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sabato 13 luglio 2013

Gli uccelli attaccano l'uomo... come nell'horror di Hitchcock


Si teme soprattutto il loro becco, duro quasi quanto un oggetto di metallo, e in grado di provocare profonde ferite, il motivo per cui gli ornitologi, quando li studiano "sul campo", indossano sempre un caschetto protettivo. L'ultimo significativo attacco nei confronti dell'uomo da parte dei gabbiani è avvenuto pochi giorni fa in Cornovaglia, a Perranporth. Presi di mira soprattutto i postini che, obbligati a percorrere un tragitto particolarmente esposto all'azione degli uccelli, hanno deciso di sospendere il servizio finché non verranno presi provvedimenti. Ma i gabbiani hanno creato problemi anche ai cittadini comuni e perfino agli animali domestici: qualcuno è finito all'ospedale e un anziano ha subito un attacco cardiaco. Un fenomeno che ricorda il celebre film di Alfred Hitchcock, "Gli uccelli", dove i protagonisti subiscono l'assedio da parte di laridi particolarmente esagitati. D'accordo, è un film, tuttavia l'attacco all'uomo da parte di animali come i gabbiani è tutt'altro che raro e dovuto alla mutua convivenza uomo-uccelli nelle principali metropoli "marine" del mondo: «Per i gabbiani le nostre città si sono trasformate in scogliere ideali, dove trovare sostentamento e luoghi ad hoc dove nidificare», spiega Giuseppe Bogliani, zoologo dell'Università di Pavia. «Sono abituati a convivere con l'uomo, tuttavia la loro natura selvaggia riaffiora quando qualche altra specie si avvicina ai loro nidi»; che normalmente sorgono fra le rocce o sul delta di un fiume, mentre in città occupano soprattutto i tetti delle case: «I gabbiani sono animali molto territoriali», racconta Cecilia Soldatini, vicepresidente del CISO (Centro Italiano Studi Ornitologici, «e difendono il proprio pulcino con molto impegno, attaccando senza problemi uomini e animali». Si parla per l'esattezza di "mobbing" (lo stesso nome con cui s'indica l'insieme di comportamenti violenti perpetrati da un capo ai danni di un subalterno), fenomeno etologico tale per cui alcuni uccelli mettono in atto un'aggressione collettiva e sincronizzata a discapito di una popolazione considerata pericolosa. «Attacchi all'uomo da parte dei gabbiani si registrano frequentemente anche in Italia», dice Soldatini, «specialmente in città affacciate sulla costa come Trieste e Venezia». Ma non sono solo i laridi a impensierire gli abitanti delle città. A Tokyo, per esempio, i falchi hanno colonizzato i grattacieli più alti della metropoli, piombando dal cielo come saette per accaparrarsi l'ennesima preda. All'uomo non hanno ancora arrecato gravi problemi, tuttavia la loro presenza ha determinato un drastico calo della popolazione di tortore e anatre selvatiche. Nel 1999, in uno zoo americano, una bimba di tre anni è stata attaccata da un condor (benché sia noto che la cattività modifica gli schemi comportamentali). Nel 2007, a Roma, varie cornacchie si sono accanite su passanti inconsapevoli di aver sfilato di fronte ai loro piccoli pronti a spiccare il primo volo. Non necessariamente lo scontro avviene con l'uomo. Molto spesso le combutte si verificano fra specie animali, talvolta appartenenti alla medesima classe tassonomica. «Frequentemente assistiamo, per esempio, ad attacchi di cornacchie grigie ai danni delle poiane», racconta Bogliani. Altri episodi di "mobbing ornitologico" sono stati evidenziati in ogni parte del mondo, coinvolgendo le specie più diverse: gabbiani e piccioni, pappagalli e upupe, cornacchie e passeri, falchi e rondoni. Come difendersi, dunque, da attacchi di questo genere? «L'unico rimedio è impedire agli animali di insediarsi nelle aree giudicate "critiche"», spiega Soldatini, «anche se non è sempre facile. I gabbiani, infatti, nidificano in febbraio, periodo in cui nessuno si sogna di girovagare per tetti e terrazze. Quando nascono i piccoli, fra aprile e maggio, potrebbe essere tardi». In tal caso, quindi, si gioca di rimpallo, cercando di "familiarizzare" con gli uccelli, proprio come accade fra comuni vicini di casa. «Per renderseli amici basta offrirgli un paio di sardine al giorno», conclude la studiosa, «così imparano a conoscere chi gliele dà, evitando qualunque attacco». E' vero, però, che a questo punto diviene impossibile levarseli di torno.


Gabbiani
Sono gli animali che più frequentemente interagiscono con l'uomo. Ma difficilmente gli fanno del male, il più delle volte sono avvertimenti legati alla gestione dei piccoli. Basta evitare che nidifichino in aree "critiche".

Falchi
Sono state avvistate colonie di falchi in cima ai grattacieli delle principali città giapponesi. Hanno scambiato le costruzioni umane per scogliere a picco sul mare: qui trovano tutto ciò che gli occorre per vivere, più che nel loro ambiente naturale.

Cornacchie
A Roma, nel 2007, hanno fatto notizia diversi attacchi ai danni dell'uomo, concernenti, anche in questo caso, la necessità di difendere i propri nidi. In realtà, è un fenomeno costante, che si rinnova di anno in anno fra maggio e giugno.   

Condor
Vivono lontano dagli habitat umani, tuttavia in uno zoo americano nel 1999 un condor ha preso di mira una piccola di tre anni, durante lo show intitolato "Wings of Flight". La bimba ha riportato ferite alla schiena e all'addome.

Merli
L'episodio clou si è verificato a febbraio di quest'anno a Hopkinsville, un piccolo centro del Kentucky, in USA. Stormi di merli hanno letteralmente preso d'assalto la cittadina, ricoprendola di guano, potenzialmente causa d'infezioni come la istoplasmosi.

Corvi
Parafrasi de "L'attacco dei corvi imperiali", film horror di Sheldon Wilson, la crescita smisurata di corvi nelle città nipponiche è ormai un dato di fatto. Non attaccano deliberatamente l'uomo, ma la convivenza forzata con questi animali sta impensierendo scienziati e autorità.

(Pubblicato su Il Giornale l'11 luglio 2013)

martedì 9 aprile 2013

Intelligente come un pappagallo


Il cervello degli uccelli è molto più sviluppato di quanto non si creda. Lo dicono i ricercatori della Duke University di Durham nel North Carolina. Gli studiosi sono partiti dal presupposto che i sistemi di nomenclatura impiegati nei libri di testo per le mappe cerebrali degli uccelli risalgono a cento anni fa, e non sono quindi più attendibili: in essi, per esempio, si afferma che il cervello di un uccello è composto principalmente da gangli basali e che quest’area controlli funzioni cerebrali primitive e il comportamento istintivo; due considerazioni che Erich Jarvis, a capo dello studio, ritiene assolutamente errate. “Il cervello degli uccelli - commenta Jarvis – assomiglia da vicino a quello umano. Le cosiddette regioni primitive sono in realtà sofisticate e analoghe a quelle dei mammiferi”. A queste conclusioni lo scienziato della Duke University è giunto dopo aver studiato come molti volatili apprendono a cantare o a imitare il linguaggio degli uomini. Inoltre ha appurato che anch’essi (similmente ad animali molto evoluti come gli scimpanzé), sono in grado di utilizzare strumenti, comporre nuovi canti e persino imparare a contare o a mentire. Nello studio divulgato sulle pagine della rivista Nature Reviews Neuroscience sono stati in particolare presi in considerazione i pappagalli. Jarvis ha potuto constatare che questi animali posseggono addirittura il senso dell’umorismo e sono in grado di inventare nuove parole, usare la sintassi e anche insegnare ai propri simili ciò che hanno appreso.

lunedì 2 aprile 2012

Architetture animali


Barriera corallina
Quelli che chiamiamo comunemente coralli, rappresentano in realtà l'azione costruttrice di minuscoli animali chiamati antozoi, classe di animali appartenente al phylum degli cnidari. Sono piccoli polipi, simili ad anemoni marini, perfettamente a loro agio in colonie, la cui prerogativa è quella di produrre carbonato di calcio e vivere in simbiosi con alghe fotosintetizzanti. Al contrario di quanto si pensa, i coralli non crescono solo nei luoghi caldi, ma anche a latitudini elevate, in corrispondenza per esempio dei mari che circondano la Scandinavia e la Gran Bretagna. Le prime barriere coralline risalgono a 500milioni di anni fa.


Castoro
Sono animali semi-acquatici, esperti nella fabbricazione di dighe. Le edificano in prossimità delle tane in cui dimorano per incrementare la profondità dell'acqua, difendersi e creare micro-habitat ideali per la propria sussistenza. Le costruiscono servendosi di tronchi, rami, pietre e fango. Alcune possono raggiungere il metro e mezzo di altezza e i tre metri di larghezza. Il record spetta a una diga in Colorado lunga trecento metri. I castori appartengono al gruppo dei roditori: in media pesano 20 chili, per 75 centimetri di lunghezza e 30 centimetri di altezza. Presentano denti molto sviluppati con i quali riescono a lavorare abilmente il legno. Di solito puntano ad alberi aventi un diametro compreso fra 5 e 20 centimetri.


Vespa
Il nido di vespe si compone di celle realizzate con un materiale che ricorda il cartone. In effetti viene ottenuto dall'impasto di legno e saliva. Possono sorgere su rami, rocce, tetti, grondaie. Il numero di componenti di un nido è estremamente variabile e può andare da poche unità a più di 100mila individui, come accade in alcune specie tropicali. Le vespe appartengono agli imenotteri, raggruppamento tassonomico che comprende animali sociali come api e formiche. Dalla analisi svolte, però, sembrerebbero meno evolute dei cugini “apiformi”, con strutture sociali e abilità di fabbricazione di nidi ineguagliabili nell'ambito degli insetti.
 

Pendolino europeo 
Il pendolino europeo (Remiz pendulinus) è un piccolo uccello lungo 11 centimetri e pesante 10 grammi. Con la testa grigia, maschera nera e il groppone rossiccio, fabbrica grossi e confortevoli nidi, dove le femmine possono deporre le uova comodamente. Per costruirlo utilizzano fibre animali o vegetali, brandelli di ragnatele, semi piumati di piante. Il nido ha una tipica forma a fiasco pendente, con un'apertura rivolta verso il basso. L'animale nidifica soprattutto nelle regioni settentrionali dell'Eurasia, dove abbondano corsi d'acqua e ambienti lacustri come canneti e pioppeti. È presente anche in Italia dove viene spesso a svernare. 


Ragno costruttore 
I ragni sono noti per la capacità di costruire tele in grado di riprodurre bidimensionalmente anche le forme geometriche più complesse. Ma ci sono altresì specie di aracnidi che arrivano a edificare vere e proprie impalcature filiformi, strutture di notevole ampiezza, abitate da moltissimi esemplari. È il caso di un ragno che abita il Pakistan e che per sfuggire alle bizzarrie climatiche colonizza gli alberi dalle radici alle sommità, impedendo la fotosintesi clorofilliana e quindi provocandone la morte. Situazioni analoghe si sono verificate negli USA, dove – in vari punti geografici – dozzine di specie di aracnidi si sono organizzate in colonie, rivestendo con le loro tele intere aree boschive.


Caterpillar 
La processionaria dei pini (Traumatocampa pityocampa) è detta anche bruco del pino o “caterpillar”. È un lepidottero, in pratica una farfalla, le cui larve si sviluppano sul pino nero, pino silvestre, pino marittimo, larice e cedro. Le larve si nutrono delle foglie, creando gravi problemi alle piante. Durante lo sviluppo secernano un filo sericeo (analogo alla seta) con il quale costruiscono e allargano il nido in cui vivono. Spesso queste “strutture architettoniche” del regno animale, raggiungono dimensioni notevoli, assumendo forme varie e spettacolari. Lo stadio adulto vede lo sviluppo di farfalle da colore grigiastro, dal corpo tozzo e peloso, con un'apertura alare media di 40 centimetri. 


Tricottero 
I tricotteri sono insetti metamorfici appartenente alla sottoclasse pterygota. Da adulti sono caratterizzati da corpi di colore brunastro, lunghi fino a 25 millimetri. Le loro capacità architettoniche si identificano nella capacità di costruire – durante lo stadio larvale – astucci nei quali si rifugiano per far fronte ai numerosi predatori. Vengono anche detti portalegna o portasassi. Per fare ciò utilizzano qualsiasi materiale disponibile: sabbia, conchiglie, ramoscelli e rifiuti. A maturazione avvenuta, abbandonano le acque per svolazzare con ali fragili fra gli steli degli ambienti acquatici, ma il ridotto apparato boccale fa sì che la loro esistenza non si prolunghi per più di un mese. 


Tessitore beccogrosso 
Specie ornitologica (Albifrons amblyospiza) dell'Africa sub-sahariana, dal piumaggio scuro e dimensioni contenute. Utilizza per i suoi nidi strisce d'erba e foglie che compatta fino a creare delle masse rotondeggianti che si innestano con facilità lungo le canne vegetali che contornano fiumi e stagni. È soprattutto il maschio a occuparsi di questa attività, mentre la femmina incuba le uova e procura il cibo ai nuovi venuti. Per la realizzazione di un nido occorrono da due a dodici giorni. Si nutre di semi di girasole e frutti di bagolaro. Ma non disdegna formiche, termiti e piccoli coleotteri. 


Aquila di mare 
È un uccello predatore del NordAmerica, nonché simbolo degli USA dal 1782. Gli esemplari adulti sono caratterizzati da un corpo ricoperto da piumaggio marrone e da una coda e una testa bianche; l'apertura alare può raggiungere i tre metri di ampiezza. Si nutrono di salmoni e trote, ma anche cuccioli di lupo o renna. La femmina è più grossa del maschio, un tipico caso di dimorfismo sessuale. L'Haliaeetus leucocephalus, detta comunemente aquila di mare dalla testa bianca, costruisce nidi giganteschi, che di anno in anno si ingrandiscono sempre più, di solito in cima a qualche albero. Possono arrivare a costruire coni di 4 metri di altezza e 2,5 metri di diametro. All'interno di essi depongono le uova 1-3 volte all'anno. 


Il tessitore mascherato africano 
È una delle specie ornitologiche maggiormente esperte nell'arte di costruire nidi. Ploceus velatus presenta colorazioni vivaci, giallo verdi, e un robusto becco. I tessitori mascherati nascono con l'attitudine di elaborare nidi particolarmente sofisticati, ma crescendo affinano la loro tecnica fino a diventare veri e propri maestri nella costruzione di ripari per la deposizione delle uova e l'accudimento dei piccoli. Mostrano un'intelligenza particolarmente spiccata. Studiosi dell'Università di Edimburgo li hanno osservati da vicino verificando che ogni nido rappresenta una realtà “architettonica” a se stante, che varia anche in base alla collocazione geografica delle colonie. S'è visto che utilizzano prevalentemente steli d'erba, che “manipolano” da veri artigiani, muovendosi da destra a sinistra. L'intreccio che ne deriva assicura un confortevole e compatto nido nel quale vivere comodamente.

venerdì 2 marzo 2012

I pericoli dell'endogamia


Le esperienze ottocentesche di Charles Darwin presso le isole Galapagos hanno rivoluzionato la storia, permettendo l'introduzione di una nuova affascinante teoria evoluzionistica: la selezione naturale. Di ciò si è a lungo parlato, ma non altrettanto si è fatto per ciò che riguarda il minuscolo arcipelago nel cuore dell'oceano Pacifico che ha ospitato l'equipaggio del Beagle dal 15 settembre 1835. Perché proprio in questo punto geografico e non altrove Darwin è arrivato a dare una spiegazione esaustiva alle sue supposizioni? La risposta risiede nel fatto che le isole Galapagos rappresentano il “laboratorio” ideale per risolvere ogni enigma evoluzionistico. Possono, infatti, essere ricondotte a un microcosmo naturalistico, nel quale piccole popolazioni si avvicendano offrendo interessanti ragguagli in merito alla loro sopravvivenza e, quindi, alla loro evoluzione. Non è un caso, dunque, che i due scienziati Peter e Rosemary Grant, in occasione della vincita del Premio Balzan, abbiano deciso di visitare proprio l'arcipelago del Pacifico per studiare da vicino in che modo la variabilità genetica risulti essere una prerogativa sostanziale nella sopravvivenza di una specie. Con questo termine si intende l'eterogeneità genetica che deriva da due processi chiave della biologia: la mutazione genetica e la ricombinazione genetica. Le mutazioni riguardano modificazioni del DNA o dell'RNA, i cosiddetti acidi nucleici e portano alla formazione di nuovi alleli, ossia varianti di uno specifico gene. Nel secondo caso ci si riferisce a un processo che induce al mischiamento degli alleli, dando luogo a nuove combinazioni alleliche visibili nelle generazioni future. Da tempo si sa che una buona diversità genetica è un parametro indispensabile al prosieguo di una specie e alla sua sopravvivenza, dunque i Grant hanno voluto approfondire l'argomento indagando proprio nel “laboratorio naturale” per eccellenza: il paradiso darwiniano delle Galapagos. 


Su queste isole dimorano molte specie di uccelli, ogni isola, in particolare, è rappresentata da una specie diversa di tordo beffeggiatore. Significa che in questo contesto ambientale i processi di endogamia sono all'ordine del giorno. Ma l'endogamia – ossia la riproduzione sessuale fra individui geneticamente simili – è inversamente proporzionale alla qualità genetica di una specie. Quando una popolazione è scarsa, i suoi rappresentanti si accoppiano fra loro, “omogeneizzando” il DNA che diviene più suscettibile alle malattie e alle infezioni. Al contrario una specie resiste di più a morbi e pestilenze se il suo corredo genetico mostra un'alta variabilità. «La diversità genetica è alla base di tutte le altre forme di diversità biologica», rivelano gli esperti del'ISPRA, «consente la persistenza delle popolazione, grazie ai processi di selezione naturale e adattamento alle continue variazioni ambientali. La perdita di variabilità genetica aumenta le probabilità di estinzione di popolazioni e di specie, contribuendo a disintegrare la complessità degli ecosistemi». I risultati ottenuti dai Grant sono stati diffusi in un simposio tenutosi recentemente presso la Princeton University, in USA. Nei dettagli gli studiosi si sono occupati di verificare le caratteristiche genetiche di quattro specie allopatriche: una specie viene così detta nel momento in cui una barriera geografica (catena montuosa, fiume, lago) si interpone alla diffusione della stessa, riducendo sensibilmente la sua “qualità” cromosomica. Sono stati utilizzati dei marcatori genetici definiti “microsatelliti”, per mettere in luce che la popolazione, in assoluto, più a rischio delle Galapagos è rappresentata dal tordo beffeggiatore dell'isola Floreana: la specie è attualmente costituita da due sole popolazioni, una quarantina di individui sull'isolotto Champion e un centinaio fra Baia Gardner e Floreana. 


A questo punto si è intervenuti sull'isola di Floreana per creare una terza popolazione e in questo modo “rinverdire” il corredo genetico delle due già presenti: i contatti fra le varie popolazioni consentiranno un mischiamento dei vari corredi genetici, assicurando una variabilità più spiccata e dunque maggiori chance di sopravvivenza; in pratica s'è ripristinata la situazione già in voga 120 anni fa, tracollata in seguito ai processi di antropizzazione. Il compito è stato assolto con la collaborazione del Parco Nazionale delle Galapagos e la Stazione di ricerca Charles Darwin, e la supervisione di Lukas Keller dell'Università di Zurigo. Lo studio offre spunti di riflessione anche per ciò che riguarda la diversità genetica di molte altre specie, comprese quelle botaniche, tenuto conto del fatto che anche in tutti gli altri organismi, l'eterogeneità di un genoma è direttamente proporzionale a una maggiore resistenza ai malanni. Lo provano vari eventi storici, come quello risalente all'Irlanda dell'Ottocento, in cui la maggior parte delle piante di patate morirono provocando una grave carestia alimentare. In seguito si scoprì il perché: le patate presentavano una variabilità genetica molto ridotta, tale per cui, all'attacco di un organismo fungino particolarmente resistente, quasi tutte soccombettero alla sua azione.

venerdì 23 luglio 2010

Anche gli animali simulano l'orgasmo

Si è soliti pensare che siano solo le donne a simulare l’orgasmo ma non è così. È vero per quanto riguarda la specie umana, ma non si può dire altrettanto per gli animali, dove spesso è anche il maschio a far finta di provare piacere durante un "incontro amoroso". La conferma arriva da un interessante studio effettuato da Tommaso Pizzari, ricercatore presso l'Università di Leeds, in Inghilterra, il quale ha scoperto che nei volatili, in particolare fra le galline, è il maschio a fingere l'orgasmo. È uno stratagemma evolutivo che gli consente di non sprecare lo sperma e tenere lontani eventuali rivali. Pizzari ritiene che i galli, soprattutto quelli più possessivi, fingono di fecondare le galline montandole, ma in realtà evitano di deporre il proprio seme all’interno della cloaca femminile: così facendo privano le galline dalla volontà di volersi accoppiare con altri partner, mantenendo la loro supremazia nel pollaio. Per arrivare a questo risultato lo studioso inglese ha applicato un’imbracatura a undici galline, in modo da consentire l'accoppiamento, ma non la fecondazione. In seguito ha visto che, sia le galline fecondate, che quelle che si erano solo accoppiate, erano meno propense a nuovi "incontri": è la prova che l’inseminazione non distoglie l’attenzione delle femmine dai maschi, basta la semplice azione dell’accoppiamento. Ritornando alla nostra specie, molti uomini temono che la loro compagna simuli l'orgasmo. Non a torto. Stando, infatti, a un’indagine di Shere Hite sulla sessualità femminile, più del 50% delle donne simula abitualmente il piacere derivante dall'orgasmo. Talvolta lo fanno per insicurezza, perché hanno paura di essere giudicate frigide, o addirittura di essere abbandonate. Alcune, invece, simulano per non ferire l'orgoglio del partner: in questo caso è evidente che il problema da risolvere è innanzitutto la mancanza di comunicazione nella coppia. Il lavoro di Pizzari, infine, si va ad aggiungere ad altri numerosi studi da lui condotti sull'etologia dei volatili e aiuta a spiegare il motivo per cui - tra le molte specie di animali esistenti, dagli insetti, ai mammiferi, fino agli uccelli - è così diffuso il sesso senza trasferimento di sperma.

venerdì 4 dicembre 2009

CIMITERI OASI DI VITA

A lezione di naturalismo. Dove? Nei cimiteri. È una delle tante proposte avanzate dai responsabili del Caring for God’s Acre ("Avendo cura degli acri di Dio”). Mini safari, li hanno anche battezzati. Gli scolari, muniti di lente e quadernino, si aggirano come dei detective tra tombe e sepolcri per scovare animali e piante che altrove non vivono più, spazzati via da inquinamento, pesticidi, insetticidi. La prima fase del progetto si è conclusa da poco. Con essa gli studiosi sono riusciti a individuare ben 300 specie – sia animali che vegetali - credute estinte o comunque impossibili da trovare al di fuori dei camposanti. Del progetto ne ha recentemente parlato uno dei maggiori esponenti dell’iniziativa: il botanico David Bellamy. Dice lo studioso: “I cimiteri? Io li chiamo isole della speranza. Il futuro della wildlife (natura allo stato selvaggio) risiede proprio nei sepolcreti. Il rinascimento verde – va avanti – è cominciato e i cimiteri sono oasi in cui per secoli hanno trovato rifugio indisturbati erbe, funghi, licheni, muschi e fiori selvatici”. Ma non sono solo i vegetali a far la gioia dei naturalisti: ci sono anche specie animali, dalle dimensioni contenute come gli insetti e gli aracnidi, talvolta di grossa taglia, volatili e perfino piccoli mammiferi. Il progetto per il momento coinvolge esclusivamente la città di Hereford, in Inghilterra. È qui che gli scienziati hanno indirizzato i loro sforzi su tre camposanti ricchissimi in biodiversità. D’altronde non è la prima volta che qualcuno sottolinea l’insolita esperienza di sentirsi profondamente vivo proprio quando si è in un cimitero. Una di queste è Tracy Chevalier, celebre scrittrice. Parlando del suo ultimo libro “Quando cadono gli angeli” afferma: “Il cimitero di Highgate è un posto speciale. Faccio un lavoro di volontariato nel cimitero, ci vado da anni e una cosa che ho notato è che è un luogo per i vivi piuttosto che per i morti. La gente va al cimitero e ricorda le persone che non ci sono più e i ricordi sono vivi. E poi ci sono tante piante e animali, ci sono addirittura delle volpi e si sentono gli uccellini. È un posto in cui andare per ricordare ed essere vivi”.

Per info: http://www.caringforgodsacre.org/

lunedì 21 settembre 2009

Le dimensioni delle uova dei canarini dipendono dal canto del maschio

A seconda di come i maschi cantano le femmine dei canarini (Serinus canaria) fanno uova più o meno grandi. Lo dicono gli studiosi della Royal Holloway University di Londra e del Max-Planck-Institut per l'ornitologia di Seewiesen, in Germania. Gli scienziati hanno osservato varie popolazioni di canarini constatando che la solerzia nella cova, le cure parentali, ma anche le dimensioni delle uova e il sesso dei pulcini dipendono strettamente dalle qualità canore dei maschi. Sull’ultimo numero della rivista Ethology gli studiosi spiegano che nei canarini il canto del maschio ha una importante funzione di attrazione nei confronti della femmina, e che le femmine rispondono maggiormente a strutture complesse del canto, chiamate “sillabe sexy”. I test hanno dimostrato che le femmine esposte a registrazioni di canti contenenti un repertorio di sillabe sexy producevano uova di dimensioni maggiori rispetto a quelle delle femmine che avevano ascoltato canti privi di tali espressioni. Le cure parentali finora si pensava che non avessero nessuna relazione con il canto, mentre ora si scopre che non è così. Le femmine sono dunque attratte soprattutto dai maschi che hanno un canto più melodioso e più versatile. Al contrario tengono a debita distanza gli altri. Secondo gli studiosi è anche questo un frutto dell’evoluzione. Le femmine accoppiandosi con i canarini che cantano meglio salvaguardano, infatti, la diversità dei caratteri ereditari e favoriscono il rafforzamento della specie.