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venerdì 5 luglio 2019

Vespe, api e calabroni. Come difendersi dalle loro punture



Arriva l’estate e così gli strilli di donne (ma anche di molti uomini) che saltano per il volo ravvicinato di qualche “oggetto” non identificato, ascrivibile al vasto mondo degli esapodi. Ma non è sempre la stessa cosa e nella maggior parte dei casi basta stare immobili per evitare punture fastidiose. Ecco un vademecum per reagire garbatamente a ogni tu per tu con un imenottero (o un sirfide)…

I sirfidi, in realtà, non sono imenotteri, ma ditteri. Sono simili alle mosche e imitano i colori degli imenotteri per tenere lontani i predatori. Sono del tutto innocui.

Ci si spaventa per le api, ma sono insetti mansueti. Se non vengono provocate se ne stanno nel loro brodo. Si possono infatti osservare svolazzare di corolla in corolla senza correre alcun rischio. 

Simile il comportamento dei bombi, tassonomicamente riconducibili al mondo delle api. Si fanno i fatti loro, ma è meglio non molestarli: non hanno il pungiglione seghettato e se importunati possono pungere più volte.

Più delicato il mondo delle vespe. Che sono più aggressive delle api e si riconoscono per i colori più vivaci e l’addome sottile. In rari casi pungono anche per passatempo; da qui la necessità di tenerle a debita distanza. Amano tutto ciò che è dolce.

I calabroni sono delle vespe oversize. E un calabrone può fare davvero male. Incontrandolo è consigliato muoversi con cautela. Ucciderlo può essere controproducente: i suoi ferormoni, infatti, potrebbero attrarne altri. Occhio agli allergici.

La vespa vasaio terrorizza grandi e piccini, ma è più tranquilla degli altri vespidi. Si riconosce perché il suo addome è davvero filiforme. Ha comportamento più simile a quello delle api. Si chiama così perché realizza nidi che assomigliano a piccoli vasi.

Infine, l’ape legnaiola, meno comune degli altri insetti visti. Viene anche soprannominata “calabrone nero”. Ma non ha nulla del calabrone, e non è per niente aggressiva.

martedì 6 febbraio 2018

I sacrifici umani alla base della società moderna


Il più celebre sacrificio umano, in realtà, non c'è mai stato: è quello che Dio ordinò ad Abramo, prima di fermare la coltellata destinata al povero Isacco. Ma quest'azione barbara e crudele è sempre stata insita nella natura umana e sono moltissime le popolazioni che se ne sono avvalse: inca, aztechi, maya, romani, cartaginesi, celti, fenici. Ora, però, il suo significato potrebbe cambiare se è vero quanto asseriscono alcuni scienziati della Nuova Zelanda: i sacrifici umani servirono per lo sviluppo delle prime civiltà. Gli abitanti dell'Oceania e del sud est asiatico, 12mila anni fa, conducevano abitualmente sacrifici umani. E la pratica ha consentito lo sviluppo delle tipiche società in cui viviamo. Si tratta, infatti, di strutture "gerarchizzate", dove compaiono varie classi sociali, da quelle meno abbienti alle più benestanti. Secondo gli studiosi neozelandesi prima dell'Olocene (terminato 12mila anni fa con l'ultima glaciazione wurmiana) sussistevano solo gruppi umani egalitari, che vivevano di caccia e di raccolta; non era possibile distinguere alcuna "stratificazione sociale" e tutti erano, in pratica, allo stesso livello. 

Le cose cambiarono con i primi rituali religiosi attuati per placare le ire degli dei. In questo caso compaiono figure che prima non c'erano, come i sacerdoti, i druidi, i capi villaggio, che decidevano di volta in volta chi doveva rendere la sua vita a una divinità. Sono state analizzate 93 culture austronesiane, dal Madagascar a Rapa Nui, e in 40 di queste è stato possibile rivelare la presenza di sacrifici umani: che venivano condotti sulle persone più povere, dalle prime personalità di spicco delle società in via di sviluppo. I sacrifici avvenivano per decapitazione o per strangolamento. Joseph Watts, dell'Università di Auckland dice che «è una cosa terribile da ammettere, ma le uccisioni rituali di esseri umani hanno segnato il passaggio antropologico dai gruppi egualitari alle grandi società stratificate in cui viviamo oggi». E' in questa fase dell'evoluzione umana che compare il concetto di "paura delle autorità", di chi aveva il potere di decidere il destino delle persone. 

Per quanto l'argomento possa sembrare in antitesi alla storia del nostro Paese, anche in Italia, nell'antichità, erano condotti sacrifici umani. A Roma veniva raggiunto l'Esquilino, il più alto ed esteso dei sette colli su cui nacque la città eterna; dove gli stregoni operavano in libertà, finché il Codice Teodosiano non sancì il reato di magia. Sacrifici si attuarono anche in Nord Italia, dominata per molti secoli dai celti. Oggi la pratica è ancora viva in certe popolazioni "dimenticate" del Sud America: gli sciamani fanno precipitare grossi massi nei punti stradali più impervi per sacrificare esseri umani agli spiriti della strada. Mentre in Uganda, secondo la Jubilee Campaign Law of Life, vengono abitualmente fatti sparire uomini e donne per riti propiziatori.  

mercoledì 17 gennaio 2018

Il potere dei creativi


Potenzialmente potrebbero arrivarci tutti, ma i creativi avrebbero la meglio. Il quesito è il seguente: trovare una parola che accomuni i termini “vaglia”, “capri” e “inglese”. Dopo pochi secondi il creativo potrebbe essere già riuscito nel rebus sentenziando la parola “corno”. Così, infatti, si hanno Cornovaglia, capricorno e corno inglese. Perché il creativo sì e gli altri no? Perché è l’unico che utilizza con successo l’emisfero destro, fino a qualche decennio fa ritenuto secondario a quello sinistro, ma oggi preso sempre più in considerazione, per le incredibili ripercussioni che potrebbe avere nel vivere quotidiano. La creatività, dunque, resta un mistero, ma qualche considerazione in più si può fare; grazie a Mark Beeman, professore alla Northwestern University, in Usa, che dai primi anni Novanta lavora sull’argomento; cercando di mostrare che la creatività, e quindi l’ispirazione, non sono metafisiche espressioni di un privilegiato rapporto con gli dei (come la storia dell’uomo ha sempre sostenuto), ma concrete e spiegabili fisiologie dell’apparato neuronale. 

Beeman ha concentrato la sua attenzione su pazienti con lesioni all’emisfero destro; mettendo in luce la loro incapacità di comprendere le battute spiritose, le metafore, le allegorie. Nei loro ragionamenti mancava la fantasia. La capacità, quindi, di “creare” con il pensiero; di compiere collegamenti fra contesti apparentemente lontani. La fase successiva è stata quella di verificare come la scintilla della creatività – il lampo di genio - scatta nelle persone in cui l’emisfero destro funziona con successo. Si è passati allo scanner cerebrale per considerare i movimenti del flusso sanguigno, strettamente legati all’ossigenazione delle cellule che svolgono maggiore lavoro. Nella ricerca è, in seguito, intervenuto John Kounios, psicologo alla Drexel University, con l’elettroencefalografia, che punta la sua attenzione sulle onde elettriche emesse dal cervello, in funzione del dialogo sinaptico fra i neuroni. Così si è giunti al primo grande traguardo nella corsa alla comprensione della creatività: l’area neuronale dell’intuizione, una piega di tessuto presente nell’emisfero destro, vicino all’orecchio. Da qui partono le onde gamma, che permettono al cervello di focalizzare le intuizioni e metterle in pratica. Ma non basta. 

Perché si è anche visto che la creatività non è solo figlia del lampo di genio, ma anche di condizioni ambientali particolari. Che se mancano lasciano l’illuminazione fine a se stessa, senza la possibilità di creare veramente. Per inventare è dunque necessario il clima ideale: la rilassatezza, la calma, il silenzio. Le menti in subbuglio rivolgono la loro attenzione all’esterno, quelle meditative all’interno. È pertanto una questione di concentrazione. Chi si concentra esternamente ha meno chance di diventare creativo. Ma ha più opportunità di riuscire bene in certi studi, per esempio quelli matematici. I ragazzi che soffrono di iperattività e disattenzione (ADHD) mostrano di avere scarsa capacità di concentrarsi in classe, tuttavia la loro apparente frenesia mentale, è l’anticamera della creatività; fanno fatica ad assimilare un passaggio matematico, ma in compenso intercettano sensazioni che agli altri presi dalla materia sfuggono, creando i presupposti per il lampo di genio. Il Ritalin con cui si trattano questi ragazzi è dunque un’arma a doppio taglio. Gli si offre la possibilità di concentrarsi verso l’esterno, facendogli però perdere tutte le loro straordinarie capacità intuitive. E c’è poi la componente psicologica. Pare, infatti, che le menti più creative siano anche quelle contraddistinte dal temperamento più malinconico. 

Le statistiche indicano che l’80% degli scrittori soddisfa i criteri diagnostici rapportabili a determinate forme depressive. Non depressioni maggiori, che azzerano qualunque virgulto intellettuale, ma fenomeni più larvati, nell’ambito delle nevrosi. Stati che un tempo venivano associati alla nevrastenia (lemma oggi caduto in disuso) e che oggi, invece, si collocano facilmente nell’ampia sfera dei disturbi ansiogeni e delle depressioni reattive. Anche chi soffre di attacchi di panico può facilmente godere dell’illuminazione che spesso sopravviene dopo la brutale scarica di adrenalina che ha il potere di fare credere a tutto ciò che non è vero. Perché, dunque, i malinconici sono più creativi? Probabilmente si tratta di un vero e proprio “stile cognitivo” che predispone alla rielaborazione di un’idea, che rende perseveranti e obbliga a lunghe sedute mentali che consentono di limare e controlimare l’intuizione, trasformandola in una vera opera d’arte. 

Il genio, dunque, non è solo il frutto di un’ispirazione superlativa, ma di un lungo lavoro di revisione e perfezionamento. Einstein ha intuito la relatività, ma poi ha lavorato mesi per regalarla al mondo con la formula sublime che oggi tutti conosciamo, E=mc². Così si può presumere sia accaduto con la legge di gravità di Newton, Les Demoiselles d’Avignon di Picasso, Like a Rolling Stone di Bob Dylan. Adesso, dunque, proviamo ad anagrammare le lettere di "lana", "orlo", e "pausa" fino a ottenere una sola parola. Se siamo arrivati alla soluzione, “una sola parola”, diciamo grazie al nostro emisfero destro e possibilmente, in futuro, impariamo a dargli sempre più spazio.

Cos'è l'ADHD?
E' un disturbo evolutivo dell'autocontrollo e coinvolge bambini di ogni età. I soggetti colpiti sono irrequieti, fanno fatica a concentrarsi e a prestare attenzione. Se qualcuno rivolge loro la parola, pare non abbiano interesse per alcun argomento, sono disordinati e confusionari. Questi atteggiamenti comportamentali influiscono sulle conquiste sociali dei piccoli che - benché contraddistinti da intelligenze medie o addirittura medio-superiori - a scuola ottengono voti inferiori alla media dei compagni e in generale abbandonano gli studi in anticipo. Un tempo l'ADHD non era diagnosticato e si parlava solo di bimbi particolarmente vivaci, per non dire maleducati e distruttivi. Oggi, invece, si sa che esiste un disturbo vero e proprio che, però, potrebbe nascondere attitudini artistiche e creative.

Panico e creatività
L'attacco di panico arriva come una scarica di ansia acuta e improvvisa, dura pochi minuti, ma è in grado di sconvolgere pesantemente l'esistenza di un individuo. Si hanno anche tachicardia, tremori, capogiri, paura di morire o perdere il controllo. Negli ultimi decenni la patologia ha coinvolto sempre più persone; si presume a causa dello stress e dei ritmi di lavoro sempre più forsennati. Ma come per i soggetti colpiti da ADHD, anche in questo caso il rovescio della medaglia risponde a veri e propri guizzi artistici. Partendo dal presupposto che il panico insorge proprio perché si obbliga l'emisfero destro a un forzato silenzio. Nel momento in cui gli si dà carta bianca, la creatività emerge e l'angoscia se ne va. E' quello che è accaduto a molti artisti di oggi e del passato, da Alessandro Manzoni a Giovanni Allevi.

Le responsabilità della scuola

Le condizioni sociali attuali e i sistemi scolastici in voga, facilitano l'azione dell'emisfero sinistro, la logica, le intelligenze matematiche, la razionalità; ma vengono fortemente compromessi la fantasia, l'estro, l'inventiva, figli delle funzioni espresse dall'emisfero destro. Anche i test utilizzati per selezionare i ragazzi in base alle nozioni acquisite, penalizzano chi è più "estemporaneo". Così però si finisce per fornire alla società sempre la stessa tipologia di persone, che, se da una parte consente il successo nei campi più "pragmatici", dall'altra priva il mondo di menti in grado di trovare le soluzioni più inimmaginabili. La pensa così Ken Robinson, educatore e scrittore britannico, secondo il quale la società tende a creare una massa di uomini-chupachups, tutto cervello, e niente emozioni. 

giovedì 28 dicembre 2017

Il lato b della Cannabis


C'è molta confusione sull'argomento e non solo i numeri legati alla sua azione stupefacente dovrebbero essere presi in considerazione per una corretta analisi dell'argomento. Di fatto l'aspetto concernente il consumo illegale di cannabis riguarda solo una parte della realtà di questo particolare vegetale. Oltre il tema che tutti conosciamo, si celano, infatti, retroscena coinvolgenti molte discipline: biologia, storia, chimica, medicina, botanica, agricoltura. E proprio da qui vorremmo partire, sostituendo al consueto aspetto "sociale", quello naturalistico e scientifico. Innanzitutto il nome, cannabis. Fa parte della famiglia delle cannabaceae, come il luppolo, pianta che contribuisce al buon successo di una birra. Ma definire la specie (il primo gradino della classificazione di un essere vivente) è un rebus. 

E' il motivo per cui la coltivazione della cannabis risulta da sempre problematica. In Italia e nel mondo. Linneo, padre di (quasi) tutti i nomi delle piante che ci circondano, definì un'unica specie: Cannabis sativa. E anche oggi è così, nonostante il tentativo del botanico sovietico D. E. Janichewsky di indicare tre specie diverse. La verità è che esistono numerose sottospecie e varietà, interfeconde fra loro. La differenza morfologica è minima, ma cambiano i valori delle sostanze psicoattive presenti. Ecco perché alcune varietà sono coltivabili e altre no.

Oggi per coltivare la Cannabis occorre il permesso del Governo. E' necessario puntare su una varietà con una bassa percentuale di Thc (inferiore allo 0,2%); la sigla sta per delta-9-tetraidrocannabinolo, astruso termine chimico per designare il principio attivo della cannabis, responsabile del rilascio di dopamina nel cervello; sostanza che provoca euforia, ma anche disorientamento e rilassatezza. Coinvolti soprattutto l'ippocampo e il cervelletto, aree ricche di recettori per questo tipo di molecole. Fino agli anni Cinquanta, in Italia, la coltivazione della Cannabis era considerata normale. L'attività agricola riguardava 100mila ettari di terreno. Poi c'è stato il crollo con la fine della seconda guerra mondiale e l'introduzione di nuove fibre, come il nylon. Per la gioia di molti lavoratori che non ne potevano più di macerare, asciugare, stigliare, ammorbidire, pettinare, filare, tutti passaggi per ottenere il principale prodotto della cannabis: la fibra. Nel 1970 gli ettari destinati alla canapa calano a 36mila. E nel giro di dieci anni se ne perdono le tracce. La ripresa, pochi anni fa. In Italia e in Europa. Attualmente nel nostro Paese sono coinvolte 150 aziende, e circa 500 ettari di suolo agricolo. Perché si coltiva la Cannabis? 

Perché è un vegetale che offre moltissime opportunità a livello industriale, partendo dal cosiddetto floema (tessuto per la conduzione della linfa) della pianta, presente in tutti i fusti. In ambito tessile (magliette, t-shirt, calzature), al posto del cotone, che richiede un impiego massiccio di pesticidi; per la produzione di olio: i semi di canapa possiedono qualità nutrizionali eccellenti, partendo dalle alte percentuali di grassi omega 3 e omega 6, fondamentali per una buona resa cardiovascolare; per produrre carta: si evita l'abbattimento di altri alberi e l'utilizzo di acidi inquinanti necessari all'ottenimento della carta tradizionale. Così sono, per esempio, arrivati a noi esemplari della Bibbia di Gutemberg, realizzata a Magonza più di cinquecento anni fa.

L'impiego della Cannabis sativa riguarda anche la produzione di materie plastiche, combustibili, prodotti edilizi. A Bisceglie, in Puglia, sta vedendo la luce il condominio più grande d'Europa costruito con canapa e calce, in grado di sequestrare grandi quantità di anidride carbonica dall'ambiente. E con la Cannabis si fa perfino la birra, ottenuta dalla canapa Carmagnola italiana. I motivi per cui questo "ambiguo" vegetale è coltivato dalla notte dei tempi. In Asia si lavora da 5mila anni. Un trattato cinese del 2737 a.C. attesta il suo utilizzo per ricavare fibre adatte a ogni necessità; nel 1500 a.C. anche gli sciiti non possono farne a meno. In Europa arriva 2.500 anni fa. Le Repubbliche marinare non sarebbero fiorite senza la canapa. In America, a metà dell'Ottocento, ci sono oltre 8mila piantagioni di cannabis da cui si ricava fibra per gli scopi più diversi. Dunque, il discorso dipende sostanzialmente dalla varietà selezionata: al di là di alcuni parametri limite, è perfettamente coltivabile. 

Fra le varietà più conosciute c'è la già citata Carmagnola, che prende il nome da un paesino piemontese, storicamente legato a questo tipo di coltivazione; dove nei secoli passati venivano prodotti tele e cordami esportati in tutta Europa. L'attività è andata scemando, ma la varietà si è mantenuta integra. Altrettanto famosa è la Fibranova. Mentre in Francia sono molto comuni la Fedora 17, la Felina 32 e la Futura 75. E domani? La risposta potrebbe arrivare dall'ingegneria genetica, che sta già rivoluzionando l'industria agraria. Ma questa è tutta un'altra storia. 

lunedì 17 luglio 2017

Empatici come una donna


E' il frutto di un test elaborato una ventina di anni fa, utilizzato oggi per la prima volta su un campione di migliaia di persone. Così è stato possibile verificare un'attitudine umana favoleggiata da sempre, ma mai presa davvero in considerazione: la lettura degli occhi. Non si tratta di un test d'iridologia, bensì della capacità empatica di alcune persone di saper leggere le espressioni del volto per capire come sta l'altra persona, cosa sta pensando e quali potrebbero essere le sue prossime mosse. L'Università di Cambridge è giunta alla conclusione che tutti, più o meno, hanno questo dono: ma è verosimilmente molto più spiccato nelle donne. I test rivelano infatti che sono principalmente loro a mostrare una perfetta corrispondenza fra il luccichio di uno sguardo e l'emozione che da esso trapelerebbe. Varun Warrier, a capo della ricerca, parla del «più grande studio mai effettuato sull'empatia cognitiva». 

Un test molto semplice, caratterizzato da fotogrammi che illustrano esclusivamente le aree oculari di alcuni volti presi come campione. I partecipanti alla sperimentazione hanno dovuto valutare la risposta emotiva del modello analizzato. E, in effetti, è emerso che le donne azzeccavano quasi sempre la risposta corretta, gli uomini molto meno. Perché? La risposta risiede nell'evoluzione umana e nei ruoli che maschio e femmina hanno avuto nel corso della storia (e della preistoria). La donna si è sempre occupata dei figli; i maschi della caccia. Evidentemente per le donne è stato necessario diventare abili nel saper "diagnosticare" le emozioni altrui, per corrispondere adeguatamente alle esigenze della prole. In fondo, accade ancora oggi. Le donne - checché se ne dica - sono (e saranno) sempre e comunque molto più esperte degli uomini a interpretare i messaggi dei più piccoli; perché sanno leggere perfettamente i loro sguardi, senza dover decifrare parole e sillogismi. 

Va peraltro tenuto conto del fatto che psicologia e medicina, un tempo, non erano contemplate, e dunque le uniche possibilità per capire come stava dal punto di vista emotivo una persona, erano quelle legate all'innata capacità di decrittare correttamente un'occhiata o una particolare espressione del viso. C'è pertanto di mezzo la genetica; perché a monte di questo studio gli scienziati di Cambridge hanno isolato un gene particolare posto sul cromosoma 3; o meglio, una variante di questo gene, esplicitamente legata alla "lettura degli occhi". Il cromosoma 3 è molto grande e rappresenta il 6,5% del DNA complessivo di una cellula. Possiede più di mille geni e duecento milioni di nucleotidi (componenti base del DNA rappresentate da uno zucchero a cinque atomi di carbonio, una base azotata e un gruppo fosfato). E dunque è coinvolto in molte funzioni organiche. Per esempio nella determinazione del colore dei capelli. Il gene MITF presente nel cromosoma 3 attiva specifici enzimi che producono due tipi di melanina, pigmento alla base dei diversi tipi di chioma. 

Ma il cromosoma 3 è soprattutto legato a una zona del cervello chiamata striato, che sarebbe coinvolta nell'empatia e nella capacità di comprendere le esigenze e le emozioni dei nostri interlocutori. Il gene selezionato è stato battezzato LRRN1, tuttavia i ricercatori indicano l'empatia come il frutto di un mix di fattori concernenti lo sviluppo di una persona: «L'empatia ha una base senz'altro genetica», rivela Thomas Bourgeron, che ha contribuito alla ricerca, «ma vanno anche valutati i contesti sociali ed educativi di un individuo e soprattutto le esperienze vissute nei primi anni di vita». Altro campo di indagine è quello delle patologie. Malattie come l'autismo, espressamente legate all'incapacità di sapere leggere le emozioni altrui. E non è un caso che nei test effettuati le persone colpite da questa patologia siano state anche quelle più in difficoltà nel sapere dare una giustificazione all'espressione di un volto. Risultati interessanti si sono ottenuti anche nel campo dello studio dell'anoressia, fra i disturbi alimentari più diffusi. Il futuro? 

Capire come quest'attitudine sia distribuita nella popolazione mondiale e comprendere i meccanismi che si celano dietro ai rapporti interpersonali e alla sopportazione dello stress. L'empatia, infatti, aiuterebbe anche a combattere ansie e frustrazioni. Lo dimostrano gli studi di Sarina Rodrigues della facoltà di Psicologia all'Oregon State University. Secondo la scienziata la tendenza ad arrabbiarci e a infastidirci per qualcosa, potrebbe essere sopportata meglio se fossimo in grado di leggere le richieste che trapelano dagli occhi degli altri. E fa degli esempi. Al cinema, due giovani sgranocchiano dolci, rompendo il silenzio della sala, disturbando i vicini; ma l'opinione di chi viene disturbato cambierebbe sapendo che i ragazzi mangiano solo per contenere la rabbia derivante da una recente delusione amorosa. Dipende, insomma, dal punto di vista dell'osservatore; che potrebbe, appunto, mutare radicalmente, se imparassimo a essere più empatici.

Esercizi empatici
Un suggerimento per imparare a diventare empatici: ascoltare il proprio battito cardiaco (senza premere le arterie). E' la proposta di Geoffrey Bird, ricercatore dell'Università di Oxford. Il test ha coinvolto 72 volontari; che sono stati invitati a contare i battiti del proprio cuore e poi a valutare le espressioni di volti che comparivano su alcuni video. I più bravi a enumerare la sequenza dei battiti erano anche quelli più abili a interpretare i pensieri altrui. Si tratta di un processo chiamata "enterocezione". Con esso si impara innanzitutto ad ascoltare se stessi, per arrivare poi a comprendere chi ci circonda; basandosi sulla fisiologia comandata dall'ipotalamo, parte fondamentale del cervello.

Il pensiero altrui? Si impara leggendo
Ma per migliorare l'empatia ci si può affidare anche a una tecnica molto meno sofisticata: la lettura. Stando infatti alle conclusioni di una ricerca effettuata presso la New School for Social Research di New York, le abilità empatiche sono direttamente proporzionali al tempo speso leggendo. E' vero soprattutto per ciò che riguarda la lettura dei romanzi di finzione. Il lettore, infatti, può immedesimarsi nella parte del protagonista, imparando senza rendersene conto a calarsi nei panni altrui. Una tecnica che protratta nel tempo, può effettivamente giovare alla capacità di sapere intuire ciò che un interlocutore sta elaborando a livello cerebrale. I risultati più interessanti sono stati ottenuti sui bimbi delle elementari.

L'empatia animale
E nel regno animale? Pare improbabile, eppure l'empatia è verificabile anche in specie cognitivamente meno progredite della nostra. Sono state condotte delle sperimentazioni sulle arvicole delle praterie (Microtus ochrogaster), animali simili ai criceti, e si è visto che anche in esse è viva la capacità di "comprendere" le "emozioni" di altri componenti della famiglia. Lo studio pubblicato dai ricercatori dello Yerkes National Primate Research Center della Emory University, asserisce che esiste in questa specie l'attitudine a consolare i "parenti" afflitti da malattie o altri disagi, favoriti dall'incremento dei valori dell'ossitocina, ormone non a caso battezzato "dell'amore". 

giovedì 25 maggio 2017

Genocidio armeno: la verità "scientifica"


L'aspetto più desolante è che si continui a combattere a suon di numeri, come se da un giorno all'altro potesse saltare fuori un vero vincitore, in grado di dimostrare di avere ucciso meno persone. La combutta s'è inasprita dopo la dichiarazione del Papa, che si riferisce al genocidio armeno come "la prima grande tragedia del secolo". La risposta di Ankara non si è fatta aspettare: otto milioni di indiani d'America, gli italiani in Libia, i francesi in Algeria… Insomma, i cristiani, che predicherebbero bene, ma razzolerebbero male. Fu il Parlamento europeo a ufficializzare il termine "genocidio" nel 1987, invitando fin da allora la Turchia ad ammettere le proprie colpe.

Non spetta certo a un giornale di natura occuparsi di casi diplomatici come questo, che peraltro non fanno che destabilizzare il già precario equilibrio fra occidente e oriente; tuttavia è proprio dall'incompetenza a livello "scientifico" che spesso i fatti di cronaca rischiano di essere filtrati in modo impreciso, compromettendo la possibilità di dialogo. Quando insorgono attriti di natura politica e sociale, si ha a che fare con retroscena culturali, storici e antropologici, che vengono trascurati, e che se fossero analizzati adeguatamente potrebbero portare a vedere le cose da un nuovo punto di vista, facilitando la disanima. I genocidi hanno costellato la parabola umana, inutile nasconderlo, ma è controproducente che si continui ad avere un approccio pressappochista agli orrori della storia. Per capire in che modo si è consumato il lungo conflitto turco-armeno è dunque necessario valutare una serie di aspetti sociali che rimandano agli albori della civiltà.

La Turchia, questo è il succo della questione; la sua geografia. Non è un caso che venga anche definita la culla della civiltà. Qui, di fatto, nasce l'Europa e il mondo di oggi. Qui si sono alternati persiani, macedoni, parti, bizantini, e prima ancora i discendenti dei primi uomini moderni. Da qui sono partiti gli antenati degli azerbaigiani, dei cumani ungheresi, dei tuvani russi e cinesi e di decine di altre popolazioni. La Turchia costituì il ponte ideale per la prima conquista dei Balcani e del Caucaso. Se la giocarono gli antichissimi abitanti dell'Anatolia e i rappresentanti della cosiddetta cultura Kurgan, che corrisposero alla diffusione del paradigma indoeuropeo, padre di tutti noi. Ecco perché la Turchia è ancora oggi di difficile comprensione dal punto di vista globale e perché i dissapori fra i diversi substrati etnologici non capitolano definitivamente.

E' difficile parlare di popolazioni turche, perché non esiste una sola popolazione, ma un potpourri di matrici etniche. Attualmente il melting pop turco è rappresentata da oltre settanta milioni di persone, ma gran parte di esse sono di origine greca, curda, ebrea, bulgara; c'è il popolo dei laz, turco-georgiano e dei circassi, proveniente dalla Russa meridionale. Senza contare che ogni giorno lavorano e vivono regolarmente all'ombra delle moschee di Istanbul 100mila armeni. La domanda, dunque, è la seguente:perché cento anni fa Mustafa Kemal Ataturk, primo presidente della Turchia, se la prese proprio con gli armeni?

La risposta è (relativamente) semplice: gli armeni erano sostenuti dal governo russo che fin dalla seconda metà dell'Ottocento voleva "spillare" territori agli ottomani e magari riuscire anche a imporre la propria legge sul governo della ridente capitale del Bosforo. Peraltro gli antichi coloni della Frigia (di cui sono figli gli abitanti facenti capo a Erevan) erano i progenitori del grande Regno d'Armenia che dalle acque del Mar Caspio scivolava fino a quelle del Mediterraneo. Gli armeni erano ovunque.

I turchi coinvolsero i curdi nella battaglia contro quelli che cominciarono a essere considerati come degli intrusi, e con la nascita dei Giovani Turchi (movimento politico della fine del diciannovesimo secolo, guidato da Ismail Enver, pronto a allearsi con i tedeschi), poco prima del primo conflitto mondiale, il disastro ebbe inizio. Risultato: un milione e mezzo di morti (anche se le ultime stime degli storici si fermano a 800mila). E' difficile, dunque, capire dove finisce e dove inizia il concetto di genocidio. Il problema verte sulla sistematicità dell'operazione di sterminio.

Nell'Olocausto hitleriano è evidente il tentativo di sterminare gli ebrei, in questo caso, secondo il governo turco, no. E lo proverebbe il fatto che numerosi armeni presenti a Istanbul al momento della deportazione oltre i confini anatolici, non subirono violenze. Ecco perché Erdogan, dodicesimo presidente della Turchia, è contrario alla posizione del Papa, che sposa la tesi comunemente accettata da tutti del primo vero genocidio della storia. Stati Uniti compresi. Il confronto prosegue in questi giorni con l'Europarlamento che parla chiaro: no al negazionismo. Ma intanto i turchi non mollano e l'hackeraggio ordito da un gruppo di cyber professionisti ai danni della Santa sede, potrebbe essere solo l'inizio di un nuovo paradossale scontro fra est e ovest.

lunedì 28 novembre 2016

La dieta primitiva


Allergie e intolleranze alimentari. Se si guarda alle nuove generazioni, sembrerebbero i (veri) mali del secolo. Prima della rivoluzione industriale c'erano pochissime persone colpite da queste malattie; oggi, invece, quasi tutti gli abitanti dei paesi occidentali vanno incontro, nel corso della loro vita, a qualche problema legato all'alimentazione. Perché? Di sicuro c'entra l'inquinamento, lo smog, i cambiamenti climatici, i pesticidi, ma più di ogni altra cosa il fenomeno ha a che vedere con le condizioni nutrizionali dell'uomo moderno che sono cambiate repentinamente, cogliendo impreparato l'organismo che, in un certo senso, non è in più in grado di differenziare ciò che è bene da quel che provoca problemi. Il caso più eclatante riguarda il latte. L'intolleranza al lattosio è un problema che riguarda il 50% degli italiani, cifra che sfiora il 100% nei paesi asiatici. Ma il problema è facilmente spiegabile: l'uomo non è "tarato" per assimilare il principale zucchero del latte, per cui, dopo lo svezzamento, sempre più persone cadono vittime di questo disagio alimentare alla base di disturbi come nausea, dissenteria, crampi allo stomaco. 

Oggi il latte, durante l'età adulta, dovrebbe essere a esclusivo appannaggio di soggetti che possiedono una particolare mutazione, avvenuta durante le prime fasi storiche dell'allevamento, in contemporanea con lo sviluppo dell'agricoltura. I popoli che vivevano a stretto contatto con bovini e caprini, hanno elaborato la capacità di assimilare il latte, ma tutti gli altri (e sono la maggior parte) non la possiedono. Le percentuali più alte si trovano in Scandinavia, dove le etnie locali si sono evolute in stretta sinergia con i produttori animali, poiché alle alte latitudini è stato necessario trovare uno stratagemma diverso per ottenere la vitamina D, scarsa dove l'irraggiamento è debole, ma abbondante nel latte. E' solo un esempio. L'intera storia del genere umano, infatti, riflette un tipo di alimentazione del tutto diversa da quella che osserviamo oggi, tenendo conto di parametri antropologici e sociali che nulla hanno a che vedere con quelli instauratesi dopo l'epopea della Mezzaluna fertile. 

Di fatto si può dire che l'uomo si sia alimentato sempre nello stesso modo, per circa due milioni di anni, a partire dalle prime forme riconducibili al genere Homo; e solo negli ultimi 10mila anni ha cambiato le sue abitudini alimentari, compromettendo in alcuni casi il normale metabolismo. La dieta seguita dal cosiddetto "uomo primitivo" (compresi i parenti più vicini all'uomo moderno, come il Neanderthal e il Denisova) viene detta "dieta paleolitica". Torna in auge per via dei tentativi di alcuni nutrizionisti di allontanarci da un'alimentazione "inconsapevole" e nociva, per ricondurci ai paradigmi alimentari che per migliaia e migliaia di anni hanno consentito il nostro sviluppo. Di cosa si tratta esattamente? La dieta paleolitica si basa sostanzialmente sui prodotti offerti dalle due tradizionali attività dell'uomo di un tempo: la caccia e la raccolta. Pertanto concerne alimenti come i semi, le bacche, il miele, le radici, qualunque tipo di frutta; ma anche prodotti di origine animale ottenuti da vermi, lumache, insetti, crostacei e naturalmente mammiferi. 

Secondo alcuni nutrizionisti questo tipo di alimentazione consentirebbe non solo di riavvicinarci alle abitudini dei nostri antenati, ma anche di contrastare i chili di troppo. E lo confermano i numerosi seguaci della dieta paleolitica, fra cui celebrità come Megan Fox e Matthew McConaughey. Alcune ricerche dicono che faccia bene anche alla salute cardiovascolare, consentendo di mantenere sotto controllo i livelli pressori; riduce inoltre le infiammazioni e migliora le funzionalità dell'epidermide. Restano tuttavia molti dubbi; di fatto i popoli più longevi della Terra, fra cui gli italiani, sono quelli che si nutrono soprattutto di prodotti cerealicoli, del tutto esclusi dalla dieta paleolitica. 

martedì 8 novembre 2016

I rischi dell'ecstasy


Anfetamine e cocaina minano la salute del cervello. I pericoli riguardano le ramificazioni dei neuroni cerebrali, i dendriti, che mettono in comunicazione tra loro tutte le cellule, e consentono il passaggio degli impulsi nervosi. In alcuni casi si è registrato uno sviluppo anomalo delle masse dendritiche, in altri invece si è avuta una riduzione. È stato inoltre appurato che le anfetamine e la cocaina riducono la capacità del cervello di modificarsi in base alle esperienze di vita. Lo studio è stato affrontato da Nora D. Volkov, del National Institute on Drug Abuse (NIDA) in collaborazione con Bryan Kolb, dell’Università di Lethbridge in Canada, e da Terry Robinson dell’Università del Michigan. I risultati sono stati diffusi dalla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

I ricercatori hanno somministrato per venti giorni anfetamine e cocaina ai ratti. Li hanno suddivisi in due gruppi: una metà è stata destinata a gabbie “normali”, l’altra a un ambiente più complesso caratterizzato da ampi spazi, tunnel, scivoli, ponticelli, e giocattoli. I ricercatori hanno appurato che le droghe possono inibire la capacità di rielaborare le esperienze fatte, ed è in pratica come se una parte di cervello si atrofizzasse. In particolare, nei ratti osservati in un contesto ambientale differente dal solito, è stata messa in risalto una densità maggiore dei dendriti; negli altri invece, a seconda dell’area del cervello presa in considerazione, sono stati evidenziati sia un aumento che una riduzione della massa dendritica.

L’esperimento canadese si è concentrato su due zone cerebrali specifiche: il nucleo accumbens e la corteccia parietale. Il primo, già preso in considerazione anche dai ricercatori del Centro CNR per la Neurofarmacologia di Cagliari, presso il Dipartimento di Tossicologia dell’università, è preposto a determinate funzioni sensoriali: è al suo interno che è stata individuata un’area sensibile al consumo di ecstasy e di altre sostanze; un dato che conferma il ruolo deleterio anche delle droghe cosiddette “leggere”. La corteccia parietale superiore e quella parietale inferiore costituiscono invece il lobo parietale superiore: è la zona predisposta all’utilizzo corretto degli arti, e alla coordinazione dei movimenti. 

venerdì 4 novembre 2016

Occhiali per cani: al via il commercio



Pronti a entrare in commercio in Inghilterra gli occhiali per cani. È la notizia divulgata da Christian Blank, titolare della ditta Dog–Goes di Monaco di Baviera. L’imprenditore è convinto che il nuovo prodotto di mercato sarà molto utile agli animali per proteggersi dalla luce solare, dai riflessi della neve, e dalle particelle di polvere alzate dal vento. E inoltre soddisferà le esigenze dei cittadini britannici famosi per il loro amore per gli animali domestici.

Gli occhiali per cani sono dotati di un design all’avanguardia e in particolare per i cani di piccola taglia come gli yorkshire sono addirittura caratterizzati da una montatura in oro. Il commercio di lenti per i quattro zampe riguarda già altri paesi come la Germania, gli Stati Uniti, e perfino la Corea del Sud, dove i cani più che al guinzaglio sono noti per la loro carne da mangiare.

Contrari all’invenzione della Dog–Goes ci sono alcuni veterinari che non credono proprio alla necessità di dotare i quattro zampe di occhiali. Semmai il prototipo tedesco è una buona idea per far sentire i padroni degli animali al centro dell’attenzione. 

martedì 1 novembre 2016

Birra e chili di troppo. Un mito da sfatare


Bere birra non fa ingrassare. Lo dice un team di ricercatori britannici e della Repubblica Ceca che ha appena condotto uno studio su 891 uomini e 1.098 donne di età compresa tra i 25 e i 64 anni, tutti consumatori della bevanda a base di orzo. Secondo Martin Bobak, ricercatore inglese coinvolto nell’esperimento, è un luogo comune sostenere che la birra fa aumentare di peso, e che invece il vino o altri prodotti non fanno ingrassare.

Lo studioso ha messo in relazione gli indicatori di obesità, basati sulle misure come l’altezza, il peso, e l’indice di massa corporea, con il consumo di birra e ha scoperto che non hanno alcun legame con i chili di troppo.

Dall’esperimento è emerso che gli abitanti maschi della Repubblica Ceca sono tra i maggiori consumatori di birra. Gli uomini bevono in media 3,1 litri di birra alla settimana; le donne 0,3 litri. I bevitori pesanti sono il 3% della popolazione con 14 litri di birra alla settimana: praticamente alla media di due litri al giorno. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Clinical Nutrition. 

domenica 2 ottobre 2016

L'UOMO DEI GHIACCI VIVE FRA NOI

Risultati immagini per otzi

Fece a dir poco scalpore la sua scoperta nel lontano settembre del 1991, ai piedi del ghiacciaio del Similaun, al confine fra Italia e Austria. Ma le sorprese, in realtà, non sono ancora finite, perché non passa mese senza che qualche nuovo studio dia ulteriori informazioni sulle caratteristiche di Otzi, il cosiddetto "uomo venuto dal ghiaccio", vissuto in piena età del Rame, fra il 3.300 e il 3.100 a.C.. L'ultimo interessante ragguaglio in merito alla vicenda umana dell'antico abitatore della Val Venosta, giunge da un team di ricercatori austriaci, che ha evidenziato che esistono almeno 19 persone geneticamente riconducibili a Otzi. Gli esperti di medicina legale al lavoro presso la Innsbruck Medical University hanno analizzato il sangue proveniente da 3.700 donatori, verificando la curiosa analogia: «Abbiamo constatato che 19 persone hanno lo stesso antenato che aveva la mummia del Similaun», spiega Walther Parson, a capo dello studio. «Significa che da un ceppo antropologico risalente a 10mila anni fa, hanno avuto origine sia l'Uomo dei ghiacci che i pochi tirolesi che abbiamo selezionato».

Come è stato possibile giungere a questa conclusione? Grazie allo studio degli aplogruppi, (insieme di aplotipi, vale a dire combinazioni di varianti alleliche in un cromosoma) che permette di studiare le caratteristiche genetiche dei contemporanei e metterle in relazione con chi ci ha preceduto. L'aplogruppo H o T, per esempio, rimanda agli euroasiatici occidentali; l'A o il B, ai nativi americani. Per lo studio di Otzi, in particolare, ci si è avvalsi della trasmissione ereditaria "comandata" dal cromosoma Y, per giungere all'aplogruppo G, presente in antiche popolazioni provenienti dal medio-oriente, e identificato anche nei moderni "cugini" tirolesi. Non è la prima volta che gli studi di genetica offrono interessanti conclusioni sulla rocambolesca esistenza dell'Uomo venuto dai ghiacci. Di poche settimane fa è anche la scoperta della presenza di Dna non umano sulla mummia rinvenuta fra le Alpi Retiche. Si tratta del Dna di un batterio, il Treponema denticola.

E' stato isolato da scienziati dell'Eurac (Accademia Europea di Bolzano), in collaborazione con ricercatori dell'Università di Vienna, da un piccolissimo frammento recuperato dall'osso pelvico della mummia. Gli esperti hanno concluso che Otzi soffriva di paradentosi (un'infiammazione cronica delle gengive), confermando le supposizioni avanzate un anno fa, quando la tac mise in luce una condizione dentaria compromessa. Sicché è oggi possibile stilare un quadro complessivo dello stato di saluto della mummia, tutt'altro che ottimale. Otzi, infatti, soffriva di numerosi acciacchi, comprendenti artrite, intolleranza al lattosio, arteriosclerosi, borreliosi (malattia provocata da un batterio veicolato dalle zecche). Benché la sua fine non coincise con il peggioramento improvviso di uno di questi mali, ma con una punta di selce scagliata da qualche nemico, che si conficcò nella sua spalla sinistra, facendolo, in pochi minuti, morire dissanguato. 

lunedì 2 novembre 2015

SOS elefanti in cattività


Obesità, sterilità e disturbi cardiovascolari. Sono i malanni di cui soffrono gli elefanti sparsi per gli zoo del pianeta. Lo rivela uno studio condotto dagli esperti dell'University of Alabama, in Usa. Gli scienziati ritengono che, a lungo andare, questi problemi potrebbero ripercuotersi negativamente sulla sopravvivenza della specie in cattività. Un aspetto di cui tenere conto, se si pensa che gli esemplari che vivono in libertà, sono costantemente a rischio per via delle attività di bracconaggio. I ricercatori sono giunti a questi risultati dopo aver riscontrato proboscidati con percentuali di grasso particolarmente elevate, in relazione ad alterazioni del ciclo di ovulazione nelle femmine. E' la prova che i chili di troppo potrebbero danneggiare i processi legati all'accoppiamento. La notizia è diramata dal Lincoln Park di Chicago, dove le statistiche hanno già dimostrato un forte calo dei parti: in media in un anno ci dovrebbero essere sette nascite, ma da un po’ di tempo non si arriva a tre. Ma il fenomeno si sta verificando un po’ in tutti i centri zoologici del pianeta, dove gli animali sono protetti in spazi troppo piccoli per le loro necessità biologiche. Da una parte c'è il problema relativo alla somministrazione inadeguata di cibo, dall'altra preoccupa la mancanza di movimento patita dagli animali in cattività, che si ripercuote pesantemente sul metabolismo. C'è, dunque, il pericolo che, in una cinquantina d'anni, i proboscidati degli zoo potranno sparire completamente.   

giovedì 28 agosto 2014

Quando è lui il primo a dire "ti amo"


L'emotività è donna, si sa, tanto è vero che ogni smanceria viene prima di tutto ricondotta all'universo femminile. Eppure non è sempre così, specialmente quando c'è da pronunciare la più importante frase del genere umano: ti amo. Stando, infatti, a una ricerca pubblicata su Journal of Personality and Social Psychology, la fatidica confidenza è soprattutto appannaggio dell'uomo. Si stima che nel 62% dei casi, all'inizio di una relazione, è il maschio per primo a dire "ti amo". E di solito arriva a farsi avanti tre mesi dopo l'incontro inaugurale. La donna, al contrario, è più cauta. Pare più titubante, e finisce col rivelare il proprio amore al partner almeno cinque mesi dopo il primo appuntamento. Per le donne la "delicatezza" maschile è sovente il subdolo tentativo di portarne a letto un'altra; per gli uomini è invece un reale sentimento, che deve essere espresso il più in fretta possibile, prima che la nuova conquista prenda altre strade. Chi ha ragione? In parte entrambi. Ma il meccanismo comportamentale che determina questo risultato è tutt'altro che scontato, e sconfina nel mondo dell'antropologia e dell'evoluzione umana. Donne e uomini, di fatto, non cercano esattamente la stessa cosa quando decidono di frequentarsi. La donna punta alla persona giusta perché vuole mettere al mondo dei figli che poi vanno necessariamente accuditi, seguiti, cresciuti; individuo che deve rispondere a requisiti speciali, talvolta lontani dai desideri maschili, e difficili da mettere correttamente a fuoco. Per una scelta oculata, quindi, ha bisogno di tempo. La donna vuole ponderare con precisione il partner al quale rivelare il proprio amore, perché da lui dovrà e vorrà dipendere per portare avanti una famiglia. Per l'uomo la scelta è differente, e obbedisce a un istinto riproduttivo più marcato, non rigorosamente legato alle cure parentali. Certo, il discorso, riflette gli albori della civiltà, quando i concetti di famiglia e clan spesso si fondevano fra loro, tuttavia alcune attitudini comportamentali permangono nell'uomo moderno e sono le stesse che contraddistinguevano i nostri lontanissimi antenati. Infine i ricercatori hanno messo in luce il momento preferito dai due sessi per sentirsi dire "ti amo". Per gli uomini è prima di avere un rapporto intimo, perché inevitabilmente legato alla consapevolezza di essere riuscito nella conquista e all'ipotesi di un felice futuro sessuale. Per la donna, invece, è preferibile sentirselo dire dopo essere andati a letto insieme, perché conferma la validità di un sentimento sincero, non finalizzato a una storia da una notte. Quel che conta, in ogni caso, è che non ci si fermi alla "prima volta", ma si vada oltre. Secondo gli studiosi, infatti, è importante per la solidità della coppia esprimere apertamente i propri sentimenti, prerogativa che, in questo caso, aumenta l'autostima, la fiducia nel rapporto, e aiuta a condividere le gioie (e i dolori) della quotidianità.  

lunedì 25 agosto 2014

Calorie italiane


Da tempo non se ne parla più come di una semplice malattia, ma di una epidemia a tutti gli effetti. L’obesità, infatti, rappresenta percentuali tanto grandi da essere paragonata ai peggiori flagelli dell’umanità. L’Oms prevede che, per il 2030, gli obesi in Italia saranno il 70% della popolazione; con picchi del 90% in Irlanda e dell’80% in Spagna. In realtà l’obesità è in gran parte dovuta ad abitudini quotidiane che potrebbero essere facilmente contrastate, se solo si facesse un po’ più di attenzione, per esempio, a quello che si mangia. Com’è noto, infatti, gran parte dei chili di troppo è la conseguenza di un accumulo spropositato di calorie. Lo si dice da sempre e oggi ne abbiamo un’ulteriore conferma, grazie a uno studio diffuso dal sito Evoke.ie. L’analisi mette in relazione la quantità di calorie consumate abitualmente da ogni persona nell’arco delle 24 ore, con il singolo paese di appartenenza. Si scopre così che gli Usa, emblema dell’obesità, (dove già oggi almeno un terzo della popolazione soffre di sovrappeso), sono anche i primi in classifica: ogni persona assume, infatti, 3.770 calorie al giorno. Al secondo posto, con 3.760 calorie, c’è l’Austria e al terzo, con 3.660 calorie, l’Italia. Seguono Israele, Irlanda e Gran Bretagna, e chiudono l’India con 2.300 calorie e la Repubblica Democratica del Congo, staccatissima, con 1.590 calorie (che probabilmente parafrasa un po’ tutta la realtà delle nazioni meno sviluppate). L’unico, paese, quest’ultimo, a rientrare nei parametri delineati dai medici di tutto il mondo, secondo i quali gli uomini non dovrebbero accumulare più 2.400 calorie al giorno, e le donne non dovrebbero andare oltre le 2mila calorie. Gli italiani pagano, probabilmente, l’abitudine a nutrirsi con alimenti come la pasta, la pizza e il pane; gli americani, il vizio di abbuffarsi di hamburger. E la famosa dieta mediterranea? Non sempre viene rispettata a dovere, per questo il conteggio delle calorie cresce. Si punta correttamente su pane e prodotti cerealicoli, ma spesso (per non dire sempre) si eccede. Il pane andrebbe consumato una o due volte al dì, mentre andrebbero aumentate le dosi di pesce, frutta, verdura, a discapito di carne e dolci; torte, brioche e merendine, non sono contemplati nella dieta mediterranea, se non sottoforma di crostate di frutta. Si esagera anche con birra, maionese, patatine, che mal s'accordano con il tradizionale cibo mediterraneo. Del resto non si è nemmeno consci del fatto che l’accumulo e il consumo di calorie rispetta un delicato equilibrio, derivante dall’alimentazione, ma anche dalla quantità e dalla tipologia di movimento affrontati ogni dì. Basterebbe poco, infatti, per bruciare calorie inopportunamente ingerite, come accade magari in ambito lavorativo, quando la fretta porta a cibarsi in modo sbrigativo e irragionevole (in posti dove spesso, rispetto ai piatti preparati in ambito casalingo, l’apporto calorico triplica). Duecento calorie, per esempio, si possono eliminare in fretta: ballando per 37minuti, giocando a golf per un’ora, lavorando in giardino o lavando la macchina per 40 minuti, o correndo su e giù per le scale per due minuti e mezzo. E non sempre è necessario compiere esercizi fisici tradizionali. Ogni azione, infatti, permette di bruciare calorie. Anche baciarsi. Se lo si fa per un minuto, se ne vanno un paio. Fondamentale, però, valutare quel che si mangia, sapendo che ogni alimento ha un contenuto calorico specifico, e che in risposta a singole porzioni esistono vere e proprie “bombe” che farebbero male a chiunque. Va considerato, dunque, il rapporto fra il peso dell’alimento consumato e le calorie che fornisce. 588 grammi di broccoli forniscono, per esempio, duecento calorie; ma lo stesso accade con appena 51 grammi di quelle caramelline morbide e colorate che se si inizia con una, non si finisce più. 740 grammi di peperoni danno lo stesso numero di calorie di un cheesburger, ma in proporzione l’apporto nutrizionale è maggiore. E così via. Ma se ci si applica un po’ i risultati non tardano a venire. E si possono già ottenere delle perfette silhouette togliendo dalla dieta tradizionale 400-600 calorie al giorno, vale a dire 3-4mila calorie alla settimana. Non sono solo i chili di troppo a diminuire, ma anche il rischio di ammalarsi di qualunque morbo, in particolare di natura cardiovascolare.

lunedì 14 luglio 2014

La frutta che fa male


La raccomandazione dei medici è sempre la stessa: soprattutto d'estate è meglio consumare più frutta e verdura possibile, per mantenere il corpo idratato e assimilare importanti sostanze nutritive. Quel che, però, anche gli addetti ai lavori considerano solo in parte, è che non tutti i vegetali offrono lo stesso apporto dietetico. E che, dunque, alcuni di essi fanno molto bene, altri benino, e alcuni, addirittura, potrebbero provocare qualche problema. L'argomento è stato affrontato in modo specifico dagli esperti della William Paterson University di Wayne, nel New Jersey, in Usa; che hanno stilato una vera e propria classifica dei vegetali più benefici per la nostra salute, in base a un punteggio di “densità nutritiva”, riferito a concentrazioni di proteine, fibre, calcio, ferro, potassio, zinco e vitamine. 47 gli alimenti presi in considerazione, 41 quelli finiti nella cosiddetta “Powerhouse Fruits and Vegetables”, convalidata dall'autorevole Centers for Disease Control and Prevention (CDC). “Uno studio in funzione dei consumatori che potranno conoscere meglio le proprietà nutrizionali dei vegetali consumati abitualmente”, racconta Jennifer Di Noia, la professoressa a capo della ricerca. Al primo posto risulta un alimento non proprio diffusissimo sulle nostre tavole: il crescione (punteggio pieno: 100). Delle sue eccellenti proprietà se ne parla fin dall'antichità, tanto da essere soprannominato “l'insalata che guarisce”. Appartiene a una delle famiglie botaniche più indicate per il benessere umano, quella delle brassicacee, comprendente anche numerose varietà di cavolo e cavolfiore. Posseggono proprietà antiemorragiche, antiossidanti, depurative; regolarizzano il ciclo mestruale, tengono lontane le malattie da raffreddamento e, per via dell'alta presenza di isotiocianati, combattono l'accumulo di sostanze cancerogene. Il crescione si consuma in insalata o nella minestra, affiancato spesso ad altre verdure (per contenere il suo forte sapore), e assicura un eccezionale apporto vitaminico e di sali minerali. Depura ed è afrodisiaco. Il cavolo cinese occupa il secondo posto (91,99). Detto anche “cavolo di Pechino”, è ricco di vitamina C ed A, acido folico e potassio. Il suo apporto calorico è bassissimo ed è quindi consigliato a chi vuole perdere peso. Nelle prime posizioni compaiono anche gli spinaci (86,43), la cicoria 73,36), il prezzemolo (65,59), la lattuga (63,48), e la senape (61,39). Più in fondo nella classifica ci sono, invece, alimenti come la fragola (17,59), la zucca (33,82) e il pompelmo (11,64). Quest'ultimo può essere controindicato per chi assume farmaci anticoncezionali o per tenere a bada l'accumulo di grassi nel sangue. I suoi principi attivi, infatti, interferiscono con quelli contenuti nei medicinali, annullando l'azione benefica della sostanza farmaceutica. La zucca, invece, può creare problemi ai bimbi allergici. Simile il discorso per le fragole, prodotto sconsigliato anche a chi è soggetto a ulcere, gastriti e coliti. Rimangono fuori dalla super-lista alimenti insospettabili come il mirtillo, il mandarino e perfino l'aglio e la cipolla, notoriamente legati al concetto di “buona alimentazione”. In realtà non significa che facciano male, ma semplicemente che la loro densità nutritiva - vale a dire il giusto equilibrio fra vitamine, minerali, e altri principi attivi essenziali – non è pari a quella di altri prodotti vegetali; e che quindi hanno uno spettro di azione benefico meno ampio. Tuttavia possono essere caratterizzati da sostanze particolari che altri alimenti non hanno, ed essere pertanto indicati per contrastare malattie specifiche. È il caso del mirtillo nero che indubbiamente fa molto bene a chi soffre di problemi di natura venosa. Grazie ai tannini e ai glucosidi antocianici che hanno il potere di rafforzare il tessuto connettivo che sostiene i vasi sanguigni. Questo tipo di frutta è importante anche per prevenire disturbi renali e l'accumulo dei pericolosi radicali liberi, derivanti dalle principali attività metaboliche dell'organismo.

venerdì 4 luglio 2014

Matrimoni in via di estinzione


La metà dei ventenni di oggi non si sposerà mai. Le coppie, infatti, sono sempre più propense a convivere che non a convolare a nozze. Il fenomeno coinvolge tutti i paesi industrializzati. La ricerca condotta in Inghilterra dalla Marriage Foundation rivela che il 47% delle donne e il 48% degli uomini che oggi hanno vent'anni, non varcheranno mai le porte di una chiesa o di un municipio per siglare ufficialmente la loro unione. Per i quarantenni le cose vanno un po’ meglio, ma sono ben lontani dai numeri che riguardavano le passate generazioni, in particolare i nati fra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni Sessanta (con l'87% degli uomini e il 92% delle donne con la fede al dito). Si stima infatti che chi ha oggi 40 anni si sposerà nel 61% dei casi, se maschio, e nel 68%, se femmina (metà, in realtà, sono già sposati). I numeri indicano chiaramente che il matrimonio è un aspetto della società destinato a scomparire o perlomeno a trasformarsi in qualcosa di obsoleto. Un dato su tutti: 44 anni fa i venticinquenni sposati erano il 60% degli uomini e l'80% delle donne; oggi sono solo il 10% delle venticinquenni e il 5% degli uomini della stessa età. Perfino in Italia, paese cattolico per eccellenza, il sacramento ha subito negli ultimi anni un grave declino. Nel periodo fra il 2008 e il 2012 c'è stato un calo dei matrimoni del 91%. I dati Istat confermano che nel 2008 ci sono stati in Italia 34.137 matrimoni, contro i 32.555 del 2012. E in gran parte si parla di matrimoni misti, 20.764, nel 2012. Harry Benson, a capo della ricerca, non ne fa una questione religiosa, né morale, ma puramente sociale: «Il matrimonio offre un modello di famiglia ideale al quale ispirarsi per una crescita sana delle nuove generazioni». Ma perché ci si sposa sempre meno? In primo luogo perché il lavoro non offre più le garanzie del passato. Cassintegrazione, disoccupazione, contratti a progetto, sono, in fondo, un modo diverso per sottolineare che non esistono più i presupposti per mettere su famiglia; perché il matrimonio costa. E se non va bene, costa ancora di più. E' il pensiero che avanzano gli esperti dell'Istat, aggiungendo che in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, il fenomeno non può che incrementare. La precarietà delle famiglie, e il mondo giovanile devastato dalla mancanza di lavoro, fa sì che l'ipotetica data di matrimonio sia spostata sempre più in là, fino a perdersi nei meandri delle tante cose prospettate per la propria esistenza, che in realtà non si realizzeranno mai. Chi è fortunato si sposa comunque, ma con molti più capelli grigi dei neosposi della passata generazione. Il matrimonio ha inoltre perso il valore di un tempo. Oggi non ci si sposa più perché ci si deve sposare, ma perché ci si vuole sposare. Dunque sono sempre meno le persone che coscientemente affrontano l'idea di affiancare per "la vita" un partner, influenzati dal fatto che divorzi e separazioni sono ormai all'ordine del giorno. Un futuro, quindi, senza più matrimoni? Forse. In realtà c'è anche chi pensa che avverrà il fenomeno contrario, con una ripresa delle unioni civili e religiose. L'Huffington Post ha, infatti, pubblicato recentemente uno studio nel quale spiega che in Usa il 40% delle persone ritiene il sacramento un aspetto sociale antiquato e superato; ma aggiunge che esiste almeno un 61% di statunitensi che spera vivamente un giorno di poter convolare a nozze. 

venerdì 20 giugno 2014

Gialli risolti con l'analisi del Dna


Di sicuro una ventina di anni fa non sarebbe stato possibile giungere alla soluzione del giallo di Yara, tuttavia dopo 18mila analisi del Dna e oltre tre anni di ricerche viene da chiedersi se non si sarebbe potuto procedere più velocemente. Difficile rispondere a questa domanda, per il semplice fatto che nessuno, a parte gli addetti ai lavori, conosce il significato preciso di un'analisi del Dna, e in che modo quest'ultima possa portare a risolvere un caso di questa portata. «In realtà, andare più in fretta di così, con i mezzi che abbiamo, non sarebbe stato possibile», spiega Ilaria Boschi, genetista forense dell'Università Cattolica di Roma, «e tantomeno pensare di procedere senza il coinvolgimento delle tante persone "esaminate"». Le cose sarebbero potute evolvere diversamente se fosse esistita una banca genetica contenente il profilo del Dna di tutti noi, di ogni abitante della bergamasca, della Lombardia e quindi dell'Italia intera. Ma come ben sappiamo una schedatura genetica di ogni cittadino del Belpaese non è mai stata fatta e allo stato delle cose non è nemmeno prevista. «Perché, di fatto, se anche fosse disponibile, creerebbe altri problemi, soprattutto di natura etica», prosegue Boschi. Possedere, infatti, la scheda del Dna di una persona significa in sostanza sapere tutto di lei, della sua famiglia, delle sue caratteristiche biologiche, della sua tendenza a sviluppare determinate malattie.  «Per ora, fortunatamente, è un discorso del tutto utopico», puntualizza la genetista. Con la genetica non si scherza, e ancora non esistono "protocolli" tali da capire fin dove è lecito o non lecito arrivare. Eppure ci sono già esperimenti di questo tipo avviati in alcune parti del mondo. Gli Emirati Arabi è stato il primo paese a prendere seriamente in considerazione l'idea di schedare geneticamente tutti i suoi cittadini. Che significa ricavare un po’ di saliva da ognuno di essi, per poi codificare singolarmente una specifica parte del genoma, una sorta di firma genetica diversa per ogni essere umano, da spedire al database del Ministro degli Interni. Una decina di anni e il gioco è fatto. Sembra facile, ma non lo è. Se così fosse la privacy andrebbe a farsi benedire. Ne sanno qualcosa gli islandesi che, dopo una serie di analisi non solo genetiche, si sono visti figurare fra gli archivi di una nota casa farmaceutica; che gongola, sapendo di poter giungere a importanti risultati in campo medico, violando, però, di fatto, l'"intimità" di ignari individui. Ma in molti non sono stati a guardare e si sono rivolti alla Corte suprema, vincendo la causa. Più sottile il discorso riferito al crimine. Da anni ormai chi finisce in prigione viene schedato. Lo ha stabilito il Trattato di Prum nel 2005. In Inghilterra sono schedate tre milioni di persone, in Francia mezzo milione. In Germania la schedatura di 500mila criminali ha consentito la soluzione di 18mila delitti. In Usa i sospetti criminali vengono geneticamente "registrati" da vent'anni, compresi quelli che poi si dimostrano innocenti. Hanno iniziato gli agenti dell'FBI, ma adesso la procedura è gestita anche dalle polizie locali. L'argomento è stato affrontato poco tempo fa anche dal New York Times; che parla addirittura di "consegne" di Dna in cambio di un patteggiamento della pena. Fanalino di coda, l'Italia, che ha istituito la Banca dati nazionale del Dna presso il Ministero dell'Interno, finalizzata all'archivio delle schede di condannati e indagati, «ma dove le schedature non sono ancora partite», dice Boschi. Se tutto va bene il servizio partirà dal 2015. E potremmo andare avanti all'infinito, ma il caso di Yara è un mondo a sé. Di fatto, grazie all'analisi del Dna, oggi l'assassino della giovane ginnasta scomparsa da Brembate Sopra il 26 novembre 2010, ha un nome. Un intricato caso giudiziario che con un archivio genetico "globale" si sarebbe potuto risolvere rapidamente e che invece s'è protratto per oltre tre anni; dal momento in cui è stato rinvenuto sugli indumenti di Yara il Dna del presunto assassino, l'ormai paradossalmente famoso Ignoto1. Da qui si è passati a Damiano Guerinoni, frequentatore di discoteche, poi ai suoi tre cugini e al loro padre, Giuseppe Guerinoni, al 99,99999987% padre dell'omicida, deceduto nel 1999. I passi successivi sono stati rocamboleschi, con il coinvolgimento di tutte le presunte persone venute a contatto con quest'ultimo, ex guidatore di autobus; puntando gli occhi soprattutto sulle ragazzi madri. Alla fine si è arrivati a Ester Arzufi, con un corredo genetico perfettamente assimilabile a quello della madre di Ignoto1. Il cerchio si chiude e con la scusa di un banale controllo del livello di alcol nel sangue viene definitivamente fatta luce sull'assassino di Yara: un 44enne, padre di tre figli, da tutti considerato un tipo con la faccia da bravo ragazzo.