domenica 23 gennaio 2022
La complessa (e bizzarra) geologia italiana
giovedì 19 novembre 2020
I vulcani italiani
Arrivano da tutte le parti del mondo, perché sono facili da raggiungere e soprattutto sempre in attività. I vulcani italiani, infatti, rappresentano un perfetto laboratorio di vulcanologia, preso d’assalto da scienziati di ogni nazionalità. Che ancora si interrogano sull’eterogenia di questa terra, dove acqua e fuoco si scontrano, parafrasando quel che dovette essere all’inizio dei tempi, durante la formazione del pianeta. Etna, Stromboli e Vesuvio, fanno ormai parte dell’immaginario mondiale; tanto che non si potrebbe davvero pensare di raffigurare un’Italia senza le nuvolette di fumo che si alzano da Campania, Sicilia e mar Tirreno. Ma non è sempre la stessa cosa. E ogni vulcano obbedisce a geologie specifiche, rocce particolari, presupponendo interventi di salvaguardia ambientale diversissimi fra loro; sulla base del tipo di magma prodotto. Ma vediamo di compiere un piccolo viaggio per capire chi sono e come si comportano i principali vulcani del Belpaese.
L’Etna è uno stratovulcano alto
3340 metri che sorge in corrispondenza della zona di collisione fra la placca
euroasiatica e quella africana. Obbedisce a un vulcanesimo di tipo basico. Le sue colate laviche, infatti, sono ben
conosciute e facili da gestire; dando il tempo di correre ai ripari e di
arginare il movimento dei fiumi di lava. È dovuto all’attività di faglie
particolari che rientrano nella cosiddetta scarpata ibleo-maltese, nel punto in
cui il magma risale dal mantello semifluido sottostante, incalzato dalle
correnti convettive che muovono i continenti. La sua attività risale a 500mila
anni fa. È chiamata “fase delle tholeiiti basali”. Siamo nel Pleistocene medio.
L’Etna era sommerso dalle acque, e ancora oggi troviamo tracce delle antiche
eruzioni nella zona di Acitrezza. 320mila anni fa, il grande golfo che
contraddistingueva l’area geografica nei pressi del vulcano, viene
ridimensionato dai movimenti tettonici e l’Etna inizia a eruttare sulla
terraferma. La “fase delle timpe” inizia 100mila anni dopo. E trova conferma
nei depositi eruttivi di Paternò, risalenti a 170mila anni fa. Seguono la “fase
dei centri eruttivi della Valle del Bove”, con la nascita di nuovi punti di
produzione di magma, come il Giannicola e il Salifizio; e quella odierna e più
recente, la “fase stratovulcano”. Va avanti da più di 50mila anni e si
riferisce alla genesi del cono vulcanico che oggi tutti riconosciamo e col
quale abbiamo quasi ogni anno a che fare.
Lo Stromboli ha una natura
diversa. Un magmatismo di tipo neutro, che si contrappone al basico dell’Etna.
Questo aspetto indica un’attività vulcanica più difficile da gestire, talvolta esplosiva,
con produzione di bombe e brandelli incandescenti sparati fino a 50 metri di
altezza. È la tipica attività stromboliana, intervallata da pause quiescenti di
pochi minuti. Il primo cratere stromboliano risale a 200mila anni fa. Le colate
laviche di quel periodo sono perscrutabili in corrispondenza di Strombolicchio,
isoletta vicinissima al vulcano. Risale dal mare 160mila anni fa, mentre quello
che vediamo oggi, con i suoi 924 metri di quota, non ha più di 35mila anni. La
vita dello Stromboli è contrassegnata da sette periodi cronologici: si va da
Paleostromboli I (200mila anni fa), a Neostromboli sorto 13mila anni fa. Tre le
bocche di solito interessate dalla attività magmatica, situate a un’altezza
media di 750 metri. Il geodinamismo dello Stromboli rientra nei movimenti
legati all’arco vulcanico delle Isole Eolie, concettualmente riconducibile a
quelli molto più imponenti delle Antille e del Giappone. Dunque Stromboli, con
Vulcano e Lipari, rappresenta la parte emersa di un arco geologico sottomarino
attivo dal Pleistocene inferiore. Le discontinuità petrografiche sono nette e
spiegano la presenza di una zona di subduzione; con le rocce ioniche che
scivolano sotto l’arco calabro.
Il Vesuvio, infine, risiede in un
contesto geologico diverso dai vulcani che circondano la Sicilia. È l’unico
vulcano dell’Europa continentale, e la sua genesi rimanda a due milioni di anni
fa, con l’apertura del Tirreno e la formazione della catena appenninica.
Tecnicamente si parla di uno stratovulcano alto poco più di 1.200 metri,
derivante dalla fusione fra un vecchio edificio vulcanico più imponente di
quello attuale e il nuovo cono formatesi dal collasso di quello precedente. Le
eruzioni più moderne risalgono a 400mila anni fa. Ma è da Plinio il Vecchio che
abbiamo un sunto preciso delle grandi eruzioni succedutesi nei secoli. A parte
la grande eruzione plineana, che distrusse Ercolano e Pompei, si segnalano
altri fenomeni importanti che hanno sconvolto la quotidianità dei campani di un
tempo. Fra il 16 e 17 dicembre del 1631, ci fu un’eruzione che uccise diecimila
persone. I danni furono immensi, per le abitazioni e i campi coltivati.
L’evento fu tanto importante da provocare un abbassamento di 450 metri del cono
vulcanico. Altrettanto significativa l’esplosione dell’aprile 1906: ci furono
216 vittime, e quasi 40mila profughi. Oggi il Vesuvio riposa dal 1944, ma gli
esperti avvertono: è quasi certo che, entro la fine del secolo, il vulcano
tornerà a fare sentire la sua voce.
giovedì 2 maggio 2019
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Le foreste del Polo Sud
martedì 28 febbraio 2017
Il vulcano alle porte di Roma
Vulcani sottomarini
E c'è un altro vulcano che non viene mai menzionato: il Marsili. Anche perché nessuno lo può vedere. Il suo cratere, infatti, risiede quattrocento metri sotto la superficie del mar Tirreno. Ma anche in questo caso il riferimento è a un complesso vulcanico - il più grande d'Europa - che potrebbe riaccendersi. L'hanno dimostrato dei movimenti tellurici avvenuti in risposta ai recenti terremoti appenninici. Si sono, infatti, registrate scosse di magnitudo 3,2 a 4 chilometri di profondità. Non si prevedono eruzioni imminenti, tuttavia il vulcano viene tenuto sotto osservazione, perché un'eventuale fuoriuscita di magma, potrebbe provocare un potente tsunami che si abbatterebbe sulle coste dell'Italia sud occidentale.
Il vapore dell'Etna
Ben più noto è invece l'Etna che pochi giorni fa ha prodotto un insolito spettacolo: gli anelli di fumo, tecnicamente noti come "aureole di vapore". Il vapore viene espulso da piccole fenditure del vulcano, e inizia a vorticare muovendosi verso l'alto alla velocità di un chilometro all'ora. L'Etna erutta frequentemente e mostra un'attività costante da migliaia d'anni a questa parte. È caratterizzato da quattro crateri principali, tre dei quali si sono formati dal 1911 a oggi. Nel 1610 le eruzioni proseguirono imperterrite per dieci anni, con l'emissione di oltre un miliardo di metri cubi di lava. L'ultima grande eruzione risale al 14 dicembre 1991.
Sos Vesuvio
A fare più paura di tutti però rimane il Vesuvio. Recentemente l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha rivelato che se dovesse esplodere coinvolgerebbe con ceneri e lapilli un’ampia area del territorio campano. Si alzerebbe in cielo una colonna eruttiva di 15-20 chilometri che poi ricadrebbe al suolo impattando sulle infrastrutture, causando gravi difficoltà respiratorie e inquinamento delle acque. Altri danni sarebbero provocati dalle colate piroclastiche capaci di raggiungere i 100km/h e dalle colate di fango che si protrarrebbero anche dopo la fase eruttiva. C’è però già pronto un piano di evacuazione che riguarderebbe 25 comuni, per un totale di 672.514 abitanti.
domenica 22 gennaio 2017
Ipossia e ipotermia: i rischi delle valanghe
venerdì 20 gennaio 2017
La slavina del giorno dopo
La terra torna a tremare in centro Italia
lunedì 16 gennaio 2017
La storia degli indiani
A un certo punto della cultura di Clovis non si è più saputo nulla. Il motivo? Per alcuni scienziati fu la conseguenza di un impatto meteorico nel Nord America, simile a quello avvenuto nel 1908 in Siberia, a Tunguska. Il fenomeno avrebbe alterato il clima causando una diminuzione drastica della popolazione umana. Avrebbero patito lo stesso destino, i grandi animali del continente americano, la cosiddetta megafauna: orsi, cammelli, mammut. Vari studi propendono per questa teoria rifacendosi al Dryas recente, periodo di freddo compreso fra 12.800 e 11.500 anni fa, con una temperatura media globale più bassa della norma di cinque gradi. Ma sono altrettante le tesi contrarie. L'ultima arriva dalla Royal Holloway University, in Inghilterra, secondo la quale non esistono crateri che possano attestare un impatto con un corpo extraterrestre; inoltre non c'è sincronia fra la sparizione delle varie specie che prosperarono nel Pleistocene.
martedì 6 settembre 2016
Ritorno a Jurassic Park
Siamo ancora lontani, in ogni caso, dall'ipotesi di ricreare da un fossile un esemplare di T rex, come accade nel film di Spielberg. Anche se molti appassionati di paleontologia non demordono; affidandosi con l'immaginazione a notizie come questa e ad articoli come quello apparso recentemente su Nature che indica l'isolamento, da parte di un team di ricercatori inglesi, di materiale sanguigno da un reperto risalente a 75 milioni di anni fa. Non c'è scritto però che per ridare vita a un dinosauro di questo genere occorre il nucleo di una cellula di T rex; una cellula uovo della specie; e un laboratorio super attrezzato. Di cui, di fatto, non abbiamo nulla.
sabato 27 agosto 2016
La geologia di Amatrice
martedì 9 febbraio 2016
LA SESTA ESTINZIONE DI MASSA
domenica 3 maggio 2015
Perché non riusciamo ancora a prevedere i terremoti
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