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venerdì 24 febbraio 2017

Il primo trapianto effettuato da un robot chirurgo


Sono fra gli organi più delicati del nostro corpo che, pur ammalandosi, spesso, non danno sintomi. Quando s'interviene, però, potrebbe essere troppo tardi e il rischio è quello di dover periodicamente purificare il sangue attraverso la dialisi. Il dolore, tuttavia, sa bene di averlo patito una 45enne torinese che, dopo avere subito un inutile intervento chirurgico, ha scelto la strada, anche per i medici, più adatta alla sua guarigione: l'espianto definitivo dell'organo. Solo così ha, infatti, potuto eliminare definitivamente il male. Un'operazione unica al mondo, perché per affrontarla gli specialisti hanno utilizzato un robot: «Non di quelli che siamo soliti immaginare, riproducenti le fattezze di un uomo», ci spiega Paolo Gontero, direttore dell'Urologia universitaria dell'Ospedale Molinette della Città della Salute di Torino, «ma un macchinario altamente tecnologico che ci ha consentito di lavorare in un'area anatomica molto sensibile, che i chirurghi avrebbero fatto fatica a gestire da soli». Insomma, senza il robot non sarebbe stato possibile portare a termine il tradizionale intervento di nefrectomia.

E il motivo risiede nella particolare anatomia della signora: «I reni, infatti, risiedono nella zona lombare, in corrispondenza della fine delle vertebre della schiena», continua Gontero, «ma la paziente ne aveva uno dei due a ridosso dell'utero, in una posizione che le provocava gravi e continui dolori». Un rene "diverso" non solo per la posizione, ma anche per l'anatomia; presentava infatti tre arterie che lo irroravano, mentre è un solo vaso afferente a entrare normalmente in gioco nella zona glomerulare (la parte più importante del rene dove vengono filtrate le sostanze da scartare). Tecnicamente in questi casi si parla di rene ectopico pelvico. Ma la storia non finisce qui. Perché il destino del rene espiantato, che ha finalmente ridato serenità a una 45enne torinese, era quello di finire gettato, come accade con tutti gli altri materiali biologici provenienti dalle analisi mediche o dalle operazioni chirurgiche. 

E invece è stato riutilizzato per restituire la salute a un uomo di 51 anni, da tempo afflitto da una nefropatia che lo costringeva alla dialisi. Dalla donna, quindi, il rene è finito su un tavolo della sala ospedaliera dove - anche grazie alla collaborazione di Luigi Biancone, direttore del reparto di Nefrologia e Maurizio Merlo, chirurgo vascolare - è stata appurata la sua perfetta funzionalità: «Sono passati pochissimi istanti fra l'espianto e il trapianto», ci dice Gontero, «e il rene era in ottimo stato; abbiamo chiuso le tre arterie per poi procedere con il classico intervento di trapianto renale, con l'introduzione del nuovo organo nella fossa iliaca del nefropatico». 

E' la zona dell'addome nella quale, secondo la prassi, vengono inseriti i reni trapiantati, in una sede diversa da quella naturale, ma ideale per ridare la possibilità a un organismo di depurarsi. Poi sono intervenuti altri medici per assicurare al rene trapiantato il corretto "dialogo" con gli ureteri e la vescica. Il futuro? Il robot tornerà presto a fare parlare di sé, essendo in dote all'ospedale torinese da qualche anno, e impiegato regolarmente per interventi urologici di varia natura, coinvolgendo non solo i reni ma anche la vescica e la prostata. Battezzato non a caso Da Vinci (in onore del genio scientifico di Leonardo), continuerà a lavorare grazie ai suoi quattro bracci hitech, tre dei quali perfettamente tarati per maneggiare bisturi, forbici e strumenti elettrochirurgici. Intanto l'equipe medica di Gontero si gode l'eccezionale traguardo raggiunto: due pazienti di mezza età che stanno riprendendo a vivere grazie al perfetto connubio fra uomo e tecnologia. 

giovedì 9 dicembre 2010

Il rene artificiale di Shuvo Roy

Shuvo Roy mostra il rene artificiale
Lo scopo è mandare in pensione la dialisi, l'unica terapia (con il trapianto) in grado di curare efficacemente l'insufficienza renale, male di cui soffrono milioni di persone. Gli scienziati dell'University of California, grazie ai progressi nanotecnologici, hanno, infatti, creato un'apparecchiatura, grande come una tazzina del caffè, capace di compiere lo stesso lavoro effettuato dai macchinari per la dialisi tradizionale. Verrebbe impiantata nell'organismo malato, e consentirebbe di assolvere le funzioni normalmente esplicate dai reni: filtrare tossine, regolare la pressione sanguigna, produrre vitamina D. Non sono previste, però, pompe, né batterie per il suo funzionamento, e rispetto al classico trapianto di organo, non si avrebbero problemi di rigetto. Peraltro il marchingegno hitech avrebbe un'autonomia di decenni. I test sono stati compiuti per ora solo sui topi, ma presto si spera di poter agire anche sull'uomo. Shuvo Roy, che ha condotto le ricerche, afferma che se tutto filerà secondo i programmi, la scoperta potrebbe rivelarsi una vera benedizione per i nefropatici, che potrebbero tornare a vivere una vita (quasi) normale. Ma quando l'uomo potrà concretamente beneficiare di questa apparecchiatura? Secondo Roy è realistico pensare che il nuovo congegno medico potrà essere utilizzato su larga scala entro cinque anni. E per un malato di reni non sarà più necessario sottoporsi tre volte la settimana (per quattro ore) a una seduta dialitica. "La proposta di Roy è sicuramente interessante", racconta a Oggi Giuseppe Vezzoli, nefrologo dell'ospedale San Raffaele di Milano, "tuttavia è necessario essere cauti per non dare false speranze ai malati. Il futuro è nella nanotecnologia, ma non possiamo dire in quanti anni un'apparecchiatura del genere potrà essere disponibile ufficialmente". Va inoltre considerato che la letteratura scientifica attuale non spiega nei dettagli i lavori compiuti dal professore indiano. "Occorre dunque capire in che modo l'organismo umano reagirà al contatto con un'apparecchiatura del genere", chiude Vezzoli. "Il problema del rigetto va sempre tenuto in alta considerazione".

Disegno illustrante il passaggio del sangue dai filtri del rene artificiale


mercoledì 2 settembre 2009

Ace-inibitori contro l'insufficienza renale

Una scoperta che potrà portare alla terapia definitiva in grado di contrastare l’insufficienza renale e quindi la necessità di ricorrere alla dialisi o al trapianto. Secondo gli specialisti del Mario Negri di Bergamo una nuova categoria di farmaci, gli Ace–inibitori, utilizzati di solito per combattere l’ipertensione, sarebbero infatti in grado di indurre il rene ad autorigenerarsi, facilitando la formazione ex-novo di arteriole (glomeruli) renali, fondamentali per filtrare il sangue. L’impiego di Ace-inibitori nell’uomo ha già dimostrato di essere in grado di arrestare o perlomeno rallentare il progressivo deterioramento della funzione renale, ma non si era ancora avuta la conferma relativa all’eventualità di far addirittura regredire il male. Lo studio è stato compiuto sui topi. I ricercatori del Mario Negri hanno trattato una parte dei roditori colpiti da patologie renali con Ace–inibitori e un’altra senza medicinali. Il risultato è stato sorprendente. Analizzati i topi del primo gruppo, si è visto che la malattia renale anziché progredire, regredisce. “Abbiamo osservato che, mentre nei ratti non sottoposti a trattamento farmacologico si evidenziavano gravi lesioni del rene – dicono gli studiosi - nel gruppo trattato con farmaci Ace era al contrario visibile una rigenerazione dei capillari nel tessuto renale malato”. Lo stesso quindi potrebbe (dovrebbe) accadere anche nell’uomo se si pensasse di sottoporlo a una cura della durata di almeno 8–10 anni. Obiettivi per il futuro? Arrivare alla completa autorigenerazione del rene malato, risparmiando ai pazienti il trapianto dell’organo o la dialisi. “Mentre fino ad ora si è solo cercato di rallentare la velocità di riduzione della funzione renale per allontanare nel tempo la necessità di ricorrere alla dialisi o al trapianto, oggi sembra possibile riuscire a fare regredire il danno renale al punto da recuperare la stessa funzione renale – hanno concluso i ricercatori. Lo studio, pubblicato sulla rivista Kidney International (organo ufficiale della Società Internazionale di Nefrologia), è stato coordinato dall’immunologo Giuseppe Remuzzi, dell’Istituto Mario Negri e direttore del dipartimento Trapianti dell’ospedale di Bergamo.