali della Terra composte di
materiali fluidi a base di ferro, prerogativa del magnetismo
terrestre, sono stati utilizzati i satelliti. Gli scienziati hanno
messo a confronto i dati recenti registrati dal satellite danese
Oersted con quelli raccolti da Magsat venti anni fa: in questo modo è
stato possibile verificare per la prima volta dei punti di “flusso
invertito” concentrati in due regioni differenti del mantello
terrestre. In una zona ubicata sotto l’estrema punta del continente
africano, si è visto che il campo magnetico punta nella direzione
del centro della Terra, muovendosi dalla parte opposta rispetto a
quanto accade normalmente. Mentre è stato possibile appurare una
seconda area di inversione, più piccola della prima, in
corrispondenza del Polo Nord. Secondo Peter Olson della Johns Hopkins
University, a Baltimora negli USA, gli esperimenti mostrano che
l’inversione complessiva del magnetismo terrestre non è molto
lontana, e che quindi sarebbe utile fin da ora premunirsi contro i
due fenomeni che, a causa di ciò, potrebbero maggiormente creare
problemi all’uomo: le tempeste solari e la relativa azione dei
raggi ultravioletti, e il buco dell’ozono che rischierebbe di
aumentare ulteriormente. Il
campo magnetico è prodotto dallo sfregamento degli strati nel nucleo
interno del pianeta che si ripercuote verso gli strati più
superficiali: in questo modo l’energia meccanica si converte in
elettromagnetismo, dando luogo a un fenomeno simile a quello dei
generatori dell’auto, dove l’energia meccanica viene trasformata
in elettricità. L’inversione del campo magnetico terrestre è
stato per la prima volta identificato nei primi anni del ‘900. La
conferma di ciò la si è avuta dallo studio delle rocce magmatiche.
Esse conservano al loro interno il tipo di “magnetismo” relativo
a ogni singolo periodo geologico: basta infatti immaginare di
percorrere il fondo dell’oceano Atlantico dall’Europa alle
Americhe, attraversando la dorsale medio atlantica, per rendersi
conto del continuo avvicendarsi di strati di rocce che indicano prima
il “nord” a nord, e poi a sud.
lunedì 27 agosto 2012
Pianeti perduti
La notizia è stata diramata per la prima volta qualche mese fa, quando un team di studiosi americano appura l'esistenza di una dozzina di pianeti che vagabondano nello spazio senza meta. Non ruotano intorno ad alcuna stella e non fanno quindi parte di nessun sistema stellare: sono degli autentici corpi nomadi. Oggi, dunque, si torna sull'argomento con un approfondimento svolto dagli scienziati della Stanford University che arrivano ad avanzare un'ipotesi sensazionalistica: potrebbero esserci 100mila volte più “pianeti vagabondi” nella Via Lattea che stelle. È un scoperta che potrebbe rivoluzionare le consuete teorie riguardo la formazione dei sistemi stellari e la presenza e l'abbondanza di vita nell'universo. Stando, infatti, alle prime dichiarazioni rilasciate dagli studiosi USA su questi corpi abbandonati a se stessi potrebbero essere presenti tracce di vita. «Se questi pianeti nomadi sono grandi abbastanza per avere una spessa atmosfera, avrebbero potuto intrappolare abbastanza calore per permettere la vita batterica di esistere», rivela Louis Strigari, a capo della ricerca, su un documento presentato alle Monthly Notices della Royal Astronomical Society. È l'idea accarezzata anche da Dorian Abbot ed Eric Switzer dell'University of Chicago, secondo i quali esisterebbero pianeti nomadi, in grado di ospitare per miliardi di anni ecosistemi abitabili. Stimano che, se la quantità di acqua superficiale è paragonabile a quella terreste, un corpo di 3,5 masse terrestri potrebbe accogliere un oceano al di sotto di uno spesso strato di ghiaccio; mentre la massa planetaria richiesta scenderebbe a 0,3 masse terrestri, nel caso in cui la quantità di acqua fosse dieci volte maggiore. Questo tipo di pianeta non va però confuso con i pianeti extrasolari, di cui ormai si parla con continuità da metà anni Novanta: si è arrivati a classificarne più di settecento e per quanto misteriosi e interessanti possano essere, sono corpi assimilabili a quelli terrestri, ruotanti intorno a una stella che li trattiene a sé tramite la forza gravitazionale. In questo caso abbiamo a che fare con realtà cosmiche che per motivi diversi hanno perso la loro stella madre, iniziando un viaggio il cui percorso è impossibile da prevedere (un po' come sta accadendo alle sonde Voyager che hanno da poco superato i confini del Sistema Solare e nessuno sa dove arriveranno). «Ma sono pianeti “vivi”», dice Alessandro Marchini, dell'Osservatorio Astronomico del'Università di Siena, «che continuano a ruotare su se stessi come facevano in tempi remoti, rivoluzionando intorno alla stella di origine». La rotazione, infatti, non dipende dalla rivoluzione, ma da processi legati all'attività tettonica e al decadimento radioattivo. Sicché un pianeta abbandonato a sé stesso può continuare a produrre calore anche se intorno a sé la temperatura è mostruosamente bassa. «Si può dunque affermare che questi pianti continuino a vorticare su se stessi per inerzia», continua Marchini, «in attesa di un nuovo equilibrio che potrebbero trovare venendo 'catturati' da un nuovo sistema stellare». Perché, di fatto, il destino di simili corpi celesti è proprio quello di finire “arpionati” da un nuovo sistema gravitazionale, in grado di rifornirgli un'orbita intorno alla quale girare, come hanno sempre fatto. Un destino che qualche appassionato di astronomia ha fantasiosamente assimilato all'eccentricità di Plutone, declassato a pianeta nano nel 2006, con un piano dell'equatore che è quasi ad angolo retto sul piano dell'orbita; è inoltre più piccolo della Luna e caratterizzato da temperature rigidissime, fra i -228 e i -238°C, con un raggio di appena 1100 chilometri. Ma in questo caso il riferimento non è a un antico pianeta nomade catturato dal sistema solare, bensì a un ancestrale satellite che si è staccato miliardi di anni fa dall'orbita di Nettuno per raggiungere la posizione attuale, costituendo un mondo a sé, con la compartecipazione di Caronte ed altri due corpi simili scoperti pochi anni fa. Anche Hagai Perets del centro Harvard-Smithsonian per l'Astrofisica del Massachusetts, e Thijs Kouwenhoven dell'Università di Pechino, intervengono sul dilemma dei pianeti nomadi simulando al computer quel che succede in un ammasso stellare ricco di corpi vaganti. Secondo gli astronomi il 3-6% delle stelle cattura almeno un pianeta vagabondo nel corso della sua storia astronomica, posizionandolo in un'orbita eccezionalmente distante dall'astro principale; riferiscono poi di oggetti che ruotano in senso orario e che in passato anche il Sole avrebbe potuto catturare: «Si tratterebbe di un mondo dall'orbita molto allungata, ben al di là di Plutone, così da non perturbare con la sua presenza il percorso degli altri pianeti già noti», dice Perets. Ma come sono nati questi pianeti vagabondi? «Non è facile dirlo», spiega Marchini, «tenuto conto del fatto che siamo ancora nel campo delle ipotesi, e non esistono prove concrete della loro esistenza. Si può, in ogni caso, desumere che possano essere il risultato di un processo legato alla morte di una nana bruna, una stella che ha perso progressivamente massa fino a perdere la capacità di trattenere a sé altri corpi celesti». Le alternative concernono l'eventualità che simili pianeti siano figli del calderone derivante dalla formazione di una stella che, però, non sarebbe stata in grado di generare un sistema gravitazionale sufficientemente potente; oppure potrebbero essere il risultato di un'espulsione avvenuta per motivi che non si possono immaginare all'interno di un sistema stellare. Pianeti di questo tipo potrebbero, in ogni caso, essere 50mila volte più comuni di quanto previsto fino a oggi. E le loro dimensioni rispecchiare la vasta gamma di corpi celesti incapaci di brillare di luce propria assimilabili ai pianeti “terrestri” come la Terra e Marte, o ai pianeti gassosi come “Giove” e “Saturno”. «Ora possiamo dire con certezza che l'universo è pieno di oggetti invisibili di massa planetaria che siamo solo ora in grado di rilevare», spiega Alan Boss, della Carnegie Institution for Science, autore di The Crowded Universe. Ma se sono “invisibili” come possono essere messi in luce dagli astronomi? «Si ricorre alle stesse tecniche indirette adottate per la ricerca dei pianeti extrasolari», rivela Marchini. «In questo senso si procede tramite il metodo spettroscopico e il metodo fotometrico, o con la combinazione dei due». Il primo riguarda un sistema che basa la sua azione sulla variazione delle righe spettrometriche dovute alla perturbazione gravitazionale di un pianeta: dalle oscillazioni misurate è possibile risalire alla velocità dell'orbita e, quindi, alla massa dell'oggetto spaziale. Col secondo metodo, che può associarsi al primo, si procede stimando la diminuzione di luce emanata da una stella, la prova che un corpo celeste extrasolare si interpone periodicamente fra noi e l'astro in esame. Per ciò che riguarda i pianeti nomadi, nel dettaglio, è stata utilizzata la tecnica del microlensing gravitazionale: «È un procedimento che risale al 2000, quando degli astronomi polacchi scoprirono che, dalle osservazioni condotte con il Very Large Telescope dell’ESO, una stella posta per un effetto di prospettiva in vicinanza del centro di M22 (ammasso globulare nella costellazione del Sagittario) manifestava un inatteso aumento di luminosità di venti giorni», dicono gli studiosi dell'INAF. «Si sospetta che il responsabile di questo comportamento sia il cosiddetto microlensing gravitazionale, fenomeno dovuto alla curvatura dei raggi di luce che si propaga in prossimità di grandi concentrazioni di massa». Ma le scoperte relative ai pianeti nomadi sono solo all'inizio. Si può, infatti, prospettare che fra poco tempo disporremo di strumenti ancora più potenti che potranno davvero fare luce su queste incredibili realtà. Un buon censimento potrà essere fornito per la prima volta dalla prossima generazione di telescopi, rappresentata dal Wide-Field Infrared Survey Telescope e dal Large Synoptic Survey Telescope, entrambi pronti a entrare in azione nel 2020.
(Pubblicato sulla rivista Newton)
lunedì 6 agosto 2012
Curiosity, missione compiuta
![]() |
| Il tragitto di Curiosity |
Stamane,
7.30 ora italiana, la sonda Curiosity della NASA è atterrata su
Marte. Un successo di grande portata scientifica, che potrà dare
nuovi ragguagli in merito alla realtà biologica e geologica
marziana. Si è trattato di una missione molto delicata e assai
difficile da portare a compimento. Mars Odissey ha ricevuto il
messaggio di ok da Curiosity, facendo sapere al mondo che la missione
è andata a buon fine. La nuova sonda, molto più grande e possente
di Spirit e Opporunity, ha scattato la prima foto subito dopo
l'ammartaggio: mostra una ruota del rover che poggia sulla superficie
rossa del cratere di Gale. Qualche giorno fa Spigolature ha
presentato l'impresa, riferendo delle difficoltà legate
soprattutto alle ultime fasi di atterraggio, i “sette minuti di
terrore”. In 420 secondi Curiosity ha, in ogni caso, raggiunto con
successo il suo obiettivo, facendo esplodere di gioia i tecnici della
NASA, che hanno paragonato questo giorno a quello della conquista
della Luna. La missione durerà due anni, con la partecipazione anche
dell'Italia, che ha presentato un chip contenente un ritratto di
Leonardo Da Vinci. Barack Obama ha definito l'arrivo d Curiosity su
Marte «un exploit tecnologico senza precedenti». E ha aggiunto: «Il
successo di questa notte ci ricorda che la nostra supremazia, non
soltanto nello spazio ma anche sulla Terra, dipende dalla nostra
capacità di continuare ad investire con intelligenza
nell'innovazione, nella tecnologia e nella ricerca fondamentale, cosa
che ha sempre fatto sì che il mondo invidi la nostra economia».
Altrettanto euforico il direttore della NASA. «È assolutamente
incredibile, ed è un grande giorno per il popolo americano», ha
commentato Charles Bolden. «Tutti dovrebbero essere orgogliosi,
perché Marte è una conquista di tutti».
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