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domenica 23 gennaio 2022

La complessa (e bizzarra) geologia italiana


Un mese fa la scossa improvvisa in bergamasca, ieri quella (più debole) nel bresciano. Anche la Lombardia, territorio tradizionalmente poco soggetto ad attività sismica, alla ribalta delle cronache per fenomenologie legate al movimento delle placche tettoniche. Cosa sta succedendo? Una sola e semplice risposta: Italia. Fra i paesi più sensibili al dinamismo terrestre, la nostra penisola è periodicamente interessata da eventi sismici e vulcanici. La placca africana si muove lentamente verso l’Eurasia, innescando un processo geologico specifico chiamato subduzione. In pratica il Continente nero scivola sotto l’Europa alterando irreversibilmente le geografie attuali. Il risultato, in corso da milioni di anni, determina la crescita delle Alpi, la spaccatura degli Appennini, il ristringimento dell’Adriatico. Ecco perché nessuna area del Bel Paese può davvero ritenersi estranea a terremoti ed eruzioni. Anche la Lombardia. Di fatto la Pianura Padana, da un punto di vista prettamente geologico, rappresenta l’appendice terminale del continente africano, coinvolto nello scontro con il colosso euroasiatico. I registri ci raccontano i terremoti a nord del Po’ da mille anni a oggi. Il giorno di Natale del 1222 si ebbe quello più forte, con magnitudo 5,68. Interessata l’area del bresciano e del veronese. Il 26 novembre 1396, un sisma di 5,6 colpì il monzese. Fino alle ultime note di queste settimane. Niente di nuovo, dunque, ma gli eventi tellurici più potenti sono quelli riconducibili alle regioni meridionali (di ieri una scossa importante in Calabria). Il cosiddetto arco calabro peloritano giustifica uno dei luoghi più sensibili alla sismologia locale. Può essere vagamente ricondotto all’arco giapponese, dove si registrano gli episodi sismici in assoluto più violenti del pianeta, fino a 9 gradi della scala Richter. Dal Mar Ionio alle isole Eolie è tutto un susseguirsi di processi geodinamici che trovano il loro massimo sfogo nell’attività vulcanica: Stromboli, Vulcano, Etna, Vesuvio e, certamente, quello meno conosciuto, ma forse più pericoloso, il Marsili. È un grande vulcano che sorge nel cuore del Mar Tirreno, a circa 400 metri dalla superficie del mare. Riposa da tempo ma se dovesse rimettersi in pista potrebbe creare i presupposti per lo sviluppo di un maremoto in grado di provocare gravi danni lungo gran parte delle coste meridionali, Campania, Calabria, Sicilia. Uno tsunami a tutti gli effetti. Da tempo sotto la lente degli esperti anche la zona campana. Il Vesuvio ha emesso il suo ultimo gemito nel 1944, parafrasando gli eventi bellici in corso. Ed è noto che un vulcano che non dà segni di vita, non significa che si sia addormentato per sempre. Peraltro, a differenza dell’Etna, vulcano contrassegnato da un magmatismo effusivo, il gigante campano presenta lave molto più acide che anziché eruttare, esplodono. Le esperienze di Pompei ed Ercolano ricordano l’azione di un vulcano che non uccide con la lava, ma con cenere, gas, e lapilli. Se erutta l’Etna si hanno disposizione giorni se non settimane per evacuare; per il Vesuvio poche ore potrebbero non bastare. E intorno al cono vulcanico abitano almeno 600mila persone. Infine i Campi Flegrei, ciò che resta di un antico supervulcano. Coinvolge vari comuni campani e vede l’azione di più sbocchi magmatici. Al terzo periodo flegreo è riconducibile l’ultima eruzione significativa, risalente al 1538, 3mila anni dopo l’ultimo sussulto. Vulcani e terremoti, ma da queste parti anche il bradisismo non scherza; periodica danza del suolo dovuta all’accumulo di lava in una camera magmatica superficiale. Da cui, riferendosi ad amiche fidate, l’estro poetico (e vagamente sinistro) di Donatien Alphonse Francois de Sade: “Noi somigliamo a questi vulcani e le persone virtuose alla monotona e desolata pianura piemontese”. 

giovedì 19 novembre 2020

I vulcani italiani

Arrivano da tutte le parti del mondo, perché sono facili da raggiungere e soprattutto sempre in attività. I vulcani italiani, infatti, rappresentano un perfetto laboratorio di vulcanologia, preso d’assalto da scienziati di ogni nazionalità. Che ancora si interrogano sull’eterogenia di questa terra, dove acqua e fuoco si scontrano, parafrasando quel che dovette essere all’inizio dei tempi, durante la formazione del pianeta. Etna, Stromboli e Vesuvio, fanno ormai parte dell’immaginario mondiale; tanto che non si potrebbe davvero pensare di raffigurare un’Italia senza le nuvolette di fumo che si alzano da Campania, Sicilia e mar Tirreno. Ma non è sempre la stessa cosa. E ogni vulcano obbedisce a geologie specifiche, rocce particolari, presupponendo interventi di salvaguardia ambientale diversissimi fra loro; sulla base del tipo di magma prodotto. Ma vediamo di compiere un piccolo viaggio per capire chi sono e come si comportano i principali vulcani del Belpaese.

L’Etna è uno stratovulcano alto 3340 metri che sorge in corrispondenza della zona di collisione fra la placca euroasiatica e quella africana. Obbedisce a un vulcanesimo di tipo basico.  Le sue colate laviche, infatti, sono ben conosciute e facili da gestire; dando il tempo di correre ai ripari e di arginare il movimento dei fiumi di lava. È dovuto all’attività di faglie particolari che rientrano nella cosiddetta scarpata ibleo-maltese, nel punto in cui il magma risale dal mantello semifluido sottostante, incalzato dalle correnti convettive che muovono i continenti. La sua attività risale a 500mila anni fa. È chiamata “fase delle tholeiiti basali”. Siamo nel Pleistocene medio. L’Etna era sommerso dalle acque, e ancora oggi troviamo tracce delle antiche eruzioni nella zona di Acitrezza. 320mila anni fa, il grande golfo che contraddistingueva l’area geografica nei pressi del vulcano, viene ridimensionato dai movimenti tettonici e l’Etna inizia a eruttare sulla terraferma. La “fase delle timpe” inizia 100mila anni dopo. E trova conferma nei depositi eruttivi di Paternò, risalenti a 170mila anni fa. Seguono la “fase dei centri eruttivi della Valle del Bove”, con la nascita di nuovi punti di produzione di magma, come il Giannicola e il Salifizio; e quella odierna e più recente, la “fase stratovulcano”. Va avanti da più di 50mila anni e si riferisce alla genesi del cono vulcanico che oggi tutti riconosciamo e col quale abbiamo quasi ogni anno a che fare.

Lo Stromboli ha una natura diversa. Un magmatismo di tipo neutro, che si contrappone al basico dell’Etna. Questo aspetto indica un’attività vulcanica più difficile da gestire, talvolta esplosiva, con produzione di bombe e brandelli incandescenti sparati fino a 50 metri di altezza. È la tipica attività stromboliana, intervallata da pause quiescenti di pochi minuti. Il primo cratere stromboliano risale a 200mila anni fa. Le colate laviche di quel periodo sono perscrutabili in corrispondenza di Strombolicchio, isoletta vicinissima al vulcano. Risale dal mare 160mila anni fa, mentre quello che vediamo oggi, con i suoi 924 metri di quota, non ha più di 35mila anni. La vita dello Stromboli è contrassegnata da sette periodi cronologici: si va da Paleostromboli I (200mila anni fa), a Neostromboli sorto 13mila anni fa. Tre le bocche di solito interessate dalla attività magmatica, situate a un’altezza media di 750 metri. Il geodinamismo dello Stromboli rientra nei movimenti legati all’arco vulcanico delle Isole Eolie, concettualmente riconducibile a quelli molto più imponenti delle Antille e del Giappone. Dunque Stromboli, con Vulcano e Lipari, rappresenta la parte emersa di un arco geologico sottomarino attivo dal Pleistocene inferiore. Le discontinuità petrografiche sono nette e spiegano la presenza di una zona di subduzione; con le rocce ioniche che scivolano sotto l’arco calabro.

Il Vesuvio, infine, risiede in un contesto geologico diverso dai vulcani che circondano la Sicilia. È l’unico vulcano dell’Europa continentale, e la sua genesi rimanda a due milioni di anni fa, con l’apertura del Tirreno e la formazione della catena appenninica. Tecnicamente si parla di uno stratovulcano alto poco più di 1.200 metri, derivante dalla fusione fra un vecchio edificio vulcanico più imponente di quello attuale e il nuovo cono formatesi dal collasso di quello precedente. Le eruzioni più moderne risalgono a 400mila anni fa. Ma è da Plinio il Vecchio che abbiamo un sunto preciso delle grandi eruzioni succedutesi nei secoli. A parte la grande eruzione plineana, che distrusse Ercolano e Pompei, si segnalano altri fenomeni importanti che hanno sconvolto la quotidianità dei campani di un tempo. Fra il 16 e 17 dicembre del 1631, ci fu un’eruzione che uccise diecimila persone. I danni furono immensi, per le abitazioni e i campi coltivati. L’evento fu tanto importante da provocare un abbassamento di 450 metri del cono vulcanico. Altrettanto significativa l’esplosione dell’aprile 1906: ci furono 216 vittime, e quasi 40mila profughi. Oggi il Vesuvio riposa dal 1944, ma gli esperti avvertono: è quasi certo che, entro la fine del secolo, il vulcano tornerà a fare sentire la sua voce.

giovedì 31 gennaio 2019

La nascita del sesto continente

Alfred Wegener rese nota la sua teoria nel 1912; rivelando al mondo che i continenti non sono immobili, ma si muovono costantemente, sollecitati da forze provenienti dal sottosuolo. Morì senza la soddisfazione di vedere la sua teoria confermata dall’intellighenzia scientifica, tuttavia, ancora oggi, è grazie ai suoi studi che comprendiamo fenomeni come quello verificatesi recentemente a pochi chilometri a nord di Nairobi; costa orientale africana. Una famiglia riunita per cena, e all’improvviso qualcosa che si smuove sotto i loro piedi. Pochi istanti e i commensali si trovano separati in casa da una voragine profonda quindici metri e larga una ventina di metri. Non ci sono feriti, ma i loro occhi sono a dir poco confusi: la casa è stata sventrata e non hanno la più pallida idea di quel che sia successo. Lo spirito di Alfred Weneger e i geologi sì: la frattura è il risultato di un meccanismo geologico in atto da una trentina di milioni di anni e che andrà avanti per altrettanti anni prima di trasformare l’Africa in una realtà continentale completamente diversa da quella odierna. Il riferimento è alle placche tettoniche, zolle rigide della crosta terrestre che interagiscono fra di loro, scontrandosi o allontanandosi. Sono otto quelle principali, e in corrispondenza di quella africana, c’è quella somala che si sta allontanando da quella madre. Un movimento costante, che prelude alla formazione di un nuovo oceano, analogo a quello Atlantico. Il cuore della Terra ribolle e il calore si espande in superficie tramite movimenti convettivi, a loro volta alimentati dal nucleo; dove le temperature arrivano a 4mila gradi centigradi. L’apoteosi del dinamismo terrestre, evidente proprio in questo punto del Continente Nero, dove possono consolidarsi quadri tettonici con la formazione improvvisa di voragini nel sottosuolo, anche in assenza di attività sismica. Benché le cose, in quest’ultimo frangente, non siano andate esattamente così. La voragine in realtà c’era già, ma era nascosta da spessi strati di materiale vulcanico, proveniente probabilmente dalle eruzioni del vicino Longonot, stratovulcano a sud est del Lago Naivasha. Le fessurazioni del terreno sono state riempite negli anni da ceneri e lapilli, tanto da omogeneizzare la superficie del suolo; che, tuttavia, è rimasta suscettibile alle forti precipitazioni. Può infatti bastare un periodo di piogge intense per riportare in evidenza il problema, attraverso processi di erosione: l’acqua percola gli anfratti rocciosi, rimettendo in luce spaccature formatesi milioni di anni fa. Non a caso la Rift Valley, che segna l’Africa per 3.500 chilometri, coinvolgendo Somalia, Etiopia, Kenya e Tanzania, esiste da prima che l’uomo potesse fare la sua comparsa sulla Terra. Che per pura coincidenza mosse i primi passi proprio in questa area del pianeta. Sono ancora note le gesta del paleantropologo Donald Johanson e della sua equipe quando al suono di Lucy in the sky with diamonds, (celebre canzone dei Beatles), venne scoperta la mamma di tutti noi: una femmina di Australopithecus afarensis, vissuta in Etiopia 3,2 milioni di anni da. Da lei è probabilmente partito il ramo evolutivo che ha dato origine prima all’Homo habilis, poi all’erectus, all’heidelbergensis e quindi al Cro-Magnon, la nostra specie. Dove visse Lucy, la terra si sta letteralmente spaccando in due, preambolo alla formazione di un nuovo continente. Sarà quello che si svilupperà fra 30-40 milioni di anni, e che finirà per spingersi verso l’India, modificando in modo irreversibile i connotati dell’oceano Indiano. Le placche, di fatto, possono essere di due tipi: divergenti e convergenti. In questo caso l’azione contempla quelle divergenti. Allontanandosi, Africa continentale e placca somala, determinano un affossamento, che finirà per ospitare una dorsale oceanica; in pratica, una catena montuosa sottomarina da cui fuoriesce magma, determinando la formazione di nuova crosta. Antitesi alla zona di subduzione (come quella che sorge in corrispondenza della Fossa delle Marianne, il punto oceanico più profondo del globo); dove la crosta terrestre viene invece riciclata, per via di processi geologici che portano all’approfondimento di masse rocciose che finiscono per rientrare nel ciclo litogenetico. Del resto è noto che la Terra non è mai stata uguale a sé stessa e che dalla notte dei tempi cambia le sue caratteristiche geografiche. A 290 milioni di anni fa risale la Pangea, il super continente che interessò la Terra prima di spezzarsi in Gondwana e Laurasia e gettare le basi per la realtà attuale. Ma ancor prima, un miliardo di anni fa, ci fu Rodinia, un'altra imponente massa continentale, che segnò le sorti del mondo per quattrocento milioni di anni. Dunque la grande frattura africana emersa in questi giorni, riconducibile alla Rift Valley, non fa che confermare questa tendenza del pianeta a creare super continenti che poi si separano per dare origine a masse più piccole, in un perenne gioco di forze e frizioni manovrate dal nucleo e dal mantello. E domani? Sarà lo stesso. Pangea Ultima sarà infatti il nuovo supercontinente che si formerà fra 250 milioni di anni quando Africa e Sud America si saranno allontanate così tanto da indurre allo scontro Nord America e Asia, sancendo la nascita di un nuovo immenso oceano.

L’inversione del campo magnetico
Cambia la posizione dei continenti, ma anche le caratteristiche del campo magnetico terrestre. Si sta progressivamente indebolendo e fra non molto potrebbe invertirsi. La notizia gira da un po’ di tempo, ma in questi giorni, a circa 3mila metri di profondità, sotto l’Africa meridionale, è stato registrato un grave calo della sua potenza. Gli esperti dell’Università di Rochester indicano un’area – l’African Large Low Shear Velocity Province – caratterizzata da rocce dense che starebbero influenzando la concentrazione del ferro fuso presente nel cuore del pianeta; alla base della forza espressa dalla magnetosfera. Nel passato ci sono già state inversioni del campo magnetico terrestre, ma l’evento di oggi potrebbe provocare più problemi, per la presenza dell’uomo. Si temono infatti le particelle provenienti dal vento solare, potenzialmente letali per ogni vivente. 

I misteri del nucleo terrestre
Finora non è stato possibile studiare direttamente il cuore del pianeta. Le trivellazioni non superano i dieci chilometri di profondità e dunque la geologia interna del pianeta si può solo ipotizzare. La parte più esterna è rappresentata dalla crosta terrestre, più sottile a livello oceanico, e più spessa in corrispondenza delle aree continentali. In questa sede convergono le celle convettive che partono dal mantello e permettono il continuo movimento delle zolle. Il mantello è diviso in esterno e interno e arriva a 2.900 chilometri di profondità. Il resto, fino a 6.370 chilometri, è appannaggio del nucleo terrestre. Si pensa che il nucleo esterno sia di natura liquida, quello interno di natura solida. Le ultime ricerche condotte dai geofisici della Case Western Reserve University parlano di eccezionali quantità di ferro, dove le temperature superano i 5mila gradi centigradi.

Le zolle stagnanti
A proposito di placche continentali, giunge una notizia dall’Università della California, dove gli studiosi hanno messo in luce la realtà delle cosiddette “placche stagnanti”. Il riferimento è a zolle rocciose che in seguito alla subduzione, anziché guadagnare gli strati più profondi del pianeta, rimangono come “sospese” fra mantello e crosta terrestre. Le analisi indicano la presenza di aree mantellari poco viscose che, in pratica, impedirebbero alle rocce soprastanti di approfondirsi ulteriormente. Un fenomeno che avverrebbe in milioni di anni e che probabilmente, col tempo, potrebbe rimettere in gioco le zolle stagnanti, che verranno disintegrate dal calore terrestre. Intanto prendiamo atto del fatto che la tettonica a zolle decantata da Wegener è in realtà molto più complessa di quello che si pensava. 

giovedì 27 dicembre 2018

Etna, Stromboli, Marsili. Che succede?

Che la geologia italiana sia piuttosto bizzarra, è ormai noto anche ai non addetti ai lavori. Ma era da tempo che non si verificavano così tanti episodi contemporaneamente: terremoto, eruzione dell’Etna, attività dello Stromboli. Cosa sta succedendo? Sfatiamo subito un vocio che si fa insistente nelle ultime ore: il nesso fra i tre episodi non esiste, o meglio, esiste solo per le prime due situazioni, mentre lo Stromboli è un mondo a sé. Anche se, nell’insieme, rappresentano una delle aree sismologicamente più attive del pianeta.  Legate al progressivo scontro che sta avvenendo fra la placca euroasiatica e quella africana. Per ciò che riguarda l’Etna, sotto osservazione è una faglia conosciuta, e da tempo monitorata: la faglia di Fiandaca. Quando l’energia sprigionata dalle viscere della Terra parte da lì, sismologi e vulcanologi rizzano le antenne. Non per incutere paure inutili, ma perché si sa che in quel punto le masse rocciose sono in continuo assestamento. Il rimando è al 1984, quando un evento sismico provocò un morto a Zafferana Etnea. Oggi, però, il timore è che questi sussulti possano anticipare l’apertura di nuove bocche a quote minori, rispetto al cratere principale. L’Etna ribolle da sempre, ma nel 1984 si susseguirono due forti scosse, una del settimo e una dell’ottavo grado della scala Mercalli; e provocarono ingenti danni; con la distruzione pressoché totale della frazione di Fleri, piccolo centro a ventidue chilometri da Catania. Non è l’unica faglia che gracchia sotto il più grande vulcano d’Europa. Ce ne sono numerose. La faglia Pernicana a Nord e il cosiddetto “sistema delle Timpe” a Sud, rappresentano i punti nevralgici del quadro tettonico siciliano. Gli studiosi fanno inoltre notare che, in media, ogni quindici anni, si verificano gravi danni intorno all’area del vulcano, gravissimi ogni trenta. Esiste, dunque, una certa ciclicità, che risponde ad accumuli standardizzati di energia nel sottosuolo, che a ondate periodiche, vengono rilasciate in superficie. Questa volta l’ipocentro è stato registrato ad appena un chilometro di profondità. Com’è tipico dei terremoti vulcano-tettonici, legati alla risalita di magma dal cuore del pianeta. Fenomeni iniziati qualche giorno fa. Preceduti, appunto, da un lungo sciame sismico. E poi la frattura eruttiva nella zona del cratere sud-est, con deflagrazioni e conseguente innalzamento di una vasta nube di cenere. Manifestazioni geologiche che, in ogni caso, non sono direttamente collegate con lo Stromboli e tantomeno con la frana sottomarina del vulcano Krakatoa, dall’altra parte del mondo; che ha causato decine di vittime in Indonesia il 22 dicembre. Del resto lo Stromboli ha una natura completamente diversa dall’Etna. Si trova in una zona geotettonica differente, ed è caratterizzato da un vulcanismo di tipo stromboliano; tipicamente esplosivo, vagamente simile a quello del Vesuvio, mentre l’Etna è di tipo effusivo ed è più facile da gestire (per via di magmi più basici). Il vulcano delle Eolie ha ripreso la sua attività con lancio di lapilli, e lo stato di allerta è passato dal verde al giallo. Anche in questo caso, c’è un po’ di preoccupazione, ma la situazione è sotto controllo. L’eruzione sta avvenendo in corrispondenza della base meridionale, dove si è aperto un nuovo cratere. Non ha relazione con l’Etna. Piuttosto potrebbe averle con il più vicino Marsili. Poco conosciuto, la sua bocca principale si trova a circa quattrocento metri sotto il livello del mare. In pieno Tirreno. Gli studiosi lo conoscono da meno di cento anni, ma sanno che dallo scorso anno la sua attività sismica si è riaccesa. I terremoti sono diventati più frequenti, e spaventa l’idea di un’eruzione sottomarina potenzialmente in grado di sviluppare uno tsunami in grado di raggiungere le coste nazionali in meno di mezzora.

mercoledì 26 dicembre 2018

Tsunami in Indonesia: ecco i motivi

Il riferimento è a una delle aree sismiche più sensibili del pianeta: quella che mette in comunicazione Sumatra con l’isola di Giava. Qui la piattaforma della Sonda, una sorta di prolungamento dell’Asia continentale, si scontra con la placca del Pacifico, formando e distruggendo nuova crosta terrestre. Secondo un principio consolidato che spiega la genesi dei continenti, maturato dallo scienziato tedesco Alfred Wegener nel 1912. In particolare, il vulcano battezzato Anak Krakatau (figlio del Krakatoa), è quel che rimane di una gigantesca esplosione vulcanica avvenuta nel 1883; e che causò un boato udibile fino a 5mila chilometri di distanza, generando uno tsunami con onde alte quaranta metri, in grado di raggiungere la velocità di 300 chilometri all’ora. L’episodio di ieri è stato meno imponente, ma comunque catastrofico. Con onde alte venti metri e probabili frane sottomarine. Non si spiegherebbe altrimenti il silenzio dei sismografi che inizialmente avevano suggerito un generico innalzamento del livello marino, riconducibile a un comune evento mareale. E invece non è stato così. Non ci sono ancora conferme, ma di fronte a un simile aumento del livello delle acque, il problema potrebbe essere imputabile proprio a movimenti rocciosi sottomarini, non registrati dai sismografi. O addirittura potrebbe essere stata la combinazione simultanea di entrambi i fenomeni, alta marea e frana sottomarina, affiancati da una condizione atmosferica favorevole al movimento delle acque verso la terraferma. La tesi della frana sottomarina è sposata anche dagli scienziati della Sapienza di Roma; che riferiscono di un caso simile registrato nel 2002 alle pendici dello Stromboli, nel Tirreno, con onde alte dieci metri; provocato appunto dal collasso di materiale roccioso. Parrebbe, in compenso, escluso l’evento sismico. Gegar Prasetya, cofondatore del Tsunami Research Center, in Indonesia, asserisce che sabato non ci sia stato alcun terremoto, e che dunque l’unico responsabile dell’evento naturale potrebbe essere il vulcano Anak Krakatau. “L’eruzione deve avere reso instabile i pendii del vulcano, e probabilmente un fianco della montagna è crollato su se stesso”, dice Prasetya. E non si esclude che eventi del genere possano essersi verificati nel passato recente, quando le coste non erano ancora occupate da abitazioni. Controverso il parere di Rudi Suhendar, responsabile dell’Agenzia geologica dell’Indonesia. Secondo lo scienziato non c’entrano né il terremoto, né il vulcano, ma solo le condizioni metereologiche. Si appella al fatto che negli ultimi giorni sia caduta nel sud est asiatico molta pioggia, che potrebbe avere in qualche modo innescato l’onda anomala. In queste ore, proprio a causa del maltempo, stanno proseguendo con fatica le ricerche, per dare un senso a questo nuovo episodio catastrofico in una zona già pesantemente martoriata dalle bizzarrie della natura. Rimando non solo al clamoroso boato di fine Ottocento, ma anche a continui fenomeni tellurici ed eruttivi che contraddistinguono il vulcano dagli anni Cinquanta a oggi. Si stima che la montagna cresca di tredici centimetri alla settimana; confermando il grande dinamismo della crosta sottostante. Influenzata dai movimenti del mantello, che comunicano con l’esterno attraverso moti convettivi, che spingono verso l’alto il magma. Dal 2007 si può dire che il vulcano non stia fermo un attimo. Liberando in continuazione gas, ceneri e lapilli. Da tempo gli scienziati suggeriscono di mantenersi ad almeno tre chilometri di distanza dal vulcano. Ieri, l’ultima drammatica sentenza dell’Anak Krakatau.

martedì 28 febbraio 2017

Il vulcano alle porte di Roma


Ariccia, Nemi, Valle Marciana, Albano. È qui che il terreno si sta alzando di un paio di millimetri all'anno. Gli studiosi ritengono che il fenomeno possa essere dovuto all'accumulo di magma nelle profondità della terra. Di cosa si tratta? Di un'area geografica che, di solito, parlando di vulcani, non viene presa in considerazione. Si discute, infatti, di Etna, che ha ripreso a brontolare pochi giorni fa; Vesuvio, che tace dal 1944; e Stromboli, con un'attività esplosiva che, di tanto in tanto, torna a farsi sentire; ma non di un complesso di coni vulcanici situato a pochi chilometri da Roma. Eppure qualcosa di strano sta succedendo a sud-est della capitale, in corrispondenza dei Colli Albani, distretto vulcanico che ha emesso lava l'ultima volta 36mila anni fa. Una data che, associata ai "rigonfiamenti" dei terreni limitrofi, induce gli scienziati a interrogarsi su un'attività geologica che, pur non destando preoccupazione (imminente), sollecita una vaga inquietudine. Perché gli studi effettuati da un secolo a questa parte hanno permesso di evidenziare un ciclo eruttivo periodico e preciso: ogni 36mila anni, circa, il vulcano ricomincia a farsi sentire. Una storia che prosegue ininterrottamente da 600mila anni. E che induce, appunto, i geologi a credere che ci sarà presto o tardi una nuova eruzione. Quando? Impossibile dirlo, ma parrebbe inevitabile.

Le più antiche eruzioni nella zona risalgono a quasi un milione di anni fa; ma il motore magmatico dei Colli Albani si è ufficialmente acceso 600mila anni fa, con la cosiddetta fase del Tuscolano-Artemisio. Domina la cultura acheuleana, con reperti provenienti da Amiens, in Francia, che attestano la presenza dell'Homo heidelbergensis, antenato dell'Uomo di Neanderthal. Le eruzioni proiettano in aria quantità enormi di materiale piroclastico, che si accumula dove nel 753 a.C. nascerà la città eterna. Sono tufi e pozzolane di cui i romani si serviranno per costruire le loro dimore. Ogni 30-45mila anni tutto tace, per poi riprendere come se nulla fosse successo. Passano altri 57mila anni e si entra nella fase delle Faete. Va da 400mila a 200mila anni fa. I vulcani laziali sputano cenere e lapilli, imitando l'esplosività dello Stromboli. Cambiano i connotati del paesaggio. Si alternano periodi glaciali e interglaciali. I ghiacci dell'emisfero boreale arrivano a coprire mezza Europa: al posto delle future Berlino e Amsterdam ci sono centinaia di metri di ghiaccio. Scompare l'Homo erectus e si affermano i neandertaliani. Ma l'Europa del sud è in controtendenza e al gelo del settentrione risponde con temperature incandescenti. Una colata di lava arriva dove sorgeranno i confini di Roma e il cammino dell'Appia, che verrà costruita proprio sul tracciato disegnato dal magma. 200mila anni fa inizia a sputare fuoco il cratere di Ariccia; poi entrano in azione quello di Nemi (150mila anni fa), al centro dei Colli Albani, e della Valle Marciana (100mila anni fa).

Oggi, dunque, si sta rimettendo tutto in moto e gli scienziati si interrogano sulle bizzarrie geologiche di quest'area; che non è riconducibile ad altri fenomeni vulcanici registrati nei millenni nel centro Italia. Qui, infatti, agiscono forze "compressive" che in pratica cicatrizzano le fratture della roccia sottostante, soffocando l'energia sprigionata dalle faglie e il magma proveniente dal mantello; che a lungo andare, però, spinge contro la crosta terrestre provocando nuove rotture, che predisporrebbero all'uscita della lava. Un'"inversione di rotta" che, di fatto, confrontandoci con l'ultima fase dell'Olocene (la subatlantica), è già avvenuta, su per giù 2mila anni fa; è dunque del tutto plausibile che a pochi chilometri da Roma una camera magmatica si stia riempiendo di nuovo materiale rovente, pronto a brillare in un futuro non troppo lontano; forse fra decine o centinaia di anni, che in termini geologici sono comunque inezie. Si parla infatti di ere per definire raggruppamenti geocronologici che risalgono agli albori della Terra, e che presuppongono cambiamenti geologici che non possono essere minimamente paragonati all'esistenza media di un uomo.  

E' presumibile supporre che il problema riguarderà i nostri discendenti che, preparati all'evento, avranno tutto il tempo per correre ai ripari. Anche a loro, infatti, si penserà durante i lavori che permetteranno nei prossimi mesi di mettere ulteriormente in luce quel che sta succedendo nel sottosuolo a sud est della città eterna. Si vuole, infatti, valutare con precisione il motivo dei rigonfiamenti del terreno nei dintorni di Roma; per poi, eventualmente predisporre un monitoraggio costante che, a differenza di quel che accade in sismologia, ci permetterà di prevedere con anticipo il prossimo patatrac naturale.

Vulcani sottomarini
E c'è un altro vulcano che non viene mai menzionato: il Marsili. Anche perché nessuno lo può vedere. Il suo cratere, infatti, risiede quattrocento metri sotto la superficie del mar Tirreno. Ma anche in questo caso il riferimento è a un complesso vulcanico - il più grande d'Europa - che potrebbe riaccendersi. L'hanno dimostrato dei movimenti tellurici avvenuti in risposta ai recenti terremoti appenninici. Si sono, infatti, registrate scosse di magnitudo 3,2 a 4 chilometri di profondità. Non si prevedono eruzioni imminenti, tuttavia il vulcano viene tenuto sotto osservazione, perché un'eventuale fuoriuscita di magma, potrebbe provocare un potente tsunami che si abbatterebbe sulle coste dell'Italia sud occidentale.

Il vapore dell'Etna
Ben più noto è invece l'Etna che pochi giorni fa ha prodotto un insolito spettacolo: gli anelli di fumo, tecnicamente noti come "aureole di vapore". Il vapore viene espulso da piccole fenditure del vulcano, e inizia a vorticare muovendosi verso l'alto alla velocità di un chilometro all'ora. L'Etna erutta frequentemente e mostra un'attività costante da migliaia d'anni a questa parte. È caratterizzato da quattro crateri principali, tre dei quali si sono formati dal 1911 a oggi. Nel 1610 le eruzioni proseguirono imperterrite per dieci anni, con l'emissione di oltre un miliardo di metri cubi di lava. L'ultima grande eruzione risale al 14 dicembre 1991.

Sos Vesuvio

A fare più paura di tutti però rimane il Vesuvio. Recentemente l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha rivelato che se dovesse esplodere coinvolgerebbe con ceneri e lapilli un’ampia area del territorio campano. Si alzerebbe in cielo una colonna eruttiva di 15-20 chilometri che poi ricadrebbe al suolo impattando sulle infrastrutture, causando gravi difficoltà respiratorie e inquinamento delle acque. Altri danni sarebbero provocati dalle colate piroclastiche capaci di raggiungere i 100km/h e dalle colate di fango che si protrarrebbero anche dopo la fase eruttiva. C’è però già pronto un piano di evacuazione che riguarderebbe 25 comuni, per un totale di 672.514 abitanti. 

venerdì 28 ottobre 2016

Il rischio sismico: in Italia e nel mondo

Le placche continentali

Si potrebbe pensare alle macchinine degli autoscontri che scivolano sulla pista e di tanto in tanto collidono. E' così che funziona la Terra. Le automobili sono i continenti, e la pista è rappresentata dall'astenosfera, la parte più superficiale del mantello terrestre; uno strato caratterizzato da moti particolari - detti convettivi - che interferisce con quelli rocciosi soprastanti, determinando il tipico dinamismo delle terre emerse. Così sono nate le montagne, così si sono formati i continenti. Una storia che prosegue da oltre quattro miliardi di anni, e ha portato a numerosi cambiamenti nelle caratteristiche strutturali del pianeta.

Duecento milioni di anni fa esisteva un unico blocco continentale, la Pangea, che iniziò a frantumarsi 180 milioni di anni fa, dividendosi in Laurasia e Gondwana. Dalla Laurasia si formarono l'Europa (e quindi l'Italia), il Nord America e l'Asia nord occidentale; dal Gondwana, Africa, Sudamerica, India e Australia. Oggi i continenti stanno continuando a scappare l'uno dall'altro, e già si prevede quel che potrà accadere fra 250 milioni di anni: la formazione della Pangea Ultima. Ancora un supercontinente. Il risultato della collisione fra Europa e Africa e dell'incontro/scontro fra Africa e Nord America. O potrebbe formarsi l'Amasia, dal confronto fra Asia e Nord America. L'Italia non ci sarà più, ma rimarranno le sue tracce sedimentarie intrappolate da qualche parte. Fra trecento milioni di anni, comunque, si tornerà a una nuova frammentazione, ciclo che continuerà a ripetersi finché il sole non esaurirà tutta la sua energia, trasformandosi in una gigante rossa e disintegrando (quasi) tutti i pianeti che gli girano intorno.

E i terremoti? Sono il motore di questi movimenti; con l'attività vulcanica, cui sono strettamente legati. A seguito dell'interazione fra le placche, infatti, i continenti si avvicinano o si allontanano, dando luogo alle aree di subsidenza e alle dorsali oceaniche. E' il succo della cosiddetta tettonica a zolle, interpretata per la prima volta dallo studioso tedesco Alfred Wegener nel 1912.

La tettonica a zolle: dorsali e aree di subduzione


Le prime riguardano lo scontro fra placche: una zolla s'insinua sotto l'altra, causando forti terremoti e potenti eruzioni. Si verifica in varie parti del mondo, ma l'esempio più efficace riguarda il punto di incontro fra la zolla delle Filippine e quella del Pacifico. 

Qui sorge la fossa delle Marianne, il punto oceanico più profondo della Terra, circondato da numerosi vulcani sottomarini. La zolla pacifica è molto vasta, e dall'Oceania finisce per lambire i confini della placca nordamericana, altra zona fortemente sismica. La famosa faglia di Sant'Andrea è ricordata per avere ospitato alcuni fra i più potenti terremoti mai registrati dall'uomo. Scorre per oltre mille chilometri, attraversando la California, e toccando città popolose come Los Angeles e San Francisco. Da tempo si parla del pericoloso Big One, il famigerato terremoto che secondo alcuni esperti potrebbe addirittura staccare la California dal continente.


In corrispondenza delle dorsali oceaniche, invece, nuova crosta terrestre viene prodotta; e i continenti, anziché scontrarsi, si allontanano. Sono catene montuose sottomarine che arrivano a caratterizzare i fondali oceanici per una lunghezza complessiva che supera i 60mila chilometri. Vere e proprie faglie che riemergono, sputando fuoco. Le Azzorre sono un esempio. L'Islanda, un altro. Anche in questo caso i terremoti - più superficiali che altrove - sono all'ordine del giorno e giustificano ancora una volta il lento ma inarrestabile cammino dei continenti.



Il caso italiano



Nella classifica dei paesi più sensibili all'attività sismica, l'Italia occupa i primi posti. Anche da noi, infatti, ci sono aree di subduzione che determinano periodici movimenti tellurici. La prima si trova in corrispondenza dell'incontro fra la zolla adriatica e la placca europea. La pressione che esercita verso settentrione, ha portato alla nascita delle Alpi. Ancora oggi è in piena attività e comporta lo spostamento del limite occidentale verso est di 40 millimetri l'anno. A sua volta la placca africana scivola sotto quella adriatica nei mari meridionali del Belpaese. E c'è l'arco calabro-peloritano, zona altamente sismica, delimitata da confini ancestralmente riconducibili alla geologia della Sardegna e della Corsica.


Alla luce di ciò si comprende perché in Italia si verificano ogni giorno dei terremoti. 

Le statistiche indicano che dei 1.300 eventi tellurici più significativi avvenuti nel secondo millennio nell'area mediterranea, cinquecento hanno interessato lo Stivale. Fortunatamente molti episodi sono così leggeri da essere percepiti solo dai sismografi (o da persone particolarmente sensibili); tuttavia può capitare che l'energia accumulata in una faglia possa essere tanto elevata da sprigionarsi in un solo colpo, causando scosse di forte intensità che possono provocare gravi danni e mettere a repentaglio la vita delle persone.  Quali sono le zone italiane più a rischio?

Il rischio geologico in Italia


Sicuramente tutta la zona dell'Italia centrale, dove si sono verificati i più recenti fenomeni sismici. La zona dell'Aquila, in Abruzzo, dove è avvenuto il terremoto del 6 aprile 2009, con 309 vittime. La scossa ha interessato tutto il centro Italia. Qualcosa di simile accadde nel 1915, ad Avezzano, con 33mila morti. Amatrice, il 24 agosto di quest'anno; in corrispondenza di una zona litologica interessata da una progressiva distensione degli Appennini, dovuta all'Adriatico che si muove verso nord est, in contrapposizione al movimento appenninico che guarda verso il Lazio.

Poco più a sud c'è l'Irpinia, segnata da un disastroso terremoto nel 1980. I geologi stimarono il coinvolgimento di più faglie che provocarono una scossa che durò novanta interminabili secondi. In Campania ci furono terremoti altrettanto violenti nel 1910 (Calitri) e nel 1962 (Ariano Irpino). A sud, in Sicilia, nel 1908 si ebbe un catastrofico sisma con la decimazione di gran parte della popolazione di Messina e di Reggio Calabria. I sismologi riferiscono oggi di una struttura a "graben", indicando una depressione geologica sede di numerosi eventi tellurici che progressivamente hanno allontanato la Sicilia dal continente; un punto nevralgico della tettonica italiana denominato "siculo-calabrian rift zone".

L'arco calabro-peloritano
Altra zona fortemente sismica è quella in corrispondenza delle faglie che caratterizzano il cuore del Friuli Venezia Giulia. Il 6 maggio 1976 si ebbe una scossa di 6,4 gradi della scala Richter, con gravissimi danni alle città di Udine e Pordenone e l'estrazione di 989 corpi senza vita dalle macerie. Responsabile, la placca adriatica, che spingendo verso nord, con una velocità di due millimetri all'anno, provocò più rotture di faglia, con lo sviluppo di una fra le più potenti scosse sismiche mai registrate in nord Italia.

Nessuna area immune dai terremoti? Forse un paio, ma nessuno metterebbe la mano sul fuoco. Si può citare il territorio compreso fra la Lombardia occidentale e il Piemonte orientale, e l'estremità meridionale della Puglia. Entrambi appartengono alla zona 4, con un rischio sismico giudicato "minimo". 

venerdì 14 febbraio 2014

Il brodo primordiale? Frutto delle eruzioni vulcaniche


Come e quando si formarono le prime proteine dal brodo primordiale è sempre stato un mistero per gli scienziati, ma ora grazie a un nuovo studio condotto in Usa la soluzione del problema potrebbe essere vicina. Secondo il team di ricercatori guidato da Reza Ghadiri, dello Scripps Research Institute di La Jolla, California, le proteine si sarebbero sviluppate oltre tre miliardi e mezzo di anni fa, a partire dall’azione dei gas vulcanici sugli amminoacidi: i prodotti aeriformi del magma sono composti in media per più del 90% di acqua, mentre gli altri gas principali sono l’anidride carbonica, l’ossido di carbonio, l’idrogeno, l’acido solforico e cloridrico. Gli esperimenti statunitensi hanno in particolare dimostrato che gli amminoacidi sottoposti all’azione del carbonil sulfide (COS), uno dei gas minori emessi durante la fuoriuscita di lava o di altro materiale piroclastico, si aggregano tra loro per dare origine ai peptidi, le strutture basilari di cui è formata ogni proteina: le catene polipeptidiche si sarebbero formate in laboratorio nel giro di poche ore e in alcuni casi minuti, attraverso processi chimici come la alchilazione, l’ossidazione e la catalisi del metallo. “Non sappiamo niente della presenza del carbonil sulfide nell’atmosfera prebiotica – ha spiegato Ghadiri - ma era probabilmente significativa. Oggi, questo composto è lo 0,1% del gas fuoriuscito dai vulcani”. Le ricerche degli scienziati di La Jolla offrono l’opportunità di comprendere un passaggio evolutivo rimasto ancora in parte oscuro, che in sostanza riguarda la genesi delle primitive forme di vita a partire da semplici molecole organiche. Il cosiddetto brodo primordiale ebbe origine dall’interazione di numerosi fattori, concernenti un’atmosfera molto rarefatta formata da nubi di idrogeno, monossido di carbonio, ammoniaca e metano, e tempeste elettriche e fulmini che guizzavano sulle terre emerse e sui mari; (esperimenti compiuti in laboratorio negli ani ’50 hanno dimostrato che tutti questi gas mischiati a vapore acqueo ed esposti a scariche elettroniche e a luce ultravioletta dopo una settimana creavano un miscuglio di molecole complesse come zuccheri, acidi nucleici e amminoacidi). In seguito si svilupparono le proteine e soprattutto il Dna, l’acido desossiribonucleico che con le sue caratteristiche legate alla capacità di replicarsi permise all’improvviso la comparsa dei batteri più antichi, e da lì progressivamente anche di tutte le altre forme biologiche sempre più complesse. 

giovedì 28 aprile 2011

La montagna di fuoco


Una nube di cenere e lapilli alta quattro chilometri come non se ne vedevano da decenni. E una lunga colata di fango nel letto semiprosciugato del fiume Gendol. Un'eruzione simile a quella che contraddistinse Pompei ed Ercolano duemila anni fa. È il 26 ottobre 2010, quando gli abitanti di Argomulyo, in Indonesia, a circa diciotto chilometri dal cratere Merapi, si ritrovano circondati da colate di materiale piroclastico, dette lahar. Alcune case crollano su se stesse. Per fortuna il giorno prima un'evacuazione generale ha consentito di proteggere più di 100mila persone, ospitate in rifugi temporanei. Qualche anziano del posto ricorda ancora l'evento del 1930 che costò la vita a 1.300 persone. Sanno bene che il vulcano Merapi è contraddistinto da un magmatismo di tipo “esplosivo”, caratterizzato da eruzioni violente e improvvise, pressoché impossibili da gestire. Il Merapi, battezzato dagli indigeni “la montagna di fuoco”, sorge in un punto della crosta terrestre estremamente sensibile, in corrispondenza dell'incontro fra la placca euroasiatica e quella australiana. In questo punto del globo si ha un processo di subduzione attraverso il quale la crosta terrestre viene in pratica “riciclata”: la zolla più densa scorre sotto quella più densa creando i presupposti per lo sviluppo di processi magmatici e sismici di notevole intensità. «Il Merapi è uno dei tanti vulcani che costituiscono la cosiddetta “cintura di fuoco”», ci racconta Piergiorgio Scarlato, responsabile del laboratorio di geofisica sperimentale dell'Istituto Nazionale geologia Vulcanologia (INGV) «una striscia di terra lunga migliaia di chilometri con 140 vulcani attivi. In media, ogni anno, in quest'area geografica si hanno da quattro a sei eruzioni. Gli abitanti del luogo convivono da sempre col pericolo di vedere le proprie case soccombere alla furia dei “giganti di fuoco”». In particolare, Il Merapi, è uno dei vulcani più attivi del mondo. Dal 1548 a oggi ha eruttato 68 volte: in media un'eruzione dura da uno a cinque anni, provocando parziali collassi del cratere centrale, con lo sviluppo di pericolosi flussi piroclastici e gas che possono avanzare per chilometri e chilometri fino a 110 chilometri all'ora. Dal 1992 al 2002 si sono avute parecchie eruzioni con numerose vittime: 43 solo durante l'evento del 1994. Secondo gli esperti dell'International Association of Volcanology and Chemistry of the Earth's Interior (IAVCEI) è molto utile studiare la realtà dei vulcani indonesiani, perché presentano caratteristiche per molti aspetti comparabili a quelli italiani: «Ci sono strette similitudini fra il vulcanismo indonesiano e quello italiano», continua Scarlato, «certamente in Italia non abbiamo tanti vulcani come in Indonesia, tuttavia anche da noi, l'area geografica compresa fra il Vesuvio, i Campi Flegrei, e i Colli Albani, è suscettibile a questo tipo di magmatismo». In Italia il fenomeno è provocato dall'arretramento della placca africana, che scivola sotto quella tirrenica di circa un millimetro all'anno, coinvolgendo i primi chilometri di crosta terrestre. Si ha anche qui, in pratica, un processo di subduzione, analogo a quello che si sta verificando in Indonesia.

I vulcani indonesiani

Ma qual è il meccanismo che provoca un'eruzione di tipo esplosivo al Merapi? «L’edificio vulcanico del Merapi si è formato in una zona interessata dalla presenza di successioni di carbonati», spiega Scarlato. «Nei lavori che stiamo conducendo abbiamo dimostrato che quando un magma viene a contatto con una roccia carbonatica vengono rilasciate quantità considerevoli di diossido di carbonio e soprattutto in tempi molto più brevi rispetto a quelli ritenuti fino a oggi. Durante la risalita verso la superficie il magma incontra le rocce carbonatiche, con le quali reagisce assimilandole. Questo processo avviene in tempi dell’ordine delle poche decine di secondi ed è accompagnato dalla crescita altrettanto veloce di bolle di CO2. Nel caso dell’ultima eruzione, l’arrivo improvviso di nuovo magma o un terremoto potrebbero aver accresciuto la pressione del diossido di carbonio nel sistema, causando l’inasprimento dell’attività esplosiva con il passare delle ore». Con ciò è lecito preoccuparsi non solo dei rischi imminenti legati ai flussi piroclastici, ma anche delle quantità abnormi di anidride carbonica che vengono liberate, andandosi a sommare a quelle di origine antropica. «Il pericolo dell’incremento della concentrazione di diossido di carbonio nell'aria, associato alle eruzioni vulcaniche, è assolutamente reale», ammette Scarlato, «soprattutto in aree densamente popolate come l'Indonesia: solo la città di Yogyakarta conta 3,5 milioni di abitanti. La prova ci è fornita da studi sperimentali, ma anche da calcoli effettivi compiuti in zone vulcaniche». Il legame fra effetto serra e vulcanologia è confermato anche da numerosi altri studi. Alcune stime effettuate dagli esperti dell'US Geological Survey rivelano che ogni anno l'attività vulcanica provoca nel mondo la liberazione di 130-230 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Calcoli di questo tipo sono stati fatti anche in occasione dell'eccezionale eruzione vulcanica dell'Eyjafjallajokull, avvenuta la scorsa primavera in Islanda, che ha mandato in tilt la circolazione aerea di mezzo mondo. In quell'occasione il vulcano avrebbe emesso giornalmente 15mila tonnellate di biossido di carbonio.

In fuga dall'eruzione

mercoledì 29 settembre 2010

Scoperte le dorsali oceaniche a crescita lenta


Le hanno battezzate dorsali a crescita lenta. E corrispondono a quelle aree sottomarine, dove lo sviluppo di nuova crosta terrestre avviene con calma e sporadicità: rispetto a quelle tradizionali (come la dorsale medio-atlantica e quella del Pacifico orientale) dove le eruzioni sono invece frequenti, e la formazione di nuova crosta è un fenomeno misurabile nel tempo. Questo tipo di strutture geologiche sono caratterizzate da un magmatismo peculiare, e da un numero limitato di coni vulcanici. Il magma è contrassegnato da elevate quantità di sodio e potassio: elementi di solito scarsamente presenti nei substrati delle altre catene sottomarine. I vulcani si trovano spesso molto distanti gli uni dagli altri. Le tracce di eruzioni sono insignificanti e la quantità di rocce provenienti dal mantello è minima. Secondo gli esperti rappresentano il 40% delle dorsali oceaniche di tutto il pianeta. E complessivamente misurano 20mila chilometri. Lo studio è stato condotto dal geologo marino Henry Dick del Deep Ocean Exploration Institute, in Massachusetts (Usa) e pubblicato da Nature.

giovedì 22 aprile 2010

Le super-eruzioni avvengono ogni 100mila anni. La prossima potrebbe non essere lontana

Yellowstone nel Wyoming (Usa), Campi Flegrei in Italia, Lago di Taupo in Nuova Zelanda. Sono queste le aree dove potrebbe verificarsi in un futuro non troppo lontano una super-eruzione. Il riferimento è a supervulcani in grado di emettere fino a 300chilometri cubi di magma durante una sola eruzione. Fenomeni così potenti, in media, avvengono ogni 100mila anni. La più recente super-eruzione risale a 74mila anni fa, contraddistinse il Lago Toba, a Sumatra, e quindi la prossima potrebbe non essere lontanissima. In quell'occasione ci fu il rilascio di 1000chilometri cubi di magma in un solo colpo. Eruzioni di questo tipo sono 10 volte più distruttive dell'impatto di un asteroide, dicono gli esperti della Geological Society di Londra. Eventi geologici analoghi, in epoche ancora più remote, provocarono la sparizione di molte specie animale e vegetali. 250milioni di anni fa, nel Permiano, per esempio, a causa di una super-eruzione avvenuta in Siberia, scomparve il 90% delle specie marine. Per quanto riguarda il presente il problema non è domandarsi “se” ci sarà una super-eruzione, ma “quando” ci sarà, rivela Bill McGuire direttore dell'Aoin Benfield Hazard Research Centre presso l'University College di Londra. Secondo le ricostruzioni fatte dagli scienziati della Geological Society di Londra una super-eruzione potrebbe provocare la distruzione totale di un territorio vasto quanto l'intera Europa o il Nord America. In più ci sarebbero gravissime ripercussioni a livello climatico in tutto il mondo.

sabato 17 aprile 2010

L'eruzione del vulcano Eyjafjallajokull potrebbe provocare un'estate più fredda del normale

Le ceneri del vulcano del ghiacciaio di Eyjafjallajokull, in Islanda, potrebbero influire sul clima della Terra se raggiungeranno la stratosfera. In tal caso rischiamo di andare incontro a un'estate più fredda del normale. È il parere di uno scienziato austriaco, secondo il quale il fenomeno potrebbe avere un “effetto refrigerante perché ridurrà la radiazione solare”. Dello stesso avviso anche il meteorologo italiano Paolo Ernani, convinto che il raffreddamento provocato dalle ceneri del vulcano islandese potrebbe sommarsi a quello determinato dal notevole numero di precipitazioni nevose avvenute nell'ultimo inverno e alla riduzione delle macchie solari. “Nube di cenere, nevosità e diminuzione delle macchie solari potrebbero insieme creare una tendenza contraria al riscaldamento del pianeta”, rivela Ernani. L'imminente futuro del clima in Europa dipenderà dunque dall'azione dei venti, che potrebbero realisticamente creare un sottilissimo strato di particelle sull'emisfero settentrionale, tale da impedire il normale passaggio dei raggi solari. “Mai visto nulla di simile”, ha dichiarato ieri Vihjalmur Eyjolfsson, un agricoltore di 86 anni, proprietario dei terreni che sorgono in prossimità del ghiacciaio Eyjafjallajokull, sotto il quale è cominciata l'eruzione pochi giorni fa (14 aprile). Gli esperti fanno riferimento a una situazione analoga, verificatesi con l'esplosione del vulcano Krakatoa nel 1883, perfettamente documentata, che immise nell'atmosfera miliardi e miliardi di tonnellate di pulviscolo e di fumi, provocando un abbassamento medio delle temperature di mezzo grado. "La più grande eruzione mai verificata in Islanda, invece, è quella del vulcano Laki, nel 1783", raccontano i tecnici dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). "Una nube di cenere coprì quasi tutto l'emisfero settentrionale. Quella che doveva essere una stagione estiva fu completamente annullata da un inverno freddo con carestie in tutta Europa e anche in Nord America". In realtà non tutti gli scienziati la pensano così. Gli studiosi dell'Istituto di meteorologia tedesco Max Planck di Amburgo, per esempio, ritengono che il vero problema non siano le ceneri, ma l'acido solforico che però, in questo frangente, non risulta particolarmente abbondante. E quindi non avrebbe senso prevedere un'estate più fredda del solito.



In ogni caso l'eccezionale eruzione ha provocato e sta provocando grossi disagi ai viaggi aerei. Sono saltati numerosi voli soprattutto nel Regno Unito e in Scandinavia. Le ceneri vulcaniche non impediscono solo l'oscuramento della vista dei piloti, ma anche l'inceppamento delle eliche degli aerei, fondamentali per il corretto funzionamento di un mezzo volante. A questo punto in molti si chiedono se la nube di polvere e cenere riuscirà a varcare le Alpi, creando problemi (nelle prossime ore) anche in Italia. “Se mai dovesse arrivare da noi, sarà già molto dispersa”, assicurano gli scienziati dell'Ingv. "Ora stiamo valutando la sua consistenza, anche se la presenza di sistemi nuvolosi più alti in quota ne disturba l'osservazione". Ma da cosa è composta esattamente la nube di cenere? I vulcanologi parlano di un mix di vapor acqueo, anidride solforosa, composti a base di fluoro e polveri vulcaniche a base di silicio. Il fenomeno è figlio del contatto esplosivo avvenuto fra il magma incandescente del vulcano e il ghiacciaio gelido soprastante. Difficile, in ogni caso, prevedere l'andamento dell'eruzione. Benché i vulcanologi siano propensi a credere che l'emissione di lava proseguirà per molte settimane: “Eruzioni di questo tipo sono difficili da interpretare”, afferma Magnus Tumi Gudmunsson, professore islandese di geofisica, “possono durare qualche giorno, ma anche più di un anno”. Preoccupa peraltro l'idea che possa riattivarsi il vulcano Katla, che sorge a poca distanza dal vulcano Eyjafallajokull, complicando ulteriormente le cose: la sua ultima eruzione risale al 1981. Oggi il caos aereo si percepirà anche in Italia per almeno 24 ore. Agli aeroporti di Fiumicino e Ciampino sono sospesi dalle 6 di stamane tutti i voli diretti sul nord Europa, a Genova, Milano, Torino, Bergamo e Bologna. Per quanto riguarda il nord della penisola l'Enac, ha disposto "l'interdizione al volo strumentale di tutto il nord Italia fino a 35mila piedi, vale a dire 10.668 metri, dalle 6 alle 14 di sabato". Cancellati gran parte dei voli Ryanair da Orio al Serio fino alle 13 di lunedì 19 aprile. Per sopperire a questa grave difficoltà nei trasporti si son fatte avanti le Ferrovie dello Stato, che hanno potenziato i collegamenti su rotaia fra le regioni settentrionali e il resto d'Italia. Previste anche 6 corse in più per il Frecciarossa, il treno superveloce inaugurato da poco più di un anno.

venerdì 12 marzo 2010

L'"oceanizzazione" del Mar Tirreno

Il mar Tirreno si espande di venti centimetri l’anno. Lo dicono studiosi dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia sulla rivista Geology. Secondo gli scienziati si tratta di un processo di “oceanizzazione” che avviene più velocemente rispetto a ogni altro posto del mondo. In pratica, dicono i ricercatori, al largo del Tirreno, più o meno in corrispondenza della città di Cosenza, si forma ex novo della crosta terrestre, esattamente come accade in pieno oceano Atlantico. Gli studiosi sono giunti a ciò valutando il magnetismo delle rocce. Secondo gli esperti il processo di oceanizzazione del Tirreno è iniziato circa 10milioni di anni fa. La zona interessata dal fenomeno si trova a ridosso del più grande vulcano europeo: il Marsili (nella foto), un gigante sommerso ancora più grande dell’Etna.

venerdì 12 febbraio 2010

Vulcani contro l'effetto serra

Una proposta 'bizzarra' per guarire il pianeta dal surriscaldamento globale: provocare delle esplosioni vulcaniche. L'idea è stata avanzata da scienziati dell'Università di Calgary, in Canada, e del Michigan, in Usa. Secondo gli studiosi questa tecnica consentirebbe l'immissione nell'atmosfera di particelle capaci di assorbire il calore del sole, abbassando di conseguenza la temperatura dell'aria. A queste conclusioni gli scienziati sono giunti dopo aver seguito l'eruzione del Pinatubo nel 1991, nelle Filippine. In quel frangente la temperatura si abbassò di 0,5°C. L'alternativa è quella di sparare acqua marina nel cielo. Il sale marino, infatti, è in grado di sviluppare nuove nuvole che, impendendo ai raggi solari di raggiungere la superficie terrestre, porterebbero a un abbassamento delle temperature.

sabato 7 novembre 2009

ETNA IN ERUZIONE

Dopo 4 mesi di silenzio l'Etna (nella foto in un'immagine di archivio) - il più importante vulcano italiano - torna a farsi sentire. La nuova eruzione è iniziata ieri sera alle 21.24: gli strumenti di monitoraggio dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) hanno, infatti, iniziato a registrare, sulla sommità del cono vulcanico, bagliori sempre più evidenti che provenivano dal fianco orientale del cratere di sudest (a circa 3mila metri di quota), riconducibili ad attività esplosiva di tipo stromboliano. La fuoriuscita di magma è andata aumentando nelle ore successive, con bagliori sempre più intensi e formazione di lapilli: i vulcanologi hanno individuato getti di lava alti una decina di metri. 7mila le tonnellate di anidride solforosa emesse dall'inizio dell'eruzione che, comunque, non dà preoccupazioni. "Difficilmente questo tipo di eventi in sommità creano problemi - dice a Spigolature Scientifiche Marco Neri, dell'INGV -. In ogni caso stiamo assistendo a un processo di degassamento che va avanti da ieri sera". In questo momento una squadra di tecnici e scienziati sta raggiungendo la cima del vulcano per fare luce sulla situazione: "Dovrebbero essere già arrivati in cima - prosegue Neri -. Oggi, del resto, non abbiamo altro modo per conoscere l'evoluzione del fenomeno, viste le condizioni di maltempo che impediscono l'azione regolare delle telecamere".

sabato 24 ottobre 2009

Scoperto 'buco' lunare dove potrebbe sorgere la prima casa degli astronauti

Sonda giapponese individua sul suolo lunare un buco che potrebbe scorrere in profondità per centinaia di metri. Secondo gli esperti potrebbe rappresentare il luogo ideale dove costruire la prima base per gli astronauti. Era da un paio di anni che un team di planetologi della Jaxa, l'agenzia spaziale nipponica, stava perlustrando la superficie lunare in cerca di questo tipo di strutture geologiche, particolarmente stabili e potenzialmente utilizzabili come 'ripari' dalle radiazioni cosmiche. Il 'buco' individuato si trova nei pressi delle colline "Marius Hills" e presenta un diametro di circa 65 metri. Difficile risalire alle sue origini. Gli studiosi, comunque, pensano possa essere il risultato di un'eruzione vulcanica avvenuta miliardi di anni fa. In questo momento la sonda statunitense Lunar Reconnaissance Orbiter della Nasa sta approfondendo le caratteristiche della particolare formazione geologica fotografandola nei dettagli. È un periodo di grande fermento per ciò che riguarda l'esplorazione lunare, a riprova del fatto che fra non molto (entro il 2020?) l'uomo tornerà a far visita al nostro unico satellite. Poco tempo fa un missile ha centrato la luna sollevando polvere e detriti che, una volta analizzati, potranno rivelare la definitiva presenza di acqua, rivoluzionando completamente la geofisica del satellite. Secondo Larry Taylor dell'Università del Tennessee, "è molto probabile che ogni tonnellata di suolo lunare sia composto al 25% di acqua".

venerdì 4 settembre 2009

Dicembre 2012: ecco gli scenari più o meno plausibili

Si parla tanto della fine del mondo fissata (secondo il calendario Maya) per il mese di dicembre del 2012. Indubbiamente si tratta di una profezia male interpretata, in ogni caso ecco quali sono i rischi reali per la Terra per i prossimi anni (utilizzando una scala da 0 a 10): si va dall'attacco alieno, alla terza guerra mondiale, dal collasso delle api, alla collisione fra pianeti...

1. Alien invasion/government confirmation of extraterrestrial contact
Where do you start? Alien invasion has been the subject of great works of fiction since HG Wells published War of the Worlds in 1898. Fear of such an attack, be it from Mars, a species from outside our galaxy or beings from other dimensions, tends to wax and wane with the general state of anxiety on Earth - researchers have found that fear of attack by aliens tends to rise at times of heightened fear about more terrestrial threats. Believers cite increasing numbers of UFO sightings, the supposed crash of a disc at Roswell, New Mexico, in 1947 and several seemingly credible photographs and videos of strange craft in our skies as evidence that such a threat is increasing.

Evidence: Photographs, videos, official releases that prove how governments around the world have monitored UFO activity for more than 50 years, stories by abductees... the list goes on and on. But do any of these suggest that we're about to be taken over by a race of grey humanoids with large black eyes at any time in the future, let alone in 2012?

Likelihood: 0.1/10

2. Nibiru/Planet X/Wormwood

Thousands of web forums and sites propose the belief that sometime in the early years of the 21st century, a previously undiscovered planet will collide with or pass very close to the Earth destroying civilisation or causing a massive planetary cataclysm. Nibiru was invented in the late 1960s by Zechariah Sitchin in a book. According to Sitchin, Nibiru is a planet in our solar system which follows an erratic orbit bringing it into the inner system every 3,700 years. But Sitchin never suggested that it would threaten the Earth. Some even suggest that Nibiru is a brown dwarf sister to our own sun and will first be seen towards the end of this year.
Evidence: Very little. Some point to the 2005 announcement by Nasa that a 10th planet had been discovered on the outer fringes of our solar system and many think that it will pass close to the Earth in 2012. But this 10th planet is most certainly not moving into the inner solar system.

Likelihood: 0.2/10

3. Solar catastrophe

This is one of the few doomsday scenarios connected with the end of the Mayan calendar that may actually be based on some science. In this scenario a vast solar flare or expulsion of gases from the sun in December 2012 will engulf the Earth wreaking havoc upon mankind and the planet's ecosystems. There is no evidence that such catastrophic events happened in the past.

Evidence: There may be some correlation between the observed 11-year solar cycle and the time cycles seen in the Mayan calendar although this evidence is rather weak. But whilst a solar flare from the sun could cause problems such as satellite damage and injury to unprotected astronauts and blackouts, the flare itself would not be powerful enough to destroy Earth, certainly not in 2012. In the far future, when the sun runs out of fuel, most scientists accept that it will swell into a red giant and engulf the Earth. But rather than happening in 2012, this event will happen no sooner than five billion years from now.

Likelihood: 0.3/10

4. Magnetic pole shift

A large body of doomsday believers think that a dramatic reversal of Earth's magnetic poles is imminent and that it will trigger a reversal of the planet's rotation and the subsequent catastrophic events. They point to evidence of pole shifts in Earth's past and claim that these reversals can be calculated by studying sunspots or magnetic field theory. Many believe that the Mayans and the ancient Egyptians discovered evidence of pole reversal events in the future and that the secrets have been covered up by today's governments.

Evidence: Some. Work by scientists at Princeton University and Paul Sabatier University in Toulouse, France, indicates that Earth did rebalance itself 800 million years ago. They studied magnetic minerals in sedimentary rocks in Norway and found that the north pole shifted by more than 50 degrees (a quarter the distance from pole to pole, in effect) in under 20 million years. Other scientists have also discovered that seasonal movements in both polar regions do effect the positioning of the poles. But where the scientists and the "doomers" differ greatly is over the timescale of any potential pole shift - while the apocalyptic visionaries believe such a switch could happen in a very short time scale, geologists think that it would happen over a period of one million years.

Likelihood: 1/10

5. Supervolcano

A supervolcanic eruption would be larger than any volcanic eruption in man's history and would happen when magma rose into the Earth's crust but would be unable to break through. The resulting build in pressure would mean that at some point a huge area of land would be devastated as the magma blasted skyward. Such an event would, it is postulated, blast millions of tons of debris and poisonous gases into the atmosphere, and could either plunge the world into a so-called nuclear winter triggering an ice age or, at worst, wipe out life in parts or all of the planet.

Evidence: Most of the concern about 2012 and supervolanoes centres on the so-called super-caldera underneath Yellowstone Park in the United States. Satellite images have, in the last few years, shown changes in the the movement of molten rock 10 miles under the surface. Wayne Thatcher of the US Geological Survey told Nature magazine: "We know now how mobile and restless the Yellowstone caldera actually is." Nobody actually knows whether the caldera will blow or, if it does, when such an event could take place.

Likelihood: 1/10

6. World War III

Almost as soon as the Second World War in 1945 ended and with a standoff between the Western Allies and the Eastern bloc in place through the middle of Europe, there was rising anxiety that the world would be consumed by another epic conflict. When Russia exploded its first atomic bomb just two years later, a nuclear arms race between East and West began. The invention of hydrogen (thermonuclear) devices only accelerated the race which peaked in 1962 during the Cuban Missile Crisis when the world came closest to an all-out nuclear exchange between the United States and the Soviet Union. The build-up of weapons continued throughout the 1970s and 1980s but a dedicated hotline between the Kremlin and the White House and some arms control treaties reduced the threat of an accidental nuclear war. The threat diminished in the 1990s with the collapse of the Soviet Union.

Evidence: Today, the fears of a nuclear exchange centre on the rising power of China and the American response and the possibility of wars between India and Pakistan or North and South Korea escalating into global conflicts.

Likelihood: 1.5/10

7. Mass casualty terrorism

Since September 11, 2001 and the deaths of nearly 3,000 people in New York and Washington DC there have been fears about al Qaeda or another terrorist network acquiring weapons of mass destruction and devastating a major western city or releasing a chemical or biological attack. Statements by governments about the risk of such an attack have done little to lessen the anxiety with both the British and American administrations raising the spectre of a stray nuclear weapon being detonated in a major city. Dick Cheney, the former US vice president, is reported to have stated that he is haunted by thoughts of a mushroom cloud rising over an American downtown skyline. Many conspiracy theories, particularly those who believe that the 9/11 attacks were actually planned and executed by rogue elements in the US administration, believe that there will be a so-called "false flag" nuclear attack to divert attention from the west's woes and usher in an era of martial law and totalitarian government.

Evidence: Osama bin Laden famously declared a few years ago that his organisation has several nuclear devices but they were only a "deterrent". There has been some concern about several "loose" nukes from the former Soviet Union, particularly six so-called "suitcase" nukes. But there is no evidence that al Qaeda or anybody else holds nuclear weapons and several attempts by terrorists in the UK to make nerve or biological agents have proved inept failures. Nevertheless, concern now centres upon the instability of the Pakistan regime - a nuclear-equipped country - and fears that al Qaeda or a Taliban group could topple the government and get its hands on nuclear weapons.

Likelihood: 2/10

8. Peak oil

The reduction of global oil stocks is, of course a reality, with the world's economies consuming - financial collapses excepted - ever-increasing amounts of the black gold. But peak oil theory centres around supply and demand and postulates that, at some point, demand will outstrip supply. When is this likely to happen? Some believe that it already has while others think that it is likely to happen some time between now and 2020. A number of doomer sites link peak oil with the end of the Mayan calendar in 2012. Demand for oil outstripping supply would have huge consequences around the world given that most economies are powered by oil, agriculture is completely dependent upon it for fertilisers and pesticides and the plastics industry is based on oil extraction. A collapse in social order following a peak in oil production is, therefore, something to be taken seriously.

Evidence: Peak oil is a near certainty but two questions remain: when will it happen and will the world have developed alternative sources of fuel in time? M. King Hubbert created the theory behind peak oil in 1956 to accurately predict that United States oil production would peak between 1965 and 1970. The theory has successfully predicted the decline from oil fields and regions subsequently. Optimistic observers do not believe that peak oil will occur before 2020 but admissions by some oil companies that they have overstated the reserves held underground have raised fears that we are at or may already have passed the peak. A decline in investment in new oil fields and plant during the global recession has only served to emphasise our total dependence upon a finite resource.

Likelihood: 4/10

9. Bee colony collapse

Thirty-six per cent of the commercial beehives in the US were lost to colony colapse disorder [CCD] in the winter of 2008. The syndrome, in which all of the worker bees in a colony die off suddenly, leaving nothing but a solitary queen wandering alone on empty frames, has spread to several countries in Europe already including France, Belgium, Italy, Portugal and Spain. Several causes of the disease have been suggested, including the almost universally present varroa mite, certain pesticides, Israeli acute paralysis virus, climate change and mobile phone broadcasts, but none have yet been proved to be the culprit. No cure has been found either, and as cases are reported in new countries the likelihood of a global pandemic leading to the extinction of the honeybee becomes a real possibility.

Evidence: Apart from the loss of the honey crop, without the honeybee several crops key to human life would be wiped out, including the soya bean, cotton, brassicas, several kinds of nut including brazil nuts and almonds, grapes, apples and sunflowers, the source of a large proportion of the world's vegetable oil. Thirty per cent of the world's food is directly traceable to the action of bees. If they became extinct severe shortages, starvation, violence and riots would surely follow.

Likelihood: 7/10

10. Environmental collapse

Today's mantra is climate change or man-made global warming. In previous decades pollution, soil depletion, the destruction of the ozone layer and an imminent ice age were the ecological catastrophes that faced us. There is, of course, no doubt that man's impact upon his environment is getting worse although a large body of opinion believes that global warming is a liberal conspiracy and that the world has actually been cooling over the last decade. A total environmental collapse brought about by runaway warming, toxic poisoning of the seas of parts of the inhabited areas of the world or a tipping point with some of the most crucial species (see Bee colony collapse above) would have a huge impact upon civilisation and could render parts of the world near uninhabitable.

Evidence: Few scientists dispute that the global average temperature has been rising for at least a century. The Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) 2001 report concluded that the average surface temperature of the Earth had risen by 0.6C during the 20th century. The IPCC found that, in terms of the global average temperature, the 1990s were very likely (a 90-99% chance) to have been the warmest decade since records began in 1861, and that 1998 was the warmest year.

Likelihood: 7/10

(Telegraph)