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giovedì 2 maggio 2019

Nueva Vida: la scoperta delle più grandi caverne bergamasche

Il meccanismo chimico è lo stesso: prendi un po’ di acqua con disciolta una sostanza acida e versala su una superficie calcarea e vedrai la roccia andare in frantumi. Nel Carso avviene quotidianamente. Foibe e doline sono l’esempio classico di questa azione erosiva dell’acqua. Ma non sono solo le affascinanti colline al di là di Trieste; anche la catena prealpina è contrassegnata da questo tipo di roccia, e dunque da fenomeni legati al carsismo. Il Resegone e le Grigne sono pieni di guglie e grotte derivanti da processi simili di alterazione rocciosa. E anche un po’ più in là verso il cosiddetto Sebino occidentale, un’area di circa cento chilometri quadrati compresa tra il lago di Iseo e il lago di Endine, in valle Cavallina. Dove gli speleologi stanno facendo luce su uno dei sistemi carsici sotterranei più imponenti del Belpaese. “Per via di uno spiffero d’aria scoperto a Fonteno, un paese della bergamasca di nemmeno mille abitanti”, dice Maurizio Greppi, presidente dell’associazione Progetto Sebino. “Lo abbiamo battezzato abisso Bueno Fonteno, in segno benaugurale, dopo esserci resi conto di una voragine che sprofondava nel sottosuolo, apparentemente senza fondo”. Alla scoperta dell’abisso Bueno Fonteno è seguita quella di Nueva Vida. Altra girandola negli inferi. Il 1 settembre 2013 la prova del collegamento fra i due complessi: “Da mesi ipotizzavamo un passaggio fra le grotte”, dice Greppi. “Così siamo entrati da Nueva Vida per poi affacciarci, dopo una entusiasmante esplorazione, su uno degli ambienti più pittoreschi di Bueno Fonteno, il salone Portobello”. È un’immensa stanza sotterranea potenzialmente capace di ospitare un palazzo di venti piani. Non l’unica sorpresa emersa da questo incredibile mondo situato nelle viscere del Sebino Occidentale, con profondità massime che superano i cinquecento metri. Gli speleologi hanno individuato gallerie mastodontiche, dove un camion o un bus non avrebbero problemi a passare. Pozzi profondi 170 metri, impossibili da illuminare con le comuni torce. E impensabili collegamenti con le sorgenti carsiche che circondano l’area, talvolta utilizzate per il rifornimento di acqua potabile. Sorpresa, infine, per il collegamento idrogeologico con l’Acquasparsa di Grone, altro piccolo centro in provincia di Bergamo, identificato solo poche settimane fa. Complessivamente sono una trentina i chilometri di caverne esplorati e mappati. “Da una parte traguardi che ci fanno sussultare”, afferma Greppi, “dall’altra la consapevolezza di conoscere solo una minima parte della realtà carsica sotto esame”. L’acqua analizzata nelle grotte è tendenzialmente alcalina (con un pH maggiore di 7), per via dell’alta concentrazione di carbonati. La temperatura media è intorno ai 9,7 gradi centigradi. L’ambiente – supponendo lunghe permanenze - è incompatibile con la vita di un essere umano, ma non con quella di molti invertebrati. Gli zoologi hanno classificato coleotteri, collemboli e millepiedi. I crostacei vivono dove l’acqua è più profonda: gli appartenenti al genere monolistra assomigliano ai porcellini di terra e sono lunghi pochi millimetri. Abbondanti i nematodi, vermicelli a loro agio nelle zone più fangose e potenti predatori di altre specie analoghe. Il futuro? La scoperta potrebbe avere ripercussioni importanti, di natura economica e sociale. Nelle grotte italiane, di fatto, scorre una quantità di acqua sufficiente a soddisfare il doppio del fabbisogno idrico di ciascuno di noi. Acqua di buona qualità. “Ma dobbiamo fare ancora chiarezza su molti aspetti”, dice Greppi, “capire quanta acqua scorre nel cuore del complesso carsico, come si muove e con quali dinamiche. Da qui si potrà eventualmente partire per implementare la rete acquedottistica”. Ragionando anche sulle problematiche concernenti l’effetto serra. Oggi estese aree della Sicilia e del sud Italia sono semi aride, e fra non molto il processo di desertificazione potrà riguardare anche le regioni settentrionali. “Ecco perché è necessario investire nella ricerca”, continua Greppi, “puntando sulle competenze e la passione degli speleologi”. E non solo. Impegnati nell’approfondimento delle caratteristiche geodinamiche dell’area carsica del Sebino, ci sono, infatti, altri due importanti enti: “Il Lions Club Val Calepio e Valle Cavallina e la società che gestisce il servizio idrico integrato in provincia di Bergamo, Uniacque Spa; entrambi hanno raccolto la sfida di sostenere in maniera concreta le ricerche”. Così è stato battezzato “100 km di Abissi”, un pionieristico progetto di ricerca che si prefigge di stimare con buona approssimazione, nel giro di qualche anno, un vero e proprio bilancio idrico dell’area carsica, avvalendosi della consulenza del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pavia. “È quantomeno riduttivo, se non anacronistico continuare a considerare le grotte principalmente come delle attrazioni turistiche”, conclude Greppi. “Se sussistono le condizioni e i presupposti, ben vengano, ma senza mai scordarsi che le grotte vanno considerate in primis per quello che realmente sono: gli impianti idraulici delle nostre montagne”.

mercoledì 26 aprile 2017

L'antico corso del Po


E' un processo che va avanti da millenni: lo spostamento verso nord del corso del Po. L'11 novembre 1570 fu la data che spinse la foce del fiume quaranta chilometri più in là, raggiungendo i confini di Chioggia e del veneziano. Complice un terremoto di magnitudo 5,4 che sconvolse il ferrarese e che oggi scopriamo essere legato agli eventi sismici del 20 e 29 maggio 2012, avvenuti in Emilia. Le scosse di cinque anni fa determinarono un sollevamento di dodici centimetri dell'area epicentrale, e un abbassamento del suolo di un paio di centimetri nella vicina zona di Finale Emilia. L'11 novembre del 1570, analogamente, il terremoto causò un innalzamento di quindici centimetri del livello del terreno, e con esso il più importante fiume italiano cambiò per sempre faccia. Fino alla metà del Cinquecento gran parte delle acque provenienti dal Monviso sfociavano dalle parti del porto etrusco di Spina, a nord di Marina di Ravenna. Un piccolo ramo, invece, si dirigeva verso il settentrione, sciogliendosi nelle acque di Venezia. Risaliva al XII secolo e fu tale in seguito alla Rotta di Ficarolo, gigantesca alluvione che si protrasse per anni, allagando molte aree della pianura padana.

Nel 1570, l'ultimo tratto del fiume, sposò il nuovo alveo, abbandonando definitivamente il ferrarese e i meandri dell'antica foce. La città subì gravi perdite economiche. Non fu più centro portuale e le merci in transito fra l'Adriatico e l'entroterra padano trovarono altre strade. Ancora oggi è possibile risalire alle origini del vecchio Po. Il paleoalveo dei Barchessoni indica che lì in tempo passava il fiume. Siamo nel comune di Mirandola, in provincia di Modena, dove sono riconoscibili spianate terrose di colore più chiaro (gli antichi argini) rispetto a quelle adiacenti più scure (il vecchio letto del fiume). Il fenomeno è ben visibile con una ricognizione aerea a una decina di chilometri più a sud dell'attuale corso fluviale. I resti dei vecchi tracciati del fiume sono riconoscibili anche in altre località: Viadana, Sabbioneta, Poviglio.  

Gli archivi ci raccontano che il terremoto del 1570 causò parecchi danni; e almeno il 40% degli edifici del ferrarese non resistette alle scosse. Per la popolazione fu la giusta punizione divina per un territorio mal governato dagli estensi. Ma alla fine le colpe ricaddero perlopiù sugli ebrei. I marrani erano ebrei sefarditi in fuga dalla penisola iberica, dove il cattolicesimo si era messo a dargli la caccia. Era nell'aria: nel 1556 venticinque marrani erano stati arsi vivi in piazza ad Ancona. Erano mal visti da tempo e con il terremoto fu chiaro a tutti che fossero loro i veri colpevoli del disastro ambientale. Comunque una storia relativamente recente. Altri studi sono riusciti a ricostruire il corso del grande fiume italico dal calabriano (piano geologico del Pleistocene iniziato oltre un milione di anni fa) a oggi; puntualizzando soprattutto sull'ultimo glaciale, il wurmiano, fra centomila e diecimila anni fa. Il livello dei mari era inferiore all'attuale di centodieci metri. E il Po percorreva un tratto più lungo: da Piacenza scivolava verso Mirandola, Molinello e Cervia. 

La stessa situazione s'instaurò durante le glaciazioni succedutesi da 800mila anni a questa parte. Poi le cose cambiarono con l'arrivo dell'uomo; che ha progressivamente inciso sul suo corso, con opere di rafforzamento degli argini, che in certe aree geografiche raggiungono vari metri di altezza. Di fatto le alluvioni del Po erano frequentissime e devastanti. I dati storici rimandano la prima alluvione ufficiale al 204 a.C.. Da allora sono stati contati quasi centocinquanta fenomeni distruttivi. Nel 589 si ebbe la Rotta della Cucca, una piena che portò a una modifica importante dell'idrografia di tutta la pianura padano-veneta. Nel 1330 un'alluvione nel Polesine e nel mantovano causò 10mila vittime. L'ultimo evento importante si è verificato nel 2000. A ottobre si ebbe la seconda piena più importante del ventesimo secolo: ci furono ventitré morti, undici dispersi e 40mila sfollati.

Il contesto geotettonico riguarda, dunque, una zona particolarmente suscettibile agli eventi tellurici. Si sa, infatti, che fra il ferrarese e il mantovano si sono verificati terremoti disastrosi nel 1356, 1561, 1761. Gli studi condotti da esperti dell'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (OGS) di Trieste hanno evidenziato che le faglie coinvolte nel 2012 e quella del 1570 sono allineate e che ancora oggi potrebbero essere interessate da fenomeni tettonici. Quella più antica si trova sepolta da strati di depositi alluvionali a una quindicina di chilometri a nord di Ferrara. E da sempre è coinvolta nei movimenti che riguardano il progressivo innalzamento degli Appennini; che concerne anche gli ultimi fenomeni sismici verificatesi in centro Italia nel 2016, coinvolgendo la Valle del Tronto, i Monti Sibillini e i Monti della Laga. Alla base c'è la sempiterna spinta della placca africana, su quella euroasiatica. Le ultime analisi condotte dal Rinus Wortel, geofisico dell'Università di Utrecht, in Olanda, asseriscono che è in corso un processo di subduzione che sta portando il nostro continente a "scivolare" sotto quello africano: strategia che consente al pianeta di "riciclare" la crosta terrestre, contemporaneamente all'azione delle dorsali oceaniche che producono nuovi strati litologici. 

La lezione di Mario Soldati
Cibo, natura e letteratura; così può essere riassunto il succo del lavoro svolto da Mario Soldati nel 1957. Lo scrittore italiano inventò il primo reportage enogastronomico, muovendosi dalle sorgenti del fiume più lungo d'Italia, alla foce. "Alla ricerca dei cibi genuini; viaggio nella valle del Po" andò in onda dal 3 dicembre sulla Rai, con le musiche di Nino Rota. Ora l'avventura sta per essere intrapresa di nuovo da un gruppo di giovani ferraresi, fra giornalisti, fotografi e cineoperatori. Partiranno dalla foce del fiume il 25 aprile 2017 e per due settimane studieranno il suo corso, soffermandosi sui cambiamenti avvenuti negli ultimi sessanta anni e intervistando i tanti italiani che vivono lungo le sue sponde.

Il nuovo parco
Il primo tratto sperimentale del Parco Fluviale del Po è stato inaugurato. Per chi desidera scoprire alcuni fra gli angoli più belli del fiume, potrà da oggi scegliere fra percorsi pedonali, strade ciclabili, aule didattiche, aree di picnic, e porticcioli per le canoe. I percorsi attrezzati permettono di osservare il Po da ovest a est, inoltrandosi nel Bosco della Lite e nel Bosco delle Fate o seguendo il sentiero dell'Upupa; il tutto in corrispondenza dei comuni di Villanova sull'Arda, Polesine-Zibello e Roccabianca. Il parco sperimentale è frutto del lavoro condotto dal Gruppo Unipol e da Legambiente, che mira al recupero delle aree degradate del nostro Paese. «Crediamo nella capacità dei territori di tutelare e di produrre bellezza», dichiara Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente, «di costruire processi di qualità che migliorano quanto di meglio c'è in Italia».

La pantera del Po
Un fossile trovato da un pensionato e consegnato al Museo paleoantropologico di San Daniele Po, consente di stimare la realtà ambientale dell'antica valle Padana. Un osso lungo una ventina di centimetri, e Renato Bandera, che da anni scandaglia con la sua canoa il grande fiume, pensa ai macabri resti di un uomo. Poi la sorpresa. Un paleontologo dell'Università di Parma intuisce che possa essere ricondotto allo scheletro di un felino; e ne ha conferma confrontandosi con Martin Sabol, dell'Università di Bratislava. La rivista Quaternary International svela infine l'arcano il mistero: sono i resti di un esemplare di Panthera pardus, un leopardo che viveva in Pianura Padana 200mila anni fa. All'epoca, infatti, il territorio bagnato dalle acque del fiume, era simile a una savana africana, ed era abitato da ippopotami, elefanti, rinoceronti e appunto… feroci pantere.  

lunedì 3 dicembre 2012

Le case anfibio, un'idea per contrastare le alluvioni

Le case anfibio? Una proposta avveniristica per fronteggiare le alluvioni. Ne parlo oggi su Lettera43: http://www.lettera43.it/ambiente/alluvioni-case-anfibie-in-uk_4367574864.htm




Pubblicato su Lettera43: 

Colpa dell'effetto serra e degli eventi estremi a esso collegati. Solo così, per molti scienziati, si possono spiegare le intense piogge avvenute nelle ultime settimane in Toscana, ma anche in altre parti del mondo come, per esempio, in Inghilterra, dove molte famiglie (un migliaio circa) sono state fatte evacuare a causa degli allagamenti. E proprio dalla Gran Bretagna arriva la proposta di vincere definitivamente il pericolo alluvionale, tramite la costruzione di dimore in grado di superare il problema e battezzate, non a caso, "case anfibio". I primi test condotti dagli esperti dell'Architects BACA, supervisionati dall'Agenzia per l'ambiente, stanno avvenendo nel Buckinghamshire, a una decina di metri dalle rive del fiume Tamigi.
Come funziona una casa anfibio? Durante il periodo di secca, l'abitazione poggia regolarmente su un substrato cementizio, ma in caso d'innalzamento delle acque, è in grado di sollevarsi sfuggendo all'inondazione: le fondamenta combaciano, infatti, con il perimetro di una darsena, una sorta di bacino acqueo artificiale, suscettibile alle bizzarrie delle acque. Prima dell'alluvione vera e propria, la disposizione strategica di giardini a terrazze, consente di calcolare l'intensità delle precipitazioni e quindi stimare la portata del rischio di allagamento. La casa anfibio misura 225 metri quadrati, si sviluppa su tre piani e può comodamente ospitare una famiglia di quattro persone. Costa il 20% in più rispetto alle abitazioni tradizionali, ma un buon risparmio è garantito dall'utilizzo di fonti naturali per la produzione di energia. I tecnici del BACA dicono che le case anfibio prenderanno sempre più piede in Inghilterra, anche perché "le spese derivanti dai problemi legati alle alluvioni stanno incidendo sempre di più sul bilancio pubblico".
La proposta è vivamente accarezzata anche da Tony Andryszewski, dal 2007 al soldo dell'Environment Agency, luminare nel campo dell'ingegneria delle costruzioni, per ciò che riguarda i contesti legati ai disastri naturali. Le sue disamine considerano anche realtà "ingegneristiche" di spessore antropologico, riguardanti, per esempio, gli abitanti della Thailandia e del Bangladesh, che da sempre convivono con il problema delle alluvioni e da tempo immemore edificano palafitte capaci di sfidare anche gli eventi più disastrosi. Non è l'unico a guardare al genio di queste etnie che conservano stratagemmi efficaci per vincere la furia delle acque: anche la Site Specific and Prefab Laboratory, un istituto di ricerca con sede a Bangkok, è convinta che sia possibile costruire "case anfibio" affidandosi agli esempi offerti dalle popolazioni autoctone del sud-est asiatico.
Si pensa, in questo caso, alla realizzazione di case che poggino con una piattaforma prefabbricata, in singole depressioni del terreno che, quando si riempiono di acqua, spingono l'abitazione verso l'alto. I parametri ecosostenibili sono assicurati dal collaudo d'impianti solari ed eolici di ultima generazione, in grado di fornire agli abitanti delle case anfibio, l'energia necessaria al proprio sostentamento. In Thailandia si stanno già progettando mini-comunità basate su questo tipo di costruzione, pensate anche per far sì che, i singoli proprietari, possano prestarsi vicendevolmente assistenza. 

giovedì 3 maggio 2012

Trasgressioni marine, non dipende solo dall'effetto serra


Spesso quando si sente parlare di acque alte, si finisce per fare un po' di confusione, non sapendo mettere bene a fuoco ciò che è il frutto di empasse climatologici, da ciò che è invece collegato a fenomeni contingenti, quasi sempre di natura geologica. Alla luce di ciò si può introdurre l'argomento soffermandosi sul fatto che in tutto il mondo il livello delle acque sta progressivamente aumentando per un motivo ben preciso: lo scioglimento dei ghiacci. L'argomento è strettamente dipendente dal cosiddetto effetto serra, tale per cui, con l'aumento medio delle temperature, si ha anche una velocizzazione dei processi di scioglimento glaciali, che, di conseguenza, provocano un innalzamento globale dell'asticella immaginaria che misura l'orizzontalità di mari e oceani. Sul surriscaldamento globale se ne parla tutti i giorni, spesso a sproposito. Le dispute insorgono anche fra gli addetti ai lavori, con scienziati schierati con l'idea che l'effetto serra sia esclusivamente colpa dell'uomo, e altri convinti invece che la sovrabbondanza di anidride carbonica nell'aria sia il semplice risultato di un processo di equilibrio intrinseco alle dinamiche “esistenziali” della Terra: in pratica il nostro pianeta si saprebbe regolare da solo, decidendo secondo parametri che probabilmente ci sfuggono, in che modo creare i presupposti per un periodo di caldo, piuttosto che freddo. Quel che è certo è che le percentuali gassose nell'aria sono in costante cambiamento, da sempre, per cui i livelli di anidride carbonica, ma anche ossigeno e altri elementi non sono mai uguali a se stessi. È, peraltro, sulla base di questi cambiamenti che flora e fauna interagiscono strettamente con l'ambiente, provocando “epoche” di storia naturale diversissime fra loro che si accavallano dalla notte dei tempi. Per esempio è noto che nel Carbonifero ci fu un aumento considerevole di ossigeno nell'aria, tale per cui molti animali ampliarono i loro sistemi respiratori, diversificando specie che oggi paiono impensabili e in oggettiva controtendenza ai criteri aerobici attuali. È per questo che si assiste al cosiddetto “gigantismo degli insetti”. Nel Carbonifero compaiono insetti grandi come uccelli, libellule che oggi potremmo tranquillamente rapportare alle dimensioni di un gabbiano, per via di sistemi tracheali decisamente oversize. Lo stesso riguarda il biossido di di carbonio che negli anni è cambiato. Senza andare troppo in là nel tempo si può immaginare che ci fossero delle strette relazioni fra “indici carbonici” atmosferici e l'optimum climatico medievale e la PEG (Piccola Età Glaciale) avvenuta fra il Quattrocento e l'Ottocento. Nella rima fase la temperatura era mediamente più alta di quella attuale. La verde Groenlandia dava ospitalità a genti che, presumibilmente, raggiunsero le Americhe molto prima di Colombo. Successivamente si innesca un fenomeno controverso, con un abbassamento del limite delle nevi perenni di almeno duecento metri: in Inghilterra non è più possibile coltivare la vite e molti insediamenti in Groenlandia e Islanda vengono abbandonati per il drastico abbassamento delle temperature. Più ampie oscillazioni dei valori gassosi nell'aria si hanno in concomitanza con l'alternanza fra periodi caldi e glaciazioni: l'ultimo evento glaciale risale a 13mila anni fa, con la fine della glaciazione wurmiana e l'inizio di un interglaciale che, nonostante piccole oscillazioni climatiche non più lunghe di qualche secolo, perdura ancora oggi. Uno degli elementi che consente di misurare quest'avvicendamento fra periodi caldi e freddi è lo studio delle regressioni e trasgressioni marine, ossia i periodici innalzamenti e abbassamenti del livello delle acque che si trovano impressi nelle rocce, a mo' di traccia fossile, offerta da particolari molluschi. Da ciò si deduce che il livello dei mari è in costante mutazione, così come le percentuali di gas nell'aria e l'abbondanza di ghiacci sulla Terra: durante i periodi caldi il mare sale e i ghiacciai si restringono, durante le fasi fredde, avviene il fenomeno contrario. Nel Pleistocene si assiste a una fase fredda in cui i ghiacciai raggiungono spessori considerevoli in tutto l'emisfero boreale; di contro i mari si abbassano drasticamente, calando la virtuale asticella di riferimento di circa 120 metri. È, dunque, alla luce di queste dinamiche geofisiche che deve essere visto il processo attualmente in atto concernente la crescita delle acque su tutto il pianeta: al di là dell'effetto serra conclamato, va valutato il fatto che stiamo assistendo a una fase diametralmente opposta a quella verificatesi nel Pleistocene, che anziché contemplare l'abbassamento dei mari, riguarda il loro innalzamento. E così si spiega il motivo per cui le peggiori stime assicurano che entro il 2100 città come Venezia, New York e Londra finiranno per parafrasare il mito di Atlantide. Però non sempre l'aumento dei mari è figlio dello scioglimento glaciale e dell'incremento dei livelli di anidride carbonica nell'atmosfera, e quindi dei mutamenti a livello globale. Venezia, per esempio, sprofonda anche perché sorge in un contesto geologico precario, dove si sta verificando uno scontro fra masse continentali. In tal senso sussiste un processo noto come subduzione, che i geologi riconducono allo scivolamento di una placca litologica sotto l'altra, con conseguente innesco di processi magmatici e abbassamenti pedologici. Va ricondotto a questi eventi anche la formazione di nuove catene montuose sottomarine, tali per cui l'occupazione volumetrica di un certo bacino va di pari passo con l'innalzamento delle acque. Nel messiniano, invece, con la chiusura dello Stretto di Gibilterra, si è avuto un lento e progressivo prosciugamento del Mare Mediterraneo, con un calo eccezionale del livello marino. Si parla non a caso di crisi del messiniano per delineare un periodo geologico in cui l'area mediterranea era profondamente diversa da quella attuale. Ha fine con il Pliocene, con l'apertura di un canale attraverso Gibilterra e il riversamento di quantità straordinarie di acqua, con cascate cento volte più “possenti” delle cascate Vittoria. Un altro riferimento va al fenomeno del bradisismo che, pur non contemplando la variazione eustatica delle acque concernente gas e tettonica a placche, inevitabilmente porta a un altalenante su e giù del livello marino in relazione a un preciso ambito geografico. Il bradisismo è per esempio quello che si verifica in località come Pozzuoli dove, una sottostante camera magmatica, in seguito a processi di pressurizzazione e depressurizzazione, porta il suolo a periodiche altalene. In media il bradisismo induce a “scuotimenti” pedologici dell'ordine di un centimetro all'anno, benché in alcuni periodi il fenomeno sia più o meno accentuato.

domenica 4 ottobre 2009

Messina, il giorno dopo: la geologia di un territorio a rischio

Ventidue. Sono i corpi estratti dal fango e dalle macerie fino a questo momento, dopo la frana dell'altro ieri nel Messinese. Ma mancano all'appello ancora una quarantina di persone, mentre sono circa 500 gli sfollati, distribuiti negli alberghi della zona. I soccorsi, comunque, continuano imperterriti, grazie all'azione di 1.100 uomini, 250 mezzi e una quindicina di elicotteri. In molti punti si scava a mani nude, nelle speranza di estrarre ancora dei corpi vivi: "La situazione è difficile e delicata, ma comunque sotto controllo - ha detto il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso. Due i principali centri sconvolti dalla tragedia: Scaletta Zanclea e Giampilieri. L'ordine tassativo delle forze dell'ordine e amministrative è dunque quello di evacuare i borghi a rischio, benché molte persone, soprattutto anziane, sia molto difficile convincerle a lasciare le loro abitazioni. Soprattutto gli abitanti delle frazioni di montagna come come Briga, Guidomandri e Scaletta Superiore. Anche il parroco s'è fatto avanti sollecitando i fedeli ad "andare via per la propria incolumità". Ieri sono stati distribuiti cibo e acqua. Ma sono ancora molte le zone isolate, senza gas e luce. Nota positiva della giornata: la riapertura dell'autostrada Catania-Messina. Permangono invece forti disagi lungo la statale 114, ancora coperta di fango e macerie, in attesa dall'arrivo - in giornata - del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Ma cosa è successo esattamente da un punto di vista geologico in questo angolo del Belpaese? Secondo gli scienziati l'Italia è una nazione dove il dissesto idorgeologico è di casa. Negli ultimi 50 anni ci sono stati in media 4 morti al mese per motivi legati all'ambiente. In particolare, nel Messinese, ci sono punti dove il terreno è molto suscettibile alle forti precipitazioni (3 giorni fa sono caduti 250millimetri di pioggia in 5 ore), anche per via di piani urbanistici poco rispettosi dell'ambiente. In questo contesto geologico si parla di 'fiumare', riferendosi a brevi corsi d'acqua, tipici dell'Italia meridionale, che, ingrossandosi, possono facilmente innescare processi franosi di notevole entità. Il terreno - perdendo facilmente resistenza e sciogliendosi sotto la pioggia - si comporta, in pratica, come un fluido, muovendosi fino a 70 metri al minuto. I geologi sono chiari: "Questo tipo di frane hanno una forza distruttiva immane". E non per niente le chiamano "frane assassine". Si conoscono le aree geologicamente più instabili d'Italia, tuttavia, non sempre, si agisce con criterio e consapevolezza. Come in questo caso. Il Messinese sconvolto dalla frana era, infatti, già noto per la sua pericolosità idrogeologica, tuttavia non si è mai fatto abbastanza per scongiurare questo ultimo grave episodio. Bertolaso ritiene si debbano stanziare circa 25miliardi di euro per mettere in sicurezza le aree maggiormente a rischio, e punta il dito sull'abuso edilizio dicendo che "non c'è dubbio che l'utilizzo sconsidearato del territorio sono la causa di questa tragedia". Lo appoggia il cardinale Tarcisio Bertone sottolinenado che "chi dà le autorizzazioni a costruire dovrebbe stare più attento". Nel 1996 - dopo 92 millimetri di pioggia - erano esondate 8 fiumare ed era scattato l'allarme 'dissesto idrogeologico'. Legambiente parlò di "gravi rischi per il bestieme e la popolazione" e con l'ente ambientalista anche membri della Protezione Civile e dell'amministrazione comunale. Oggi, purtroppo, conosciamo il peso di quelle parole al vento: 22 morti, probabilmente, molti di più.

(Pubblicato su www.milanoweb.com)

venerdì 26 giugno 2009

Il Mar Morto si sta prosciugando

Il Mar Morto si sta prosciugando. È l’allarme lanciato dal ministero dell’ambiente israeliano. Il fiume Giordano, unico immissario dello specchio marino medio orientale, non è più in grado da solo di mantenere sufficientemente alto il livello delle sue acque. Il problema sono i continui periodi di siccità e l’utilizzo eccessivo delle acque del fiume. Rispetto a vent’anni fa la linea di costa è arretrata di almeno 600 metri. Secondo gli esperti bisognerebbe intervenire con sofisticate opere di ingegneria idraulica, come la costruzione di un canale che porti acqua dal Golfo di Aqaba. Ma al momento, viste le precarie condizioni socioeconomiche medio–orientali, niente di ciò è realizzabile. Il Mar Morto è noto per la sua salinità e per la mancanza di vita al suo interno. Si trova a 395 metri sotto il livello del mare.

martedì 13 maggio 2008

Fido al posto del satellite. Il risultato più credibile

L’estensione dei ghiacci nel Mare Artico è diminuita del 14 percento tra il 2004 e il 2005 perdendo una superficie pari a quella del Pakistan; la superficie dei ghiacci nel Polo Nord durante l’estate si è ridotta di circa lo 0,7 percento l’anno; nel settembre del 2006 la superficie coperta dai ghiacci è stata la più piccola dal 1978. Sono tutte stime che si sono potute ottenere grazie al lavoro dei satelliti che da circa trent’anni fotografano le aree glaciali e consentono di tenere sotto controllo il movimento dei ghiacci. Ma gli scienziati rammentano che questo è un metodo impreciso. Se si vuole davvero monitorare e prevedere l’andamento dello scioglimento della calotta polare c’è un solo modo: andare di persona sul posto e valutare le caratteristiche chimico-fisiche della neve. “Negli ultimi anni, le coltri nevose sono diminuite in tutto il pianeta – ammette Jim Foster, fisico del dipartimento di Idrogeologia della Nasa nel Maryland -. Diventa perciò sempre più importante sapere calcolare accuratamente i quantitativi di neve presenti nelle più grandi distese glaciali”. Secondo gli esperti i fiocchi di neve, variando le loro caratteristiche chimico-fisiche, sono in grado di mettere in luce lo stato di salute del ghiacciaio e quindi la sua presumibile durata nel tempo. “Le dimensioni di un fiocco di neve rappresentano un parametro fondamentale per riuscire a stimare con precisione qualità e quantità della coltre nevosa – spiegano i ricercatori dell’università di Waterloo. Alla luce di ciò degli studiosi americani della Nasa hanno avviato un programma quinquennale nel quale, con l’aiuto dei cani da slitta, percorreranno centinaia di chilometri per la regioni polari più impervie del pianeta: sosteranno in Alaska, Finlandia, Russia e Groenlandia. Ogni settimana preleveranno un campione di neve e lo conserveranno sotto azoto liquido, prima di spedire il tutto in un laboratorio ultraspecializzato (l’Agricultural Research Center del Maryland) che affronterà le opportune analisi. Grazie quindi ai risultati che si potranno ottenere sarà possibile evidenziare nei dettagli ciò che sta accadendo al Polo Nord e predire infine con assoluta precisione quanto tempo ancora potremo godere dei ghiacci artici. Protagonisti della missione partita da poco sono sette scienziati e venticinque cani da slitta. “Sono questi ultimi le vere star del progetto – rivelano i ricercatori. I cani dovranno infatti sostenere lavori pesantissimi a temperature bassissime. Dovranno in particolare trascinare slitte da mezza tonnellata per chilometri e chilometri di terreno friabile, spendendo fino a seimila calorie al giorno. Con il via a questo progetto se ne è intanto concluso un altro, con sei mesi di anticipo, quello della nave francese Tara. Gli studiosi finanziati dal Developing Arctic modelling and observing capabilities for long-term environmental studies (Sviluppo di modelli artici e osservazione di capacità per studi ambientali a lungo termine) hanno percorso più di 4mila chilometri arrivando fino a 160 chilometri dal Polo Nord. L’equipaggio ha raccolto informazioni su temperatura e salinità dell’oceano, composizione e spessore del ghiaccio, inquinamento atmosferico nonché flora e fauna artiche.