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mercoledì 14 maggio 2014

Il ritorno dell'Ebola


Si sa ancora poco del virus Ebola, ma il vero problema è che non possediamo un vaccino adatto per spegnere la sua azione. Per questo motivo qualche giorno fa l'Oms ha lanciato l'allarme, e sono stati messi in allerta gli aeroporti europei, dove avvengono i principali scali degli aerei provenienti dall'Africa: Parigi, Bruxelles, Madrid, Francoforte e Lisbona, sono sotto stretta sorveglianza e chi atterra viene visitato e tenuto sotto osservazione. Analogamente, nel Continente Nero, molte compagnie aeree richiedono il certificato medico prima di avviare l'imbarco dei passeggeri. Il codice rosso arriva dopo gli eventi delle ultime settimane in cui s'è visto un progressivo avanzamento della malattia dai villaggi africani alle grandi città, mentre di solito rimaneva circoscritto alle aree rurali. Dalle metropoli, dunque, potrebbe facilmente arrivare in altre parti del mondo. L'Oms dichiara che ci troviamo di fronte a un ceppo particolarmente aggressivo, letale nel 90% dei casi; più virulento, dunque, dei ceppi che lo hanno preceduto anni fa. Peraltro non esiste cura e in caso di infezione si può solo sperare nell'auto-guarigione.
«Un'esplosione virale fra le più difficili mai affrontate dall'uomo», dice Keiji Fukuda, vice-direttore generale dell'Oms, azzardando che l'epidemia potrebbe proseguire per quattro mesi. «Una situazione, in effetti, più pesante del solito», rivela Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università di Milano, «benché si conosca il virus dagli anni Settanta». I focolai originari sono stati individuati in Guinea e in Liberia, ma il virus è già stato identificato anche in aree urbane della Sierra Leone e del Senegal. Si sospettano attacchi anche in Mali e Ghana. Sono stati predisposti dei centri d'isolamento, per cercare di contenere la sua espansione, tuttavia in alcuni casi potrebbe già avere preso il largo. Ma gli esperti invitano alla calma, parlando di "prevenzione". «A oggi non c'è pericolo per Italia ed Europa», spiega Pregliasco, «tuttavia è necessario non abbassare la guardia». Fukuda ritiene che ci siano i presupposti per poter interrompere il contagio, partendo dalle più basilari misure igieniche, come lavarsi adeguatamente le mani. Di fatto, nessuno ha ancora parlato di "restrizioni ai viaggi o al commercio". Tutto prosegue regolarmente.
Ma preoccupano i dati. 167 casi in Guinea, con 107 morti, e 25 in Liberia, con undici vittime. E preoccupa l'agente patogeno, conclamato, lo Zaire ebolavirus, il più potente fra quelli riconducibili alla malattia, analizzato per la prima volta il 26 agosto 1976. E' molto contagioso e viene trasmesso tramite fluidi corporei, come muco o sangue, ma anche attraverso le lacrime, l'urina, la saliva e il latte materno. Più dibattuto, invece, il rischio che possa essere veicolato dall'aria: il fenomeno è stato descritto per ora solo nelle scimmie. Ma è in ogni caso agli animali che si guarda, poiché è da essi che proviene. Gli studi dimostrano, infatti, che il virus sopravvive da tempo immemore nelle volpi volanti, chirotteri di grosse dimensioni che potrebbero averlo trasmesso ai primati. All'uomo sarebbe giunto tramite il cosiddetto "bush-meat", vale a dire il consumo di carne proveniente da animali selvatici come gli scimpanzé e le antilopi. Non è detto che la malattia insorga rapidamente. In alcuni casi, infatti, i sintomi compaiono dopo venti giorni dall'infezione. E a volte viene scambiata per malaria, con inutili somministrazioni di farmaci. Diviene palese con le prime emorragie che caratterizzano la patologia, coinvolgendo tutte le aree dell'organismo. 

mercoledì 7 luglio 2010

Epidemiologo USA svela i segreti della sindrome del Golfo

La sindrome del Golfo? È una malattia a tutti gli effetti, spiegabile anche dal punto di vista scientifico. Lo rivela l’epidemiologo Robert Haley dell’Università del Texas, USA. L’esperto ha verificato che nel sangue degli ex combattenti coinvolti nella guerra del ’91 contro il regime di Saddam Hussein è presente un particolare enzima, che viene prodotto naturalmente dall’organismo per distruggere i composti simili al gas sarin. Secondo l’autore molti soldati avrebbero subito l'azione dell'arma chimica sotto la soglia d’allarme che avrebbe permesso di rendersi effettivamente conto del problema e da qui poter prendere precauzioni immediate. Nonostante le ipotesi avanzate dall’epidemiologo texano i governi inglese e americano ancora non si sbilanciano, e preferiscono mantenere la linea tenuta finora la quale afferma che le truppe coinvolte negli scontri della prima Guerra del Golfo non abbiano mai avuto a che fare con simili armi. Il composto peptidico individuato da Haley risponde al nome di “paraossonasi”. Gli studi di Robert Haley sono stati anticipati dalla rivista scientifica New Scientist e pubblicati anche dallo United States Departement of Veterans Affaire. In una nota si legge che “una rilevante proporzione di veterani del Golfo soffre di patologie sistemiche non spiegabili in base allo stress del conflitto o a malattie psichiatriche”. Per sindrome del Golfo si intende tutta quella serie di disturbi concernenti problemi cognitivi, dolori articolari, mal di testa, senso di affaticamento, sintomi lamentati dai reduci della prima guerra del Golfo in misura sensibilmente superiore rispetto ai reduci di altre guerre.

venerdì 26 marzo 2010

Incubo sifilide. Sotto accusa Facebook

La sifilide torna a far paura. In alcune zone della Gran Bretagna i casi sono addirittura quadruplicati rispetto a poco tempo fa. Il problema potrebbe essere riconducibile anche a Facebook. Secondo gli scienziati, infatti, il popolare social network faciliterebbe i contatti fra sconosciuti e quindi predisporrebbe a maggiori esperienze sessuali, alla base della diffusione del pericoloso morbo. L'allarme è stato lanciato da Peter Kelly, direttore della sanità pubblica nella regione di Teeside, nel nord-est dell'Inghilterra. Il fenomeno riguarda soprattutto giovani donne di età compresa fra 20 e 24 anni, e uomini fra 25 e 30 anni. Entrambe le categorie fanno largo uso di Facebook e altri social network. "Ho visto che molte delle persone colpite dalla malattia hanno incontrato i loro partner attraverso internet", dice Kelly. Grazie ai contraccettivi i casi di sifilide erano calati negli anni Ottanta e Novanta, ma ora starebbero riprendendo quota, un po’ in tutti i paesi civilizzati, Italia compresa. Nel Belpaese, in cinque anni, c'è stato un aumento del 400%. "È riesplosa la sifilide in Italia", dicono gli esperti dello Spallanzoni e della Asl di Roma, "i casi raddoppiano di anno in anno, gli indici più alti sono a Roma e a Milano". A Milano la situazione è grave per tutte le malattie sessualmente trasmissibili. I malati sono aumentati del 25% negli ultimi 3 anni. "Vediamo praticamente un nuovo caso di sifilide ogni giorno", raccontano gli specialisti del Policlinico di Milano. "In lieve aumento anche i nuovi casi di Hiv, 10% in più del previsto rispetto al 2008 e 25% in più rispetto al 2006". La sifilide, definita un tempo "mal francese" o "morbo gallico", è provocata da un batterio, il Treponema pallidum (che al microscopio si presenta come un piccolo filamento a forma di spirale) e si sviluppa in tre stadi successivi. Il primo si verifica entro 90 giorni dal contagio. Di solito è messo in luce da un'ulcera non dolorosa che compare a livello genitale, in bocca o in gola. Nel secondo stadio, che si manifesta fra i due e i sei mesi dopo il contagio, compaiono macchie rossastre sulla pelle, accompagnate da febbre, disturbi della vista, dolori alle articolazioni. Infine il terzo stadio, che può manifestarsi anche 30 anni dopo il contagio, può portare a gravissimi problemi cardiaci, ossei e cerebrali, compresa la demenza. "È una malattia devastante", dice Kelly, "chiunque abbia rapporti sessuali non protetti con partner occasionali è ad altissimo rischio".

mercoledì 20 gennaio 2010

Il 'the day after' delle pornoattrici

L'argomento è poco trattato e poco conosciuto, ma sta comunque avendo una certa risonanza in questi ultimi tempi grazie a "Empire of illusion: the end of literacy and the triumph of spectacle" (Nation Books, 24,95 dollari), libro scritto dal premio Pulitzer, Chris Hedges. Per la prima volta si parla dei traumi fisici e psicologici delle attrici hard, dimostrando che - quando una pornostar smette di esercitare - accusa gli stessi identici problemi che caratterizzano i reduci del Vietnam. A queste conclusioni è giunto Hedges dopo aver intervistato ex attrici XXX rated ed ex veterani. Scientificamente il riferimento è al cosiddetto "Post Traumatic Stress Disorder", patologia psichiatrica concernente molti disturbi fra cui depressione e ansia. In America si sta dunque formando una coscienza sociale relativa al problema, e con essa stanno nascendo associazioni per dare supporto medico e psicologico alle pornostar. Fra queste si possono menzionare l'associazione The Pink Cross e l'Adult Industry Medical Healthcare. Secondo Hedges i problemi per le attrici hard sono cominciati negli anni Ottanta, quando l'industria del porno ha iniziato a puntare sulla violenza e sullo svilimento delle donne. Al di là dell'aspetto psicologico, Hedges parla dunque di vere e proprie 'torture' subite dalle protagoniste di pellicole hard, per rispondere (purtroppo) a una domanda sempre più incalzante. Il riferimento è per esempio a gravi emorragie, lacerazioni di organi genitali (che richiedono l'intervento del chirurgo), malattie gastriche. A ciò vanno poi affiancati i numerosi problemi provocati dalle malattie trasmissibili sessualmente. Ecco qualche percentuale. Il 66% delle pornoattrici soffre di herpes genitale; il 70% delle malattie sessuali riguarda le appartenenti al gentil sesso; dal 75% al 90% le attrici hard sono anche prostitute; malattie come clamidia, sifilide, e gonoreea, fra le attrici hard, sono decisamente più frequenti rispetto alla popolazione media. Fece scalpore qualche mese fa la notizia dello sciopero di alcune pornostar in California. La bomba esplose dopo aver saputo che ben 16 attrici porno erano state contagiate dal virus dell'Hiv. Di conseguenza la San Francisco Valley, culla del cinema a luci rosse, dove si girano 4mila film hard all'anno, non poté far altro che chiudere temporaneamente i battenti. Mai era capitato prima che un numero così elevato di attrici porno risultasse positivo al test dell'Hiv. Forse Hedges non ha tutti i torti.

domenica 15 novembre 2009

Acquasantiere hitech contro l'influenza A

Notizie (scientifiche?) dalla Brianza. Arriva l'acquasantiera anti influenza. È l'idea di un barista brianzolo, Luciano Marabese. L'audace inventore ha messo a punto un dispositivo in grado di erogare acqua (santa) , semplicemente posizionando le mani di fronte a una fotocellula (azionata da una comune batteria). In questo modo si evita il contatto con acque o superfici contaminate dal virus A. Il meccanismo che consente il funzionamento dell'acquasantiera è del tutto simile a quello di wc e lavandini presenti nei bar o negli autogrill. L'originale trovata di Marabese è ufficialmente entrata in funzione presso la chiesa dei Tre Fanciulli a Fornaci di Briosco, fra Giussano e Besana Brianza, in provincia di Milano. "I fedeli, all'inizio, erano disorientati", ha spiegato il parroco del paese, "poi, però, hanno accolto questa innovazione tecnologica con molto entusiasmo". Marabese ha pensato all'acquasantiera elettronica dopo aver notato che - durante le celebrazioni eucaristiche - sempre più persone avevano smesso di 'segnarsi' per paura di essere contagiate dal virus H1N1. L'inventore brianzolo ha ottenuto con la sua acquasantiera hitech un gran successo, tanto che gli stanno arrivando ordini anche dalla Spagna e dal Portogallo. In realtà tutti i guadagni finiranno in Africa, presso la missione di don Bruno (conoscente di Marabese), dove c'è bisogno di nuovi pozzi per estrarre l'acqua.

(Pubblicato su http://www.milanoweb.com/)

Il servizio del TG1:


lunedì 9 novembre 2009

Aids: nuove speranze dalle piante di tabacco

Per il momento ne hanno beneficiato solo alcune scimmie, ma presto potrà giovare anche all'uomo. Il riferimento è all’azione antivirale espressa da piante di tabacco (Nicotiana tabacum, nella foto) geneticamente modificate, nei confronti del virus Hiv. Studiosi inglesi del Kent hanno inoculato nella nota solanacea un batterio in grado di stimolare la pianta a produrre una proteina particolare, a sua volta capace di bloccare la diffusione nell’organismo del virus dell'Aids. Una scoperta sorprendente che potrebbe gettare le basi per lo sviluppo di una nuova rivoluzionaria terapia per sconfiggere la malattia. La proteina esaminata dagli studiosi è stata battezzata cyanovirin N. I test sono stati condotti per ora solo sulle scimmie. 18 primati ammalati di Aids sono stati sottoposti all’azione di un farmaco derivante dalle piante di tabacco ogm. Sorprendenti i risultati. In 15 scimmie il virus dell’Hiv ha terminato la sua corsa. Il futuro? Promettente, dicono gli anglosassoni. Per l’uomo stiamo già pensando a creme microbicide da applicare nelle zone genitali e permettere quindi di arginare la malattia sul nascere. Gli esperimenti vanno avanti celermente. Nei laboratori del Kent gli studiosi vogliono capire se è possibile produrre su larga scala la sostanza ricavata dalle piante del tabacco. A capo della ricerca c’è Julian Ma, studioso del Centre for Infection del St George’s Hospital di Londra il quale ritiene di poter giungere a un traguardo soddisfacente entro pochi anni. “La produzione su larga scala della proteina cyanovirin avrebbe un’eccezionale ripercussione sui malati – ha detto lo scienziato – abbiamo calcolato che 5 chili di cyanovirin potrebbero soddisfare 10milioni di persone”. Nel mondo ci sono circa 39,4 milioni di persone affette da Hiv. Di queste 610 mila vivono nell’Europa centrale e meridionale. 1 milione nel Nord America. 1,4 milioni nell’Europa dell’Est e nell’Asia centrale. 7,1 milioni nel Sud-est asiatico. L’area più drammaticamente colpita rimane l’Africa sub-sahariana con 25,4 milioni di malati.

giovedì 5 novembre 2009

Influenza A: colpiti anche i gatti

L'influenza A colpisce anche i gatti. È quanto dichiara Ann Garvey, dell'Iowa Department of Public Health. La veterinaria rende noto il caso di un gatto domestico risultato positivo al test dell'influenza suina nell'Iowa, Usa. Sarebbe il primo caso accertato dell'azione del virus H1N1 in un animale casalingo. L'animale, di 13 anni, immediatamente ricoverato dopo i primi sintomi di insufficienza respiratoria, avrebbe contratto la malattia da uno dei membri della famiglia che lo ospita. "Due dei tre membri della famiglia che possiede il gatto hanno sofferto di sintomi simil-influenzali prima che anche l'animale si ammalasse", ha spiegato Ann Garvey. "È però una cosa che non ci coglie del tutto impreparati, dato che in passato altri ceppi influenzali erano stati riscontrati nei felini". Secondo gli esperti l'influenza suina potrebbe colpire anche cani e cavalli, per questo motivo è stato creato un sito internet dedicato agli animali colpiti dal virus H1N1: www.avma.org/public_health/influenza/new_virus. "Gli animali domestici che vivono a stretto contatto con qualcuno che sia stato male sono a rischio ed è bene monitorare la loro salute per essere certi che non mostrino segni della malattia", ha aggiunto il dottor David Schmitt, veterinario dello stato dell'Iowa.

lunedì 2 novembre 2009

INFLUENZA A: LE COSE (NON) DETTE

"Servirebbe una maggiore trasparenza nelle informazioni e una minore sottovalutazione dei rischi", scrive Mario Pappagallo sul Corsera di ieri, riferendosi alla febbre suina. Ha ragione. L'impressione che si ha, infatti, è che ci sia troppa disinformazione a riguardo, e che anche i medici dicano solo una parte della verità (tenuto conto del fatto che forse nemmeno loro sanno bene cosa sia e cosa faccia di preciso il virus H1N1). Con ciò nessuno intende lanciare allarmismi, tuttavia sarebbe utile dire bene le cose come stanno senza banalizzare il tutto dicendo che "l'influenza suina non deve fare paura perché ha un tasso di mortalità più basso della stagionale". Questo lo si è capito ed è correttissimo. Ma c'è dell'altro, che non viene chiaramente detto e di cui l'opinione pubblica - sempre più in defaillance (anche se il 61,4% degli italiani dice di non aver paura) - non sa niente o quasi. L'occasione per affrontare questo argomento è il decesso, venerdì pomeriggio - presso l'ospedale pediatrico Santobono (Napoli) - di una bimba di 11 anni, Emiliana D'Auria, probabilmente già affetta da un problema cardiaco congenito. I casi più gravi, infatti, si stanno registrando fra i più giovani, di età compresa fra i 5 e i 14 anni, e in molte circostanze si tratta di individui sanissimi. In Usa i minori rappresentano l'8% dei decessi. In generale un terzo delle vittime dell'influenza suina ha un'età compresa fra 2 e 27 anni. L'1% di tutti i colpiti dal virus dell'influenza A viene ricoverato (e questo non succede con la stagionale). Molte persone ricoverate vengono poi trattate con macchinari speciali in grado di assicurare la respirazione (compromessa nei malati gravi), anche per 90 giorni di fila (e anche questo non accade nell'influenza stagionale). Molti altri aspetti sono sconosciuti o si conoscono frammentariamente. Per esempio in pochi sanno che non c'è solo la polmonite fra le eventuali complicazioni della suina: benché accada in una percentuale bassissima di casi, ci possono anche essere pericardite (infezione della pellicola che protegge il cuore), o miocardite (progressivo deterioramento del miocardio). In casi rarissimi si può anche andare incontro alla cosiddetta sindrome di Reye (con nausea, vomito e perdita della memoria). In Usa è già stato approntato un piano speciale nel caso in cui non si riuscisse più a gestire la situazione: verrebbero, dunque, vaccinate solo le persone che stanno bene, mentre tutte le altre - disabili, malati psichici, anziani - verrebbero lasciate al loro destino. In prima linea stati come lo Utah, pronti a partire coi cosiddetti "Do Not Resuscitate", individui che nel testamento biologico hanno dichiarato di essere contrari ad ogni tipo di accanimento terapeutico. Il virus fa più male alle persone nate dopo il 1976. Questo perché il virus H1N1 - contrariamente a quanto s'immagina - si è già visto, a metà anni Settanta,'caratterizzando' il sistema immunitario di individui che oggi sono sicuramente più protetti rispetto ai giovani. L'epidemia di suina di oltre 30 anni fa si fece sentire specialmente fra i soldati di Fort Dix, New Jersey (USA): ci furono 200 casi, 4 persone si ammalarono di polmonite, una persona morì. Nessuno, però, ha ancora capito come si diffuse il virus. Ancora. L'effetto panico registrato in molti nosocomi non è del tutto ingiustificato. A Niguarda (Milano), per esempio, il 15% dei pazienti che si son presentati con febbre, tosse e mal di gola, sono stati poi ricoverati, non una percentuale da poco. Il periodo di contagiosità, peraltro, non termina con la fine dei sintomi: il virus, infatti, è trasmissibile anche una settimana dopo la fine della malattia. E nei bambini rimane attivo anche per dieci giorni. Ci sono poi stati casi in cui la malattia si è rivelata talmente leggera (e addirittura asintomatica) che il malato non s'è nemmeno accorto di averla avuta e quindi di essere stato un potenziale 'untore'. Poche anche le notizie riguardanti uno studio condotto presso l'Università del Maryland (Stati Uniti), nel quale degli scienziati (che hanno pubblicato le loro conclusioni sulla rivista PLoS Currents) hanno verificato che non è corretto dire che la stagionale e la suina sono assimilabili, partendo dal presupposto che l'azione virale dei due morbi è diversa. Spiegano, infatti, che il virus della nuova influenza è in grado di penetrare in maniera più profonda nei tessuti polmonari rispetto a un normale virus influenzale. Dunque aggiungono che probabilmente la suina colpisce un numero di cellule polmonari più alto rispetto alla stagionale, che concentra la sua azione soprattutto sulle alte vie respiratorie, a partire da naso e gola. Incuriosisce poi il fatto che tutti i medici dicano di vaccinarsi, benché siano loro i primi a non farlo. Il viceministro alla Salute Ferruccio Fazio non si vaccinerà; il farmacologo Silvio Garattini non si vaccinerà; Gianluigi Passerini, della Società europea di qualità in medicina generale, non si vaccinerà, spiegando che "non vuole dare messaggi allarmistici ai pazienti"; Richard Halvorsen, direttore medico di BabyJabs, non si vaccinerà; in questo momento, presso l'ospedale Sacco di Milano s'è vaccinato solo 1 medico su 20; (mistero anche per ciò che riguarda Sasha e Malia Obama, le figlie del presidente americano: secondo Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca, le bimbe non si vaccineranno; secondo Katie McCormick Lelyveld, invece, portavoce di Michelle Obama, le piccole sono già state vaccinate). Il futuro, dunque, è facilmente prevedibile. Moltissimi (e comunissimi) medici di famiglia non si vaccineranno: in Italia, ma anche in Francia, in Gran Bretagna e Canada. Secondo la Federazione dei medici di medicina generale uno specialista su sei farà a meno del vaccino. Gli interessati dicono che il vaccino serve poco o a nulla per chi ha già compiuto i 65 anni d'età, tuttavia suona strano che più del 60% dei medici (compresi, quindi, moltissimi under 65) ne voglia fare a meno. A questo punto viene da chiedersi: cosa temono i medici? E anche qui si scoprono tante cose non dette o dette solo parzialmente. Per esempio non tutti hanno capito che questo tipo di vaccino è già stato approntato nel 1976, provocando casi di una grave malattia neurologica chiamata sindrome di Guillian-Barré. Assolutamente attendibile la fonte: l'epidemiologo Tom Jefferson della Cochrane Collaboration. Il vaccino contro la suina contiene poi l'immuno-coadiuvante MF59, sostanza conosciuta come 'squalene' e in grado di aumentare la risposta immunitaria di un organismo. In realtà, secondo Viera Scheibner, ricercatore scientifico del governo australiano, lo squalene è riconducibile anche alla "Gulf War Syndrome", vale a dire la nota 'Sindrome della Guerra del Golfo', che ha coinvolto vari soldati negli anni Novanta, con sintomi quali attacchi epilettici, problemi tiroidei, lupus eritematoso e molte altre patologie. Il sito "Stockolm News" fa invece sapere che, in questi giorni, ci potrebbero essere state due vittime - due anziane donne rispettivamente di 90 e 74 anni, già sofferenti di cuore - a causa della somministrazione del vaccino (che in Svezia ha, per ora, coinvolto 1 milione di persone): il dato, però, deve ancora essere confermato. Intanto, l'assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Luciano Bresciani, precisa che il vaccino non copre al 100% e che quindi, alcuni individui (sarebbe bello sapere quanti), nonostante l'assunzione del medicinale potrebbero non sviluppare gli anticorpi per fronteggiare la febbre suina. Lo affianca il noto virologo Fabrizio Pregliasco, dell'Università di Milano, il quale afferma che "il vaccino non è uno scudo impenetrabile". Le case farmaceutiche hanno inoltre fatto firmare dei documenti tali per cui - in caso di effetti collaterali nei pazienti trattati col vaccino - non sono perseguibili. Senza contare il fatto che le confezioni di vaccino multi-dose contengono Thiomersal, un sale mercurio che già nel 2000 la Food and Drug Administration (Fda) decise di togliere dal mercato perché potenzialmente tossico. Alla luce di queste considerazioni ci sono, quindi, due soli dati certi: il numero dei decessi imputabili alla influenza suina, 5.712 e il numero di persone contagiate dal virus H1N1, 441.661.

L'intervista rilasciata qualche tempo fa da Pregliasco ad Affari Italiani:


venerdì 30 ottobre 2009

Il virus A comincia a far paura

Virus A: l'epidemia ha ufficialmente preso il largo. Sono già 11 le vittime italiane della nuova influenza. Dieci malati, però, erano già considerati a rischio per altre malattie. Solo una vittima non aveva altri problemi: è la donna di Messina deceduta il 19 settembre. La Campagna è la regione più colpita con quattro vittime in tre giorni. Secondo il viceministro della Sanità Ferruccio Fazio "siamo il Paese più colpito dell'Unione Europea" (con la Spagna). Ma precisa, di nuovo, che "l'influenza A resta una malattia leggera". L'incidenza attuale parla di circa 380 malati ogni 100mila abitanti: 230mila gli abitanti del Belpaese colpiti dal virus. Molti gli under 14, con 600 casi ogni 100mila persone. In ogni caso gli esperti del centro nazionale di epidemiologia dell'Istituto superiore di sanità fanno sapere che il picco non è ancora stato raggiunto. "I mesi più difficili saranno novembre e dicembre". Alta l'incidenza del male (3-4 volte superiore all'influenza stagionale), ma bassa la mortalità. È il parere unanime degli specialisti. Intanto si procede con il piano vaccinazioni che dovrebbe coinvolgere 25milioni di italiani. Ma sono già scoppiate le polemiche. La consegna dei vaccini, infatti, starebbe avvenendo a rilento. A Napoli, per esempio, degli 800mila vaccini previsti ne sono arrivati 130mila. Simile la situazione a Bari e a Genova. Nel frattempo le scuole e gli asili si svuotano. In Lombardia il 30% degli studenti è a letto con l'influenza, mentre a Roma, in alcuni istituti le assenze toccano il 50%. Per il momento, comunque, nessun istituto è stato chiuso per il virus H1N1.

lunedì 26 ottobre 2009

Influenza A: pronti a intervenire con il 'piano X'

E se non fossimo realmente in grado di contrastare l'influenza suina? Gli Usa propongono una soluzione shock: curare solo le persone sane e giovani, trascurando invece anziani, disabili e soggetti in dialisi. È quanto emerge dal New York Times. Secondo il prestigioso giornale americano in molti stati le autorità sanitarie si stanno preparando al peggio, e quindi cercando soluzioni estreme per cercare di salvare il salvabile. È uno scenario da brivido, ma secondo molti medici davanti a una pandemia come quella provocata dalla febbre Spagnola nel 1918, non ci sarebbero molte altre possibilità: meglio intervenire su chi ha qualche chance di farcela, rispetto a chi ha già grossi problemi di salute e dunque esigue possibilità di sopravvivere al virus H1N1. Nei dettagli la prima categoria che verrebbe abbandonata al suo destino è quella dei "Do Not Resuscitate", individui che nel testamento biologico hanno dichiarato di essere contrari ad ogni tipo di accanimento terapeutico. A seguire ci sono gli anziani, le persone colpite da insufficienza renale cronica e costrette alla dialisi, e infine i pazienti con gravissime malattie neurologiche. Oltre una certa soglia di guardia, quindi, potrebbe scattare il 'piano x': niente ricovero ospedaliero, né uso di respiratori artificiali, per chi - indipendentemente dall'influenza suina - rischia la vita. Fra gli stati che appoggiano questa (drastica) iniziativa c'è lo Utah, dove le disposizioni verranno applicate a partire dai centri per anziani, per poi giungere agli istituti per disabili e ai penitenziari. Per non calcare troppo la mano gli specialisti parlano di "smistamento". In realtà non è che una selezione darwinina imposta dall'uomo, in modo da salvaguardare i più forti, e abbandonare al loro destino i più deboli. C'è chi è contrario a queste disposizioni come Mary Buckley-Davis, specialista di rianimazione, che teme sommosse contro chi decide di staccare la spina a un determinato paziente. A favore invece c'è Ann Knebel del Department of Health la quale sostiene che "la prospettiva cambia se si comincia a pensare alla collettività e non ai singoli". Intanto il presidente americano Barack Obama ha decretato l'emergenza sanitaria nazionale. L'influenza A ha già coinvolto 46 stati americani, e contagiato milioni di statunitensi. Fino ad ora si parla di circa 20mila ricoveri e 1000 vittime (fra cui più di 100 bambini).

domenica 11 ottobre 2009

Virus N1H1: cominciata la corsa all'ospedale

A Milano i nosocomi cominciano a essere presi d'assalto. Il motivo? Il virus A. Ai primi segni d'influenza molti cittadini corrono, infatti, all'ospedale più vicino per essere rassicurati e sapere come comportarsi. In media si recano al pronto soccorso 80 persone al giorno; in questo periodo, invece, il numero è salito a 120. I medici sono dunque pronti con i cosiddetti 'piani di potenziamento', strutture predisposte per far fronte all'emergenza epidemia. "È necessario tenere separati i malati colpiti dalla nuova influenza dagli altri - spiegano gli studiosi del Fatebenefratelli. Nelle ultime due settimane i contagi sono raddoppiati. Colpiti anche i più piccoli. Tra il 28 settembre e il 4 ottobre si sono ammalati 4mila bambini. In questo momento i pazienti lombardi vittime del virus N1H1 sono in totale 11.500. Gli esperti sottolineano l'alta contagiosità del virus, ma dicono anche che non c'è motivo di preoccuparsi perché il suo grado di pericolosità è molto simile (per non dire inferiore) all'influenza stagionale. Nel frattempo ci fanno sapere che da lunedì cominceranno le vaccinazioni. Coinvolti in prima battuta 245mila lavoratori delle aziende sanitarie lombarde. Dopodiché sarà la volta delle forze dell'ordine e degli addetti ai servizi di pubblica utilità.

mercoledì 9 settembre 2009

LE FOLLIE DEL VIRUS

La nuova influenza non è poi così pericolosa. Dopo gli allarmi lanciati da più parti, ora le autorità ci dicono che non è il caso di farsi prendere dal panico. Anche il vice ministro alla Salute, Ferruccio Fazio, proprio ieri ha detto che «la malattia è più leggera del previsto» e che «in Italia alla fine della pandemia di casi gravi ce ne potranno essere un paio di centinaia». Mentre il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha ribadito che «le lezioni partiranno regolarmente». Per gli studenti, poi sono stati “confezionati” alcuni consigli: lavarsi spesso le mani con acqua e sapone e contare fino a 20 prima di smettere; coprirsi la bocca e il naso con un fazzoletto di carta quando si tossisce o starnutisce e poi gettare subito il fazzoletto nel cestino; non scambiare oggetti o cibo con gli altri studenti; non toccarsi occhi, naso o bocca con le mani non lavate. Rassicurazioni, viene da dire, valide per qualunque influenza. E comunque la psicosi del contagio ormai è scattata, non solo in Italia. In Gran Bretagna la strategia di difesa dal virus era iniziata già questa estate con i cosiddetti “Flu-party”: feste mirate a diffondere il contagio fra i bambini, con lo scopo di immunizzarli prima dei picchi di influenza previsti per i mesi freddi dell’anno. L’idea è venuta ad alcune mamme che da anni organizzano “le feste della varicella”, per far ammalare prima i propri figli così da rinforzare il loro sistema immunitario. La proposta ha avuto successo, ed è stata adottata anche in Usa e in Francia, nonostante lo scetticismo dei medici. Secondo Richard Besser, direttore dei centri di controllo e prevenzione delle malattie Usa «è un grave errore far prendere dei rischi agli individui, soprattutto ai bambini». In Francia si è andati oltre: Helene Tanguy, sindaco di Le Guilvenec, ha ordinato ai ragazzi che inizieranno fra pochi giorni le scuole, di non baciarsi e abbracciarsi per qualche mese. Meglio il saluto indiano (braccio alzato verticalmente col palmo steso) o la composizione di frasi affettuose da inserire in una apposita “scatola dei baci”. Tanguy ha preso questa decisione dopo la morte di un giovane di Brest a causa del virus. Stessa linea in una scuola americana del Long Island: niente baci. Anzi, meglio evitare anche di stringersi le mani. Non si sa mai. Baci banditi anche in Italia, presso il liceo romano Newton. Il preside Mario Rusconi ha imposto “con le buone” ai ragazzi di non baciarsi nelle aule e nei corridoi dell’istituto: «Non voglio punire gli studenti» ha detto «ma solo sensibilizzarli al problema». Astinenza dai baci, dunque. Ma non solo. È sconsigliato anche bere dallo stesso bicchiere, passarsi la sigaretta o la brioche mangiucchiata. E la paura del contagio tramite la saliva incombe pure sui rituali festeggiamenti napoletani di San Gennaro (previsti il 19 settembre). Al termine di un incontro tra i rappresenti della Cappella del Tesoro e quelli della Deputazione di San Gennaro si è stabilito infatti di non far baciare ai fedeli la teca con il sangue del santo per evitare, appunto, la diffusione del morbo. E le “follie” scoppiate a causa della nuova influenza non finiscono qui. Oltre ai “Flu-party” e alle campagne “No Kiss”, da segnalare è l’acquisto compulsivo di mascherine e disinfettanti, al di là di ogni ragionevole necessità. Il fenomeno riguarda anche il nostro Paese dove, in questi giorni, numerose farmacie sono state prese d’assalto. Le mascherine, poi, stanno diventando addirittura una moda, tanto che le aziende che le producono hanno riunito i loro designer per forgiare prodotti sempre più fashion, con incise facce di animali dai colori più sgargianti. Il Belgio è uno dei Paesi dove questi articoli stanno riscuotendo particolare successo: il ministro della Difesa Pietre de Crem ha mobilitato l’esercito per consentire la distribuzione su tutto il territorio di circa 900mila mascherine (oltre a 90mila dosi di antivirale). Per quanto riguarda infine le singolari ipotesi di contrastare il virus H1N1 tramite l’alimentazione, valgono su tutte le proposte dei due luminari della medicina: Robert Gallo e Luc Montagnier, scopritori nel 1983 del virus dell’Aids. Gallo dice che il modo migliore per evitare queste malattie è diventare vegetariani, partendo dal presupposto che «la trasmissione di virus dagli animali all’uomo è iniziata quando quest’ultimo ha cominciato a cacciare e addomesticare le sue prede». Montaigner, invece, suggerisce di farsi delle belle scorpacciate di papaia fermentata. Il riferimento è a un prodotto chiamato “Immun’Age” (da “Nutraceutical strategy in Aging”), un integratore alimentare che aiuta a controllare i radicali liberi potenziando l’azione del sistema immunitario.

(Pubblicato su Libero il 10 settembre 09)

domenica 30 agosto 2009

Virus A/H1N1: presto arriverà il vaccino

Il caso del ragazzo di Parma colpito gravemente dal virus A/H1N1 e ricoverato all'ospedale San Gerardo di Monza ha messo in allarme gli italiani, tuttavia gli specialisti continuano a rassicurare gli abitanti del Belpaese: presto arriverà il vaccino per combattere la nuova influenza. Inoltre, fin da questo momento, si può contare su una rete di ospedali ben attrezzati per curare i malati. Per quanto riguarda la città di Milano sono quattro i centri disposti per soccorrere i pazienti colpiti dal virus A/H1N1: il Sacco, il Niguarda, il San Paolo e il San Raffaele. Mentre il giovane ricoverato al San Gerardo continua a essere grave - è intubato con un sondino nasogastrico e in coma farmacologico - i Centri europei per il controllo delle malattie di Stoccolma (Ecdc) diffondono un comunicato nel quale si spiega che la prima ondata di nuova influenza nel 2009-2010 potrebbe colpire fra il 20% e il 30% degli europei.

domenica 9 agosto 2009

Febbre suina: "contagiato" anche il mondo dei videogame

Con la scusa della febbre suina gli inventori di videogiochi si sbizzarriscono. Tre nuovi videogame sono infatti disponibili sul web per tutti coloro che hanno voglia di divertirsi unendo la realtà del nuovo virus mortale, al desiderio di manovrare un joystick. Il primo gioco si chiama “Sneeze”. L’arma del giocatore è lo starnuto, col quale si devono contagiare più persone possibili. Attenzione: al giocatore conviene scegliere bene le sue vittime perché le persone troppo giovani – che si ammalano più facilmente avendo un sistema immunitario meno resistente – non consentono di ottenere un buon punteggio finale. Il secondo gioco è “Killer Flu”. In questo caso ci si diverte a conoscere le caratteristiche del virus della febbre suina da un punto di vista prettamente scientifico. Si impara quindi a sapere cos’è un virus, che mutazioni può subire, come e dove il rischio di infezioni aumenta. Infine – il terzo videogame – è “Pandemic 2”. Qui il giocatore può contare su tre tipi di armi - virus, batteri o parassiti – per diffondere il morbo; inoltre può sfruttare l’aereo. Il bello di questo gioco è che è in grado di simulare un ambiente reale, mostrando virtualmente ciò che potrebbe succedere se il mondo dovesse collassare.

(Pubblicato su www.milanoweb.com il 9 agosto 09)

giovedì 30 luglio 2009

LA SUINA NON MORDE

Dal 26 aprile 2009, giorno in cui vengono resi noti i primi decessi a causa del virus A/H1N1, al 19 maggio 2009, in cui la sanità americana fa sapere che gli obesi rischiano più degli altri di soccombere all’azione del nuovo agente virale, l’epidemia di influenza suina provoca un’ottantina di morti. Un dato che l’opinione pubblica e molti centri scientifici associano (e continuano ad associare) al termine “pandemia”, dal greco pan-demos, “tutto il popolo”. In realtà questa definizione potrebbe essere fuorviante, considerato che le vere pandemie succedutesi nel corso della storia mostrano numeri ben diversi, a partire dalla febbre tifoide che nel 430 a.C. ridusse di un quarto la popolazione ateniese. Per far capire la diversità che sussiste tra l’impatto sociale dell’influenza suina e una pandemia vera e propria, un servizio pubblicato sull’ultimo numero di Wired, prendendo spunto dagli studi di Alex Vespignani dell’Università dell’Indiana, mette a confronto l’ultima “grande” influenza con la Spagnola del 1918 e con il fantascientifico virus protagonista del bestseller post-apocalittico di Stephen King, “L’ombra dello scorpione”, pubblicato nel 1978. Il primo fattore da considerare in caso di pandemia è il cosiddetto RO (tasso di persone infettate da un singolo malato). Per ciò che riguarda l’influenza suina, questo parametro (rapportato al range temporale citato all’inizio) è pari a 1,3. Nel caso del modello statistico concernente la Spagnola il dato cresce a 2,7 e relativamente al virus dell’Ombra dello scorpione a 5,5. Si valuta poi la gravità di una pandemia in base alla percentuale di casi mortali: per l’influenza suina il dato si ferma allo 0,7%, contro il 5% della Spagnola e il 99% del virus dell’Ombra dello scorpione. Ma il confronto fra una pandemia seria e un virus tutto sommato (per il momento) poco letale, non finisce qui. Si può infatti immaginare di ripercorrere idealmente il periodo delle settimane chiave comprese fra il 26 aprile e il 19 maggio 2009, confrontando il numero effettivo di decessi dovuti ai tre morbi con il trascorrere dei giorni. In questo modo si può vedere che il 26 aprile - giorno in cui cominciano a venire chiuse alcune scuole americane - i morti per influenza suina sono 7, dato identico a quello relativo ai decessi per il virus della Spagnola e per quello dell’Ombra dello scorpione. Il 29 aprile - giorno in cui l’Oms alza il livello di allarme pandemia per A/H1N1 a 5 (il 12 giugno passerà a 6) - salgono a 8, contro i 15 della Spagnola e i 910 dell’Ombra dello scorpione. Il 7 maggio - poco dopo aver riaperto cinema e ristoranti a Città del Messico - arrivano a 46, contro i 122 del virus del 1918, e i 782.620.558 milioni dell’agente killer del romanzo epidemiologico di King. Infine, il 17 maggio - poco dopo l’annullamento del tour dei Jonas Brothers in Messico per paura del contagio - dopo quattro settimane dall’esordio delle pandemie, abbiamo i seguenti dati: morti per febbre suina 79, per Spagnola 1544, per il virus dell’Ombra dello scorpione l’intera umanità. In questo momento sono oltre mille le persone decedute a causa del virus A/H1N1. Per la precisione il dato è arrivato a quota 1.012, mentre il numero di contagi è pari a 168.895. Secondo i ricercatori dell’Università di Milano attualmente il tasso di mortalità legato alla febbre suina è comunque molto basso, dello 0,04 per mille, inferiore anche a quello dell’influenza normale fissato intorno all’1 per mille. In ogni caso c’è chi inizia a dirsi seriamente preoccupato della febbre suina, soprattutto in vista dei mesi autunno-invernali in cui i virus influenzali si diffondono con particolare facilità. Sono gli scienziati inglesi. Gli esperti del National Health Sistem, per esempio, dicono che il virus A/H1N1 potrebbe provocare solo in Inghilterra la morte di 65mila persone e l’infezione del 30% della popolazione. Infine i dati dell’Oms dicono che la malattia si è ormai diffusa in quasi tutto il mondo, avendo contaminato gli abitanti di 160 Paesi. Anche se, come abbiamo visto, i numeri di una pandemia vera e propria sono diversi da quelli attuali dell’influenza suina.

(Pubblicato su Libero il 30 luglio 09)

giovedì 11 giugno 2009

I VIRUS DELL'ESTATE

Infezioni virali e batteriche in piena estate. Sembra strano, eppure molte malattie infettive colpiscono proprio durante la bella stagione. Studiosi americani hanno verificato che le patologie provocate dai batteri cosiddetti Gram-negativi aumentano del 17% ogni 10 gradi centigradi di temperatura in più. Presso il Baltimora hospital, invece, è stato appurato che certe infezioni hanno un’incidenza estiva superiore del 47% a quella invernale. Complice il fatto che gli antibiotici sono sempre meno efficaci. «I batteri Gram-negativi sono spesso alla base di disturbi dell’apparato urinario, gastrointestinale e respiratorio - dice Jessina McGregor dell’Università dell’Oregon -. Tutti conosciamo le tipiche malattie invernali provocate da questi microrganismi, come il raffreddore e l’influenza, ma pochi sanno che alcune di esse sono più frequenti in estate». Lo studio ha valutato l’azione estiva dei seguenti microrganismi: Escherichia coli, Pseudomonas aeruginosa, Enterobacter cloacae, Acinetobacter baumannii. Tra questi, due sembrano essere particolarmente legati alle infezioni estive: P. aeruginosa e A. baumannii. Il primo è responsabile di svariate malattie fra cui otiti, infezioni degli apparati urogenitale e respiratorio. Può causare setticemia (decima causa di morte negli Usa), infezioni cutanee come la follicolite, uretriti, cistiti, broncopolmoniti. L’A. baumannii si trova perfettamente a suo agio con temperature comprese fra 20 e 30°C. Molte le patologie ad esso associate: sepsi, cistiti, meningiti secondarie, infezioni del sangue. Ma dove è più facile ammalarsi d’estate? Per esempio in piscina, dove alcuni batteri trovano l’habitat ideale - caldo e umido - per prosperare. Oppure passando troppo in fretta da un ambiente fresco a uno più caldo: «In questi casi è molto facile buscarsi un malanno, perché si ha una riduzione della clearance mucociliare nelle vie aeree con conseguente ristagno di muco» spiega Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano. «Il cambiamento repentino di temperatura provoca un blocco dell’attività dell’albero bronchiale, aprendo la strada alle tipiche malattie parainfluenzali rappresentate da sintomi più o meno specifici come febbricola e naso chiuso». Le infezioni del tratto urogenitale sono facilitate anche dai rapporti sessuali occasionali, più frequenti e disinvolti in estate. Soprattutto fra i giovani, in questo periodo, triplica il rischio di infezione urogenitale. Le patologie gastrointestinali sono invece tipicamente legate alle grigliate estive. «In estate l’alimentazione cambia ed è più facile andare incontro a malattie a trasmissione feco-orale» continua Pregliasco. «Basta un inserviente che non si è lavato bene le mani. I vettori patogeni insidiano le pietanze a nostra insaputa provocando dissenteria, dolori allo stomaco, in casi estremi la salmonellosi». Principali responsabili delle infezioni virali sono i Coronavirus alla base di molte malattie parainfluenzali e gli Adenovirus, responsabili di congiuntiviti e gastroenteriti. In particolare i cosiddetti Norwalk virus possono provocare gastroenterite acuta, con sintomi quali diarrea, nausea, vomito, febbre e cefalea. «Ogni estate abbiamo a che fare con 260 virus» chiude Pregliasco. «È ovvio che ci siano dei rischi per la nostra salute. Ma bastano pochi accorgimenti e un regime di vita sano per tenere lontano il rischio di gravi malattie».

(Pubblicato su Libero l'11 giugno 09)

giovedì 28 maggio 2009

Chi nasce in primavera diventa più alto degli altri

Volete un figlio più alto della media? Fatelo nascere ad aprile. È il suggerimento di un team di ricercatori del Danish Epidemiology Science Centre di Copenaghen. Gli studiosi hanno appurato che i bambini che nascono in primavera sono più alti di quelli che vengono alla luce in altri periodi dell’anno: in particolare si è visto che il mese che più degli altri predispone a una statura superiore alla media è aprile, a ottobre, invece, nascono i bambini più bassi. Lo studio danese ha coinvolto più di un milione di ragazzi nati in Danimarca tra il 1973 e il 1994. Alla fine dei test gli esperti hanno constatato che i giovani venuti alla luce in primavera sono effettivamente caratterizzati da un’altezza mediamente superiore ai livelli standard. Il motivo? Per ora rimane un mistero. Secondo Jan Wohlfahrt, a capo dello studio, si tratta comunque di un meccanismo biologico che lega la data del concepimento alle ore di luce. In particolare il ricercatore sottolinea il ruolo della melatonina, ormone secreto dall’ipofisi, che varierebbe la sua presenza nell’organismo sulla base della lunghezza del giorno e della notte. Non si sa ancora come questo fattore influenzi la statura dei neonati, ma è certo che i bambini concepiti in estate (quando è maggiore la durata del giorno e della luce) diventano più alti di tutti gli altri.

martedì 26 maggio 2009

Allattamento al seno: scongiurato il pericolo Aids con nuovi farmaci

Combattere l’Aids con nuovi farmaci e impedire la trasmissione del virus dell’Hiv dalla madre al figlio tramite l’allattamento. Sono gli obiettivi di una nuova terapia farmacologica presentata nel corso di uno studio del Shopping infection from mother – to – child via breastfeeding, coordinato dall’Istituto superiore di sanità (Iss). Gli esperti hanno messo a punto due farmaci che, somministrati ai nascituri durante i primi sei mesi di vita, consentono alla madre sieropositiva di condurre l’allattamento senza il rischio di trasmettere al figlio l’Aids. I due medicinali si chiamano rispettivamente “neviparina” e “lamivudina”. Stefano Vella, ricercatore dell’Iss, ha commentato in toni entusiastici l’azione delle due nuove sostanze. Gli attuali farmaci antiretrovirali hanno infatti il potere di inibire la trasmissione perinatale dell’Hiv, ma non quella di impedire il passaggio del virus dal seno materno al bimbo appena nato. Attualmente, per combattere la malattia, ci si affida a prodotti come la “zidovudina” (AZT), somministra alla madre nel secondo e terzo trimestre di gravidanza e durante il travaglio e al neonato durante le prime sei settimane di vita. Questo protocollo riduce del 70% il rischio del contagio. Ma può essere del tutto inutile se la madre allatta il proprio piccolo al seno. Intervenire con la “neviparina” e la “lamivudina” significa invece ridurre all’1% la possibilità che si sviluppi l’Aids nei piccoli appena nati. È un risultato che potrebbe avere ottime ripercussioni soprattutto nei paesi sottosviluppati, dove l’allattamento artificiale è improponibile, e non esistono strutture adeguate che facilitano le profilassi mediche. Inoltre le donne incinte sieropositive sono in costante aumento. L’anno scorso il contagio perinatale ha riguardato solo in Italia 715 casi. Le stime di neonati che nascono nel mondo ammalati di Aids variano notevolmente: in Europa la percentuale è del 12,9%, del 45 – 48% in Africa. La possibilità infine di contrarre il virus dal latte materno, in assenza di medicinali, varia dal 7 al 22%.

L’alternativa è un filtro speciale applicato al capezzolo della madre

Un semplice filtro applicato sul capezzolo della madre sieropositiva riesce a impedire la trasmissione del virus dell’Aids al figlio, durante l’allattamento. È il risultato ottenuto da Stephen Gerrard, ingegnere chimico della Cambridge University britannica. Il filtro disinfetta il latte materno usando lo stesso detergente che i biochimici utilizzano per denaturare le proteine prima di analizzarle. Il filtro, applicato sul seno, viene rivestito con un leggero tessuto imbevuto della sostanza chimica e il virus risulta così neutralizzato. Il progetto è stato voluto dall’International Design Development Summit (IDDS) degli Stati Uniti, che ha riunito ingegneri e ricercatori chiedendo loro di sviluppare dei prototipi.

giovedì 14 maggio 2009

L'influenza suina nata da un errore di laboratorio

Un errore umano. Sarebbe questa la vera causa della diffusione del virus dell’influenza suina. Sono le sorprendenti dichiarazioni rilasciate ieri da Adrian Gibbs, virologo australiano in pensione, uno dei ‘padri’ dell’antivirale ‘oseltamivir’ (farmaco anti-influenza più noto con il nome Tamiflu). Secondo Gibbs qualcosa non è andato per il verso giusto in qualche laboratorio scientifico e il virus si sarebbe diffuso in Messico e poi nel mondo, provocando la morte di 61 persone, il contagio di 5.251 individui, e diffondendo il panico in 30 paesi. Lo scienziato australiano ha inviato all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e ai Centri statunitensi per il controllo delle malattie (Cdc) un articolo nel quale sostiene che il cosiddetto virus H1N1 si sarebbe originato dalle uova: questi prodotti animali sono largamente utilizzati nei centri di ricerca per coltivare virus e vaccini. Del resto, fa notare l’esperto australiano, risale al 1977 un fatto analogo, assolutamente confermato da autorità ed enti scientifici: un virus influenzale del tipo H1N1 venne prodotto per errore in seguito alla cattiva gestione di un laboratorio in Russia. In questo momento, l’Oms e molti altri scienziati impegnati nello studio di questa nuova misteriosa patologia, si stanno confrontando sull’argomento, in attesa di vedere pubblicato un articolo ufficiale sulla stampa scientifica, firmato da Gibbs: “Il punto è proprio questo – dice Gianni Rezza, epidemiologo dell’Istituto Superiore di Sanità -. Finché non abbiamo la possibilità di confrontarci con uno studio ufficiale è difficile pronunciarsi sull’argomento. Certo, tecnicamente tutto è possibile, anche un errore di laboratorio, tuttavia per il momento aspettiamo di avere qualche dato in più prima di dire la nostra”. Gibbs – 75 anni - è uno dei virologi più importanti sulla scena mondiale, ormai in pensione da qualche tempo. È coautore di almeno 250 studi scientifici sui virus e ha alle spalle 40 anni di carriera. La sua teoria prende spunto dal fatto che l’epidemia di peste suina s’è diffusa assai rapidamente, in controtendenza rispetto ad altre malattie analoghe. In sostanza esclude il cosiddetto “salto di specie”, ovvero il passaggio del virus dagli animali all’uomo, perché in tal caso la diffusione del morbo sarebbe stata più lenta. “È una ipotesi accademica plausibile – commenta Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano –. Posso confermare che in effetti la diffusione del virus è avvenuta con una certa rapidità e che effettivamente molti virus o vaccini vengono allevati sfruttando sostanze contenute nelle uova. In ogni caso, se anche dovesse essere confermata la teoria di Gibbs, non cambierebbe più di tanto la situazione. Si tratta comunque di un virus con grandi capacità di mutazione, in pratica un vero scambista”. Dello stesso parere degli scienziati italiani ci sono anche gli esperti americani del US Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta che, peraltro, sono fra i pochi ad aver ricevuto l’incartamento originale di Gibbs. “Siamo molto interessati a conoscere l’origine del virus - spiega Nancy Cox, responsabile del centro -. Tuttavia da queste dichiarazioni non emergono prove significative a sostegno del fatto che il virus sia il risultato di un errore di laboratorio”. Secondo gli studiosi statunitensi è quindi più probabile credere che il virus si sia sviluppato seguendo le tradizionali vie biologiche che tutti i virus influenzali compiono. Opinione condivisa anche dalla virologa Ilaria Capua, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, coinvolta fin da subito dall’Oms, la quale aggiunge che quella di Gibbs “è un’ipotesi come tante altre”. Intanto le autorità cinesi fanno sapere che ieri è stato ufficialmente confermato un secondo caso di influenza da virus H1N1. Vittima, un diciannovenne da poco rientrato dal Canada, in cura, in isolamento, presso un reparto dell’ospedale di Jinan, nella provincia di Shandong.

(Pubblicato su Libero il 14 maggio 09)

giovedì 5 giugno 2008

Papà over 45? Figli più vulnerabili a epilessia e autismo

Si è soliti pensare all’età della madre come a un fattore determinante per la salute del nascituro. È infatti provato che, più la madre è avanti con l’età, maggiori sono i rischi di concepire un bimbo affetto da problemi genetici come per esempio la sindrome di Down. Ora però, uno studio condotto dal Centro epidemiologico danese pubblicato e diffuso dalla rivista European Journal of Epidemiology, dice che anche i padri di una certa età rischiano di avere, con maggiori probabilità, figli con dei problemi. In particolare, secondo Jin Lian Zhu, a capo delle ricerche, i figli di papà over 45 hanno una probabilità del 50 percento in più di morire prima dell’età adulta dei nati da padri più giovani. Stando alle ricerche compiute i figli di padri vecchi soffrono più facilmente di difetti congeniti e sono più vulnerabili a patologie come autismo, schizofrenia e epilessia. Secondo gli scienziati la qualità genetica dello sperma degli uomini peggiora con l’età, così come la qualità delle cellule uovo. Studiosi della University of Washington a Seattle hanno recentemente esaminato 66 uomini dai 20 ai 57 anni ed hanno osservato che, al crescere dell’età la percentuale di sperma con Dna altamente danneggiato diventava sempre più alta. In particolare si è visto che, da un punto di vista fisiologico, nelle persone più anziane, con maggiori difficoltà lo sperma va incontro ad apoptosi, un processo naturale di morte cellulare programmata, che serve a eliminare le cellule inutili. In ogni caso è quasi certo che non solo l’età avanzata predispone a nascituri con problemi di salute. Sicuramente giocano un ruolo fondamentale anche l’ambiente, il fumo, i prodotti chimici con cui si viene a contatto. La ricerca indica che i casi come quello di Charlie Chaplin - diventato per l’undicesima volta padre a 73 anni - sono rari, ma non per questo da prendere come esempio.