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domenica 23 gennaio 2022

La complessa (e bizzarra) geologia italiana


Un mese fa la scossa improvvisa in bergamasca, ieri quella (più debole) nel bresciano. Anche la Lombardia, territorio tradizionalmente poco soggetto ad attività sismica, alla ribalta delle cronache per fenomenologie legate al movimento delle placche tettoniche. Cosa sta succedendo? Una sola e semplice risposta: Italia. Fra i paesi più sensibili al dinamismo terrestre, la nostra penisola è periodicamente interessata da eventi sismici e vulcanici. La placca africana si muove lentamente verso l’Eurasia, innescando un processo geologico specifico chiamato subduzione. In pratica il Continente nero scivola sotto l’Europa alterando irreversibilmente le geografie attuali. Il risultato, in corso da milioni di anni, determina la crescita delle Alpi, la spaccatura degli Appennini, il ristringimento dell’Adriatico. Ecco perché nessuna area del Bel Paese può davvero ritenersi estranea a terremoti ed eruzioni. Anche la Lombardia. Di fatto la Pianura Padana, da un punto di vista prettamente geologico, rappresenta l’appendice terminale del continente africano, coinvolto nello scontro con il colosso euroasiatico. I registri ci raccontano i terremoti a nord del Po’ da mille anni a oggi. Il giorno di Natale del 1222 si ebbe quello più forte, con magnitudo 5,68. Interessata l’area del bresciano e del veronese. Il 26 novembre 1396, un sisma di 5,6 colpì il monzese. Fino alle ultime note di queste settimane. Niente di nuovo, dunque, ma gli eventi tellurici più potenti sono quelli riconducibili alle regioni meridionali (di ieri una scossa importante in Calabria). Il cosiddetto arco calabro peloritano giustifica uno dei luoghi più sensibili alla sismologia locale. Può essere vagamente ricondotto all’arco giapponese, dove si registrano gli episodi sismici in assoluto più violenti del pianeta, fino a 9 gradi della scala Richter. Dal Mar Ionio alle isole Eolie è tutto un susseguirsi di processi geodinamici che trovano il loro massimo sfogo nell’attività vulcanica: Stromboli, Vulcano, Etna, Vesuvio e, certamente, quello meno conosciuto, ma forse più pericoloso, il Marsili. È un grande vulcano che sorge nel cuore del Mar Tirreno, a circa 400 metri dalla superficie del mare. Riposa da tempo ma se dovesse rimettersi in pista potrebbe creare i presupposti per lo sviluppo di un maremoto in grado di provocare gravi danni lungo gran parte delle coste meridionali, Campania, Calabria, Sicilia. Uno tsunami a tutti gli effetti. Da tempo sotto la lente degli esperti anche la zona campana. Il Vesuvio ha emesso il suo ultimo gemito nel 1944, parafrasando gli eventi bellici in corso. Ed è noto che un vulcano che non dà segni di vita, non significa che si sia addormentato per sempre. Peraltro, a differenza dell’Etna, vulcano contrassegnato da un magmatismo effusivo, il gigante campano presenta lave molto più acide che anziché eruttare, esplodono. Le esperienze di Pompei ed Ercolano ricordano l’azione di un vulcano che non uccide con la lava, ma con cenere, gas, e lapilli. Se erutta l’Etna si hanno disposizione giorni se non settimane per evacuare; per il Vesuvio poche ore potrebbero non bastare. E intorno al cono vulcanico abitano almeno 600mila persone. Infine i Campi Flegrei, ciò che resta di un antico supervulcano. Coinvolge vari comuni campani e vede l’azione di più sbocchi magmatici. Al terzo periodo flegreo è riconducibile l’ultima eruzione significativa, risalente al 1538, 3mila anni dopo l’ultimo sussulto. Vulcani e terremoti, ma da queste parti anche il bradisismo non scherza; periodica danza del suolo dovuta all’accumulo di lava in una camera magmatica superficiale. Da cui, riferendosi ad amiche fidate, l’estro poetico (e vagamente sinistro) di Donatien Alphonse Francois de Sade: “Noi somigliamo a questi vulcani e le persone virtuose alla monotona e desolata pianura piemontese”. 

giovedì 19 novembre 2020

I vulcani italiani

Arrivano da tutte le parti del mondo, perché sono facili da raggiungere e soprattutto sempre in attività. I vulcani italiani, infatti, rappresentano un perfetto laboratorio di vulcanologia, preso d’assalto da scienziati di ogni nazionalità. Che ancora si interrogano sull’eterogenia di questa terra, dove acqua e fuoco si scontrano, parafrasando quel che dovette essere all’inizio dei tempi, durante la formazione del pianeta. Etna, Stromboli e Vesuvio, fanno ormai parte dell’immaginario mondiale; tanto che non si potrebbe davvero pensare di raffigurare un’Italia senza le nuvolette di fumo che si alzano da Campania, Sicilia e mar Tirreno. Ma non è sempre la stessa cosa. E ogni vulcano obbedisce a geologie specifiche, rocce particolari, presupponendo interventi di salvaguardia ambientale diversissimi fra loro; sulla base del tipo di magma prodotto. Ma vediamo di compiere un piccolo viaggio per capire chi sono e come si comportano i principali vulcani del Belpaese.

L’Etna è uno stratovulcano alto 3340 metri che sorge in corrispondenza della zona di collisione fra la placca euroasiatica e quella africana. Obbedisce a un vulcanesimo di tipo basico.  Le sue colate laviche, infatti, sono ben conosciute e facili da gestire; dando il tempo di correre ai ripari e di arginare il movimento dei fiumi di lava. È dovuto all’attività di faglie particolari che rientrano nella cosiddetta scarpata ibleo-maltese, nel punto in cui il magma risale dal mantello semifluido sottostante, incalzato dalle correnti convettive che muovono i continenti. La sua attività risale a 500mila anni fa. È chiamata “fase delle tholeiiti basali”. Siamo nel Pleistocene medio. L’Etna era sommerso dalle acque, e ancora oggi troviamo tracce delle antiche eruzioni nella zona di Acitrezza. 320mila anni fa, il grande golfo che contraddistingueva l’area geografica nei pressi del vulcano, viene ridimensionato dai movimenti tettonici e l’Etna inizia a eruttare sulla terraferma. La “fase delle timpe” inizia 100mila anni dopo. E trova conferma nei depositi eruttivi di Paternò, risalenti a 170mila anni fa. Seguono la “fase dei centri eruttivi della Valle del Bove”, con la nascita di nuovi punti di produzione di magma, come il Giannicola e il Salifizio; e quella odierna e più recente, la “fase stratovulcano”. Va avanti da più di 50mila anni e si riferisce alla genesi del cono vulcanico che oggi tutti riconosciamo e col quale abbiamo quasi ogni anno a che fare.

Lo Stromboli ha una natura diversa. Un magmatismo di tipo neutro, che si contrappone al basico dell’Etna. Questo aspetto indica un’attività vulcanica più difficile da gestire, talvolta esplosiva, con produzione di bombe e brandelli incandescenti sparati fino a 50 metri di altezza. È la tipica attività stromboliana, intervallata da pause quiescenti di pochi minuti. Il primo cratere stromboliano risale a 200mila anni fa. Le colate laviche di quel periodo sono perscrutabili in corrispondenza di Strombolicchio, isoletta vicinissima al vulcano. Risale dal mare 160mila anni fa, mentre quello che vediamo oggi, con i suoi 924 metri di quota, non ha più di 35mila anni. La vita dello Stromboli è contrassegnata da sette periodi cronologici: si va da Paleostromboli I (200mila anni fa), a Neostromboli sorto 13mila anni fa. Tre le bocche di solito interessate dalla attività magmatica, situate a un’altezza media di 750 metri. Il geodinamismo dello Stromboli rientra nei movimenti legati all’arco vulcanico delle Isole Eolie, concettualmente riconducibile a quelli molto più imponenti delle Antille e del Giappone. Dunque Stromboli, con Vulcano e Lipari, rappresenta la parte emersa di un arco geologico sottomarino attivo dal Pleistocene inferiore. Le discontinuità petrografiche sono nette e spiegano la presenza di una zona di subduzione; con le rocce ioniche che scivolano sotto l’arco calabro.

Il Vesuvio, infine, risiede in un contesto geologico diverso dai vulcani che circondano la Sicilia. È l’unico vulcano dell’Europa continentale, e la sua genesi rimanda a due milioni di anni fa, con l’apertura del Tirreno e la formazione della catena appenninica. Tecnicamente si parla di uno stratovulcano alto poco più di 1.200 metri, derivante dalla fusione fra un vecchio edificio vulcanico più imponente di quello attuale e il nuovo cono formatesi dal collasso di quello precedente. Le eruzioni più moderne risalgono a 400mila anni fa. Ma è da Plinio il Vecchio che abbiamo un sunto preciso delle grandi eruzioni succedutesi nei secoli. A parte la grande eruzione plineana, che distrusse Ercolano e Pompei, si segnalano altri fenomeni importanti che hanno sconvolto la quotidianità dei campani di un tempo. Fra il 16 e 17 dicembre del 1631, ci fu un’eruzione che uccise diecimila persone. I danni furono immensi, per le abitazioni e i campi coltivati. L’evento fu tanto importante da provocare un abbassamento di 450 metri del cono vulcanico. Altrettanto significativa l’esplosione dell’aprile 1906: ci furono 216 vittime, e quasi 40mila profughi. Oggi il Vesuvio riposa dal 1944, ma gli esperti avvertono: è quasi certo che, entro la fine del secolo, il vulcano tornerà a fare sentire la sua voce.

giovedì 2 maggio 2019

Nueva Vida: la scoperta delle più grandi caverne bergamasche

Il meccanismo chimico è lo stesso: prendi un po’ di acqua con disciolta una sostanza acida e versala su una superficie calcarea e vedrai la roccia andare in frantumi. Nel Carso avviene quotidianamente. Foibe e doline sono l’esempio classico di questa azione erosiva dell’acqua. Ma non sono solo le affascinanti colline al di là di Trieste; anche la catena prealpina è contrassegnata da questo tipo di roccia, e dunque da fenomeni legati al carsismo. Il Resegone e le Grigne sono pieni di guglie e grotte derivanti da processi simili di alterazione rocciosa. E anche un po’ più in là verso il cosiddetto Sebino occidentale, un’area di circa cento chilometri quadrati compresa tra il lago di Iseo e il lago di Endine, in valle Cavallina. Dove gli speleologi stanno facendo luce su uno dei sistemi carsici sotterranei più imponenti del Belpaese. “Per via di uno spiffero d’aria scoperto a Fonteno, un paese della bergamasca di nemmeno mille abitanti”, dice Maurizio Greppi, presidente dell’associazione Progetto Sebino. “Lo abbiamo battezzato abisso Bueno Fonteno, in segno benaugurale, dopo esserci resi conto di una voragine che sprofondava nel sottosuolo, apparentemente senza fondo”. Alla scoperta dell’abisso Bueno Fonteno è seguita quella di Nueva Vida. Altra girandola negli inferi. Il 1 settembre 2013 la prova del collegamento fra i due complessi: “Da mesi ipotizzavamo un passaggio fra le grotte”, dice Greppi. “Così siamo entrati da Nueva Vida per poi affacciarci, dopo una entusiasmante esplorazione, su uno degli ambienti più pittoreschi di Bueno Fonteno, il salone Portobello”. È un’immensa stanza sotterranea potenzialmente capace di ospitare un palazzo di venti piani. Non l’unica sorpresa emersa da questo incredibile mondo situato nelle viscere del Sebino Occidentale, con profondità massime che superano i cinquecento metri. Gli speleologi hanno individuato gallerie mastodontiche, dove un camion o un bus non avrebbero problemi a passare. Pozzi profondi 170 metri, impossibili da illuminare con le comuni torce. E impensabili collegamenti con le sorgenti carsiche che circondano l’area, talvolta utilizzate per il rifornimento di acqua potabile. Sorpresa, infine, per il collegamento idrogeologico con l’Acquasparsa di Grone, altro piccolo centro in provincia di Bergamo, identificato solo poche settimane fa. Complessivamente sono una trentina i chilometri di caverne esplorati e mappati. “Da una parte traguardi che ci fanno sussultare”, afferma Greppi, “dall’altra la consapevolezza di conoscere solo una minima parte della realtà carsica sotto esame”. L’acqua analizzata nelle grotte è tendenzialmente alcalina (con un pH maggiore di 7), per via dell’alta concentrazione di carbonati. La temperatura media è intorno ai 9,7 gradi centigradi. L’ambiente – supponendo lunghe permanenze - è incompatibile con la vita di un essere umano, ma non con quella di molti invertebrati. Gli zoologi hanno classificato coleotteri, collemboli e millepiedi. I crostacei vivono dove l’acqua è più profonda: gli appartenenti al genere monolistra assomigliano ai porcellini di terra e sono lunghi pochi millimetri. Abbondanti i nematodi, vermicelli a loro agio nelle zone più fangose e potenti predatori di altre specie analoghe. Il futuro? La scoperta potrebbe avere ripercussioni importanti, di natura economica e sociale. Nelle grotte italiane, di fatto, scorre una quantità di acqua sufficiente a soddisfare il doppio del fabbisogno idrico di ciascuno di noi. Acqua di buona qualità. “Ma dobbiamo fare ancora chiarezza su molti aspetti”, dice Greppi, “capire quanta acqua scorre nel cuore del complesso carsico, come si muove e con quali dinamiche. Da qui si potrà eventualmente partire per implementare la rete acquedottistica”. Ragionando anche sulle problematiche concernenti l’effetto serra. Oggi estese aree della Sicilia e del sud Italia sono semi aride, e fra non molto il processo di desertificazione potrà riguardare anche le regioni settentrionali. “Ecco perché è necessario investire nella ricerca”, continua Greppi, “puntando sulle competenze e la passione degli speleologi”. E non solo. Impegnati nell’approfondimento delle caratteristiche geodinamiche dell’area carsica del Sebino, ci sono, infatti, altri due importanti enti: “Il Lions Club Val Calepio e Valle Cavallina e la società che gestisce il servizio idrico integrato in provincia di Bergamo, Uniacque Spa; entrambi hanno raccolto la sfida di sostenere in maniera concreta le ricerche”. Così è stato battezzato “100 km di Abissi”, un pionieristico progetto di ricerca che si prefigge di stimare con buona approssimazione, nel giro di qualche anno, un vero e proprio bilancio idrico dell’area carsica, avvalendosi della consulenza del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pavia. “È quantomeno riduttivo, se non anacronistico continuare a considerare le grotte principalmente come delle attrazioni turistiche”, conclude Greppi. “Se sussistono le condizioni e i presupposti, ben vengano, ma senza mai scordarsi che le grotte vanno considerate in primis per quello che realmente sono: gli impianti idraulici delle nostre montagne”.

giovedì 31 gennaio 2019

La nascita del sesto continente

Alfred Wegener rese nota la sua teoria nel 1912; rivelando al mondo che i continenti non sono immobili, ma si muovono costantemente, sollecitati da forze provenienti dal sottosuolo. Morì senza la soddisfazione di vedere la sua teoria confermata dall’intellighenzia scientifica, tuttavia, ancora oggi, è grazie ai suoi studi che comprendiamo fenomeni come quello verificatesi recentemente a pochi chilometri a nord di Nairobi; costa orientale africana. Una famiglia riunita per cena, e all’improvviso qualcosa che si smuove sotto i loro piedi. Pochi istanti e i commensali si trovano separati in casa da una voragine profonda quindici metri e larga una ventina di metri. Non ci sono feriti, ma i loro occhi sono a dir poco confusi: la casa è stata sventrata e non hanno la più pallida idea di quel che sia successo. Lo spirito di Alfred Weneger e i geologi sì: la frattura è il risultato di un meccanismo geologico in atto da una trentina di milioni di anni e che andrà avanti per altrettanti anni prima di trasformare l’Africa in una realtà continentale completamente diversa da quella odierna. Il riferimento è alle placche tettoniche, zolle rigide della crosta terrestre che interagiscono fra di loro, scontrandosi o allontanandosi. Sono otto quelle principali, e in corrispondenza di quella africana, c’è quella somala che si sta allontanando da quella madre. Un movimento costante, che prelude alla formazione di un nuovo oceano, analogo a quello Atlantico. Il cuore della Terra ribolle e il calore si espande in superficie tramite movimenti convettivi, a loro volta alimentati dal nucleo; dove le temperature arrivano a 4mila gradi centigradi. L’apoteosi del dinamismo terrestre, evidente proprio in questo punto del Continente Nero, dove possono consolidarsi quadri tettonici con la formazione improvvisa di voragini nel sottosuolo, anche in assenza di attività sismica. Benché le cose, in quest’ultimo frangente, non siano andate esattamente così. La voragine in realtà c’era già, ma era nascosta da spessi strati di materiale vulcanico, proveniente probabilmente dalle eruzioni del vicino Longonot, stratovulcano a sud est del Lago Naivasha. Le fessurazioni del terreno sono state riempite negli anni da ceneri e lapilli, tanto da omogeneizzare la superficie del suolo; che, tuttavia, è rimasta suscettibile alle forti precipitazioni. Può infatti bastare un periodo di piogge intense per riportare in evidenza il problema, attraverso processi di erosione: l’acqua percola gli anfratti rocciosi, rimettendo in luce spaccature formatesi milioni di anni fa. Non a caso la Rift Valley, che segna l’Africa per 3.500 chilometri, coinvolgendo Somalia, Etiopia, Kenya e Tanzania, esiste da prima che l’uomo potesse fare la sua comparsa sulla Terra. Che per pura coincidenza mosse i primi passi proprio in questa area del pianeta. Sono ancora note le gesta del paleantropologo Donald Johanson e della sua equipe quando al suono di Lucy in the sky with diamonds, (celebre canzone dei Beatles), venne scoperta la mamma di tutti noi: una femmina di Australopithecus afarensis, vissuta in Etiopia 3,2 milioni di anni da. Da lei è probabilmente partito il ramo evolutivo che ha dato origine prima all’Homo habilis, poi all’erectus, all’heidelbergensis e quindi al Cro-Magnon, la nostra specie. Dove visse Lucy, la terra si sta letteralmente spaccando in due, preambolo alla formazione di un nuovo continente. Sarà quello che si svilupperà fra 30-40 milioni di anni, e che finirà per spingersi verso l’India, modificando in modo irreversibile i connotati dell’oceano Indiano. Le placche, di fatto, possono essere di due tipi: divergenti e convergenti. In questo caso l’azione contempla quelle divergenti. Allontanandosi, Africa continentale e placca somala, determinano un affossamento, che finirà per ospitare una dorsale oceanica; in pratica, una catena montuosa sottomarina da cui fuoriesce magma, determinando la formazione di nuova crosta. Antitesi alla zona di subduzione (come quella che sorge in corrispondenza della Fossa delle Marianne, il punto oceanico più profondo del globo); dove la crosta terrestre viene invece riciclata, per via di processi geologici che portano all’approfondimento di masse rocciose che finiscono per rientrare nel ciclo litogenetico. Del resto è noto che la Terra non è mai stata uguale a sé stessa e che dalla notte dei tempi cambia le sue caratteristiche geografiche. A 290 milioni di anni fa risale la Pangea, il super continente che interessò la Terra prima di spezzarsi in Gondwana e Laurasia e gettare le basi per la realtà attuale. Ma ancor prima, un miliardo di anni fa, ci fu Rodinia, un'altra imponente massa continentale, che segnò le sorti del mondo per quattrocento milioni di anni. Dunque la grande frattura africana emersa in questi giorni, riconducibile alla Rift Valley, non fa che confermare questa tendenza del pianeta a creare super continenti che poi si separano per dare origine a masse più piccole, in un perenne gioco di forze e frizioni manovrate dal nucleo e dal mantello. E domani? Sarà lo stesso. Pangea Ultima sarà infatti il nuovo supercontinente che si formerà fra 250 milioni di anni quando Africa e Sud America si saranno allontanate così tanto da indurre allo scontro Nord America e Asia, sancendo la nascita di un nuovo immenso oceano.

L’inversione del campo magnetico
Cambia la posizione dei continenti, ma anche le caratteristiche del campo magnetico terrestre. Si sta progressivamente indebolendo e fra non molto potrebbe invertirsi. La notizia gira da un po’ di tempo, ma in questi giorni, a circa 3mila metri di profondità, sotto l’Africa meridionale, è stato registrato un grave calo della sua potenza. Gli esperti dell’Università di Rochester indicano un’area – l’African Large Low Shear Velocity Province – caratterizzata da rocce dense che starebbero influenzando la concentrazione del ferro fuso presente nel cuore del pianeta; alla base della forza espressa dalla magnetosfera. Nel passato ci sono già state inversioni del campo magnetico terrestre, ma l’evento di oggi potrebbe provocare più problemi, per la presenza dell’uomo. Si temono infatti le particelle provenienti dal vento solare, potenzialmente letali per ogni vivente. 

I misteri del nucleo terrestre
Finora non è stato possibile studiare direttamente il cuore del pianeta. Le trivellazioni non superano i dieci chilometri di profondità e dunque la geologia interna del pianeta si può solo ipotizzare. La parte più esterna è rappresentata dalla crosta terrestre, più sottile a livello oceanico, e più spessa in corrispondenza delle aree continentali. In questa sede convergono le celle convettive che partono dal mantello e permettono il continuo movimento delle zolle. Il mantello è diviso in esterno e interno e arriva a 2.900 chilometri di profondità. Il resto, fino a 6.370 chilometri, è appannaggio del nucleo terrestre. Si pensa che il nucleo esterno sia di natura liquida, quello interno di natura solida. Le ultime ricerche condotte dai geofisici della Case Western Reserve University parlano di eccezionali quantità di ferro, dove le temperature superano i 5mila gradi centigradi.

Le zolle stagnanti
A proposito di placche continentali, giunge una notizia dall’Università della California, dove gli studiosi hanno messo in luce la realtà delle cosiddette “placche stagnanti”. Il riferimento è a zolle rocciose che in seguito alla subduzione, anziché guadagnare gli strati più profondi del pianeta, rimangono come “sospese” fra mantello e crosta terrestre. Le analisi indicano la presenza di aree mantellari poco viscose che, in pratica, impedirebbero alle rocce soprastanti di approfondirsi ulteriormente. Un fenomeno che avverrebbe in milioni di anni e che probabilmente, col tempo, potrebbe rimettere in gioco le zolle stagnanti, che verranno disintegrate dal calore terrestre. Intanto prendiamo atto del fatto che la tettonica a zolle decantata da Wegener è in realtà molto più complessa di quello che si pensava. 

giovedì 27 dicembre 2018

Etna, Stromboli, Marsili. Che succede?

Che la geologia italiana sia piuttosto bizzarra, è ormai noto anche ai non addetti ai lavori. Ma era da tempo che non si verificavano così tanti episodi contemporaneamente: terremoto, eruzione dell’Etna, attività dello Stromboli. Cosa sta succedendo? Sfatiamo subito un vocio che si fa insistente nelle ultime ore: il nesso fra i tre episodi non esiste, o meglio, esiste solo per le prime due situazioni, mentre lo Stromboli è un mondo a sé. Anche se, nell’insieme, rappresentano una delle aree sismologicamente più attive del pianeta.  Legate al progressivo scontro che sta avvenendo fra la placca euroasiatica e quella africana. Per ciò che riguarda l’Etna, sotto osservazione è una faglia conosciuta, e da tempo monitorata: la faglia di Fiandaca. Quando l’energia sprigionata dalle viscere della Terra parte da lì, sismologi e vulcanologi rizzano le antenne. Non per incutere paure inutili, ma perché si sa che in quel punto le masse rocciose sono in continuo assestamento. Il rimando è al 1984, quando un evento sismico provocò un morto a Zafferana Etnea. Oggi, però, il timore è che questi sussulti possano anticipare l’apertura di nuove bocche a quote minori, rispetto al cratere principale. L’Etna ribolle da sempre, ma nel 1984 si susseguirono due forti scosse, una del settimo e una dell’ottavo grado della scala Mercalli; e provocarono ingenti danni; con la distruzione pressoché totale della frazione di Fleri, piccolo centro a ventidue chilometri da Catania. Non è l’unica faglia che gracchia sotto il più grande vulcano d’Europa. Ce ne sono numerose. La faglia Pernicana a Nord e il cosiddetto “sistema delle Timpe” a Sud, rappresentano i punti nevralgici del quadro tettonico siciliano. Gli studiosi fanno inoltre notare che, in media, ogni quindici anni, si verificano gravi danni intorno all’area del vulcano, gravissimi ogni trenta. Esiste, dunque, una certa ciclicità, che risponde ad accumuli standardizzati di energia nel sottosuolo, che a ondate periodiche, vengono rilasciate in superficie. Questa volta l’ipocentro è stato registrato ad appena un chilometro di profondità. Com’è tipico dei terremoti vulcano-tettonici, legati alla risalita di magma dal cuore del pianeta. Fenomeni iniziati qualche giorno fa. Preceduti, appunto, da un lungo sciame sismico. E poi la frattura eruttiva nella zona del cratere sud-est, con deflagrazioni e conseguente innalzamento di una vasta nube di cenere. Manifestazioni geologiche che, in ogni caso, non sono direttamente collegate con lo Stromboli e tantomeno con la frana sottomarina del vulcano Krakatoa, dall’altra parte del mondo; che ha causato decine di vittime in Indonesia il 22 dicembre. Del resto lo Stromboli ha una natura completamente diversa dall’Etna. Si trova in una zona geotettonica differente, ed è caratterizzato da un vulcanismo di tipo stromboliano; tipicamente esplosivo, vagamente simile a quello del Vesuvio, mentre l’Etna è di tipo effusivo ed è più facile da gestire (per via di magmi più basici). Il vulcano delle Eolie ha ripreso la sua attività con lancio di lapilli, e lo stato di allerta è passato dal verde al giallo. Anche in questo caso, c’è un po’ di preoccupazione, ma la situazione è sotto controllo. L’eruzione sta avvenendo in corrispondenza della base meridionale, dove si è aperto un nuovo cratere. Non ha relazione con l’Etna. Piuttosto potrebbe averle con il più vicino Marsili. Poco conosciuto, la sua bocca principale si trova a circa quattrocento metri sotto il livello del mare. In pieno Tirreno. Gli studiosi lo conoscono da meno di cento anni, ma sanno che dallo scorso anno la sua attività sismica si è riaccesa. I terremoti sono diventati più frequenti, e spaventa l’idea di un’eruzione sottomarina potenzialmente in grado di sviluppare uno tsunami in grado di raggiungere le coste nazionali in meno di mezzora.

mercoledì 26 dicembre 2018

Tsunami in Indonesia: ecco i motivi

Il riferimento è a una delle aree sismiche più sensibili del pianeta: quella che mette in comunicazione Sumatra con l’isola di Giava. Qui la piattaforma della Sonda, una sorta di prolungamento dell’Asia continentale, si scontra con la placca del Pacifico, formando e distruggendo nuova crosta terrestre. Secondo un principio consolidato che spiega la genesi dei continenti, maturato dallo scienziato tedesco Alfred Wegener nel 1912. In particolare, il vulcano battezzato Anak Krakatau (figlio del Krakatoa), è quel che rimane di una gigantesca esplosione vulcanica avvenuta nel 1883; e che causò un boato udibile fino a 5mila chilometri di distanza, generando uno tsunami con onde alte quaranta metri, in grado di raggiungere la velocità di 300 chilometri all’ora. L’episodio di ieri è stato meno imponente, ma comunque catastrofico. Con onde alte venti metri e probabili frane sottomarine. Non si spiegherebbe altrimenti il silenzio dei sismografi che inizialmente avevano suggerito un generico innalzamento del livello marino, riconducibile a un comune evento mareale. E invece non è stato così. Non ci sono ancora conferme, ma di fronte a un simile aumento del livello delle acque, il problema potrebbe essere imputabile proprio a movimenti rocciosi sottomarini, non registrati dai sismografi. O addirittura potrebbe essere stata la combinazione simultanea di entrambi i fenomeni, alta marea e frana sottomarina, affiancati da una condizione atmosferica favorevole al movimento delle acque verso la terraferma. La tesi della frana sottomarina è sposata anche dagli scienziati della Sapienza di Roma; che riferiscono di un caso simile registrato nel 2002 alle pendici dello Stromboli, nel Tirreno, con onde alte dieci metri; provocato appunto dal collasso di materiale roccioso. Parrebbe, in compenso, escluso l’evento sismico. Gegar Prasetya, cofondatore del Tsunami Research Center, in Indonesia, asserisce che sabato non ci sia stato alcun terremoto, e che dunque l’unico responsabile dell’evento naturale potrebbe essere il vulcano Anak Krakatau. “L’eruzione deve avere reso instabile i pendii del vulcano, e probabilmente un fianco della montagna è crollato su se stesso”, dice Prasetya. E non si esclude che eventi del genere possano essersi verificati nel passato recente, quando le coste non erano ancora occupate da abitazioni. Controverso il parere di Rudi Suhendar, responsabile dell’Agenzia geologica dell’Indonesia. Secondo lo scienziato non c’entrano né il terremoto, né il vulcano, ma solo le condizioni metereologiche. Si appella al fatto che negli ultimi giorni sia caduta nel sud est asiatico molta pioggia, che potrebbe avere in qualche modo innescato l’onda anomala. In queste ore, proprio a causa del maltempo, stanno proseguendo con fatica le ricerche, per dare un senso a questo nuovo episodio catastrofico in una zona già pesantemente martoriata dalle bizzarrie della natura. Rimando non solo al clamoroso boato di fine Ottocento, ma anche a continui fenomeni tellurici ed eruttivi che contraddistinguono il vulcano dagli anni Cinquanta a oggi. Si stima che la montagna cresca di tredici centimetri alla settimana; confermando il grande dinamismo della crosta sottostante. Influenzata dai movimenti del mantello, che comunicano con l’esterno attraverso moti convettivi, che spingono verso l’alto il magma. Dal 2007 si può dire che il vulcano non stia fermo un attimo. Liberando in continuazione gas, ceneri e lapilli. Da tempo gli scienziati suggeriscono di mantenersi ad almeno tre chilometri di distanza dal vulcano. Ieri, l’ultima drammatica sentenza dell’Anak Krakatau.

venerdì 26 gennaio 2018

Le foreste del Polo Sud


L'Antartide come non ce lo immagineremmo mai. Coperto di piante lussureggianti. E' esattamente quel che accadde 260 milioni di anni fa. Oggi, infatti, giunge notizia della scoperta al Polo Sud delle tracce di un'antichissima foresta, capace di sopravvivere in condizioni estreme; con lunghi periodi di buio, alternati ad altri di chiaro. E' il risultato della missione condotta da scienziati dell'University of Wisconsin-Milwaukee, in Usa. Gli esperti dicono che potrebbe essere sopravvissuta alla grande estinzione di massa del Permiano Triassico; quella che anticipò la più famosa e che sancì l'epilogo della storia dei dinosauri, 250 milioni di anni fa. La Terra non era certamente quella che tutti conosciamo. 

A partire proprio dall'Antartide che si trovava in una posizione molto diversa da quella attuale, appiccicata all'Australia e all'India. E con un clima molto più caldo. Fu il risultato del movimento espresso dalle zolle continentali, che dopo la frammentazione del supercontinente Rodinia portò a una nuova realtà geologica, la Pangea; che successivamente si frantumò a sua volta generando i continenti che ci sono familiari. Erik Gulbranson, a capo dello studio, ha indagato la tipologia di rocce sedimentarie accumulatesi nei milioni di anni in corrispondenza dei monti transatartici; geograficamente collocati fra la terra di Vittoria e la Terra di Coats. E oggi ricordati per le scarsissime precipitazioni che li contraddistinguono. 

La roccia sedimentaria è tipicamente caratterizzata da resti fossili che testimoniano un passato in grado di farci comprendere come si è evoluto il mondo e che strada prenderà. Tredici i reperti portati alla luce dagli scienziati; fra i migliori mai scoperti; la cui chimica è ora sotto le lenti dei ricercatori, insieme a organismi simbionti - batteri e alghe - che potranno mostrare per la prima volta la variabilità del mondo che anticipò la straordinaria epoca dei grandi rettili

martedì 28 febbraio 2017

Il vulcano alle porte di Roma


Ariccia, Nemi, Valle Marciana, Albano. È qui che il terreno si sta alzando di un paio di millimetri all'anno. Gli studiosi ritengono che il fenomeno possa essere dovuto all'accumulo di magma nelle profondità della terra. Di cosa si tratta? Di un'area geografica che, di solito, parlando di vulcani, non viene presa in considerazione. Si discute, infatti, di Etna, che ha ripreso a brontolare pochi giorni fa; Vesuvio, che tace dal 1944; e Stromboli, con un'attività esplosiva che, di tanto in tanto, torna a farsi sentire; ma non di un complesso di coni vulcanici situato a pochi chilometri da Roma. Eppure qualcosa di strano sta succedendo a sud-est della capitale, in corrispondenza dei Colli Albani, distretto vulcanico che ha emesso lava l'ultima volta 36mila anni fa. Una data che, associata ai "rigonfiamenti" dei terreni limitrofi, induce gli scienziati a interrogarsi su un'attività geologica che, pur non destando preoccupazione (imminente), sollecita una vaga inquietudine. Perché gli studi effettuati da un secolo a questa parte hanno permesso di evidenziare un ciclo eruttivo periodico e preciso: ogni 36mila anni, circa, il vulcano ricomincia a farsi sentire. Una storia che prosegue ininterrottamente da 600mila anni. E che induce, appunto, i geologi a credere che ci sarà presto o tardi una nuova eruzione. Quando? Impossibile dirlo, ma parrebbe inevitabile.

Le più antiche eruzioni nella zona risalgono a quasi un milione di anni fa; ma il motore magmatico dei Colli Albani si è ufficialmente acceso 600mila anni fa, con la cosiddetta fase del Tuscolano-Artemisio. Domina la cultura acheuleana, con reperti provenienti da Amiens, in Francia, che attestano la presenza dell'Homo heidelbergensis, antenato dell'Uomo di Neanderthal. Le eruzioni proiettano in aria quantità enormi di materiale piroclastico, che si accumula dove nel 753 a.C. nascerà la città eterna. Sono tufi e pozzolane di cui i romani si serviranno per costruire le loro dimore. Ogni 30-45mila anni tutto tace, per poi riprendere come se nulla fosse successo. Passano altri 57mila anni e si entra nella fase delle Faete. Va da 400mila a 200mila anni fa. I vulcani laziali sputano cenere e lapilli, imitando l'esplosività dello Stromboli. Cambiano i connotati del paesaggio. Si alternano periodi glaciali e interglaciali. I ghiacci dell'emisfero boreale arrivano a coprire mezza Europa: al posto delle future Berlino e Amsterdam ci sono centinaia di metri di ghiaccio. Scompare l'Homo erectus e si affermano i neandertaliani. Ma l'Europa del sud è in controtendenza e al gelo del settentrione risponde con temperature incandescenti. Una colata di lava arriva dove sorgeranno i confini di Roma e il cammino dell'Appia, che verrà costruita proprio sul tracciato disegnato dal magma. 200mila anni fa inizia a sputare fuoco il cratere di Ariccia; poi entrano in azione quello di Nemi (150mila anni fa), al centro dei Colli Albani, e della Valle Marciana (100mila anni fa).

Oggi, dunque, si sta rimettendo tutto in moto e gli scienziati si interrogano sulle bizzarrie geologiche di quest'area; che non è riconducibile ad altri fenomeni vulcanici registrati nei millenni nel centro Italia. Qui, infatti, agiscono forze "compressive" che in pratica cicatrizzano le fratture della roccia sottostante, soffocando l'energia sprigionata dalle faglie e il magma proveniente dal mantello; che a lungo andare, però, spinge contro la crosta terrestre provocando nuove rotture, che predisporrebbero all'uscita della lava. Un'"inversione di rotta" che, di fatto, confrontandoci con l'ultima fase dell'Olocene (la subatlantica), è già avvenuta, su per giù 2mila anni fa; è dunque del tutto plausibile che a pochi chilometri da Roma una camera magmatica si stia riempiendo di nuovo materiale rovente, pronto a brillare in un futuro non troppo lontano; forse fra decine o centinaia di anni, che in termini geologici sono comunque inezie. Si parla infatti di ere per definire raggruppamenti geocronologici che risalgono agli albori della Terra, e che presuppongono cambiamenti geologici che non possono essere minimamente paragonati all'esistenza media di un uomo.  

E' presumibile supporre che il problema riguarderà i nostri discendenti che, preparati all'evento, avranno tutto il tempo per correre ai ripari. Anche a loro, infatti, si penserà durante i lavori che permetteranno nei prossimi mesi di mettere ulteriormente in luce quel che sta succedendo nel sottosuolo a sud est della città eterna. Si vuole, infatti, valutare con precisione il motivo dei rigonfiamenti del terreno nei dintorni di Roma; per poi, eventualmente predisporre un monitoraggio costante che, a differenza di quel che accade in sismologia, ci permetterà di prevedere con anticipo il prossimo patatrac naturale.

Vulcani sottomarini
E c'è un altro vulcano che non viene mai menzionato: il Marsili. Anche perché nessuno lo può vedere. Il suo cratere, infatti, risiede quattrocento metri sotto la superficie del mar Tirreno. Ma anche in questo caso il riferimento è a un complesso vulcanico - il più grande d'Europa - che potrebbe riaccendersi. L'hanno dimostrato dei movimenti tellurici avvenuti in risposta ai recenti terremoti appenninici. Si sono, infatti, registrate scosse di magnitudo 3,2 a 4 chilometri di profondità. Non si prevedono eruzioni imminenti, tuttavia il vulcano viene tenuto sotto osservazione, perché un'eventuale fuoriuscita di magma, potrebbe provocare un potente tsunami che si abbatterebbe sulle coste dell'Italia sud occidentale.

Il vapore dell'Etna
Ben più noto è invece l'Etna che pochi giorni fa ha prodotto un insolito spettacolo: gli anelli di fumo, tecnicamente noti come "aureole di vapore". Il vapore viene espulso da piccole fenditure del vulcano, e inizia a vorticare muovendosi verso l'alto alla velocità di un chilometro all'ora. L'Etna erutta frequentemente e mostra un'attività costante da migliaia d'anni a questa parte. È caratterizzato da quattro crateri principali, tre dei quali si sono formati dal 1911 a oggi. Nel 1610 le eruzioni proseguirono imperterrite per dieci anni, con l'emissione di oltre un miliardo di metri cubi di lava. L'ultima grande eruzione risale al 14 dicembre 1991.

Sos Vesuvio

A fare più paura di tutti però rimane il Vesuvio. Recentemente l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha rivelato che se dovesse esplodere coinvolgerebbe con ceneri e lapilli un’ampia area del territorio campano. Si alzerebbe in cielo una colonna eruttiva di 15-20 chilometri che poi ricadrebbe al suolo impattando sulle infrastrutture, causando gravi difficoltà respiratorie e inquinamento delle acque. Altri danni sarebbero provocati dalle colate piroclastiche capaci di raggiungere i 100km/h e dalle colate di fango che si protrarrebbero anche dopo la fase eruttiva. C’è però già pronto un piano di evacuazione che riguarderebbe 25 comuni, per un totale di 672.514 abitanti. 

domenica 22 gennaio 2017

Ipossia e ipotermia: i rischi delle valanghe


La sopravvivenza sotto la neve? Dipende da molteplici fattori, uno su tutti: la fortuna. Che può essere strettamente legata al luogo in cui si è vittime di una valanga. In un ambiente riparato, come un'abitazione, i rischi sono minori: è facile rimanere imprigionati, ma con un minimo spazio vitale è altrettanto semplice resistere ai morsi dell'ipotermia e dell'asfissia. «E' quel che potrebbe essere accaduto nell'hotel Rigopiano», ci spiega Mario Milani, direttore della scuola medica del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) di Milano. «I superstiti hanno avuto la possibilità di respirare regolarmente e in più di scaldarsi, ciò che non potrebbe accadere se si è travolti da una valanga all'aperto». 

Sono eventi rari nel nostro Paese, ma non in altre realtà geografiche, dove l'ubicazione di strutture abitative in aree simili a quella dell'hotel Rigopiano è più frequente: per esempio in Austria, Nepal e Turchia. Nel tempo sono stati costruiti interi villaggi alle pendici di monti che, in particolari condizioni ambientali, possono scaricare potenti slavine. «La letteratura a riguardo ci indica incidenti come quello del centro Italia», continua Milani, «che in molti casi hanno avuto un lieto fine, con il recupero delle persone intrappolate nella abitazione». Ciò che non accade quando si è travolti da una valanga a cielo aperto, in cui bisogna fare di tutto per cercare di stare in superficie e non venire completamente sommersi dalla neve. 

«Occorre "nuotare", muovere braccia e gambe, e rimanere a "galla"», ci dice Milani. «La densità del corpo umano è più alta di quella nevosa, e pertanto una vittima di una valanga tende ad affondare». In casi come questo c'è una soluzione sola: scavare per crearsi un po' di spazio per respirare; e poi sperare di essere al più presto individuato con strumenti particolari (come la ricetrasmittente Artva) e disseppellito con una pala. Le chance di sopravvivenza, di fatto, dipendono dalla maggiore o miniore disponibilità di ossigeno. Si può sputare un po' di saliva per orientarsi, tenere un braccio alzato sperando che possa emergere in superficie, o urinare per attrarre il fiuto dei cani di soccorso. «Se si è travolti da una slavina si può resistere mediamente trenta minuti», dice Milani, «oltre questo arco temporale, se non c'è un ricambio d'aria, l'asfissia è inevitabile. Subentra l'ipossia (mancanza di ossigeno) e l'ipercapnia (aumento nel sangue della concentrazione di anidride carbonica)».

Lo scorso anno, per esempio, fece notizia la vicenda di un soldato indiano rimasto sotto la neve per otto giorni. «Ma evidentemente era collegato a una sacca d'aria esterna che gli consentiva di respirare regolarmente», precisa il medico milanese. Vinto il rischio di ipossia, però, incombe l'ipotermia. Un corpo, infatti, può anche disporre di una sacca d'aria abbondante, tuttavia non può resistere a una temperatura troppo rigida, per tante ore. «L'ipotermia rispetto all'ipossia offre più chance di sopravvivenza», racconta Milani, «ma già dopo un'ora le cose possono complicarsi». Se la temperatura corporea scende sotto i 32 gradi subentrano uno stato soporoso che progressivamente porta all'incoscienza; anticamera dell'assideramento, molto difficile da superare. 

venerdì 20 gennaio 2017

La slavina del giorno dopo


L'impossibilità di governare e prevedere la natura. E così la neve accompagnata da un interminabile sciame sismico, ha reso il centro Italia un luogo invivibile. Difficile intuire i prossimi fenomeni, benché si possa fare affidamento su una stagione fredda che va verso la fine, portando con sé il rischio di nuove precipitazioni che renderebbero ulteriormente complicata la situazione. Il dibattito coinvolge geologi e meteorologi, in queste ore presi d'assalto per capire come sia potuta accadere la tragedia dell'hotel ai piedi del Gran Sasso e come si potranno scongiurare altri episodi del genere. Da una parte l'invito a lasciare le case per fuggire al terremoto, dall'altra quello di rintanarsi nelle proprie dimore in attesa che la neve si sciolga. Ma intanto incombe un fenomeno sui cui nessuno aveva ancora concentrato l'attenzione: la slavina provocata dai movimenti tellurici. 

In questo caso tutte le raccomandazioni non servono. E allora che fare? «Informare correttamente e preventivamente», ci racconta Alessio Grosso, meteorologo di Meteolive.it, «cosa che non è stata fatta in questi giorni». E' stato sottovalutato il problema, e non si è dato modo agli abitanti del centro Italia di correre ai ripari. Lo diciamo da almeno una settimana: ci sarà una depressione che porterà nevicate abbondanti e temperature al di sotto dello zero. Era necessario diffondere capillarmente la notizia nei telegiornali nazionali, a ogni edizione, anche se non riguardava le grandi città. Su Roma e Milano sarebbe stato diverso».

Si è infatti verificato un fenomeno meteo spesso ricorrente e prevedibile sul medio Adriatico: una corrente fredda proveniente da nord est che non lascia scampo, che ha interagito con l'aria mite ed umida mediterranea. Con essa la neve è assicurata. Gli esperti lo annunciavano da giorni. E così è stato. E' stata risparmiata solo l'Emilia Romagna, ma le altre regioni, come previsto, sono affondate nella neve, compreso l'hotel Rigopiano. «La tempesta perfetta», l'hanno soprannominata gli studiosi, ma che poteva essere gestita meglio. L'hotel che è stato distrutto dalla slavina si trova in una zona strategica, protetta da un bosco fitto, che contrasta la discesa della neve; ma non l'energia sprigionata da faglie profonde dieci chilometri e in subbuglio da mesi. Dunque era fondamentale valutare simultaneamente i due fenomeni naturali.

«Di fronte a situazioni così particolari si può lavorare in un solo modo: liberare anzitempo le strade di accesso ai luoghi più remoti, sommersi dalla neve; dando modo agli abitanti di muoversi prima che il manto bianco sommerga tutto», continua Grosso; «in condizioni normali la neve poteva essere tenuta a bada dagli alberi, ma non su un terreno costantemente attraversato da scosse sismiche e contrassegnato da strutture turistiche risalenti agli anni Sessanta, pur ristrutturate». Si è certi, peraltro, che la montagna vicina non abbia avuto la possibilità di scaricare adeguatamente la tanta neve caduta; sfavorita da un pendio non eccessivamente ripido, dove invece solitamente il "ricambio" nevoso è quasi quotidiano e impedisce la formazione di una spessa coltre nevosa. Insomma, tutto è andato per il peggio. E per evitarlo sarebbe bastato muoversi in anticipo, anche con una migliore campagna di informazione mediatica. E domani?

«Sappiamo che cresceranno le temperature, ma anche che fra qualche giorno ci saranno delle piogge», conclude Grosso. «Con esse potrebbero verificarsi due problemi altrettanto rischiosi: le alluvioni lampo o le valanghe di neve fradicia, fra le più pericolose». Nessun allarmismo, solo un monito a valutare attentamente le bizzarrie del clima, per non rischiare di farci cogliere ancora una volta impreparati. 

La terra torna a tremare in centro Italia


Tre scosse superiori ai cinque gradi della scala Richter, la più forte di magnitudo 5,5; di nuovo il centro Italia, Amatrice (dove è crollato il campanile di Sant'Agostino), i paesi a cavallo fra Lazio, Abruzzo e Marche; ma le scosse si sono fatte sentire anche a Roma, Firenze e Napoli. E con la neve di questi giorni la situazione è drammatica. Il cuore dell'Italia si spacca in due. Cosa sta succedendo? Perché dal 24 agosto 2016 si verificano continui terremoti? Gli Appennini stanno tremando. Per due motivi. Un processo di stiramento legato a faglie che si stanno allontanando; e un altro riguardante la spinta effettuata dalla placca africana, che incide su quella euroasiatica, determinando un processo di subduzione, con distruzione di nuova crosta.

«L’area interessata dai terremoti di ieri fa parte di una zona sismica ben nota, caratterizzata da un’elevata pericolosità e da eventi sismici occorsi anche in epoca storica», ci spiega Fabio Bonali, ricercatore dell'Università di Milano. «Questi terremoti si verificano a causa del regime tettonico distensivo che interessa l’Appennino centrale, le cui sorgenti sismogenetiche raggiungono una lunghezza complessiva di 20-30 chilometri, con direzione parallela alla catena montuosa e sono in grado di generare terremoti con forte magnitudo».

Il dinamismo tellurico in queste aree è, pertanto, costantemente attivo; e in effetti il timore è che il fenomeno sismico non sia finito qui. Impossibile prevedere le nuove scosse, ma è verosimile supporre che potranno essercene delle altre, anche d'intensità elevata. La Protezione civile afferma che «la sequenza è la stessa del 24 agosto». Da quella data, infatti, ci sono state almeno 45mila scosse. Perlopiù non percepite dall'uomo. Tuttavia vengono registrate dai sismografi e indicano, appunto, una situazione geologica tutt'altro che risolta.

«E’ normale che dopo un forte evento sismico seguano delle repliche», continua Bonali. «Il problema è che le repliche possono talvolta essere di magnitudo maggiore rispetto alla prima scossa; proprio perché il regime tettonico rimane invariato; ma possono essere legate alla rottura di altre aree della stessa faglia o al riadattamento della crosta terrestre che ha subito la deformazione sismica. In alcuni casi, peraltro, la deformazione indotta da un terremoto può favorire la riattivazione di una faglia vicina».

Anche l'ipocentro e l'epicentro delle nuove scosse sono analoghi a quelli del terremoto di agosto. Il primo riguarda l'area in cui viene sprigionata l'energia accumulata in un particolare punto della crosta terrestre; il secondo indica uno dei luoghi di arrivo delle onde sismiche: è qui che i movimenti ondulatori e sussultori provocano i danni peggiori.

«La distribuzione degli epicentri e degli ipocentri, localizzati dalla Rete Sismica Nazionale dell’INGV, riguarda un’area geografica lunga circa 10-15 km e larga circa 5-6 km», conclude Bonali. «In questo caso suggerisce che sia stata coinvolta una faglia appartenente al sistema di faglie dei Monti della Laga (fra le province dell'Aquila, Ascoli Piceno e Rieti). Il settore più settentrionale si è attivato con il terremoto del 24 agosto. E in particolare, gli eventi più forti sono avvenuti a una profondità di circa dieci chilometri, similmente a quanto avvenuto per il terremoto di Amatrice».

lunedì 16 gennaio 2017

La storia degli indiani


Cristoforo Colombo scoprì l'America ma non ebbe mai la percezione di avere individuato un nuovo continente. La ebbe Amerigo Vespucci, che, dopo varie ricognizioni al di là dell'Atlantico, per primo coniò l'espressione "Mondus Novus". E' a questo punto che qualcuno cominciò a chiedersi: come fanno a esserci qui degli uomini, se siamo noi i primi a metterci piede? Fu l'inizio del riepilogo della storia della nostra specie, iniziata centotrentamila anni fa in Africa. Solo oggi, però, possiamo sistematicamente rispondere alla domanda che si erano posti i primi esploratori del Nuovo Mondo: l'America fu abitata per la prima volta dall'uomo sedicimila anni fa. E' il resoconto di uno studio effettuato in Virginia, negli Usa. Dove alcuni archeologi hanno recuperato manufatti risalenti alla fine del Pleistocene, assimilabili all'industria del Magdaleniano; la cultura che dominò l'Europa fra 18mila e 10mila anni fa. Sono tempi di grandi trasformazioni, che portano l'uomo ad assistere alla fine dell'ultima grande glaciazione, la Wurm, e all'inizio di un periodo caldo che prosegue ancora oggi; e che ha consentito lo sviluppo dell'agricoltura e dell'allevamento.

Il termine si rifà a una località francese, Abri de la Madeleine, in Dordogna, dove sono state ritrovate molte tracce dell'uomo preistorico: arpioni, punte di lance, propulsori, bastoni lavorati, e grotte finemente decorate. Ebbene, i resti del primo uomo che mise piede in America sono simili a questi ritrovamenti; benché Dennis Stanford della National Museum of Natural History dello Smithsonian Institution continui a parlare di "convergenze evolutive" e non di vere e proprie "connessioni". Con ciò gli scienziati ritengono che la nostra specie abbia conquistato l'America tre o quattromila anni prima di quanto ritenuto fino a oggi, facendo tesoro delle esperienze vissute in Eurasia da antichi progenitori. Contemporaneamente sono emerse analogie per ciò che riguarda il corredo genetico dei paleoamericani e i discendenti dell'Homo di Cro-Magnon, arrivato in Europa 40mila anni fa; e portatore di un particolare marcatore genetico, l'M173. Le analisi sono avvenute sui resti ossei di un siberiano vissuto 24mila anni fa; che hanno evidenziato i suoi legami con gli euroasiatici occidentali (Europa e Medio oriente) e gli indiani d'America. Significa che i vari Sioux, Cheyenne, Navaho, non sono figli esclusivi di antichi popoli dell'Asia orientale, ma anche d'individui imparentati con i nostri avi. Da dove arrivavano?

Ci fu un tempo una terra chiamata Beringia, situata fra l'Alaska e la Siberia, ricoperta da muschi e piccoli arbusti. Un istmo, ampio qualche decina di chilometri, che emergeva periodicamente durante le fasi glaciali. Rimaneva scoperto, perché un vento tiepido spirava costantemente da sud, impendendo ai ghiacci di avere il sopravvento. La conferma di questa intima relazione fra le estremità americane e quelle asiatiche è indicata dalla presenza di fossili animali, quasi identici su entrambi i fronti. Qui viveva una popolazione che bruciava le sterpaglie per ravvivare il fuoco; e che si nutriva di erbe e piccoli mammiferi. Le cose cambiarono con la fine della glaciazione wurmiana. Molte specie animali si estinsero e i progenitori dei paleoindiani non trovarono più cibo. Fu la molla che li indusse a guardare verso est, verso l'America. 

Dalla Beringia si insediarono lungo il corso dello Yukon, immenso fiume che separa la Columbia Britannica dal Mare di Bering. Caleb Vance Haynes, archeologo dell'University of Arizona (ancora attivo nonostante l'età, è del 1928), ha per primo tracciato il cammino dei paleoamericani, arrivando a ipotizzare che, lo scioglimento dei ghiacci del Nord America, avvenne in punti precisi; consentendo all'uomo di seguire un lungo corridoio privo di impedimenti verso sud. Dal corso dello Yukon finirono per fiancheggiare quello del Meckenzie, per poi raggiungere i confini dell'attuale Pennsylvania. La parte nord era ancora coperta dai ghiacci, ma quella a sud, rappresentò il posto ideale dove prosperare; c'erano distese erbose e foreste e soprattutto moltissimi animali da cacciare: alci, caribù, mammut e mastodonti. Qui sorse quella che gli scienziati indicano come cultura pre-Clovis, che precedette la Clovis, ufficialmente ritenuta la prima "industria" dei paleoamericani.

Siti riconducibili a questa epoca sono stati individuati a Meadowcroft Rockshelter, in Pennsylvania; a Cactus Hill, in Virginia; e a Topper, in Carolina del Sud. Così i paleoindiani conquistarono tutta l'America del nord e subito dopo quella centrale e meridionale. La cultura Clovis fiorì 13mila anni fa. Gli archeologi la differenziano dalle altre, per via dei ritrovamenti avvenuti negli anni Trenta nella località omonima in New Messico. Il riferimento è soprattutto a punte di lancia rastremate, ricavate dalla lavorazione bifacciale di rocce particolari. Assimilabili, non a caso, a quelle del Magdaleniano europeo.


La fine della cultura di Clovis
A un certo punto della cultura di Clovis non si è più saputo nulla. Il motivo? Per alcuni scienziati fu la conseguenza di un impatto meteorico nel Nord America, simile a quello avvenuto nel 1908 in Siberia, a Tunguska. Il fenomeno avrebbe alterato il clima causando una diminuzione drastica della popolazione umana. Avrebbero patito lo stesso destino, i grandi animali del continente americano, la cosiddetta megafauna: orsi, cammelli, mammut. Vari studi propendono per questa teoria rifacendosi al Dryas recente, periodo di freddo compreso fra 12.800 e 11.500 anni fa, con una temperatura media globale più bassa della norma di cinque gradi. Ma sono altrettante le tesi contrarie. L'ultima arriva dalla Royal Holloway University, in Inghilterra, secondo la quale non esistono crateri che possano attestare un impatto con un corpo extraterrestre; inoltre non c'è sincronia fra la sparizione delle varie specie che prosperarono nel Pleistocene.

I nativi americani
Dopo avere conquistato il Nord America, l'uomo si è spostato sempre più a sud, alla ricerca di un clima più mite, e di migliori fonti alimentari. Nella zona artica rimasero gli antenati degli attuali inuit e yupik, noti come eschimesi. In Oregon e nel Montana abitarono tribù pacifiche come i Nasi Forati e i Palouse. In California, i Pomo e i Maidu, dediti alla caccia e alla raccolta. Nelle grandi pianure, cuore degli attuali Stati Uniti, vissero le tribù più note all'immaginario collettivo come i Comanche, i Sioux, i Cheyenne e gli Arapaho. In centro America, invece, si svilupparono vere e proprie civiltà. In Messico fiorirono i maya, gli olmechi e gli aztechi. La convivenza con gli europei arrivati dopo Colombo fu tutt'altro che pacifica. Si stima che in cinquecento anni, fra guerre e malattie, perirono milioni di nativi americani.

Gli indigeni di oggi
Figli dei primi americani sono anche tribù che non hanno mai avuto contatto con l'uomo moderno. E' il caso di alcuni indios fotografati per la prima volta nel 2011, al confine fra Brasile e Perù. Gli uomini sorpresi dall'elicottero hanno volto al cielo le loro frecce in difesa del proprio territorio. José Carlos Meirelles, esperto di problemi indigeni e a capo della missione organizzata da Survival International, parla di un'area ricca di legname, petrolio e minerali. In Brasile sopravvivono 240 tribù per un totale di un milione di persone che vivono di pesca, raccolta e caccia. Molte quelle a rischio di estinzione. Gli akuntsu sono rimasti in cinque e gli awa arrivano a quattrocento unità. L'etnia più folta è quella dei tikuna, con 40mila rappresentanti distribuiti fra Brasile, Colombia e Perù.

martedì 6 settembre 2016

Ritorno a Jurassic Park


Non è più bello, né più grande di molti altri dinosauri. E' solo più famoso, ma proprio per questo motivo continua a essere vivo nell'immaginario collettivo di grandi e piccini; anche grazie a film di successo come Jurassic Park. E a chiunque si chieda un parere sul mondo del Cretaceo o giù di lì, la risposta è quasi sempre la stessa: Tirannosauro rex. Ecco perché ha fatto scalpore la notizia della scoperta, pochi giorni fa, di un teschio di Tirannosauro integra: un ritrovamento che permetterà agli scienziati di fare luce sulle caratteristiche anatomiche dell'animale e del suo ruolo ecologico. «E ci consentirà di studiarne l'alimentazione, strettamente legata al contesto ambientale», precisa Jack Hormer, a capo degli scavi in corso in questo angolo statunitense. Il T rex era probabilmente al vertice della catena alimentare, nutrendosi di animali erbivori come gli adrosauri o i triceratopi; benché ci siano studi che lo riconducono alla necrofagia, basata sul consumo di carcasse.

La scoperta è avvenuta in Usa, nella cosiddetta Formazione Hell Creek, un'area geologica che attraversa Montana, Wyoming e Dakota, particolarmente ricca di fossili; colonizzata in tempi protostorici da tribù come i Blackfoot e gli Shoshone. All'epoca era una gigantesca isola chiamata Laramidia, che divideva in due parti l'attuale continente nordamericano. Le prime analisi condotte dagli scienziati del Burke Museum di Seattle, parlano di un animale vissuto 66 milioni di anni fa; un'età critica. Siamo alla fine del Cretaceo superiore, nel Maastrichtiano, per la precisione; alla fine di questo "piano" cronostratigrafico ha luogo una delle più grandi catastrofi della storia terrestre: l'estinzione del Cretaceo-Terziario, con la scomparsa - si presume a causa di un meteorite precipitato nello Yucatan, in Messico - del 70% delle specie viventi. Il teschio dell'animale misura un metro e venti di lunghezza, a fronte dei 4-5 metri di altezza e 12-13 metri di lunghezza dello scheletro completo. Rispecchia il T rex tipico, anche se, l'esemplare ritrovato, testimonia un individuo che ha vissuto meno degli anni raggiunti in media dai suoi simili, trenta anni; si tratta, infatti, di un adulto che al momento della morte aveva circa quindici anni.

E sono quindici anche i teschi di T rex ritrovati fino a oggi in buone condizioni; cinquanta i resti fossili complessivi, in alcuni casi addirittura contrassegnati dalla presenza di tessuti molli e proteine, che potrebbero dare importanti informazioni sul dna della specie. E' il caso del rinvenimento, nel 2005, ancora nel Montana, di un T rex a opera di Mary Schweitzer, una paleontologa del Museo di Scienze Naturali del North Carolina. La comunità scientifica sbigottì, poiché le parti molli sono le prime a essere degradate dai batteri; e pare impossibile che possano resistere per milioni di anni. Sull'argomento non c'è ancora una risposta convincente, ma si pensa che in casi rari si possa innescare un particolare processo chimico, mediato da particelle ferrose che avrebbero il potere di impedire la decomposizione di alcune molecole organiche.

Siamo ancora lontani, in ogni caso, dall'ipotesi di ricreare da un fossile un esemplare di T rex, come accade nel film di Spielberg. Anche se molti appassionati di paleontologia non demordono; affidandosi con l'immaginazione a notizie come questa e ad articoli come quello apparso recentemente su Nature che indica l'isolamento, da parte di un team di ricercatori inglesi, di materiale sanguigno da un reperto risalente a 75 milioni di anni fa. Non c'è scritto però che per ridare vita a un dinosauro di questo genere occorre il nucleo di una cellula di T rex; una cellula uovo della specie; e un laboratorio super attrezzato. Di cui, di fatto, non abbiamo nulla. 

sabato 27 agosto 2016

La geologia di Amatrice


L'Italia è uno dei paesi sismologicamente più attivi del mondo. Motivo per cui i terremoti avvengono con frequenza ed è impossibile prevedere quando avverrà il prossimo. La scienza può solo soffermarsi sulle zone più sensibili, ma non creare i presupposti per sventare pericoli futuri. La zona dove è avvenuto l'ultimo grave episodio sismico rientra in questo quadro. Cosa sta succedendo sotto i piedi di chi abita fra Lazio, Abruzzo e Marche? Il riferimento è a un'area geologicamente giovane; gli Appennini, infatti, a differenza di molti altri contesti montuosi (comprese le Alpi che hanno già cento milioni di anni), rappresentano una catena formatesi di recente e, dunque, ancora nel pieno della sua evoluzione. Sotto il corrugamento appenninico risiedono zone di accumulo energetico (dette faglie) che percorrono quasi tutta l'Italia da sud a nord; e soggette a forze che provocano "tira e molla" delle rocce che a lungo andare possono determinare gravi scosse sismiche. Questo il succo della questione. Perché proprio in centro Italia? Perché è lì che, in particolare, gli Appennini stanno diventando "grandi": "Lo testimoniano i dati satellitari", ci spiega Giuliano Milana, sismologo dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, "che mostrano uno spostamento della fascia appenninica e adriatica verso nord-est con una velocità di circa 2-3 mm/anno". Per la verità non è solo il cuore dell'Italia, ma anche il settentrione. "Nell'Appennino centro-settentrionale abbiamo terremoti cosiddetti distensivi, ed esempi sono gli eventi di Colfiorito del 26 settembre 1997 e di L'Aquila del 6 aprile 2009. Al contrario, abbiamo terremoti compressivi nella zona marchigiana". E' il risultato di uno studio pubblicato su Lithosphere, rivista della Geological Society of America: racconta nei dettagli la dinamica appenninica, soffermandosi sul processo di sollevamento di una parte della catena montuosa, proprio in corrispondenza di Umbria, Marche e Lazio. Eventi isolati e sporadici? Non proprio. E', infatti, la risposta a un processo geodinamico più complesso che coinvolge anche Adria. E' una piccola placca litosferica confinante con la grande placca africana e con quella euroasiatica. Si è staccata dalla prima nel Cretaceo (da 140 a 70 milioni di anni fa), scontrandosi con la seconda in epoca recente. Così sono nate le Alpi. Si muove verso nord-est con una leggera rotazione antioraria e rappresenta un'area molto instabile dal punto di vista geologico. Ecco perché è continuamente segnata dai terremoti e perché in futuro il mare Adriatico si trasformerà in un lago. E' anche il motivo per cui i terremoti disastrosi in Italia stanno aumentando? Non è così. I terremoti avvengono con una certa periodicità, ma gli episodi sismici non sono in crescita. Le scosse di discreta intensità avvengono in media ogni sei o sette anni (in Italia). E la statistica anche in questo caso è stata rispettata. Per essere precisi sono quasi quarant'anni che non avvengono terremoti con un'intensità superiore ai sette gradi della scala Richter, come quelli che hanno colpito in passato l'Irpinia (con quasi tremila vittime), Avezzano (32mila), e Messina (82mila). Il Futuro? Non esiste in termini sismologici. Si è provato in tutti i modi a stimare la possibilità di un evento sismico di un certo rilievo; con il radon, i satelliti, lo studio delle scosse premonitrici; ma in tutti i casi i risultati sono stati ben al di sotto delle aspettative. L'unica soluzione per evitare altri disastri come quello generato dall'ultimo terremoto in centro Italia, riguarda il potenziamento delle infrastrutture con la messa in sicurezza degli edifici più vecchi e l'utilizzo di strategie antisismiche per quelli di nuova generazione. E' noto infatti che la stessa potente scossa in luoghi diversi della Terra può determinare un numero grandissimo di vittime, così come nessuna, proprio in base a una oculata scelta architettonica.

martedì 9 febbraio 2016

LA SESTA ESTINZIONE DI MASSA



Con il termine estinzione di massa si intende la scomparsa in un breve periodo di tempo di un numero eccezionale di specie animali e vegetali. Studiando la storia geologica e biologica della Terra sappiamo che dalla nascita del primo organismo vivente si sono avute complessivamente cinque estinzioni di massa, dette famigliarmente dai ricercatori "big five". L'ultima è quella che quasi tutti noi conosciamo e si riferisce alla fine del Cretaceo, con la sparizione repentina del 76% delle specie viventi, fra cui i famosi dinosauri. Avvenne circa 64 milioni di anni fa. Alla luce di ciò preoccupa notevolmente uno studio pubblicato di recente su Nature che indica la possibilità di una sesta estinzione di massa entro il 2200. La causa? L'uomo. Sotto accusa c'è infatti l'uso indiscriminato del territorio, l'inquinamento, la pesca selvaggia, il cambiamento climatico dovuto alla presenza eccessiva di gas serra nell'atmosfera, frutto di operazioni industriali sconsiderate. Nature non parla a caso e fornisce dati concreti. L'attività antropica incide sulla biodiversità con un impatto mille volte superiore a quello riconducibile alle grandi estinzioni di massa. In grave pericolo gli anfibi, destinati a sparire in gran numero entro il 2200: del 41% rimarrà solo un ricordo. Il 25% dei mammiferi e il 13% degli uccelli potrebbero seguire la stessa sorte. Attualmente si stimano quasi 2mila specie di anfibi sull'orlo dell'estinzione, 993 insetti, 1.199 mammiferi, 1.373 uccelli. Per alcune specie può essere questione di anni, per non dire mesi. Esempi eclatanti si riferiscono al leopardo dell'Amur, detto anche leopardo della Manciuria. Abita le regioni nord orientali della Cina e alcune aree della penisola coreana. E' fra i mammiferi più a rischio, essendone rimasti solo trentaquattro esemplari allo stato selvatico. L'axolotl, detta anche salamandra messicana, è in pericolo dal 1800, da quando l'uomo ha iniziato pesantemente a usurpare il suo habitat. E' molto interessante dal punto di vista biologico, perché compie l'intero ciclo vitale allo stadio larvale. A febbraio di quest'anno la National Autonomous University ha lanciato l'allarme, sostenendo che l'animale è sparito quasi ovunque. Discorso simile per il lupo rosso, fra i pochi mammiferi sopravissuti alla glaciazione wurmiana: allo stato brado resistono solo cento esemplari reintrodotti in America negli anni Ottanta, quando il canide era stato definito ufficialmente estinto. Per quanto riguarda l'Italia si teme il destino di animali come la lontra, già sparita dalle regioni centrali del Belpaese e il capovaccaio, piccolo avvoltoio dell'Europa meridionale, ridotto sul nostro territorio a una decina di coppie. E si potrebbe andare avanti all'infinito. Nature punta dunque il dito sulla nostra specie che per i propri interessi "violenta" ampie aree naturali appannaggio di specie in condizioni già critiche: «La biodiversità a livello globale sta drasticamente peggiorando», racconta Derek Tittensor, ecologista marino del United Nations Enviroment Programme World Conservation Monitoring Centre di Cambridge. Soluzioni? Avanti di questo passo non ce ne sono. E' infatti necessaria una forte presa di posizioni da parte di enti governativi, sociali e ambientali, che si prodighino concretamente per la salvaguardia delle specie a rischio. Le politiche di conservazione potrebbero arginare i rischi, ma non risolverli del tutto. C'è altresì la possibilità che l'uomo abbia raggiunto una sorta di punto di non ritorno, tale per cui si può migliorare qualcosa, ma non risolvere completamente i tanti problemi legati all'ambiente e a quella che si prospetta, appunto, la sesta estinzione di massa. Attualmente il tasso annuale di estinzione delle specie viventi è compreso fra lo 0,01% e lo 0,7% . Un numero, purtroppo, ancora troppo alto. Che desta ancora più preoccupazione se si pensa che negli ultimi 35 anni la popolazione mondiale è raddoppiata. A discapito di molte specie di invertebrati (farfalle, ragni, vermi), calati complessivamente del 45% e vertebrati che, dal 1500 a oggi, sono rappresentati da 320 specie in meno. 

domenica 3 maggio 2015

Perché non riusciamo ancora a prevedere i terremoti


10mila morti. E ancora una volta un evento sismico ci coglie impreparati, al punto che viene spontaneo chiedersi come, nonostante i progressi della scienza, non sia ancora possibile prevedere un terremoto. Eppure è così. Di fronte alle bizzarrie della tettonica a zolle, la disciplina che spiega le dinamiche della deriva dei continenti, l'uomo brancola nel buio. Il problema è che nessuno è in grado di indagare adeguatamente le profondità della terra, per capire dove si sta accumulando energia, pronta a manifestarsi sottoforma di un evento sismico. Siamo peraltro all'oscuro di molte faglie (fratture rocciose legate ai terremoti) che potrebbero provocare scosse telluriche ovunque, da un momento all'altro. Di Katmandu sappiamo che sorge su un territorio altamente sismico, dove la placca indiana spinge su quella euroasiatica, ma non di più. Nella migliore delle ipotesi, quindi, siamo capaci di individuare una zona potenzialmente a rischio, ma non affermare se un terremoto potrà verificarsi domani, fra cento o mille anni.
Il caso più noto riguarda la faglia di Sant'Andrea, in California, che divide la placca nordamericana da quella pacifica, e il famigerato Big One. I sismologi ribadiscono che ci sarà un grosso terremoto in California, ma senza stabilire una data. Parkfield è un centro che sorge proprio sulla faglia, dove ogni ventidue anni si verifica un forte sisma. Da tempo si studia il territorio per poter avanzare una valida teoria che permetta di prevedere l'arrivo di una scossa. Per ora il risultato migliore riguarda un terremoto previsto per il 1993, avvenuto nel 2004. Non proprio confortante. Al 2005 risalgono invece le ricerche più approfondite sul Big One. I sismologi prevedono un terremoto catastrofico entro il 2035 che, nel 67% dei casi, colpirà Los Angeles con una magnitudo superiore a 7 (in Nepal è stata di 7,8). Nel 2007 arriva la conferma dello Uniform California Earthquake Rupture Forecast: entro trent'anni, con una probabilità del 99,7%, la California sarà colpita da un evento sismico di magnitudo superiore a  6,7.
Ma la difficoltà di prevedere efficacemente un fenomeno naturale non riguarda solo la sismologia. Pensiamo ai vulcani. Anche in questo caso, spesso, gli eventi sono improvvisi e lasciano poco spazio all'intervento umano. Se non a livello preventivo. Sei giorni fa, l'ultimo episodio. Il vulcano Calbuco, in Cile, fra i più pericolosi vulcani della zona, ha eruttato dopo oltre quarant'anni di silenzio. Non è stato difficile predisporre un piano di evacuazione perché le scosse sismiche, che di norma precedono un'eruzione, venivano monitorate già da qualche ora. Ma nessuno poteva preannunciare con largo anticipo la sua attività esplosiva. Anche gli ultimi studi sul Vesuvio sono vaghi. Ricerche ipotizzano un'imminente eruzione, ma nessuno sa dire quando avverrà di preciso. Le previsioni sono solo di natura statistica. La ricostruzione storica dice che il Vesuvio erutta su larga scala ogni mille anni e su media scala ogni quattrocento, cinquecento anni. L'ultima potente eruzione risale al 1631, ma il risultato di qualunque calcolo non sarebbe in fondo così diverso dall'opportunità offerta da un manuale di astrologia.
Infine, la climatologia. Lasciando perdere le previsioni del tempo tradizionali, che frequentemente fanno cilecca, basta dare uno sguardo alle ricerche sull'effetto serra e le possibili conseguenze del surriscaldamento globale. Gli scienziati da più di venti anni prevedono un incremento costante delle temperature su scala globale, con gravissime ripercussioni a livello ambientale. Ma un nuovo studio australiano pubblicato su Nature Climate Change, sfata questa teoria, affermando che la crescita della temperatura superficiale terrestre è rallentata negli ultimi anni. Il motivo? Gli alisei, i venti costanti che spirano verso l'equatore, che ultimamente starebbero soffiando con maggiore intensità, spingendo gli strati di acqua calda in profondità. Il fenomeno provocherebbe un raffreddamento delle aree circostanti, con un abbassamento medio delle temperature. Insomma, le previsioni in questo caso ci sono, ma la loro attendibilità è ancora tutta da provare.