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venerdì 28 marzo 2014

Al posto del pap-test


Si chiama test Hpv e promette di ridurre del 60-70% il rischio d'ammalarsi di tumore al collo dell'utero. L'hanno reso noto i tecnici della Food and Drug Administration americana, dopo avere visionato numerosi studi, fra cui quelli effettuati presso il Centro Prevenzione Oncologica delle Molinette di Torino. La malattia che provoca ogni anno mille vittime solo in Italia, viene di norma prevenuta con il pap-test, che verrà gradualmente sostituito dal nuovo trovato della medicina. Di cosa si tratta? E' un esame che mira a prelevare una piccola quantità di cellule dal collo dell'utero per poi verificare l'eventuale presenza di Dna del Papillomavirus, responsabile della patologia. Ci si avvale di sonde molecolari predisposte per evidenziare particolari infezioni cellulari, individuando le varianti del virus e la relativa pericolosità oncogena. Pochi minuti e il test è risolto, senza dover patire alcun dolore. «Fa piacere pensare che anche gli americani abbiano deciso di adottare una raccomandazione simile a quella italiana, che prevede l'esclusivo impiego del test Hpv, ricorrendo al tradizionale pap-test solo se si individua il virus», ci racconta Guglielmo Ronco, epidemiologo presso il Centro di Prevenzione Oncologica della Città della Salute e delle Scienze di Torino. «E ci rende ancora più orgogliosi sapere che, in Italia, queste indicazioni si stanno già mettendo in pratica in diverse regioni, come il Piemonte, dove entro quattro anni dovremmo riuscire a coinvolgere tutte le donne». La fine (e quindi l'inizio) di un'epoca? Forse, ma è più probabile che i due test si faranno compagnia per un po’, considerato che laddove non arriverà uno, potrà giungere l'altro (anche perché il pap-test può mettere in luce l'attività patogena di altri organismi, come i funghi, per cui l'avveniristico e super specializzato test non è tarato). Del resto è sempre stato così, tranne i rari casi in cui si è avuto a che fare con prodotti "farmaceutici" che poi la scienza ha giudicato assolutamente nocivi per la salute; come nel caso delle creme radioattive o bibite a base di soda atomica, che venivano somministrate come caramelle alle vitamine, procurando danni irreversibili. Diversa la situazione riguardante l'elettroshock, controversa pratica medica basata sull'applicazione a livello cerebrale di una corrente elettrica. Sperimentato per anni, a partire dagli anni Trenta, negli ultimi decenni è riservato solo ai casi più gravi di depressione, quando non si riescono a ottenere risultati apprezzabili con i farmaci tradizionali. Completamente abbandonata, invece, la lobotomia, con la recisione delle connessioni nervose situate nella corteccia prefrontale. Lo scopo era curare mali come la schizofrenia e il disturbo bipolare: gli ultimi interventi sono stati effettuati in Francia e Inghilterra a metà degli anni Ottanta. E' stata sostituita da tecniche molto meno invasive ed eticamente "corrette". Sul fronte farmaci hanno subito un grosso ridimensionamento i barbiturici, che possono provocare coma e perdita di coscienza a dosi vicine a quelle terapeutiche. Il loro posto è stato preso dalle benzodiazepine, molto più tollerabili. Si continuano, però, a eseguire i salassi, benché la loro inefficacia sia stata confermata su più fronti. Tuttavia patologie legate al sangue come l'emocromatosi o e la policitemia si avvalgono ancora di questa tecnica, così come veniva effettuata in passato per curare, per esempio, l'ipertensione (che oggi viene tranquillamente tenuta a bada da medicinali come i sartani o gli ace-inibitori). Con gli antibiotici, infine, è sparita completamente la proposta di curare molte malattie con la cosiddetta "terapia fagica". Consinteva nell'utilizzo di virus particolari in grado di attaccare e annullare l'azione batterica. Solo negli ultimi anni sta tornando alla ribalta delle cronache, per via dell'ipotesi di poterla riutilizzare nei casi sempre più frequenti di resistenza agli antibiotici. 

mercoledì 8 gennaio 2014

L'economia della felicità


Chi l’avrebbe mai detto che un giorno saremmo addirittura riusciti a dare un valore economico al sesso, all’amore, e ai sentimenti. Nell’impresa ci sono riusciti due economisti inglesi, David Blanchflower e Andrei Oswald: il primo è docente di economia presso l’università di Warwick in Gran Bretagna, il secondo lavora al Darsmuth College, in Usa. Insieme hanno scritto diversi saggi riguardanti alcuni lavori relativi all’andamento dei salari nei paesi anglosassoni, ma soprattutto hanno tentato di quantificare in termini monetari un po’ tutte le esperienza della vita, comprese appunto quelle concernenti le esperienze sessuali e sentimentali delle persone. Hanno stimato che aumentare per esempio la frequenza dei rapporti sessuali da una a quattro volte al mese, dà la stessa felicità di trovarsi 50 mila dollari in più nella busta paga. Mentre un matrimonio lungo e sereno garantisce 100mila dollari l’anno di felicità. Da ciò si evince che un single per essere soddisfatto come una persona felicemente sposata, dovrebbe ricevere 100mila dollari ogni dodici mesi. Blanchflower e Oswald hanno stabilito il valore economico di ogni emozione valutando i livelli di felicità di 16mila persone coinvolte in una serie di test effettuati dall’inizio degli anni Novanta al 2003. Hanno in pratica applicato delle leggi economiche composte da formule matematiche e variabili numeriche ai valori “sentimentali” delle persone intervistate, riuscendo per la prima volta a mettere verosimilmente in relazione il mondo razionale dei numeri all’irrazionalità del pensiero e delle ragioni del cuore. Si è quindi giunti a comprendere che chi fa sesso è più felice e soprattutto economicamente più ricco di chi ne fa a meno, e che in particolare chi vive un buon matrimonio è molto più benestante di chi guadagna maggiore denaro ma ha una vita sentimentale burrascosa. Nello studio sono stati coinvolti anche gli omosessuali e anche in questo caso è emerso che il prezzo di un'unione felice corrisponde né più né meno che a 45mila euro in più sul conto corrente. Con questo studio inglese si ha finalmente la prova matematica che non è il denaro a fare la felicità: in Australia in particolare l'Istituto della Felicità ha fatto sapere che solo il 10% del benessere fisico e psichico arriva dal reddito e da altri fattori finanziari, mentre oltre il 90% è frutto delle attitudini, del controllo della propria vita, e delle relazioni sociali. 

venerdì 18 novembre 2011

Giornata Mondiale del WC: al via i festeggiamenti


Domani, dunque, il grande giorno: la Giornata Mondiale del WC. Nessuna ironia, è una festa sponsorizzata dalla World Toilet Organization, una Ong che si batte per diffondere l'uso del WC, tenuto conto del fatto che almeno 2,6 miliardi di persone vivono senza. Il paese con meno WC è l'Afghanistan: ne ha uno solo il 7% delle case (il 19% ha una tv). Seguono Ciad ed Eritrea (9%). Non un problema da poco, perché in assenza di servizi igienici, è molto più facile che si creino i presupposti per la diffusione di malattie infettive. “I bambini in ambienti poveri spesso portano mille vermi parassiti nei loro corpi e gli espellono in giro, in qualsiasi momento”, si legge su Nomdeplume. “Sempre più persone nel mondo hanno i telefoni cellulari ma non i servizi igienici”. Fra i morbi più temuti c'è la diarrea che provoca la morte di un bimbo nel mondo ogni 15 secondi. Il 19 novembre si festeggia, quindi, nel mondo ma non in Italia, con appuntamenti a tema e cortei: con la “cacca d'oro” viene assegnato a Londra il premio alla miglior barzelletta sporca; con una statua alta quattro metri raffigurante un gigantesco WC si inaugurerà a Singapore un nuovo sito turistico. Perché tutti usiamo il WC, ma in pochi gli diamo il giusto peso. Lo dimostrano le azioni di beneficenza: per dotare di bagni i paesi sottosviluppati s'è speso da dieci anni a questa parte solo il 79% in più, contro le cifre quintuplicate relative alle donazioni per combattere l'Aids (ma si dovrebbe comprendere). Ecco qualche dato. Un europeo medio passa alla toilette tre anni della propria vita e ci va 2500 volte l'anno. L'Europa consume dunque il 26% della carta igienica mondiale. Ogni anno sono 22 miliardi di rotoli! E per ciò che riguarda la posizione della tavoletta? Uno studio costato 100mila dollari ha evidenziato che 3 persone al mondo su 4 preferiscono tenerla abbassata. Più alta la percentuale fra le donne. Un'ultima curiosità. A Suwon, in Corea del Sud, esiste una villa a forma di water: è costata un milione id dollari, ha una superficie di 500 metri quadrati e al suo interno vi abita (e chi sennò?) Sim Jae Duck, presidente della World Toilet Organisation. 

WC a cielo aperto in un villaggio africano

venerdì 4 marzo 2011

Alcol mon amour


Il paese dove si beve di più? È la Moldava. Qui, in media, fra birra, vino e superalcolici, ogni abitante consuma all'anno 18,2 litri di alcol puro. La birra si beve soprattutto sull'isola di Palau, nell'Oceano Pacifico, il vino in Lussemburgo; chi beve più superalcolici sono, invece, i sudcoreani. Sono i dati diffusi dal Rapporto 2011 dell'OMS, relativi alla diffusione e ai rischi di un'abitudine che ogni anno miete nel mondo 2,5 milioni di vittime.

martedì 22 febbraio 2011

I SETTE CIBI PIU' DISGUSTOSI


1. Uova di gallina fecondate e bollite poco prima della schiusa (Cambogia e Filippine). Solo così si otterrebbero ossa tenere e prelibate.

2. Uova di formiche giganti (Messico). Come mangiare la ricotta.

3. Formaggio marcio (Sardegna, Italia). Ottenuto dall'azione della Phiophila casei, mosca casearia.

4. Baccalà vichingo (Norvegia). Pesce lasciato per giorni a macerare nella soda caustica.


5. Topi sotto spirito (Corea). Viene considerato un tonico per l'organismo.


6. Testa di pecora (Iraq). Conterrebbe enzimi che fanno molto bene al metabolismo.

lunedì 8 novembre 2010

VEGETARIANI (DIS)INCANTATI

Jonathan Safran Foer
Safran Foer, col suo ultimo libro, Se niente importa, ha avuto un forte impatto sull'opinione pubblica, tanto che - c'è da immaginare - un certo numero di nuovi vegetariani potrebbe essere figlia (diretta o indiretta) del contenuto del suo testo. La prova potrebbe essere quella fornita da vari blog americani che affrontano quesiti stuzzichevoli tipo: "Cosa cucino ai miei amici non più carnivori per colpa di Jonathan Safran Foer?". In effetti, è stato molto bravo ad affrontare il problema, suscitando un grosso interesse in chiunque, e spingendo gran parte dei lettori a domandarsi se vale davvero la pena continuare a nutrirsi con la carne, e se non sarebbe invece più utile dar retta a chi - come un tal Veronesi (tanto per stare dalle nostre parti, ma potremmo citare anche Jovanotti) - da anni ha deciso di mangiare solo prodotti vegetali. Cosa dice Foer nel suo libro? Per esempio che mangiare animali comporta grandi sofferenze per le bestie, allevate quasi sempre in condizioni pietose, chiuse in gabbie minuscole, private della corretta aereazione, ingrassate fino a provocare un cedimento dello scheletro; un aspetto in netta contraddizione col fatto che, moltissimi abitanti dei paesi sviluppati, posseggono un cane o un gatto, che accudiscono amorevolmente, sottolineando - ipocritamente, direbbe Foer - il loro amore incondizionato per gli animali: solo in USA si arriva a spendere 34 miliardi di dollari per sfamare, lavare e "viziare" il proprio animale domestico. Ma questo è niente. I veri problemi, infatti, riguardano l'uomo. Da un punto di vista nutrizionale l'alimentazione carnivora comporta un'assunzione smodata di principi attivi che, a lungo andare, danneggiano l'organismo (per esempio i residui ormonali impiegati negli allevamenti), creando i presupposti per lo sviluppo di malattie cardiache e tumorali. Un dato su tutti: i tre milioni di danesi che furono obbligati dall'embargo del 1917 a una dieta di orzo e patate (al posto della tradizionale basata sull'assunzione costante di carne, latte e burro), videro ridotto il tasso di mortalità di quasi il 35%. In generale le carni sono alimenti iperproteici che possono compromettere il metabolismo, impoverendo le ossa di calcio e acidificando le cellule. La carne proveniente dagli allevamenti industriali, inoltre, conterrebbe sostanze chimiche che avrebbero il potere di annullare l'azione degli antibiotici. E poi c'è l'effetto serra, che - seppur stocasticamente - incide pesantemente sulla qualità della vita di ognuno di noi. Per produrre carne si è costretti a sfruttare in modo intensivo il territorio, causando una iperproduzione di anidride carbonica. "Per via dei gas originati da letame, flatulenza e disboscamento per la creazione di pascoli e dell'energia impiegata per l'allevamento, il bestiame produce il 18% dei gas serra che intrappolano il calore nell'atmosfera", dicono gli esperti della Food and Agricolture Organisation (FAO). Inoltre è responsabile del 40% delle emissioni di metano, del 65% delle emissioni di protossido di azoto, gas che produce un surriscaldamento trecento volte più potente rispetto a quello causato dall'anidride carbonica. Foer è dunque lapidario: "La carne solleva rilevanti questioni filosofiche ed è un'industria da più di centoquaranta miliardi di dollari l'anno, che occupa quasi un terzo delle terre emerse del pianeta". Peraltro Foer non è l'unico ad aver scardinato il luogo comune secondo il quale, un vero Homo sapiens sapiens, non può fare a meno della carne, essendo da sempre un onnivoro, ed essendo da sempre la sua storia legata alla caccia e al sostentamento fornito dai prodotti animali. Con lui c'è anche il signor Michael Pollan - naturalista e giornalista statunitense - che, col suo Dilemma dell'onnivoro, ribadisce i concetti espressi dal collega: "Tra l’imperativo capitalista della massima efficienza a ogni costo e quello morale, che storicamente ha fatto da contrappeso alla cecità etica del mercato, è sempre esistita una certa tensione. Questo è un altro esempio delle contraddizioni culturali del capitalismo, un sistema in cui, col tempo, l’impulso economicista tende a erodere i pilastri morali della società. La pietà nei confronti degli animali da noi allevati è una delle ultime vittime". Ebbene, perché abbiamo voluto ricordare tutto questo? Perché ancora una volta - come sempre succede quando viene mandata a gambe all'aria una verità assoluta (tra un po’ salta pure la teoria della relatività di Einstein) - le carte in tavola cambiano; in questo caso specifico in favore di una nuova entusiasmante teoria, che potremmo tranquillamente considerare una via di mezzo fra la tesi di Foer e quella del carnivoro più acceso. Il riferimento è al caporedattore del magazine ambientalista The Ecologist - Simon Fairlie - che è uscito con una affermazione a dir poco provocatoria: "La carne fa bene al pianeta". Ma come? Non è mica vero il contrario? Dipende. 

Allevamento intensivo di maiali
Dipende da quanta carne si mangia e dalla qualità della carne che assumiamo. Dalle pagine del Time (riprese in questi giorni anche da Repubblica) Fairlie fa sapere: "Non ho toccato carne dai 18 ai 24 anni, poi ho cominciato ad allevare capre. Ma dei maschi non sapevo che farne: non producevano latte, non facevano figli. Così ho cominciato a mangiarli". La sua rivoluzionaria tesi può essere approfondita nel libro che ha da poco dato alle stampe, col titolo fin troppo eloquente: Meat: A Benign Extravagance. Una sorta di contro risposta ai sermoni officiati da Foer e Pollan (cui si potrebbero aggiungere anche quelli di Jeremy Rifkin, noto per aver scritto "Ecocidio: ascesa e caduta della cultura della carne"). L'ecologista inglese dice che, per il bene del pianeta, non serve eliminare la carne, ma basterebbe mangiarne meno, un paio di volte la settimana. Se tutti si comportassero in questo modo - e non si arrivasse quindi a consumarne 36 chilogrammi all'anno cadauno - le cose quadrerebbero egregiamente. E addirittura, ne beneficerebbe anche l'ambiente. Come? Tenendo conto del fatto che l'agricoltura internazionale produce biomassa in sovrappiù che deve, in qualche modo, essere smaltita, e che senza problemi può finire negli abomasi dei bovidi: in questo modo si mette in moto un meccanismo controllato che consentirebbe, peraltro, ai terreni di pascolo di arricchirsi di concime naturale. Il caporedattore di The Ecologist è così convinto delle sue idee che ama definirsi "più ecologista di un vegano". E se qualcuno dovesse vedere in lui l'ennesima boutade di un fantasioso ambientalista, basterebbe redarguirlo con un servizio apparso sul prestigioso New Scientist, che in pratica perviene alle sue stesse conclusioni. Stando, infatti, ai dati raccolti dal giornale scientifico, senza allevamenti si avrebbe un deficit non indifferente per i tanti sottoprodotti di origine animale che contribuiscono alla nostra felice quotidianità. Per esempio si avrebbe una perdita di 11 milioni di tonnellate di cuoio e 2 milioni di tonnellate di lana. Peraltro senza il concime naturale offerto dagli animali, si avrebbe un utilizzo smodato di concimi chimici dannosi per l'ambiente. Alla luce di ciò, però, vanno fatte delle precisazioni. Fairlie in questo è categorico: non tutta la carne fa bene al pianeta. Fa bene solo quella derivante da allevamenti in linea con l'ambiente e con il rispetto degli animali. Va bene, per esempio, la carne di mucca, purché sia allevata nei prati. E va bene soprattutto quella di maiale. Parere condiviso anche da altri scienziati come Tara Garnett che dirige il Climate Research Network della University of Surrey a Guildford, in Gran Bretagna: "I maiali sono una vera pattumiera dell'uomo moderno. Noi diamo loro i nostri avanzi e loro ci restituiscono la carne. Un vantaggio che un mondo senza carne non avrebbe in alcun modo". Insomma, il dibattito è apertissimo, ma intanto, quel che è certo, è che il numero di vegetariani più o meno consapevoli è in costante aumento. Italia compresa. In Italia i vegetariani sono duplicati in pochi anni, passando dai 3 milioni del 2002 ai 6-7 milioni di oggi. Sono soprattutto le donne ad abbracciare la nuova filosofia alimentare; donne che abitano al nord, al centro, mediamente colte, con un buon titolo di studio. 600mila fanno parte dei vegani (detti anche vegetaliani) che evitano di nutrirsi con ogni tipo di alimento proveniente dal mondo animale, uova e latte compresi. (Ci sono anche i cosiddetti 'crudisti' che si nutrono solo di vegetali crudi, frutti o semi). Le statistiche dicono che il numero di vegetariani potrebbe incrementare ulteriormente, toccando i 30 milioni previsti nel 2050. Dati simili si riscontrano in tutti i paesi civilizzati. Secondo alcune statistiche condotte in USA alla domanda "sei vegetariano?", si è passati dall'1,2% di "sì" del 1977, al 6% del 2003, con punte del 10% in corrispondenza degli stati più progressisti. In generale è attendibile proferire che negli ultimi venti anni la crescita dei vegetariani è stata globalmente del 500%. Perché si diventa vegetariani? Per tanti motivi, compreso quello più banale di volere imitare la collega di lavoro "originale" o l'amico tornato "illuminato" da un viaggio in India. Di certo sono ben pochi i vegetariani "per forza", costretti in pratica a mangiare vegetali per motivi di salute. Di solito il discorso viene rapportato a una scelta filosofica-religiosa, tale per cui ogni forma di vita va onorata e rispettata. In parte molti sono diventati vegetariani anche in seguito al dilagare del morbo della mucca pazza: il timore di essere colpiti dall'encefalite spongiforme bovina (BSE) ha avuto il sopravvento anche su persone abituate a mangiar carne quasi tutti i giorni. Infine fra i vegetariani più convinti (di oggi e di ieri) vengono citati: Einstein, Platone, Rousseau, Voltaire, Byron, Wagner, Tolstoj, Paul Newman, Adriano Celentano, Franco Battiato, Bob Dylan, Michael Stipe. Ma sarà vero?

Michael Stipe, leader dei REM, vegetariano convinto

domenica 29 agosto 2010

Coloranti alimentari? Meglio evitare se il bimbo ha meno di 3 anni


Coloranti e aromi artificiali negli alimenti? Meglio evitare se il bimbo ha meno di tre anni. Queste sostanze possono, infatti, creare problemi di natura allergica e alterazioni comportamentali. Inoltre creano dipendenza: il piccolo abituato ad assumere cibi e bevande contenenti questi principi attivi, crescendo continuerà a farlo, nutrendosi male e aprendo la strada a patologie come diabete, ipertensione e obesità. Reazioni allergiche sono state riscontrate, per esempio, con coloranti a base di tartrazina (colorante giallo definito dalla sigla E102). La sostanza abbonda nelle bevande gassate, nelle caramelle, ma anche nella frutta e nelle marmellate. Ci possono essere eruzioni cutanee, congestione nasale, e orticaria. Nei casi più gravi possono comparire mal di testa ed edemi. Il carminio (E120) conferisce la colorazione rossa a molti prodotti industriali come i succhi di frutta e gli yogurt. Le allergie in questo caso si manifestano spesso a livello orale con la comparsa di gonfiore alle labbra, stomatite, ed eczemi. Il prodotto viene realizzato artificialmente, imitando le caratteristiche biochimiche delle cocciniglie, piccoli insetti. Altra categoria a rischio per i più piccoli è quella dei solfiti, utilizzati per tenere sotto controllo l'attività dei batteri. Li utilizzavano perfino gli egiziani. Oggi comprendono numerosi prodotti: E220, E221, E222, E223, E226, E227, E228. Queste sostanze sono controindicate soprattutto per i bambini che soffrono di asma. La letteratura medica parla, infatti, di piccoli che ingenerando simili principi attivi accusano crisi di dispnea, tosse e fiato corto. Provocano inoltre alterazioni vitaminiche ai danni delle vitamine del gruppo B, fondamentali per la corretta crescita. I glutammati (E620-625) sono invece tipici delle patatine, dei sughi pronti e degli insaccati. Vengono utilizzati per dare sapore al cibo. Però possono provocare effetti collaterali comprendenti disturbi come mal di testa e formicolio. Controversa, infine, l'ipotesi che i prodotti per rendere più appetibile un alimento o una bevanda possano anche creare casi di iperattività e deficit di attenzione. Sull'argomento non è ancora stato fatto chiarezza. Tuttavia un recente articolo pubblicato sulla rivista The Lancet mette in relazione principi attivi come la tartrazina e il carminio con difficoltà di apprendimento e redimenti scolastici inferiori alla media.

Interview: Giuseppe Chiumello, Professore di Pediatria presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, Direttore unità operativa di Pediatria e Neonatologia e del Centro di endocrinologia dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele.

martedì 13 aprile 2010

Bronchiti, allergie, eczemi. Ko con le cure termali

Il potere e la magia delle terme. Ora trova conferma anche nella scienza. Fra non molto, proprio a Milano, sarà, infatti, attivato un master di medicina termale. Partirà nel dicembre 2010. Lo scopo è quello di formare figure professionali che potranno trovare sbocchi lavorativi presso centri termali, talassoterapici e di benessere, veri e propri presidi ospedalieri. Non per niente con circa 65mila addetti e un fatturato complessivo di oltre 3,5miliardi di euro, le aziende termali costituiscono un'importante risorsa dell'economia italiana. Non solo. L'aumento del fatturato delle cure termali - effettuabili in 380 stabilimenti del Belpaese - nel 2009 è stato del 2,5% pari a + 800milioni di euro. Ma perché piacciono così tanto le cure termali? Perché fanno bene. In tutti i sensi. Secondo uno studio francese appena pubblicato sulla rivista Complementary Therapies in Medicine, questo tipo di cura è ottima, per esempio, per gli stati ansiosi. Si è infatti visto che immergersi in bagni termali è addirittura più efficace dell'azione della paroxetina, farmaco che influenza i livelli di serotonina nel cervello, strettamente legati a condizioni di benessere psichico. Alle terme si va anche per migliorare le condizioni di salute concernenti l'apparato respiratorio, la pelle e la circolazione. Con adeguate inalazioni, aerosol, irrigazioni nasali è possibile contrastare efficacemente riniti e sinusiti. Stop anche alle bronchiti con acque sulfuree. A Sirmione è stato da poco inaugurato un centro per i più piccoli con difficoltà respiratorie e allergie. Ha inoltre preso il largo una nuova tecnica chiamata 'Politzer crenoterapico' (che funziona con una specie di oliva in vetro che viene introdotta nel naso per facilitare la respirazione). La pelle viene mantenuta giovane ed elastica grazie alle acque sulfuree o arsenicali ferruginose. Così si combattono molte patologie fra cui psoriasi, eczema, e dermatite seborroica. Per la circolazione, invece, le terme sono raccomandate perché bloccano l'insufficienza venosa, tramite acque carboniche o salsobromoiodiche. Secondo gli scienziati il benessere arrecato dalle terme non è solo salutare, ma anche economico. Gli specialisti hanno, infatti, verificato che chi frequenta i bagni termali spende molto meno in farmaci rispetto a chi evita questo tipo di cura. In questo momento vari centri europei stanno addirittura studiando la possibilità di tenere lontani i tumori grazie alle cure termali, basate sull'azione antibatterica e antinfiammatoria delle acque sulfuree. Altri studi invece stanno facendo luce sul potere terapeutico dei fanghi, per ciò che riguarda la protezione della cartilagine ossea dall'artrite.

sabato 13 febbraio 2010

Raffreddore, mal di testa, crampi: colpiscono mediamente 6.284 volte in una vita

Malattie di poco conto che spesso guariscono anche senza terapie: raffreddori, mal di testa, epistassi nasali. Ora uno studio effettuato in Inghilterra ci dà qualche numero sfizioso. Secondo gli specialisti in un'intera vita una persona è colpita da fenomeni di questo tipo 6.284 volte. 80 volte ogni 365 giorni. In media siamo, dunque, colpiti annualmente da 16 mal di testa, 19 crampi, 14 dolori alla schiena. Conseguenza: 21 volte all'anno ci rechiamo dal farmacista per acquistare medicinali blandi, in grado di contrapporsi a dolori lievi, virus stagionali, contratture muscolari. A questi risultati gli esperti di www.activequote.com sono giunti coinvolgendo 3mila adulti.

domenica 7 febbraio 2010

Guarire i malanni dell'anima con la filosofia

Filosofia e felicità. Un binomio quanto mai azzeccato. Questo ciò che emerge da un fenomeno in costante crescita soprattutto in Usa: al posto dello psicologo, infatti, ci si rivolge sempre più spesso al filosofo per guarire i mali dell'anima. New York School of Practical Philosofy ne è l'esempio più eclatante, benché qualcuno si sia divertito a tirare in ballo il fantasma di Scientology. Niente di tutto ciò. Appena 90 dollari per ringiovanire 'cuore' e pensieri. Il corso introduttivo consta di dieci lezioni. Ogni seduta dura due ore e mezza. I corsi avvengono in base alle esigenze dei newyorkesi: si può, infatti, assistere alle lezioni in mattinata, ma anche durante il pomeriggio e la sera. Impossibile non fare caso al fenomeno. Mezza New York è tappezzata di manifesti pubblicitari che invitano a rivolgersi presso un bel palazzetto d'epoca Taft sulla 79esima strada nel ricco quartiere Upper East Manhattan. In media sono 400 le persone che s'iscrivono alla New York School of Practical Philosofy ogni sei mesi, individui di ogni tipo e genere, anziani canuti, giovani pimpanti, attrici di Broadway. Ma in cosa consistono le terapie a base di filosofia? Lo scopo dei filosofi è quello di dispensare un po’ di saggezza antica, buonsenso comune, armi indispensabili per affrontare - sempre e in ogni caso - serenamente il domani. Si suol dire 'prendere le cose con filosofia'… ecco, la NYSPP insegna propria questo. Se per esempio nella terapia cognitivo-comportamentale - che negli ultimi 15 anni ha avuto il sopravvento su numerose altre pratiche psicoterapeutiche - si cerca di individuare e limare quei tratti caratteriali che ci fanno stare male, con la cosiddetta 'Practical Philosophy' ci si 'rivolge' alle filosofie di pensiero di personaggi come Platone, Montaigne, Dalai Lama, per rimetterci in sesto. Il tutto partendo dal presupposto che le 'regole del buon vivere' esistono da sempre e da sempre contraddistinguono i popoli più lontani, dai cinesi agli svedesi, dai colombiani agli australiani. I corsi iniziano con sedute simili a quelle che si effettuano nei centri yoga. Vestiti comodamente ci si riunisce in una grande sala seguendo le istruzioni del personale esperto. Ci si rilassa, ci si concentra sulla respirazione, e infine si affrontano tematiche che consentono di diventare, in pratica, più saggi. In Italia il fenomeno è poco affermato, tuttavia c'è chi crede molto nella filosofia come metodologia per affrontare i disagi dell'anima. C'è per esempio Massimo Donà, docente di Filosofia Teoretica nella facoltà del San Raffaele di Milano. Lo studioso ha recentemente dichiarato al Mattino che la filosofia potrebbe essere la cura ideale per i 'mali oscuri' della società, in quanto "la materia era concepita fin dall'antichità come una cura, un esercizio spirituale che, correttamente praticato, ci fa sentire più saggi e perciò più sani".

domenica 31 gennaio 2010

"Voglio andare a vivere in campagna"

In questi giorni si sente spesso parlare dell'aria inquinata delle metropoli italiane, dove smog e polveri sottili hanno raggiunto livelli davvero preoccupanti. Sarà anche per questo che nell'immaginario collettivo si sta facendo largo sempre di più l'idea di 'tornare a vivere in campagna', parafrasando una celebre canzone di Toto Cotugno, risalente a metà degli anni Novanta. In realtà il fenomeno - come si evince da uno studio effettuato da Nomisma in collaborazione con il mensile Vita in campagna - è già in atto: la ricerca sarà presentata il 5 febbraio a Verona in occasione della prossima Fiera agricola. Secondo lo studio, infatti, sono in netto aumento i cosiddetti 'hobby farmer', contadini più o meno improvvisati che non possono fare a meno di trascorrere parte del loro tempo all'aria aperta, coltivando frutti e ortaggi. Il 39,4% è rappresentato da individui che hanno ereditato un terreno; il 36% da persone che hanno acquistato un appezzamento agricolo; il 3,4% da agricoltori amatoriali che hanno preso in gestione orti o frutteti. Al di là della volontà di trascorrere il tempo zappando e vangando, il motivo che spinge gli italiani a tornare a lavorare la terra, deriva anche dalla volontà di usufruire di prodotti freschi e genuini. Delle 4mila persone coinvolte nella ricerca, il 48,8% afferma di utilizzare il proprio appezzamento agricolo per produrre conserve; in percentuale minore i produttori di olio e vino. La coltivazione dell'orto è la pratica più gettonata (88,4%), seguito da frutteto e vigneto. Una tendenza salutare, confermata anche dalla scienza. Secondo gli esperti, infatti, dedicarsi al 'lavoro nei campi' può allungare la vita di vari anni. Una ricerca pubblicata sul British Medical Journal evidenzia che darsi da fare con gli attrezzi agricoli è come sostenere un'attività fisica di media intensità, l'ideale per le persone di mezza età. In questo modo cervello e fisico si mantengono più giovani, allontanando molti acciacchi dovuti all'invecchiamento. Da un po’ di tempo si parla anche di orto-terapia (da horticultural therapy), fenomeno nato nei paesi anglosassoni e oggi sempre più vivo anche da noi. Secondo gli scienziati il semplice fatto di trovarsi in mezzo alla natura rende felici: il contatto con i vegetali, infatti, infonde sicurezza e tranquillità. Lo psichiatra Benjaimin Rush non ha dubbi: la tendenza a 'tornare a vivere in campagna' è un fenomeno in crescita che andrebbe sempre e comunque assecondato.

lunedì 25 gennaio 2010

A SCUOLA DI ODOROLOGIA

Bocca, ascelle, intestino, piedi. Sono le parti anatomiche maggiormente legate al cattivo odore, che spesso non sappiamo come contrastare. Ma oggi, grazie, all'odorologia, ne sappiamo molto di più, partendo dal fatto che i profumi potrebbero essere del tutto inutili: il vero obiettivo, infatti, dovrebbero essere i batteri, unici responsabili degli odori più fetidi. Mel Rosemberg, dell'Università di Tel Aviv, dice che i prodotti più maleodoranti sono quelli che derivano dalla demolizione delle proteine. Per esempio ci sono le ammine, particolari molecole di azoto, che sanno di ammoniaca e carne marcia. E c'è lo zolfo dal quale si può generare acido solfidrico, gas facilmente riconducile all'odore di uova marce. La passione di Rosemberg sono gli aliti pestilenti. Non per niente è il direttore del Journal of Breath Research. Sull'alito pesante, dunque, sa tutto, compresa la natura dei batteri che lo determinano. Il riferimento è ai batteri gram negativi. Le prove giungono dal laboratorio di Rosemberg: batteri di questo tipo sono stati, infatti, messi a contatto con un campione di saliva e si è visto che producono un odore nauseabondo. Ma le bocche puzzolenti potrebbero dipendere anche dagli alti livelli di beta-galatossidasi, enzima prodotto da batteri gram positivi che partecipano alla demolizione delle glicoproteine. Grazie a questi studi sarà presto disponibile il test "Si può baciare": basterà alitare su uno strumento apposito, per conoscere la realtà del proprio alito. Col colore blu, meglio astenersi da qualsiasi contatto. Ma non è solo l'alito a impensierire i nostri rapporti con il prossimo. Altrettanto nefasto può essere l'odore procurato dalla sudorazione ascellare. In tal caso gli esperti hanno messo in luce che, le ghiandole delle ascelle, a differenza delle altre sparse per il corpo, sono in grado di produrre una secrezione lattea particolare, contenente un alto numero di proteine. È il cibo ideale per i batteri che le attaccano provocando le esalazioni che tutti conosciamo. Sotto accusa batteri come lo Staphylococcus epidermidis che, a seconda dell'organismo preso di mira, può generare odori "rancidi", "caseosi", o "cipollosi". Oggi è stata sintetizzata una nuova molecola che potrebbe, però, essere in grado di risolvere il problema ascelle: si chiama beta-ciclodestrina e inibisce l'azione batterica. Il cattivo odore potrebbe derivare anche dai piedi, caratterizzati da un sudore acquoso contenente sostanze chimiche di cui i batteri vanno ghiotti, come l'urea e il glucosio. Senza contare le numerose cellule morte che contraddistinguono l'arto e che rimangono imprigionate per via dell'utilizzo di scarpe e calzini. Sull'argomento è particolarmente ferrata Michelle Cullen, podologa dell'Università di Salford, in Gran Bretagna. La scienziata spiega che "in un ambiente umido come quello che si viene a creare in una scarpa, si offre ai batteri il posto ideale dove vivere e moltiplicarsi". Soluzioni? Cambiare spesso le scarpe, e utilizzare calzini di tessuto misto, per esempio quelli composti da cotone e poliestere. Infine ci sono 'gli odori' rilasciati dall'intestino, i più terribili in assoluto. Secondo Glenn Gibson, microbiologo dell'alimentazione presso l'Università di Reading, la popolazione può essere suddivisa in due gruppi: "i puzzoni e gli infiammabili". I primi sono contraddistinti da batteri solfato-riduttori, che producono grandi quantità di acido solfidrico, spesso conseguenza di un'alimentazione a base di uova, pane e vino rosso. I secondi, invece, presentano un maggior numero di batteri produttori di metano. La fisiologia in questo caso determina lo sviluppo di flatulenze inodori (il metano, infatti, è inodore) ma fortemente 'infiammabili'. Buoni risultati per contrastare il problema sono stati ottenuti con un nuovo prebiotico chiamato B-Gos, o galatto-oligosaccaride dei bifido batteri. Assumendolo una volta al giorno si regola l'intestino e tutti i processi ad esso legati.

sabato 16 gennaio 2010

Vino rosso: ecco perchè fa bene alla salute

Che il vino rosso (consumato con moderazione) facesse bene al cuore si sapeva da tempo. Quel che però non era chiaro, è il meccanismo che permette alla bevanda di migliorare le condizioni di un organismo. Ora, però, una scoperta condotta da scienziati dell'Università Louis Pasteur di Strasburgo e dell'Università Paul Sabatier di Tolosa fa finalmente luce sull'argomento: il vino contiene sostanze in grado di indurre le cellule che rivestono le arterie a secernere il monossido di azoto, un vasodilatatore, che in pratica consente al sangue di circolare con maggiore fluidità. Nei dettagli, entra in gioco un recettore di estrogeni che, permettendo alle cellule presenti sulle pareti dei vasi di legarsi ai polifenoli del vino, consente infine la produzione di monossido di azoto. Con ciò si spiega anche il misterioso 'paradosso francese', secondo il quale il numero di infarti nella Francia meridionale (dove si consuma abitualmente vino rosso, anche se l'alimentazione non è delle migliori) è decisamente minore rispetto alle altre aree europee industrializzate. I risultati della ricerca - pubblicati sulla rivista 'Plos One' - hanno trovato conferma in una serie di test condotti sui topi.

lunedì 4 gennaio 2010

Infarti, ictus e tumori. Rischia di più chi vive in periferia

I milanesi del centro vivono meglio e di più di quelli della periferia. Sono le conclusioni di uno studio effettuato dall'Asl del capoluogo lombardo. Gli esperti hanno visto che i cittadini che dimorano in zone centrali, o aree come San Siro, sono più longevi di chi abita le aree più periferiche come viale Monza e Lambrate. Ma qual è il motivo di questa differenza? Secondo i ricercatori il fenomeno è il risultato dei diversi redditi percepiti dai milanesi, che variano in base alla zona abitata. Gli scienziati hanno suddiviso Milano in 180 zone e il reddito in 5 fasce. In questo modo è stato possibile verificare che chi abita le aree centrali ha un reddito migliore di chi vive in periferia, e che questo aspetto si riflette sul benessere fisico e psichico degli individui, e in generale sulla loro longevità: i meno abbienti non badano alla salute, fumano di più e si ubriacano con maggiore frequenza, atteggiamenti che a lungo andare si ripercuotono inesorabilmente sulla salute. Uno studio analogo è stato condotto anche a Firenze, dimostrando che gli abitanti del centro muoiono meno degli altri. Mentre una ricerca effettuata in Usa evidenzia l'internazionalità del fenomeno. Ricercatori del Center for Health Policy Research hanno, in particolare, coinvolto 3,8milioni di donne fra i 18 e i 64 anni che vivono in nuclei famigliari con un reddito del 200% al di sotto del livello federale di povertà. Dallo studio è emerso che queste persone sono molto più vulnerabili alle malattie di chi vive in buone condizioni economiche. Secondo Roberta Wyn, a capo dello studio, le donne con un reddito scarso soffrirebbero 4 volte di più delle coetanee con reddito alto di disturbi quali diabete, ipertensione, ictus e infarto. Questi dati mettono in luce il fatto che la longevità di un individuo non è determinata solo dalla genetica e dall'ambiente in cui vive, ma anche dal patrimonio e, indirettamente, dalla scolarizzazione e dalla professione. Gli esperti hanno in sostanza dimostrato che le persone meno abbienti sono quelle che periscono più frequentemente di malattie cardiache, tumore, diabete, ma anche incidenti stradali o altri sinistri non necessariamente legati alla salute. In media è stato evidenziato che chi è povero perde 8 anni di vita, contro i 6 anni dei fumatori, e i 4 anni degli obesi. In pratica vivere con un reddito basso è peggio che fumare un pacchetto di sigarette al giorno. Di povertà si parla quasi sempre riferendosi ai paesi terzomondisti, in realtà vari studi dimostrano che il problema è fortemente radicato anche in Italia. Recenti stime divulgate dall'Istat parlano di due milioni e mezzo di persone che non dispongono di un reddito in grado di garantire una qualità 'minima' della vita. Il fenomeno riguarderebbe il 4,1% degli italiani che, se non la sopravvivenza, rischia seriamente l'esclusione sociale, non potendo concedersi alcuno svago, vivendo in pochi metri quadrati, frequentando il medico solo se strettamente necessario. Il livello di povertà dipende soprattutto dalla città in cui si abita. Certamente la situazione a Milano è più difficile che non in un centro del meridione, dove il costo della vita è inferiore. Diciamo che la situazione inizia a farsi assai critica quando una classica famiglia di 4 persone (mamma, papà e due figli) percepisce complessivamente 1.300 euro al mese; questo al nord. Al sud, il limite si abbassa a 900 euro. Oltre questi parametri si parla di 'povertà assoluta', difficilmente compatibile con i tenori sociali in voga.

(Pubblicato su www.milanoweb.com)

sabato 26 dicembre 2009

La dieta postnatalizia

Il solito 25 dicembre. Tutti chiusi in casa con amici e parenti a strafogarsi. Ma c'è anche il dopo 25 dicembre o, meglio, il dopo vacanze di Natale. E qui cominciano i problemi. Quando ci si rende conto che i 'pranzi di Natale', in realtà, sono stati ben più di uno, e quando, per caso, si finisce sulla bilancia scoprendo un quadro salutistico decisamente poco confortante: i chili sono drasticamente aumentanti, mandando in fumo ogni nostro buon proposito di mantenere la linea. Il rischio è dunque quello di ritrovarsi per il giorno della befana (con la fine delle feste) con un peso decisamente più alto del 'normale', e con qualche pericolo in più per la nostra salute. Ci sono dunque dei piccoli stratagemmi che si possono mettere in pratica per evitare questa spiacevole evenienza. Iniziamo col dire che da Natale al 6 gennaio l'ideale è sempre e comunque avvalersi di un'alimentazione sana, senza necessariamente dover fare a meno di panettoni, torroni e cioccolato: l'importante è consumare ogni cosa con moderazione. Con questo presupposto si può quindi (ed è giusto farlo) assaggiare un po’ di tutto. Al bando, però, le mega abbuffate e i cibi supercalorici. Il discorso vale soprattutto per chi ha già qualche problema: obesità, ipertensione, colesterolo alto, sindrome metabolica. Occhio, in ogni caso, agli zuccheri raffinati e ai grassi. Gli zuccheri - associati magari a qualche bicchiere di troppo - inducono il fegato a sovraprodurre colesterolo che, depositandosi sulle arterie, facilita i processi arteriosclerotici. Attenzione anche al sale, responsabile della restrizione dei vasi sanguigni. Alcuni cibi - ricchi di queste sostanze - andrebbero ridotti al minimo. Citiamo, per esempio, i cibi fritti e i dolci da forno. Da consumare con grande cautela anche la margarina e i grassi per pasticceria di origine vegetale: questi prodotti contengono, infatti, notevoli quantità di grassi parzialmente idrogenati, dannosi come i grassi saturi. D'altra parte, però, ci sono alimenti che invece possono essere consumati senza problemi e senza restrizioni. Il riferimento è per esempio a prodotti ricchi di fibra: avena, riso integrale, fagioli. In assoluto vale la pena abbondare di frutta e verdura, fino a 5-6 porzioni al giorno. Ottimi anche il pesce come il salmone e lo sgombro, caratterizzati da un alto contenuto di antiossidanti, ideali per contrastare i pericolosi radicali liberi. Come condimento si consiglia l'utilizzo di olio d'oliva, mentre viene suggerito l'impiego di aglio e cipolla per aumentare la quantità di colesterolo buono. A fine pasto la fatidica domanda: panettone o pandoro? Gli specialisti non hanno dubbi: meglio scegliere il panettone, di solito con una quantità di burro (con una media di 758 calorie per 100 grammi) inferiore. Altri piccoli accorgimenti per evitare di accumulare troppi chili durante le vacanze natalizie, concernano il comportamento da tenere a tavola e, in generale, durante le giornate festive. Si può per esempio evitare di ordinare dei bis. E si dovrebbe cercare di non sgranocchiare fuori pasto leccornie varie e frutta secca. Si può inoltre bere un brodino prima di pranzo o cena, così da riempire lo stomaco e non correre il rischio di abbuffarsi con le successive portate. Infine, se proprio non si riesce a far giudizio, la raccomandazione degli specialisti è quella almeno di non essere troppo sedentari. Dopo pranzo, quindi, se c'è il sole e non fa troppo freddo, conviene fare una bella passeggiata per riossigenare i tessuti e smaltire le troppe calorie accumulate.

domenica 20 dicembre 2009

Babbo Natale? Cattivo esempio per grandi e piccini

E con questa cade definitivamente anche il mito di Babbo Natale. Stando, infatti, a un team di scienziati australiani Santa Claus, favorirebbe obesità e alcolismo e spingerebbe alla guida spericolata. A rischiare sarebbero soprattutto i più giovani, che vedono in Babbo Natale una figura buona e simpatica, dalla quale prendere esempio. Secondo i ricercatori è il comportamento di Santa Claus - che ha preso forma nella società dalla fine dell'Ottocento a oggi - a destare preoccupazione. In particolare gli esperti puntano il dito sul suo stile di vita, ritenuto poco salutare. Babbo Natale, infatti, ha l'abitudine di alzare un po’ troppo il gomito. Secondo la tradizione - il simbolo laico per antonomasia del 25 dicembre - va di casa in casa a dispensare doni e regali, ma non se ne va se prima non ha bevuto il solito goccetto di brandy: in realtà questa sua immagine è viva soprattutto in America, mentre in Europa è meno sentita. Così facendo, però, spingerebbe in modo subliminale i più giovani a darsi all'alcol,'tanto lo fa anche Santa Claus'. Idem per il mangiare. La sua stazza e il fatto che lo ritraggano sempre vicino a torroncini e panettoni, sembrano un invito a nutrirsi oltre il necessario, creando i presupposti per lo sviluppo di patologie come l'obesità e la sindrome metabolica. Non è un caso che nei paesi dove il culto di Babbo Natale è più radicato, ci siano anche più bimbi in sovrappeso. "L'immagine di Santa Claus promuove il messaggio che la grassezza sia sinonimo di buonumore e giovialità", affermano i ricercatori sul British Medical Journal. Ma non finiscono qui i 'vizi' di Babbo Natale, che i medici intendono sradicare dall'immaginario collettivo. Di lui, infatti, gli studiosi recriminano anche la guida troppo spericolata. In questo caso 'l'iconografia' classica ci parla di un Babbo Natale che salta come un grillo di porta in porta, sollevando metri cubi di neve e sgommando come un forsennato a bordo di una slitta trainata dalle renne. Saranno pure banali disegni, ma gli scienziati dicono che i bimbi potrebbero prenderli sul serio e avvicinarsi quindi all'idea che correre in automobile sia fico. Per non parlare della cintura di sicurezza: praticamente sconosciuta dai mezzi di Santa Claus. Infine c'è la sua abitudine a intrufolarsi lungo i camini delle abitazioni, zampettando furtivo da un tetto all'altro. Babbo Natale non cade mai, ma se qualcuno pensasse di imitarlo potrebbe non avere la stessa fortuna. Con ciò Nathan Grills della Monash University di Melbourne, in Australia, paragona Babbo Natale a Ronald McDonald, personaggio immaginario, abbigliato da clown, uno dei simboli della compagnia di fast food McDonald's Corporation. E conosciuto dal 96% dei bambini. In pratica i ricercatori suppongono che se Ronald è in grado (da decenni) di convincere così tanti bimbi a mangiare gli hamburger della casa americana, allo stesso modo Santa Claus potrebbe essere capace di vendere per buono il fatto che sia bello e utile abbuffarsi, bere e guidare imprudentemente. "Il nostro studio indica che è necessario essere consapevoli del fatto che Babbo Natale può influenzare la gente", dicono i ricercatori, riferendosi anche al fatto che per decenni la sua immagine è stata associata a varie marche di sigarette. "Pertanto dovremmo pensare a una nuova immagine di Santa Claus che possa preservare soprattutto la salute dei più piccoli".

sabato 21 novembre 2009

VELENO IN FACCIA

Una valanga di additivi chimici: per la precisione 515. È quella che si 'versa' addosso ogni giorno una donna, prima di uscire di casa. Sono le conclusioni di uno studio diffuso in questi giorni dai principali tabloid inglesi. Stando infatti ai risultati della ricerca, prodotti di bellezza come profumi, oli per la pelle, trucchi, contengono molti più principi attivi di quanto si possa immaginare - in tutto ne vengono utilizzati 13mila dall'industria cosmetica - e non sempre queste sostanze sono benefiche per la pelle delle donne, e per la loro salute in generale. (Lo stesso vale per l'uomo che, però, usando meno questi prodotti, corre minori rischi). In alcuni profumi - come riporta il Daily Mail - ci possono essere fino a 250 sostanze chimiche (in rari casi si arriva addirittura a 400); 15 negli shampoo; 33 nei rossetti; 13 nei lucidalabbra; 31 negli smalti per unghie; 25 nelle matite per gli occhi; 16 nei fard. "Se si considera che in media una donna utilizza 13 prodotti di bellezza al giorno", racconta Charlotte Smith, a capo dello studio, "i conti sono presto fatti: sono innumerevoli le sostanze chimiche con cui le appartenenti al gentil sesso vengono costantemente a contatto". Lo studio condotto su più di 2mila donne dimostra che la cosmesi quotidiana è radicalmente cambiata rispetto a qualche decennio fa. Un tempo, per esempio, erano molte di più le cosiddette 'ragazze acqua e sapone'. Oggi, invece, è assolutamente vero il contrario: fin da bambini, infatti, ci si comincia a profumare e truccare. Ma se si sta un poco attenti alle cronache ci si rende conto che, in effetti, c'è qualcosa che non va. Recentemente, per esempio, ha fatto notizia il caso di una ragazzina che per scurirsi i capelli è finita di corsa all'ospedale: non sapeva infatti di essere allergica a una sostanza contenuta nel prodotto utilizzato per la tinta. Analoga la vicenda di un'altra teenager che, sempre in Gran Bretagna, ha dovuto sottoporsi a una serie di cure urgenti dopo aver usato un prodotto per colorare i capelli ed essersi ritrovata calva. La rivista "Contact Dermatitis" cita invece il caso di una bimba di 4 anni colpita da una grave forma di dermatite alle palpebre: colpa dell'uso eccessivo di uno smalto contenente formaldeide che veniva a contatto con gli occhi quando la bimba si grattava con le unghie colorate. Ma quali sono queste sostanze pericolose e che rischi si corrono venendo quotidianamente a contatto con esse? Per esempio negli shampoo può creare dei problemi il laurilsolfato di sodio. È un agente sgrassante di solito utilizzato nel campo dell'ingegneria industriale per pulire, per esempio, gli interni delle locomotive. Può provocare irritazione e danneggiare gli occhi. Sostanze come i parabeni vengono usati come conservanti e sono presenti ovunque (anche negli alimenti). Nel 2004 l'oncologa Philipa Darbre dell'Università di Reading confermò che queste sostanze si accumulano nei tessuti e possono provocare tumori anche a distanza di decenni. Secondo dei ricercatori della Kyoto Prefectural University of Medicine il fenomeno è influenzato anche dall'azione solare, che favorirebbe il passaggio di sostanze tossiche dalla pelle agli organi interni. Altre sostanze cosmetiche potenzialmente dannose sono messe in relazione a problemi di natura ormonale. In particolare ci sono principi attivi come gli xenoestrogeni che, imitando gli estrogeni femminili, possono provocare infertilità ed endometriosi. Gli xenoestrogeni sono inoltre responsabili dei numerosi casi di 'femminilizzazione' (maschi che producono uova), riscontrati in animali che abitano zone molto inquinate. Altro prodotto a rischio è la resina tosilamide/formaldeide. È un composto chimico tipico degli smalti che, con il suo impiego, risultano più resistenti e danno maggiore lucidità. Gli studi però hanno messo in luce che più del 6,6% delle donne (e il 12% delle giovanissime) che utilizzano questi prodotti accusano dermatiti e allergie. Infine l'Enviromental Working Group (EWG) precisa che solo 28 prodotti su 7.500 commercializzati sono regolarmente testati per la loro sicurezza. Un prodotto su 120 contiene almeno una sostanza cancerogena e un terzo una sostanza classificata come potenzialmente cancerogena.

(Pubblicato su Libero il 21 novembre 09)

giovedì 12 novembre 2009

I benefici delle piante in casa: meno stress e salute migliore

Largo alle piante di appartamento. Con la loro attività biologica, infatti, preservano l'uomo da stress e malattie. È la conclusione di uno studio diffuso ieri dai ricercatori dell'Università della Georgia. Secondo gli scienziati le piante 'casalinghe' abbassano i livelli di stress, migliorano la salute generale, e le performance lavorative. "L'incremento di piante di appartamento può avere un impatto decisamente positivo sulla qualità dell'aria delle nostre case - dice Stanley Kays, a capo dello studio. Ventotto le piante analizzate dagli specialisti, tre quelle segnalate per le loro eccellenti qualità: edera (Hedera helix), fiore di cera (Hoya carnosa), e felce. Il loro segreto? La capacità di ripulire la casa da agenti inquinanti come polvere, fumo, radiazioni di computer e apparecchi radiofonici, Secondo il World Health Organisation report del 2002 gli inquinanti domestici determinano il decesso annuale di 1,6milione di persone nel mondo. L'aria di casa è 12 volte più inquinata di quella esterna.

venerdì 16 ottobre 2009

Perchè è importante lavarsi le mani dopo essere andati in bagno

Solo un terzo degli uomini si lava le mani dopo aver fatto pipì. Molto più alta invece la percentuale delle donne, circa il 70%. Sono i risultati di uno studio condotto da esperti della London School of Hygiene & Tropical Medicine, tramite una serie di strumenti elettronici posti nei bagni pubblici. Altre percentuali, invece, parlano di circa 3,2 milioni di batteri per 2,5 centimetri quadrati presenti sull'asse del wc e 6.267 batteri per 2,5 centimetri quadrati che bivaccano felicemente sulla maniglia del gabinetto. Ma il dato più significativo è senz'altro quello riguardante il fatto che sulle mani del 28% delle persone è riscontrabile la presenza di batteri fecali. Secondo gli esperti non sono numeri da sottovalutare, perché questi germi possono veicolare molte malattie, da banali influenze a patologie più serie come la toxoplasmosi, e l'epatite A. Gli scienziati hanno visto che è, in ogni caso, possibile influenzare il comportamento di chi si reca alla toilette con semplici messaggi posti sui prodotti igienici del tipo "il sapone uccide i microbi". Fanno poi sapere che non tutti i detergenti sono validi allo stesso modo. I migliori sono quelli privi di sostanze alcaline con ph 5,5; bocciate invece le tradizionali saponette, spesso terreno di coltura ideale per i germi. Quando si esce dal bagno il consiglio degli igienisti è dunque quello di strofinare le mani per 30 secondi (mentre la maggior parte di noi le strofina dai 7 ai 10 se­condi), con acqua tiepida, tenendole rivolte verso il basso per evitare che i germi raggiungano i polsi. L'importanza di lavarsi periodicamente le mani è, del resto, provata anche da numerosi altri studi. Per esempio si è visto che, educando i bimbi degli asili a compiere questa azione igienica, si riduce l'incidenza delle malattie respiratorie del 14% in Canada, del 12% in Australia e del 32% in America. In generale è emerso che indurre i più piccoli a lavarsi le mani almeno 5 volte al giorno riduce le visite pediatriche per infezioni polmonari e delle alte vie respiratorie del 45%. In Paesi sottosviluppati come il Pakistan porta, invece, a un decremento del 50% dell'incidenza della polmonite e della gastroenterite. L'Unicef rende, infine, noto che sono 1,5 milioni i bambini sotto i cinque anni che vengono uccisi dalla diarrea. Eppure basterebbe insegnare loro a lavarsi le mani dopo aver usato i servizi igienici e prima di toccare gli alimenti per ridurre del 40% la percentuale di persone colpite da questa malattia. In ultima analisi è giusto sottolineare l'importanza di lavarsi le mani - specialmente in momenti critici come questi in cui imperversa il problema della febbre suina - tuttavia non bisogna farne un'ossessione. Ci sono individui che, anche senza reali necessità, compiono ripetutamente quest'azione; non per una questione igienica, ma per scaricare l'ansia. In questi casi si parla di disturbo ossessivo-compulsivo e il medico di riferimento è lo psichiatra.