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giovedì 30 agosto 2018

L'impatto dell'alcol nella storia dell'uomo

Si sa per esempio di elefanti che per caso giungono a una pozza putrescente dalla quale se ne vanno barcollanti ma anche stranamente euforici. Perché a loro insaputa, abbeverandosi, vengono a contatto con una sostanza derivante da un processo di fermentazione, che porta gli zuccheri a trasformarsi in alcol; accade sovente, ai piedi di alberi da frutto, in particolari condizioni climatiche. E si può pensare che qualcosa del genere sia accaduto anche all’uomo, la prima ubriacatura della prei(storia), millenni fa. È così, insomma, che si è venuti a conoscenza delle delizie (e delle croci) dell’alcol: per puro caso. Per la commistione con un meccanismo biochimico che la natura porta con sé dalla notte dei tempi. Cos’è cambiato nel corso dei secoli? L’uomo, semplicemente, ha provato a tradurre un fenomeno naturale in una pratica biotecnologica abituale, e solo recentemente si è reso conto delle reali trasformazioni scientifiche che stanno alla base. Ma per tantissimo tempo ne ha goduto ignaro; preparando altari tarati apposta perché dei microrganismi potessero entrare in azione avviando l’intero processo di degradazione degli zuccheri. Quello per antonomasia è il glucosio che sommandosi al fruttosio forma il saccarosio (un disaccaride). Vengono letteralmente sbriciolati e così si arriva a ottenere l’etanolo. Quest’ultimo ha il potere di confondere le idee, offuscare la mente, ma anche conferire una sensazione di leggerezza e benessere. È imputabile alla fisiologia del cervello, legata all’intraprendenza di milioni di neuroni. Comunicano fra loro attraverso le sinapsi, e quando si beve alcol non funzionano più come dovrebbero. Entrano in una specie di cortocircuito e non sono più in grado di veicolare i messaggi nervosi. La tipica sonnolenza che segue una sbronza deriva da questo: dall’incapacità di filtrare e coordinare gli stimoli esterni. Mentre la sensazione di piacere è il risultato dell’alterazione del circolo ormonale. Serotonina e endorfine aumentano e migliorano le condizioni emotive. Temporaneamente. In realtà è uno specchio per le allodole; figlio di processi chimici specifici che mimano l’azione delle benzodiazepine, molecole base degli ansiolitici. La risposta non è uguale per tutti, e questo spiega perché in alcuni individui la propensione all’alcolismo è più difficile da contrastare. Che ruolo ha avuto l’alcol nella storia dell’uomo? Si può pensare che senza, gli eventi che hanno portato al mondo moderno potessero prendere una piega diversa? La risposta è: certamente sì. Eloquenti le parole di Jean Anthelme Brillat-Savarin, politico e gastronomo francese dell’Ottocento: “L’alcol è diventato fra le nostre mani pure un’arma formidabile, poiché le nazioni del nuovo mondo sono state domate e distrutte più dall’acquavite che dalle armi d fuoco”. Lo insegna anche la Bibbia, citando la prima storica ubriacatura: quella di Noè. Finì il diluvio e finalmente il patriarca poté riguadagnare la terraferma con la sua famiglia; e quale migliore occasione per concedersi alle prelibatezze offerte dalla natura? Piantò una vigna, dalla quale, poco dopo, ottenne del buon vino. Ma non conosceva i pericoli dell’alcol, e non aveva nemmeno mai visto degli elefanti o altri animali dondolare per l’ebbrezza. E allora ci dette dentro senza ripensamenti, fino a tracollare e a giacere nudo in mezzo ai frutti del suo duro lavoro. Sfortuna volle che Cam, suo figlio, lo vedesse in questo stato pietoso; lo coprì con un mantello, ma al risveglio, Noé montò su tutte le furie condannando alla schiavitù Canaan, il nipote. Così quando arrivarono gli europei nel Nuovo Mondo, fu facile giustificare la brama di conquista, asserendo che gli indigeni fossero i discendenti di Canaan, coerentemente destinati alla servitù. Ma al di là della religione e della mitologia, davvero l’alcol risulta preponderante in ogni cultura. In Cina si bevevano liquori ottenuti dalla fermentazione del riso; diecimila anni fa. In centro America da sempre si ubriacano a suon di bicchieri di pulque. Deriva dalla trasformazione degli zuccheri contenuti nell’agave, succulente vegetale diffuso anche nei giardini italiani. E arriva ai 18 gradi. La usavano anche gli Aztechi per i loro sadici rituali. Il sidro si ottiene dalle mele e si diffonde in Spagna 5mila anni fa. Poi conquista i romani e gli egiziani. In Austria è un vero e proprio boom nel Medioevo; i meleti si diffondono ovunque. La birra non ha bisogno di grandi presentazioni, ma in pochi sanno che fu determinante per i Celti; che non combattevano senza tracannarne a litri prima di ogni battaglia, per vincere la paura; e dopo, per fare festa e baldoria. In Italia giunge probabilmente con gli etruschi; la chiamavano “pevack” e per farla usavano oltre al frumento, il miele e il farro. E senza il vino sarebbe stato difficile per i soldati della Prima guerra mondiale portare a termine missioni difficili e pericolose. Il risultato della fermentazione dei frutti di Vitis vinifera, proveniente dal Caucaso di 6mila anni fa. E oggi? Le bevande alcoliche parrebbero imprescindibili. In Italia beve il 75% della popolazione e il primo bicchiere viene consumato a 12 anni. Ma non siamo noi i primi in classifica. I russi sono i più grandi bevitori del pianeta. Parola dell’Organizzazione mondiale della Sanità. A Mosca si bevono oltre 12,5 litri di alcol all’anno. Agli ultimi posti paesi come Libia, Afghanistan e Kuwait.

Vini antichi
In Sicilia sono state trovate tracce di vino risalente a 6mila anni fa. Il ritrovamento è avvenuto in una grotta situata sul Monte San Calogero, in provincia di Agrigento. Gli scavi condotti dall’Università della South Florida, in Usa, hanno riportato alla luce giare e brocche che conservano tracce inequivocabili di sostanze alcoliche. Si pensa che in questa area geografica l’occidente abbia conosciuto per la prima volta il risultato della fermentazione dell’uva; anche se il circondario, interessato dalla presenza dell’uomo da millenni, presenta alti tassi di umidità (fino al 100%) e temperature che possono sfiorare i 40 gradi, parametri che mal si accordano con un felice processo di conservazione dei vini. Se lo studio verrà confermato, ci sarà da riscrivere la storia antica della Sicilia, partendo dal presupposto che ancora nessuno è riuscito a chiarire le tecniche che hanno consentito l’irrigazione delle vigne preistoriche.

Alte gradazioni
La distillazione è invece il procedimento che viene utilizzato per ottenere alcolici ad alta gradazione. Dalla distillazione del vino si ottiene, per esempio, la grappa; da quella della birra, l’acquavite e, in parte, il whisky. Si basa sul differente punto di ebollizione delle sostanze che compongono una miscela. In pratica vengono divise tramite il surriscaldamento e poi il raffreddamento (e condensazione). La distillazione è divenuta d’uso comune nel Medioevo ma si presume che sia stata utilizzata per la prima volta in Egitto, oltre seimila anni fa. Tracce del processo chimico sono state rinvenute anche in Pakistan, Cina e Persia. La distillazione è un processo importante non solo per ottenere liquori, ma anche in campo industriale: dalla distillazione del petrolio, per esempio, si ottiene il cherosene; e lo stesso accade con il benzene e il catrame.

Pagine ubriache
Per raccontare aneddoti e curiosità sul mondo dell’alcol. Edito da il Mulino, si intitola “Sbornie sacre, sbornie profane”. Una bella lettura a opera di Cluadio Ferlan, ricercatore presso l’Istituto storico italo-germanico della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Paolo di Tarso diceva ai discepoli di smetterla con l’acqua e di iniziare col vino, per risolvere il mal di stomaco. Nel 1613 solo in Olanda c’erano 518 taverne. Geronimo, l’ultimo apache arresosi all’esercito americano, morì dopo avere passato una notte al gelo, per una colossale ubriacatura. Nel XIX secolo il medico Magnus Huss ufficializza l’alcolismo come una malattia; se ne accorse anche Handsome Lake, profeta visionario di religione cristiana, che, a cavallo dell’Ottocento, ammise le colpe dell’uomo bianco; che diffuse l’alcol fra gli indiani provocandone la scomparsa.

L'evoluzione delle armi (umane e animali)

Certo, per l’uomo ha un’implicazione morale, non per gli animali. Che agiscono di istinto, per sopravvivere. Nella nostra specie la finalità potrebbe diversa, esagerata; ed è il motivo per cui continuano a esserci le guerre e per il quale la corsa agli armamenti, nonostante le tragedie del passato, rimane un paradigma universale. Le armi, dunque, negli animali sono il risultato di milioni di anni di evoluzione; nell’uomo di millenni di evoluzione. Ma in entrambi i casi obbediscono a un processo selettivo, anche se solo le nostre vengono prodotte artificialmente, e nulla hanno a che vedere con un disegno preciso di natura genetica. Le similitudini sono innumerevoli e talvolta sconcertanti. Partendo dagli albori della nostra storia. 30mila anni fa in Europa l’Homo sapiens ha soppiantato tutti gli altri ominidi: Neanderthal e Denisova. Ed è possibile che questo traguardo sia stato raggiunto grazie all’impiego di armi sempre più efficienti. Ne abbiamo le prove dallo studio delle incisioni rupestri. Sono i primi disegni dell’uomo. E da qualunque parte si vogliano analizzare i graffiti, le immagini riguardanti oggetti contundenti è palese: sono lance, frecce, rami appuntiti. E sono animali, dei quali vengono esaltate non a caso le loro armi naturali: per esempio le corna. Quando tutto questo ha avuto inizio?
Probabilmente da sempre. Da quando gli eucarioti hanno inaugurato la loro corsa evolutiva. Sono gli organismi più sviluppati; e come tali, hanno dovuto escogitare delle tecniche per riuscire a resistere ai predatori. O, meglio ancora, per essere in grado di uccidere e nutrirsi. Una prima brillante indicazione è fornita dalle trilobiti. Artropodi oggi scomparsi, ma un tempo diffusi su tutto il pianeta. Vincenti, perché utilizzavano dei corni appuntiti capaci di infilzare qualunque animale avesse cattive intenzioni. Non solo. Sono i padri putativi dei “raggomitolati”. Pangolini, armadilli, onischi (porcellini di terra), alcuni bombi. In caso di attacco si chiudono su se stessi, mandando in crisi anche il predatore più accanito. E non ha fatto lo stesso l’uomo con le corazze? Oggi, evidentemente, non servono più (anche se esistono ancora i giubbotti antiproiettile), ma come sarebbero state le guerre medievali senza le pesanti armature che contraddistinguevano i soldati? E come se la sarebbero cavata i legionari romani senza la pelle protetta da piastre metalliche?
Gli animali che si difendono grazie a strategie che farebbero invidia ai migliori eserciti sono un’infinità: trichechi, antilopi, gamberi, coleotteri, forbicine. Possono essere peli arruffati, ossa, denti o formazioni chitinose, in certi casi enormi, in altri più ridimensionate. E  in effetti le proporzioni hanno sempre avuto la loro importanza. Pensiamo ai felidi e ai canidi. Entrambi sono caratterizzati da potenti dentature, tuttavia ogni specie ha caratteristiche precise, in seno a una logica evolutiva, appannaggio di un perfetto equilibrio ecologico. I leoni di montagna abitano le regioni settentrionali degli Usa. E fra i boschi comandano loro. Sono animali molto robusti, tuttavia le loro armi, i denti, sono piuttosto piccoli. Ma sono perfettamente calibrati per il tipo di preda ricercata. La lince canadese ha denti simili, scivola silenziosa sui manti nevosi, e al momento opportuno sferra l’attacco, per esempio, a una velocissima lepre; che solo in un caso su quattro non riesce a squagliarsela.
Tutti hanno canini, incisivi e molari, ma le dimensioni sono fondamentali per capire le loro attitudini alla caccia. In genere i canini sono più sviluppati, fin dal Vulpavus, piccolo animale simile al furetto, vissuto milioni di anni fa. In certi casi si è giunti agli ipercarnivori, animali attrezzati unicamente per nutrirsi di carne. Non quel che accade nelle iene. Che hanno canini piccoli, una scarsa velocità di chiusura della mandibola, ma un morso devastante. Perché il loro obiettivo non è la carne, ma le ossa, che frantumano con i molari, prima di divorare la preda. L’apoteosi dello sviluppo dei canini si ebbe con l’avvento delle tigri dai denti di sciabola, epigoni della fauna pleistocenica. Erano denti giganteschi che consentivano agli smilodon di uccidere animali molto più grandi di loro, come i mastodonti. Per raggiungere questo obiettivo però dovettero evolvere un’apertura mandibolare eccezionale, con un prezzo da pagare: l’agilità.
Le tigri dai denti di sciabola avevano un morso che non perdonava, ma erano goffe e nulla avevano a che vedere con animali simili, molto più svelti, come, per esempio, i ghepardi. Che, di fatto, hanno denti più minuti. La tendenza dell’evoluzione è infatti stata questa: il ridimensionamento. Le armi diventano sempre più piccole, ma in molti casi, sempre più diaboliche. Ciò che accadde anche nell’uomo. Se prendiamo come esempio la cultura litica del nord America, scopriamo le cosiddette punte di Clovis, che raggiungevano i venti centimetri di lunghezza; con una media intorno ai setto-otto centimetri. Poi scomparvero i mammut e l’uomo volse la sua attenzione verso specie di taglia minore, facendo sì che le punte di lancia non superassero i cinque centimetri. Si passò infine a quelle di Folson, più recenti e moderne, non a caso inferiori ai quattro centimetri.

E i piranha?
L’immaginario collettivo li associa ad animali molto feroci: è la verità. Si muovono lentamente, ma hanno mandibole piene di lame gigantesche e triangolari che gli consentirebbero di ingoiare qualunque tipo di preda. In questo caso l’evoluzione si è mossa seguendo un cammino contrario a quello dei canini dei mammiferi, portando a un incremento delle dimensioni dei denti. Il piranha è un pesce pigro. Come la tigre dai denti di sciabola non insegue l’animale di cui si nutre, ma lo aspetta al varco. Appena lo inquadra, gli salta addosso non lasciandogli scampo. È la stessa tecnica usata dai pesci dei grandi fondali marini. Attirano le prede con delle esche, per esempio dei fasci di luce; dopodiché spalancano le loro gigantesche fauci, divorando tutto ciò che incontrano lungo il cammino.

Le zanne degli elefanti
Gli elefanti sono un altro bell’esempio di animale dotato di armi “congenite”. Usa infatti le zanne. Ma non è sempre stato così. Oggi il nostro pianeta ospita solo due specie di elefante. Ma in passato erano molte di più. E i primissimi comparsi sulla Terra non possedevano zanne. Le hanno evolute col tempo, per difendersi, ma anche per poter stabilire il grado di dominanza all’interno di un branco, e quindi favorire per la riproduzione solo maschi più forti. In Colombia viveva un mammut con zanne lunghe cinque metri e del peso di novanta chili l’una. L’Anacus, parente stretto del mammut, aveva zanne lunghe quattro metri. E lunghe erano anche quelle degli elefanti del recente passato, quando ancora non esisteva il bracconaggio e la rincorsa all’avorio. Anche in questo caso l’evoluzione ha agito come è accaduto nei felini.

Il caso delle vespe
C’è però una differenza sostanziale fra animali e uomini. Nei primi di solito, i duelli riguardano solo due individui; nell’uomo, invece, si tratta spesso di scontri con molti soldati coinvolti. Tuttavia esistono eccezioni anche nel mondo animale. Nelle vespe per esempio. Le larve delle femmine di vespa si sviluppano sottoterra; quando riemergono, ormai adulte, diffondono essenze per attirare i maschi. In questo caso, dunque, ne vengono coinvolti parecchi che se le danno di santa ragione. Gli scontri fra maschi di vespa sono così violenti che spesso alcuni esemplari cadono al suolo privi di vita. Qualcosa del genere accade anche nei limuli, artropodi che abitano le battigie. Al momento dell’accoppiamento, il maschio che ha appena conquistato una femmina, viene preso di mira da molti altri esemplari che frequentemente lo allontanano rubandogli la partner.  

sabato 31 marzo 2018

Un'impronta di 700mila anni

In principio fu l’acqua, anche per gli uomini che per primi popolarono il pianeta. Potevano, infatti, bere senza limiti e cacciare con facilità: pesci, uccelli, mammiferi. Non a caso le più interessanti tracce lasciate dai nostri antenati sono state riscontrate in prossimità di uno specchio lacustre o di un fiume. L’ultima notizia giunge dall’Etiopia, dove un team di scienziati italiani ha riportato alla luce orme risalenti a 700mila anni fa. Siamo in pieno Acheuleano, industria litica del Paleolitico inferiore; dove gli uomini producevano manufatti come le amigdale, che consentivano di tagliare carni e pelli, offrendo maggiori comfort e quindi chance di sopravvivenza. L’Africa, e in particolare l’Etiopia, non erano quelle di oggi; ma l’uomo trovò qui uno dei posti ideali dove dimorare. Prima delle grandi migrazioni che avrebbero portato la nostra specie a conquistare il mondo intero. C’era l’Homo heidelbergensis, un tipo col naso schiacciato, e la mandibola molto sviluppata; e soprattutto un cervello pressoché simile a quello dell’uomo moderno. Ma le fattezze ricordavano soprattutto l’Uomo di Neanderthal (non ancora comparso); viveva di caccia e di raccolta e dette vita a un clan a una cinquantina di chilometri da dove oggi sorge Addis Abeba. Si può dunque presumere che un giorno qualsiasi alcune famiglie si trovarono a bighellonare intorno alla pozza preferita: gli uomini macellavano gli animali, le donne accudivano i piccoli e li aiutavano a muovere i primi passi. Probabilmente accesero un  fuoco (anche se la prima conferma di un focolare risale a 600mila anni fa), per ottenere piatti più appetibili, che però erano piuttosto poveri di zuccheri e contenuti vitaminici; circostanze che compromisero un brillante sviluppo cerebrale. Poi accadde qualcosa di inaspettato. Non lontano, il Monte Zuqualla, oggi inattivo e ricoperto da un lago, cominciò a scaldarsi. Gli antichi sapevano della sua instabilità e della sua attitudine a sparare in cielo dardi infuocati. La pioggia di piroclasti fece scappare i nostri antenati che si rifugiarono in qualche antro, e contemporaneamente sommerse le tante tracce lasciate lungo le rive dello stagno. Orme che, protette da uno strato di ceneri vulcaniche, si sono conservate e sono giunte fino a noi. Nonostante i tre grandi periodi glaciali - Mindel, Riss e Wurm - che sconvolsero il clima su tutta la Terra da 700mila anni fa a poco più di 10mila anni fa. Il luogo della scoperta sorge in corrispondenza di un’area già nota agli antropologi. Si trova infatti a ridosso di Melka Kunture, sito paleolitico dove si scava dagli anni Sessanta. I primi strati risalgono a quasi due milioni di anni fa, gli ultimi al periodo di transizione verso il mesolitico (200mila anni fa). E hanno restituito anche resti ossei appartenenti a Homo sapiens arcaico e Homo erectus. In questo caso, non sono stati rinvenuti scheletri, ma appunto tracce del cammino di alcuni nostri progenitori; e sono altrettanto importanti per capire le dinamiche evolutive della specie. La posizione delle orme, infatti, racconta il grado di socialità degli heidelbergensis, e spiega come piccoli e grandi vivessero in stretto rapporto, supportati dalla necessità di aiutarsi reciprocamente e di accudire la prole. Le cosiddette cure parentali raggiunsero in questa fase il loro culmine, sancendo, di fatto, le caratteristiche comportamentali che avrebbero di lì a poco giustificato amori e affetti di neandertaliani, denisoviani e cromagnonoidi (tre specie che coabitarono in Europa fino a 40mila anni fa). Le analisi riportano il movimento di bimbi di età compresa fra uno e tre anni. Non solo i piedini che tentano i primi passi, ma anche le manine con cui presumibilmente i piccoli si sforzarono di riacquistare l’equilibrio dopo una caduta. E con essi, sono stati riscontrati anche i segni lasciati dal passaggio di ippopotami e altri animali con cui l’uomo viveva in stretto contatto. Un Laetoli bis? Non proprio. Il riferimento alle più celebri orme primitive dell’uomo infatti, può essere valutato solo fino a un certo punto. Perché nei pressi della Gola di Olduvai (la culla del genere umano), le orme emerse negli anni Settanta riguardarono forme australopitecine vissute oltre tre milioni di anni fa, e ben diverse dalla realtà appannaggio del genere Homo. A Laetoli camminavano tre Australopitechus afarensis, a Melka Kunture, i membri di varie famiglie appartenenti a una specie molto più evoluta, con un cervello già in grado di pensare e formulare suoni che nel giro di qualche migliaio di anni avrebbero offerto le basi per lo sviluppo dei primi linguaggi. Anche in Tanzania, tuttavia, le tracce degli Australopithecus si sono preservate grazie alle bizze di un vulcano, il Sadiman, distante una ventina di chilometri dal luogo del rinvenimento. I piroclasti si trasformarono in tufo regalandoci a distanza di milioni di anni la prova di 50mila passi compiuti da antichi animali, affiancati da quelli di qualche parente di Lucy (l’Australopithecus afarensis più noto), la madre di tutti noi. 

martedì 6 febbraio 2018

I sacrifici umani alla base della società moderna


Il più celebre sacrificio umano, in realtà, non c'è mai stato: è quello che Dio ordinò ad Abramo, prima di fermare la coltellata destinata al povero Isacco. Ma quest'azione barbara e crudele è sempre stata insita nella natura umana e sono moltissime le popolazioni che se ne sono avvalse: inca, aztechi, maya, romani, cartaginesi, celti, fenici. Ora, però, il suo significato potrebbe cambiare se è vero quanto asseriscono alcuni scienziati della Nuova Zelanda: i sacrifici umani servirono per lo sviluppo delle prime civiltà. Gli abitanti dell'Oceania e del sud est asiatico, 12mila anni fa, conducevano abitualmente sacrifici umani. E la pratica ha consentito lo sviluppo delle tipiche società in cui viviamo. Si tratta, infatti, di strutture "gerarchizzate", dove compaiono varie classi sociali, da quelle meno abbienti alle più benestanti. Secondo gli studiosi neozelandesi prima dell'Olocene (terminato 12mila anni fa con l'ultima glaciazione wurmiana) sussistevano solo gruppi umani egalitari, che vivevano di caccia e di raccolta; non era possibile distinguere alcuna "stratificazione sociale" e tutti erano, in pratica, allo stesso livello. 

Le cose cambiarono con i primi rituali religiosi attuati per placare le ire degli dei. In questo caso compaiono figure che prima non c'erano, come i sacerdoti, i druidi, i capi villaggio, che decidevano di volta in volta chi doveva rendere la sua vita a una divinità. Sono state analizzate 93 culture austronesiane, dal Madagascar a Rapa Nui, e in 40 di queste è stato possibile rivelare la presenza di sacrifici umani: che venivano condotti sulle persone più povere, dalle prime personalità di spicco delle società in via di sviluppo. I sacrifici avvenivano per decapitazione o per strangolamento. Joseph Watts, dell'Università di Auckland dice che «è una cosa terribile da ammettere, ma le uccisioni rituali di esseri umani hanno segnato il passaggio antropologico dai gruppi egualitari alle grandi società stratificate in cui viviamo oggi». E' in questa fase dell'evoluzione umana che compare il concetto di "paura delle autorità", di chi aveva il potere di decidere il destino delle persone. 

Per quanto l'argomento possa sembrare in antitesi alla storia del nostro Paese, anche in Italia, nell'antichità, erano condotti sacrifici umani. A Roma veniva raggiunto l'Esquilino, il più alto ed esteso dei sette colli su cui nacque la città eterna; dove gli stregoni operavano in libertà, finché il Codice Teodosiano non sancì il reato di magia. Sacrifici si attuarono anche in Nord Italia, dominata per molti secoli dai celti. Oggi la pratica è ancora viva in certe popolazioni "dimenticate" del Sud America: gli sciamani fanno precipitare grossi massi nei punti stradali più impervi per sacrificare esseri umani agli spiriti della strada. Mentre in Uganda, secondo la Jubilee Campaign Law of Life, vengono abitualmente fatti sparire uomini e donne per riti propiziatori.  

lunedì 5 febbraio 2018

Alla conquista dell'Asia


Nuove scoperte sull’evoluzione umana indicano che il ramo genealogico dell’uomo è molto più complesso di quello inteso fino a oggi. Non solo la successione delle varie specie, ma anche i cammini che l’uomo moderno ha intrapreso per giungere in ogni angolo della Terra. L’ultima notizia sovverte completamente la tesi secondo la quale l’Homo sapiens sapiens lasciò l’Africa 60mila anni fa; lo studio diffuso dagli scienziati del Max Planck Institute for Scienze of Human History e dell’University of Hawai ritiene che la nostra specie abbandonò il continente Nero almeno 120mila anni fa. Significa avere conquistato l’Europa molti millenni prima del previsto, entrando maggiormente in contatto con specie che ci precedettero come l’Uomo di Neanderthal e l’Uomo di Denisova. E questa tesi convalida l’ipotesi di inbreeding fra il sapiens e gli altri ominini, peraltro già confermata dalle analisi genetiche (che mostrano nel nostro DNA tracce delle due specie). 

Gli scienziati hanno valutato le nuove datazioni sulla base di reperti portati alla luce in Cina, e risalenti a un periodo compreso fra 70mila e 120mila anni fa. Come connettere questa tesi con quella precedente? Secondo gli studiosi è probabile che vi furono più ondate migratorie di Homo sapiens in movimento dall’Africa all’Europa, e poi all’Asia e all’Oceania. La più importante avvenne senz’altro 60mila anni fa, tuttavia è dato per certo che alcuni antenati di questo grande gruppo che lasciò l’Africa molto tempo prima. È il finale dell’Acheuleano, fase del Paleolitico compresa fra 750mila e 120mila anni fa, fra il periodo glaciale Mindel e l’interglaciale Riss-Wurm. L’uomo vive di caccia e raccolta, ma sa sfruttare la natura per fabbricare utensili di uso quotidiano. Nasce la tecnica di Levallois che permette di scheggiare con efficacia la selce per ottenere coltelli e lame rudimentali con cui tagliare le carni e procurare indumenti per fronteggiare il gelo.

martedì 26 settembre 2017

Il cammino dei Denisova


E' un mistero che potrà essere risolto nei prossimi anni, tuttavia la domanda che si pongono gli antropologi è oggettivamente intrigante: è possibile che gli aborigeni australiani siano figli dei denisoviani? Andiamo con ordine. Nel 2008 in Siberia venne scoperta una nuova specie umana. Non un "primitivo" come può essere un australpithecus o un erectus, ma una specie molto simile a noi e ai neandertaliani; una classe tassonomica pensante, in grado probabilmente di seppellire i suoi morti, e di osservare pratiche non dissimili da quelle dell'Homo sapiens agli albori del suo cammino evolutivo. L'Homo di Denisova abitò le caverne siberiane e venne senz'altro in contatto con la nostra specie e con i neandertaliani; ci furono degli accoppiamenti e oggi ne abbiamo la prova: l'Homo sapiens è infatti caratterizzato da percentuali variabili di Dna appartenuto ai denisoviani. Ma non in modo indifferenziato. 

Esistono, di fatto, popolazioni, dove la percentuale di Dna denisoviano risulta più abbondante. Si va dunque dalla minima percentuale dello 0,2% degli originali abitanti delle Americhe, al 4-6% degli aborigeni australiani. E da qui la riflessione fatta da Richard Bert Roberts, direttore del centro scientifico di archeologia dell'università di Wollongong: "Ci sono molti elementi per credere che i denisoviani abbiano compiuto un lungo cammino dalla Siberia all'Australia". Un viaggio di oltre 8mila chilometri. L'ipotesi è suggestiva. Ma del resto le specie umane discendenti dell'Homo eidelbergensis ci hanno offerto molti spunti per credere che fosse insita nel loro animo la spinta a muoversi verso territori vergini. Il cammino dei sapiens è noto: 200mila anni fa, Africa; 70mila anni fa, Asia; 60mila anni fa, Indonesia; 50mila anni fa, Australia; 45mila anni fa Europa. Meno quello dei denisova, che, appunto, potrebbero avere incrociato il tragitto dei sapiens diretti verso l'Oceania. C'è un punto, in ogni caso, che lascia perplessi gli scienziati: come hanno fatto i denisova a superare la linea di Wallace? 

E' una linea fittizia, che divide le caratteristiche naturalistiche dell'Asia da quelle dell'Oceania, sottolineando lo sviluppo di realtà tassonomiche completamente diverse fra loro (motivo per cui in Australia esistono animali unici nel loro genere). Si pensa che possa essersi verificata una conquista del tutto casuale, basata sulla capacità dei denisova di sfruttare particolari correnti e mezzi assolutamente rudimentali, per esempio delle zattere. Muovendosi a piccoli passi, saltando da un'isoletta all'altra, fra le tante che occupano i mari situati fra l'Oceano Pacifico e l'Indiano. Dove peraltro risiede Flores, l'isola della Sonda dove, nel 2004, venne rinvenuto un altro esemplare "moderno": l'Homo floresiensis (che però negli ultimi tempi si sospetta possano essere solo i resti di un sapiens colpito dalla sindrome di Down). 

Insomma, ce n'è per poter sviluppare un romanzo ambientato 50mila anni fa; se si pensa che in corrispondenza della linea di Wallace, a quei tempi, ci deve essere stato un gran traffico di specie che puntavano tutte nelle stessa direzione: l'Australia. Certamente, l'Homo sapiens ebbe la meglio su tutti gli altri, tuttavia è sempre più vicina la prova ufficiale che, dove un giorno sarebbero sorte Sidney e Brisbane, migliaia di anni fa sbarcò anche un nostro cugino.   

martedì 25 luglio 2017

Darwin, bandito dalla Turchia


Charles Darwin ci ha illustrato il cammino dell'uomo e ha sovvertito tutti i paradigmi precedenti, che vedevano l'origine della nostra specie strettamente connessa a un intervento divino. Però ci sono sempre stati pareri contrastanti e in molti casi, ancora oggi, la teoria evolutiva è vista con diffidenza. Ci sono molti creazionisti che operano anche nei paesi occidentali, dove il darwinismo è nato e si è diffuso in tutto il mondo. Ma oggi stupisce pensare che qualcuno possa fare marcia indietro; e verificare che ci siano paesi che dopo avere sposato le tesi evoluzionistiche, decidano di sostenere un parere contrario. E invece è proprio quello che sta succedendo in queste ore in Turchia; dove il governo ha deciso dall'anno prossimo di abolire qualunque riferimento alle teorie di Darwin. La parola al ministro dell'Istruzione Ismet Yilmaz che martedì scorso ha detto stop a Darwin, per dare invece spazio allo studio approfondito del "jihad". 

Il nuovo programma scolastico, in pratica, cancella Charles Darwin indicandolo troppo complesso e "non direttamente rilevante". Insorgono molti biologici e scienziati turchi, ma la decisione parrebbe incontrovertibile. Gli scienziati e molti insegnanti accusano Erdogan di oscurantismo e di imporre una visione distorta della realtà. Il termine jihad, peraltro, è controverso, parlando di piccolo jihad, riferito alla lotta militare, e grande jihad, che ha invece a che vedere con lo sforzo interiore, mistico e spirituale di un individuo. Solo in Arabia Saudita è bandito lo studio di Darwin, e basta questa considerazione a fare sollevare un vespaio di polemiche da parte dell'intellighenzia turca. Ma tant'é. Darwin può piacere o non piacere ma è un caposaldo della cultura mondiale; e non esiste ipotesi che possa contravvenire questa realtà. Anche in Italia, Paese profondamente cattolico, il darwinismo è formalmente accettato; la chiesa stessa arriva a sottintendere che paradossalmente occorre conoscere l'evoluzionismo per poter meglio difendere la verità divina. Ma c'è chi non la pensa così. 

Antonio Zichichi nel suo libro "Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo" (1999), riporta che "la cultura dominante ha posto il tema dell'evoluzione biologica della specie umana sul piedistallo di una grande verità scientifica in contrasto totale con la Fede". Il creazionismo tuttavia resiste ed è diffuso un po' in tutto il mondo. Creazionista è colui che riferisce la nascita dell'uomo e dell'universo a Dio, come, in sostanza, è riportato nella Bibbia. Pseudoscienza per gli accademici. Folclore per altri. Nelle espressioni più radicali la Terra è nata fra i 6mila e i 10mila anni fa e i fossili sono stati incastonati nelle rocce direttamente dal Creatore. La più moderna forma di creazionismo è l'intelligent design, secondo cui la vita è figlia di un progetto di una mente superiore, molto più lungimirante e credibile della selezione naturale. Punti di (s)vista? 

martedì 16 maggio 2017

Come vincere il mal d'amore


«Il cervello è come un gatto addormentato. Il sistema può scatenarsi nel giro di pochi minuti. La maggior parte di noi continua a innamorarsi, anche tre o quattro volte nella vita». Sono le parole di Helen Fisher, antropologa e studiosa del comportamento presso l'Indiana University, negli Stati Uniti. Significa che periodicamente siamo destinati a provare sentimenti come la passione, l'infatuazione, la rabbia e la delusione per una storia finita; indipendentemente dalle nostre volontà. Ma c'è un nuovo studio che chiarisce i meccanismi del cuore, suggerendo che ognuno di noi, con opportuni esercizi, può modificare i sentimenti in modo da fare durare di più l'amore o, al contrario, nel caso di un rapporto difficile, di farlo finire il più in fretta possibile. E' l'esperienza maturata dai ricercatori Sandra Langeslag della University of Missouri-St. Louis, in Usa, e Jan van Strien della Rotterdam University, in Olanda. 

Hanno coinvolto quaranta persone in un test; metà nel pieno di una storia d'amore, l'altra al termine di una relazione. Sono state sottoposti alla visione di trenta foto dei rispettivi partner o ex. E quel che è emerso induce gli scienziati a credere che sia realmente possibile "regolare l'amore". Come? Con la tecnica della "rivalutazione". Vuol dire imparare a ragionare solo sugli aspetti positivi di un rapporto. Può sembrare banale ma le analisi delle onde cerebrali mettono in luce un netto miglioramento dell'umore in seguito alla "up-regolation", appunto, il pensiero positivo, in contrasto con la "down-regolation". «Non è un'illusione», dice Langeslag, «il sentimento d'amore può crescere o diminuire in base alla capacità di concentrazione e al riferimento a piacevoli sensazioni amorose». E le prospettive sono quelle di curare ogni tipo di emozione: «Siamo potenzialmente in grado di influenzare qualunque sentimento», racconta Holly Parker, docente di psicologia della Harvard University. 

Sono considerazioni importanti se si pensa che la mente di un innamorato frustrato è simile a quello di una persona sofferente di crisi ossessive compulsive; in entrambi i casi, infatti, il cervello presenta scarse quantità di proteine necessarie al trasposto della serotonina, ormone fondamentale per il benessere della mente. Non a caso c'è chi sostiene che le pene del cuore possano essere contrastate con farmaci che normalmente vengono assunti da chi soffre di sintomi nevrotici. O medicamenti più blandi, ma comunque con qualche effetto collaterale. Come quello recentemente ottenuto da esperti dell'Università di Graz, in Austria, da un albero che cresce in Costa d'Avorio, indicato per chi soffre di "stress romantico". La pillola d'amore punta sull'azione dei principi attivi contenuti nella Griffonia simplicifolia, perlopiù vitamine, E, B, e B6. C'è anche molto triptofano, amminoacido (molecola base delle proteine), un precursore della serotonina, e dunque perfettamente calibrato per alleviare i dispiaceri. A questa stregua, però, i farmaci potrebbero essere evitati. 

Basterebbe, infatti, il pensiero. Un pensiero di un certo tipo, nel quale crede anche James Gross, professore della Stanford University: «Con i dovuti esercizi chiunque può essere in grado di cambiare radicalmente il modo di vedere le cose; modificando la risposta emotiva nelle relazioni sociali». Strada percorsa anche da Sigmund Freud, padre della psicanalisi, il quale sosteneva che la mente può controllare molte emozioni, non solo legate all'ansia e alla paura. E' su questi aspetti, peraltro, che si concentra la terapia cognitivo-comportamentale, tarata per vincere le nevrosi, ma non in modo esplicito i contraccolpi suscitati da un amore non corrisposto; o non equilibrato. O peggio, alla base di comportamenti aggressivi come lo stalking. Langeslag, infine, rimanda alle relazioni che funzionano, ma che con l'"up-regolation" potrebbero andare meglio; durando in ogni caso più di quanto non accadrebbe elucubrando negativamente. Perché le spine possono insorgere anche infatuandosi di qualcuno, ricambiati; accusando sensazioni ansiogene, angoscianti, di stress. 

Quel che succede anche nelle storie altalenanti, dove l'affettuosità rischia talvolta di essere sostituita dalla cosiddetta "affezione ansiogena" che potrebbe infine portare alla "affezione repulsiva", anticamera della separazione. Oggi le indicazioni di Langeslag confermano l'importanza di un approccio più approfondito alle storie romantiche. Che rispetto ai decenni passati sembrano molto più fragili. L'Università di Pavia ha condotto uno studio dicendo che l'amore in una coppia si esaurisce, in media, dopo un anno. Focus, la proteina NGF, Nerve Growth Factor, responsabile della tipica eccitazione che subentra durante le prime fasi dell'innamoramento. Si è visto che dodici mesi dopo il primo appuntamento i suoi livelli crollano. Ma non tutto è perduto. L'innamoramento se ne va, ma può subentrare un sentimento d'affetto meno eccitante, ma più stabile, che con i suggerimenti forniti dalla Langeslag potrebbe (forse) trasformarsi nel sogno di tutti: l'amore eterno.  

I danni fisici
Storie finite e dolori che si trascinano. Il mal d'amore, però, non è solo un problema dell'anima, ma anche del corpo. Ne sono convinti gli studiosi dell'American Heart Association che hanno evidenziato una serie di conseguenze tipiche di chi si è appena lasciato; e che ricadono sotto un nominativo specifico da poco introdotto in campo medico: la cardimiopatia di Tako-tsubo. Detta anche sindrome del cuore spezzato contempla non solo problemi di natura cardiovascolare, ma anche insonnia, aumento del cortisolo (ormone dello stress), indebolimento del sistema immunitario e del cuoio capelluto, inappetenza. Le sensazioni amorose stimolano le stesse aree legate all'assunzione di sostanze stupefacenti, per cui la fine di una storia può anche essere assimilata a una condizione di grave astinenza.

Amori senili
Il paese invecchia, l'età media si allunga e… anche l'amore. Gli amori senili sono sempre più frequenti, con storie di cuore che cominciano oltre i 65 anni di età. Una felice notizia perché i primi studi sull'argomento affermano che gli over 65 innamorati sono quelli che vivono più a lungo e stanno meglio in salute. Per i gerontologi italiani l'innamoramento è pertanto un "esercizio" pari a quello fisico e utile quanto l'attenzione che andrebbe riservata a tavola. Le statistiche confermano questa tendenza. Un recente sondaggio condotto su over 70 ha evidenziato che l'attività sessuale può essere soddisfacente, con un paio di rapporti ogni due mesi. Anche la psiche ne beneficia. Tutte le coppie con una relazione stabile e rapporti periodici si definiscono felici e serene.

La filosofia del sentimento
Alain de Botton, scrittore svizzero, ne è convinto: l'amore si cura anche con la filosofia. Partendo dal presupposto che il sentimento è parte integrante dell'esistenza e che non si dovrebbero osservare solo i momenti idilliaci o quelli più disastrosi; ma occorrerebbe soffermarsi sulla gran parte del tempo dedicato a una relazione che di solito non riguarda né la fase iniziale "euforica", né quella "drammatica" finale. «E' fondamentale sapere esplorare la via di mezzo fra le giornate di sole e il tutto grigio», dice de Botton, battezzato non a caso il filosofo dei sentimenti. Occorre guardare a una storia d'amore come si contempla un viaggio che ha un inevitabile inizio e (teoricamente) un termine. Così è possibile dare un senso "filosofico" alle bizzarrie del cuore che, per quanto possano regalare i momenti più memorabili di un'esistenza, non dovrebbero mai mostrare il lato più oscuro. 

mercoledì 29 marzo 2017

La simbologia del pesce


Si avvicina Pasqua e sta arrivando il primo di aprile. Due considerazioni temporali che rimandano a un importante simbolo dell'immaginario collettivo: il pesce. Perché in quasi tutte le popolazioni c'è un riferimento antropologico a questo animale? La risposta non è scontata e non può prescindere dall'ambiente in cui il pesce nasce, cresce e muore: l'acqua. E l'acqua simboleggia l'inconscio, vale a dire la parte più recondita degli uomini, che Jung ricondusse a una collettività sovraumana che si sposa con il cosmo. «Scoprire di avere in sé la natura del pesce significa trovarsi di fronte a un profondissimo strato dell'anima», dice lo psicanalista svizzero Ernst Aeppli, discepolo della scuola junghiana.

Iesous Christos Theou Hyios Soter significa Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore; prendiamo le iniziali della prima e dell'ultima parola, le prime due lettere della seconda e della terza, il secondo carattere della quarta: si ottiene Ichthys che, in greco, indica proprio "pesce". L'acrostico spiega, dunque, l'inequivocabile relazione fra gli abitanti delle acque e la religione cristiana, ma ci sono teorie alternative. Una indica la fonte battesimale, ancestralmente detta "peschiera"; dove i cristiani venivano battezzati e metaforicamente assimilati ai pesci;  e "pesciculi" era il nome con cui si designavano le persone che si convertivano al Vangelo. La stilizzazione dell'animale servì ai primi seguaci di Cristo per riconoscersi, officiare i culti, e convincersi del proprio ruolo sociale: quello di "pescatori di uomini".

In realtà il pesce è sempre stato un animale "mistico". A partire dagli scritti biblici. Se ci si pensa, la strategia intrapresa da Dio per ridare ordine alla natura umana, fu il diluvio universale che, guarda caso, risparmiò proprio i pesci. E c'è la storia di Giona, profeta ebraico vissuto a cavallo fra il IX e l'VIII secolo prima di Cristo. Finì nel ventre di un "grosso pesce" dove sopravvisse per tre giorni e tre notti pregando Dio; che ascoltò il suo dolore e alla fine impose al pesce di liberarlo. Tre giorni di oblio, come tre giorni furono quelli che anticiparono la resurrezione di Gesù. La vicenda è riportata anche dal Corano nel quale si dice che "se Giona non fosse stato uno di quelli che glorificano Dio, sarebbe rimasto nel ventre del grosso pesce fino al giorno della resurrezione". Eppure il pesce va oltre i dogmi del Nuovo e dell'Antico Testamento e delle sure coraniche. E incontra moltissime altre culture. Negli assirobabilonesi c'era Oannes, figura mitologica metà uomo e metà pesce; i polmoni gli permettevano di vivere di giorno sulla terraferma; le branchie di riconquistare il mare di Eritrea, dove trascorreva le ore notturne.  

Nella "Storia di Babilonia" narrata da Beroso trecento anni prima della venuta di Gesù, Oannes è colui che insegnò agli uomini l'importanza della scienza, dell'arte e della letteratura. In Egitto il pesce era un simbolo ambiguo. L'anguilla era considerata sacra a Eliopoli, città dell'antico Regno, oggi periferia del Cairo; e il pesce persico era divinizzato nel culto legato a Neith, dea della caccia e della guerra. Tuttavia gli animali delle acque erano anche temuti per via del loro silenzio, associato al timore che potessero compiere azioni meschine. Come quella che procurò l'amputazione del fallo al dio Osiride, a opera di un abitatore degli abissi, dopo la morte della divinità provocata da Seth, il dio del caos. E non è un caso che lo studio psicanalitico associ ancora oggi il pesce al pene.

Il culto simbolico di questo animale è vivo anche in oriente ed estremo oriente. In India la mitologia riferisce che il dio Vishnu assunse le somiglianze di un pesce per salvare dal diluvio universale Manu, considerato il padre di tutti gli uomini. In Cina le specie ittiche concernano il piacere sessuale, la felicità e l'abbondanza dei raccolti. In Giappone, il coraggio; e il 5 maggio è usanza appendere fuori delle porte delle case fotografie di carpe che esprimono coraggio e resistenza.

E in Italia? A parte la simbologia teologica, il pesce è anche legato a fenomeni di costume. Una persona ingenua e un po' credulona viene detta "pesce", perché ci casca sempre. Un adolescente è "né carne, né pesce". L'occhio da pesce lesso indica una persona in imbarazzo; e a un individuo a disagio gli si dice che "sembra un pesce fuor d'acqua". E c'è infine il famosissimo pesce di aprile, che fin dalle scuole elementari ci decantano senza saperne bene le origini. Ebbene questa storia risale al Cinquecento, con il passaggio dal calendario giuliano a quello gregoriano. Cambiò il modo di calibrare il tempo e le stagioni e dunque il Capodanno che tradizionalmente cadeva fra il 25 marzo e il 1 aprile, venne spostato alla fine di dicembre. Non tutti però adottarono il nuovo metodo di misura e continuarono a festeggiare l'Ultimo in corrispondenza dell'equinozio di primavera. Divennero però presto motivo di burle e prese in giro. Chi al passo con i tempi, infatti, iniziò a confezionare dei regali destinati ai fedeli del calendario giuliano, in realtà scherzi belli e buoni che ancora oggi adottiamo per celebrare il risveglio della natura dopo il lungo inverno.



Altri simboli
Durante i primi anni della chiesa non era permesso raffigurare Gesù o la Madonna e per questo motivo i simboli ebbero il sopravvento. A parte il pesce, altre simbologie concorsero all'affermazione della nuova religione. Ci fu per esempio la sigla JHS, in greco antico, Gesù. Comparve nel terzo secolo dopo Cristo. Nel medioevo cambia il suo significato in Jesus Hominum Salvator (Gesù Salvatore degli uomini). La colomba indicava purezza e mitezza ed era associata al battesimo (ché durante il sacramento officiato a Gesù a opera di Giovanni Battista, un uccello scese dal cielo per glorificare l'evento). Oggi è ancora utilizzata, ma rapportata soprattutto allo spirito santo o a raffigurazioni della Trinità.

La croce
In compenso il simbolo cristiano per antonomasia è anche appannaggio di culture che nulla hanno a che vedere con il culto di Gesù. Segni crociati rimandano addirittura all'età della Pietra. La croce celtica spiega la mitologia norrena e la figura di Odino, creatore del mondo e di tutte le cose; poi adottata per secoli da tutto il politeismo nord europeo. In Egitto c'è il simbolo dell'ankh, in pratica una croce contrassegnata da un cerchio nella parte superiore. Veniva anche detta chiave della vita. E nelle raffigurazioni è sempre in mano a qualche divinità. Nel medioevo diviene il simbolo del rame. Oggi la utilizzano alcune associazioni esoteriche. E c'è la croce a foglia d'albero utilizzata dai Maya, nello Yucatan; riferita a un albero cosmico e alla capacità di sapere leggere il proprio destino.

L'equinozio
La simbologia è cara anche al passaggio dall'inverno alla primavera. L'equinozio si verifica quando i raggi del sole cadono perpendicolari lungo la linea dell'equatore. Accade solo in due momenti dell'anno perché il piano orbitale non coincide con l'inclinazione dell'asse terrestre. Il giorno e la notte, quindi, hanno la stessa durata. Si riferisce alla fine del buio e freddo inverno, simbolo della morte; mentre la primavera indica la rinascita. Le mitologie di tutto il mondo raccontano del momento di festa più importante dell'anno, nel quale molti riti venivano osservati per garantire un buon anno di raccolti, ma anche per esorcizzare l'eterna paura dell'aldilà. Si pensa che la prima festa di primavera sia avvenuta quasi 5mila anni fa in Egitto. 

giovedì 23 marzo 2017

L'origine degli etruschi


Un popolo misterioso, che ha contribuito alla storia culturale e artistica dell'Italia. Sono gli Etruschi, dei quali si continua a parlare senza sapere quale sia la loro vera origine. Erodoto sosteneva che provenissero da est; dalla Turchia; forse dalle coste di Smirne. Da qui avrebbero navigato per il Mediterraneo, passando per le isole greche, per la Sicilia, e poi approdando in centro Italia, dove vivevano popolazioni autoctone come gli Umbri; descritti da Plinio il Vecchio come una delle etnie più antiche dello Stivale. Per altri autori non sono anatolici ma greci, che abitavano l'Arcadia, storica regione ellenica, sfiorando i confini con la Tracia. Qual è la verità? Di certo la loro arte, gli usi e i costumi che li contraddistinsero, rimandano a una cultura orientale, che ebbe contatti con quella greca. Oggi il rebus, grazie all'impegno di un team di studiosi italiani, parrebbe vicino alla soluzione; tramite l'ingegneria genetica. Il riferimento è agli abitanti della Toscana e ai bovini domestici che vengono allevati nel centro Italia da duemila anni. Gli esperti hanno messo in luce una curiosa circostanza: sia i toscani che i bovidi appartenenti alle razze Chianina e Maremmana, presenterebbero tratti in comune con i genomi mediorientali. Le analisi cromosomiche - oggi sempre più raffinate e precise - permettono infatti di evidenziare la variabilità genetica delle specie prese in esame; delineata da "marcatori" (differenze a livello di singoli geni) che indicano mutazioni accorse nel tempo in una popolazione, sulla base dei suoi spostamenti geografici. Che cosa è emerso?

La razza Chianina e quella Maremmana sono contraddistinte da un corredo genetico molto più variabile rispetto a quello delle altre razze italiane, più omogenee. Dimostra che gli antenati di questi animali potrebbero avere viaggiato più degli altri bovidi, mutando maggiormente e adattandosi di volta in volta al nuovo ambiente conquistato. Lo stesso accade con i toscani. Il loro Dna è più eterogeneo. Un paio di anni fa dei genetisti di Torino l'hanno ufficializzato: il Dna dei toscani è simile a quello dei turchi. Murlo è il piccolo centro che fu preso d'esempio, selezionando quasi cento persone, da generazioni presenti nel territorio senese. Dunque, è accettabile supporre che secoli or sono, animali e uomini, possano avere viaggiato insieme da est alla conquista dell'Italia centrale. Da dove esattamente? Dalla Turchia, via mare, se è vera la tesi di Erodoto; dalla Grecia, via terra, se è attendibile quella degli altri storici. Ma il discorso, alla fine, non cambia. E il riferimento, appunto, è al movimento di antiche popolazioni umane, in compagnia dei loro animali allevati per la prima volta 8mila anni prima di Cristo. E', peraltro, a ridosso dell'Anatolia che sono avvenuti i primi addomesticamenti. Il Bos taurus primigenius è l'antenato selvatico di tutte le mucche presenti oggi sulla Terra, che viveva nel Caucaso meridionale e in Mesopotamia. In Iran, in particolare, presso i Monti Zagros, sono state rinvenute tracce di queste prime relazioni "simbiotiche" fra uomo e animali. Di poco precedenti la domesticazione della capra, della pecora e del maiale; mentre il cavallo verrà allevato per la prima volta in Kazakistan 6mila anni fa.

Marco Pellecchia, dell'Università Cattolica di Piacenza, spiega che si è giunti a questi risultati grazie all'impiego della tecnica genetica approntata per la prima volta da Kary Mullis nel 1968; il brillante e controverso professore dell'Università della California di Berkeley, vincitore del premio Nobel per la chimica nel 1993, ed ex cultore dell'Lsd. Assumendo l'acido lisergico, Mullis stesso ritiene di avere messo a punto la cosiddetta "Reazione a catena della polimerasi" (PCR, dall'inglese "Polymerase Chain Reaction"); grazie alla quale, da una ventina d'anni a questa parte, vengono risolti molti crimini. Con essa è infatti possibile amplificare piccoli frammenti di Dna per poterli studiare nei dettagli, evidenziando i tratti soggetti a mutazioni. Partendo dal presupposto che esistono due tipi di Dna: quello nucleare e quello mitocondriale. Nel secondo caso è più facile condurre gli esperimenti, perché è presente in piccole quantità in organuli tipici della cellula, detti mitocondri, normalmente legati all'attività respiratoria. Il Dna mitocondriale è attivo in tutte le cellule; serve a produrre proteine specifiche, ma deriva esclusivamente dal corredo genetico materno. Il motivo risiede nel fatto che, durante l'incontro fra lo spermatozoo e la cellula uovo, i mitocondri del seme maschile non riescono a penetrare il gamete femminile e perdono la loro autonomia. E va precisato che il Dna mitocondriale è contraddistinto da un maggior numero di mutazioni rispetto a quello nucleare, aspetto fondamentale da tenere in considerazione se si vuole ricostruire correttamente il cammino di popolazioni sfuggenti come gli Etruschi. 

Una civiltà al femminile
Il ruolo della donna etrusca, infatti, era completamente diverso da quello delle civiltà successive, compresa quella dei romani. L'elemento femminile godeva di grande prestigio ed era molto valorizzato nella società. Le donne potevano possedere beni e dare il proprio nome alla discendenza, senza dovere dipendere dal maschio. Anche la morale era più permissiva e il sesso non era vissuto come tabù; circostanza che portò i greci a diffamarli, introducendo nel proprio vocabolario il termine "etrusca", per definire una prostituta. Le cose cambieranno con l'influsso ricevuto dai popoli indoeuropei, in primis Kurgan e Achei, caratterizzati da un'attitudine patriarcale; favorita da comportamenti bellicosi e violenti, in antitesi alla grazia femminile.

L'insediamento etrusco
Dove andare a trovare tracce degli Etruschi? Per esempio a Forcello di Bagnolo San Vito. E' il principiale insediamento etrusco-padano del VI sec. a.C., il più importante rintracciabile a nord del Po. Fu abitato per circa duecento anni, fino all'arrivo dei Celti in Italia settentrionale, nel 388 a.C. Il sito si trova a pochi chilometri da Mantova, ed era circondato dalle acque del Mincio. Non a caso. Il fiume, infatti, offriva risorse idriche e alimentari, e consentiva di tenere lontani eventuali invasori. Forcello è di grande interesse anche perché fino agli anni Settanta non se ne sapeva nulla. Gli scavi sono iniziati ufficialmente fra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, e hanno portato alla luce oggetti provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo, ma anche da Golasecca, l'avamposto celtico più importante del periodo etrusco.

Lingua e calendario
Il mistero degli Etruschi trova conferma in una lingua mai compresa sufficientemente. I resti indicano 13mila documenti epigrafici datati fra il VII e il I secolo a.C. che rimandano a una cultura non indoeuropea. Ma non tutti la pensano così. Ci sono studiosi convinti che sia riconducibile al luvio, idioma utilizzato dagli Ittiti, in Anatolia. Si scriveva da destra a sinistra, come accadeva per molte altre lingue diffuse nel Mediterraneo nell'antichità. Altrettanto ponderate le tesi che assimilano l'etrusco al lidio, una lingua in voga nell'isola di Lemno, sorta prima dell'epopea ellenica. Anche il calendario etrusco presenta delle singolarità: l'anno iniziava a metà febbraio e il giorno veniva calcolato seguendo i movimenti della luna.

venerdì 24 febbraio 2017

Artisti al suono delle caverne


Nelle caverne si trovavano per mangiare, bere, dormire, insomma, per vivere le cose di tutti i giorni, ma presto l'istinto per l'arte ebbe il sopravvento e cominciarono anche a pitturare le pareti delle grotte. Così sono giunte a noi raffigurazioni rupestri di grandissimo pregio, che confermano l'intelligenza e l'eclettismo dei nostri antenati. Ciò di cui, però, non eravamo al corrente è che gli antri che gli dettero ospitalità, non furono scelti a caso per immortalare le proprie fantasie, ma servirono per realizzare le opere migliori, in relazione a contesti "spaziali" dalle caratteristiche uniche; dotati di parametri acustici peculiari, in grado di suscitare emozioni e stupore. Stando, infatti, alle ultime ricerche condotte presso l'Acoustical Society of America, gli echi delle caverne, i frastuoni provocati da urla, pianti, canti, fenomeni atmosferici, avrebbero ispirato i primi artisti della preistoria, sensibili a segnali acustici, che nessuno sapeva razionalmente spiegare: «Oggi sappiamo che esistono le onde sonore, in grado di replicare i rumori, di creare "boati" altrimenti ingiustificabili», spiega Steven Waller, a capo dello studio. 

«Ma mettiamoci nei panni dei nostri progenitori: ogni volta che ascoltavano il rimbombo di un colpo, di un movimento, della caduta di un masso, era come se percepissero qualcosa di incredibile e fantastico. Oggi pare impossibile comprendere il mondo della fisica subatomica, per loro, invece, il mistero era tutto questo». Grazie a questi "miracoli" dell'acustica, quindi, i primi uomini impararono a esprimersi al meglio, convinti che gli spiriti o altre entità soprannaturali cercassero di mettersi in contatto con loro, fornendogli i presupposti per creare i primi capolavori. Lo studioso fa degli esempi concreti, parlando di grotte esplorate "acusticamente" in Europa e in Asia, territori dove l'uomo moderno giunse 40mila anni fa. Ma si rifà anche a opere megalitiche come Stonehenge, dove le esperienze acustiche erano al centro della funzionalità del famoso tempio. All'Università di Salford hanno appurato che Stonehenge funzionava come una cattedrale, dove riverberi e vibrazioni creavano atmosfere straordinarie per gli uomini dell'epoca, giustificabili solo con interventi "dall'alto", e in grado di accompagnare perfettamente i riti religiosi. 

Qualcosa di simile accadeva in Perù, presso la civiltà di Chavin de Huantar, sviluppatesi nel 1500 a.C.. Qui un tempio e il suo labirinto hanno messo in luce aspetti di archeoacustica impensabili, concernenti prassi simboliche importanti, religiose e inevitabilmente connesse al mondo dell'arte. Concentrandosi, invece, sulle incisioni rupestri tradizionali europee, dove gli uomini hanno mostrato per la prima volta il loro talento, Waller è convinto del legame fra i soggetti scelti per le raffigurazioni e gli echi prodotti dal loro passaggio. Così si spiega il nesso fra i numerosi disegni riportanti bovidi o cervidi, il cui transito, nei pressi delle caverne, veniva fortemente amplificato, come per magia. I test hanno infine confermato che le caverne con i riverberi maggiori sono anche quelle caratterizzate dalle opere artistiche più belle e interessanti; comprese quelle più angoscianti, riportanti il calco di mani sanguinanti, un omaggio ai vecchi spiriti Memegwashi del Canada orientale.  

lunedì 16 gennaio 2017

La storia degli indiani


Cristoforo Colombo scoprì l'America ma non ebbe mai la percezione di avere individuato un nuovo continente. La ebbe Amerigo Vespucci, che, dopo varie ricognizioni al di là dell'Atlantico, per primo coniò l'espressione "Mondus Novus". E' a questo punto che qualcuno cominciò a chiedersi: come fanno a esserci qui degli uomini, se siamo noi i primi a metterci piede? Fu l'inizio del riepilogo della storia della nostra specie, iniziata centotrentamila anni fa in Africa. Solo oggi, però, possiamo sistematicamente rispondere alla domanda che si erano posti i primi esploratori del Nuovo Mondo: l'America fu abitata per la prima volta dall'uomo sedicimila anni fa. E' il resoconto di uno studio effettuato in Virginia, negli Usa. Dove alcuni archeologi hanno recuperato manufatti risalenti alla fine del Pleistocene, assimilabili all'industria del Magdaleniano; la cultura che dominò l'Europa fra 18mila e 10mila anni fa. Sono tempi di grandi trasformazioni, che portano l'uomo ad assistere alla fine dell'ultima grande glaciazione, la Wurm, e all'inizio di un periodo caldo che prosegue ancora oggi; e che ha consentito lo sviluppo dell'agricoltura e dell'allevamento.

Il termine si rifà a una località francese, Abri de la Madeleine, in Dordogna, dove sono state ritrovate molte tracce dell'uomo preistorico: arpioni, punte di lance, propulsori, bastoni lavorati, e grotte finemente decorate. Ebbene, i resti del primo uomo che mise piede in America sono simili a questi ritrovamenti; benché Dennis Stanford della National Museum of Natural History dello Smithsonian Institution continui a parlare di "convergenze evolutive" e non di vere e proprie "connessioni". Con ciò gli scienziati ritengono che la nostra specie abbia conquistato l'America tre o quattromila anni prima di quanto ritenuto fino a oggi, facendo tesoro delle esperienze vissute in Eurasia da antichi progenitori. Contemporaneamente sono emerse analogie per ciò che riguarda il corredo genetico dei paleoamericani e i discendenti dell'Homo di Cro-Magnon, arrivato in Europa 40mila anni fa; e portatore di un particolare marcatore genetico, l'M173. Le analisi sono avvenute sui resti ossei di un siberiano vissuto 24mila anni fa; che hanno evidenziato i suoi legami con gli euroasiatici occidentali (Europa e Medio oriente) e gli indiani d'America. Significa che i vari Sioux, Cheyenne, Navaho, non sono figli esclusivi di antichi popoli dell'Asia orientale, ma anche d'individui imparentati con i nostri avi. Da dove arrivavano?

Ci fu un tempo una terra chiamata Beringia, situata fra l'Alaska e la Siberia, ricoperta da muschi e piccoli arbusti. Un istmo, ampio qualche decina di chilometri, che emergeva periodicamente durante le fasi glaciali. Rimaneva scoperto, perché un vento tiepido spirava costantemente da sud, impendendo ai ghiacci di avere il sopravvento. La conferma di questa intima relazione fra le estremità americane e quelle asiatiche è indicata dalla presenza di fossili animali, quasi identici su entrambi i fronti. Qui viveva una popolazione che bruciava le sterpaglie per ravvivare il fuoco; e che si nutriva di erbe e piccoli mammiferi. Le cose cambiarono con la fine della glaciazione wurmiana. Molte specie animali si estinsero e i progenitori dei paleoindiani non trovarono più cibo. Fu la molla che li indusse a guardare verso est, verso l'America. 

Dalla Beringia si insediarono lungo il corso dello Yukon, immenso fiume che separa la Columbia Britannica dal Mare di Bering. Caleb Vance Haynes, archeologo dell'University of Arizona (ancora attivo nonostante l'età, è del 1928), ha per primo tracciato il cammino dei paleoamericani, arrivando a ipotizzare che, lo scioglimento dei ghiacci del Nord America, avvenne in punti precisi; consentendo all'uomo di seguire un lungo corridoio privo di impedimenti verso sud. Dal corso dello Yukon finirono per fiancheggiare quello del Meckenzie, per poi raggiungere i confini dell'attuale Pennsylvania. La parte nord era ancora coperta dai ghiacci, ma quella a sud, rappresentò il posto ideale dove prosperare; c'erano distese erbose e foreste e soprattutto moltissimi animali da cacciare: alci, caribù, mammut e mastodonti. Qui sorse quella che gli scienziati indicano come cultura pre-Clovis, che precedette la Clovis, ufficialmente ritenuta la prima "industria" dei paleoamericani.

Siti riconducibili a questa epoca sono stati individuati a Meadowcroft Rockshelter, in Pennsylvania; a Cactus Hill, in Virginia; e a Topper, in Carolina del Sud. Così i paleoindiani conquistarono tutta l'America del nord e subito dopo quella centrale e meridionale. La cultura Clovis fiorì 13mila anni fa. Gli archeologi la differenziano dalle altre, per via dei ritrovamenti avvenuti negli anni Trenta nella località omonima in New Messico. Il riferimento è soprattutto a punte di lancia rastremate, ricavate dalla lavorazione bifacciale di rocce particolari. Assimilabili, non a caso, a quelle del Magdaleniano europeo.


La fine della cultura di Clovis
A un certo punto della cultura di Clovis non si è più saputo nulla. Il motivo? Per alcuni scienziati fu la conseguenza di un impatto meteorico nel Nord America, simile a quello avvenuto nel 1908 in Siberia, a Tunguska. Il fenomeno avrebbe alterato il clima causando una diminuzione drastica della popolazione umana. Avrebbero patito lo stesso destino, i grandi animali del continente americano, la cosiddetta megafauna: orsi, cammelli, mammut. Vari studi propendono per questa teoria rifacendosi al Dryas recente, periodo di freddo compreso fra 12.800 e 11.500 anni fa, con una temperatura media globale più bassa della norma di cinque gradi. Ma sono altrettante le tesi contrarie. L'ultima arriva dalla Royal Holloway University, in Inghilterra, secondo la quale non esistono crateri che possano attestare un impatto con un corpo extraterrestre; inoltre non c'è sincronia fra la sparizione delle varie specie che prosperarono nel Pleistocene.

I nativi americani
Dopo avere conquistato il Nord America, l'uomo si è spostato sempre più a sud, alla ricerca di un clima più mite, e di migliori fonti alimentari. Nella zona artica rimasero gli antenati degli attuali inuit e yupik, noti come eschimesi. In Oregon e nel Montana abitarono tribù pacifiche come i Nasi Forati e i Palouse. In California, i Pomo e i Maidu, dediti alla caccia e alla raccolta. Nelle grandi pianure, cuore degli attuali Stati Uniti, vissero le tribù più note all'immaginario collettivo come i Comanche, i Sioux, i Cheyenne e gli Arapaho. In centro America, invece, si svilupparono vere e proprie civiltà. In Messico fiorirono i maya, gli olmechi e gli aztechi. La convivenza con gli europei arrivati dopo Colombo fu tutt'altro che pacifica. Si stima che in cinquecento anni, fra guerre e malattie, perirono milioni di nativi americani.

Gli indigeni di oggi
Figli dei primi americani sono anche tribù che non hanno mai avuto contatto con l'uomo moderno. E' il caso di alcuni indios fotografati per la prima volta nel 2011, al confine fra Brasile e Perù. Gli uomini sorpresi dall'elicottero hanno volto al cielo le loro frecce in difesa del proprio territorio. José Carlos Meirelles, esperto di problemi indigeni e a capo della missione organizzata da Survival International, parla di un'area ricca di legname, petrolio e minerali. In Brasile sopravvivono 240 tribù per un totale di un milione di persone che vivono di pesca, raccolta e caccia. Molte quelle a rischio di estinzione. Gli akuntsu sono rimasti in cinque e gli awa arrivano a quattrocento unità. L'etnia più folta è quella dei tikuna, con 40mila rappresentanti distribuiti fra Brasile, Colombia e Perù.

mercoledì 30 novembre 2016

Perché il sesso ha vinto?


Il primo a fare sesso fu un pesce vissuto quattrocento milioni di anni fa: un placoderme che si aggirava minaccioso fra i fondali sabbiosi del Devoniano, protetto da una potente corazza e fornito di denti affilatissimi. Il maschio era caratterizzato da una protusione ossea che gli consentiva di raggiungere la femmina e veicolare il seme. Oggi la maggior parte dei pesci adotta una riproduzione esterna, con deposizione delle uova e successiva fecondazione. Ma all'epoca l'evoluzione tentò una strada nuova; che non venne percorsa fino in fondo: i placodermi, infatti, si estinsero e oggi solo gli squali possono dire di avere qualcosa in comune con questi antichi animali, benché contraddistinti da un'anatomia diversa. Eppure il sesso s'è rivelato il presupposto ideale per sopravvivere e consentire a una specie di progredire. Di fatto tutti i mammiferi si riproducono così. Oggi, dunque, l'argomento viene analizzato dal punto di vista comportamentale, psicologico, sociale, ma si trascura quasi sempre il quesito più importante: perché il sesso ha vinto?

Per rispondere a questa domanda è necessario sapere che attraverso il sesso avviene un fenomeno che, nelle altre forme di riproduzione, non è contemplato: si ha infatti lo scambio di materiale genetico fra la femmina e il maschio. Accade all'interno del "crossing over", una fase della divisione cellulare, in campo scientifico, meiosi. Indica che i cromosomi maschili e femminili s'incontrano nel cuore della cellula germinale (spermatozoo e cellula uovo) e, sovrapponendosi, portano allo sviluppo di un nuovo complesso ereditario che contraddistinguerà il corredo genetico del futuro nascituro. Una rivoluzione in campo biologico, perché solo in questo modo si assicura un requisito fondamentale per la sopravvivenza di una specie: un alto indice di variabilità genetica.

Con essa, infatti, una specie è in grado di affrontare le avversità e le difficoltà ambientali con maggiore abilità. E può opporsi al processo contrario di deriva genetica, che predispone a un impoverimento cromosomico, anticamera dell'estinzione. Un Dna che cambia nel tempo, non solo a causa delle mutazioni (ciò che avviene nelle specie meno sviluppate), offre a un raggruppamento tassonomico la possibilità di resistere a lungo. E' la prerogativa dello sviluppo e dell'evoluzione; senza questa conquista, la selezione naturale avrebbe agito in modo diverso, e oggi non potremmo contare sull'incredibile varietà biologica che ci circonda. Ecco perché il sesso occupa un posto tanto importante nella storia di un uomo o di una donna, al pari del cibo, dell'acqua e dell'aria; siamo esplicitamente tarati per farlo, senza, però, sapere che dietro alla nostra attitudine comportamentale si cela, in realtà, una finalità ben più pragmatica: lo scambio di geni.

Non finisce qui. Sappiamo, infatti, quel che comporta una relazione sessuale; un'intesa chimica fra due persone, che può (in certi casi) trasformarsi in una relazione affettiva, alla base del più nobile sentimento umano: l'amore. Grazie al sesso, dunque, i nostri antenati hanno appreso l'arte di amare, il proprio partner, ma soprattutto i propri figli. Di fatto lo scopo è questo: mettere al mondo delle creature e poi accudirle. Non sarebbe possibile senza una tensione emotiva nei loro confronti. I pesci non badano alla cura della prole, nemmeno gli anfibi, ma qualcosa comincia a cambiare quando si giunge agli uccelli e, invariabilmente, ai mammiferi. L'evoluzione ha compiuto un lavoro certosino. Dalla necessità di un crossing over si è giunti a un coinvolgimento fisiologico sempre più complesso, che è andato di pari passo con l'incremento dell'intelligenza e del livello di organizzazione sociale. Certo, l'evoluzione proseguirà imperterrita per la sua strada, e allora la nuova domanda sarà: il sesso nel futuro avrà ancora senso di esistere? 

Difficilissimo rispondere. Ma qualche ragionamento ci sta. Partendo da una considerazione già ponderata da vari centri di ricerca, fra cui quello gestito da Henry Greely, della Stanford University; secondo il quale entro una trentina d'anni il sesso non avrà relazione con il concepimento. In pratica i figli si faranno ancora, ma in laboratorio, e il sesso diverrà una pratica di puro soddisfacimento fisico (magari con un robot). Ma se fosse veramente così, si potrebbe immaginare il destino della fecondazione sessuata, che abdicherà a favore di una proposta evoluzionistica lontana da qualunque idea razionale. Risponderà al tempo, qualcosa che l'uomo non ha ancora imparato a valutare oggettivamente: per raggiungere un traguardo del genere, infatti, non ci vorranno secoli, né millenni. Solo fra qualche milione di anni sarà possibile rispondere a questa domanda; ma probabilmente non sarà la nostra specie a farlo. 

Il culto sessuale
L'importanza del sesso nella storia della nostra specie è enfatizzata anche dall'arte. Fin dall'antichità, infatti, uomo e donna venivano esaltati soprattutto dal punto di vista sessuale. Nelle donne si dà ampio spazio ai seni, ai fianchi e alle natiche; il monte di Venere è una priorità. Negli uomini prevale la muscolatura, sinonimo di virilità. Ma è anche il pretesto per raccontare un mondo sconosciuto. Perché i progenitori che per primi si cimentarono con il disegno e la scultura, vivevano in un contesto ambientale difficile: era in corso l'ultima glaciazione, la wurmiana, che riguardò mezza Europa fino a 12mila anni fa. In pratica erano poche le occasioni per poter osservare il partner completamente nudo, ed era solo grazie alle forme d'arte che si poteva correre con l'immaginazione. E dunque affinare l'innata tendenza dell'uomo a riprodursi.   

Sesso e memoria
Perché non è solo un generico miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche di una persona. Chi fa sesso sta anche meglio per ciò che riguarda l'attitudine a ricordare. Nel cervello questa funzione è assolta dall'ippocampo. E coinvolta è perlopiù la memoria a lungo termine. Uno studio effettuato in Maryland, Usa, e diffuso dal sito Atlantic, racconta l'esperienza condotta sui topi; in cui si è visto che l'attività sessuale è direttamente proporzionale all'incremento di neuroni legati alla memorizzazione. Non solo. A beneficiarne sarebbe anche la sfera cognitiva. In pratica si diventa più intelligenti. Anche se non è del tutto chiaro il legame fra sesso e quoziente intellettivo. L'unico dato certo è che gli adolescenti più brillanti sono anche quelli che ritardano di più la prima esperienza intima.

Il piacere negli animali
Non è vero che se ne servono solo per soddisfare un'innata tendenza a procreare. Stando, infatti, a una ricerca diffusa dalla Bbc, anche nel loro caso la componente legata al puro piacere fisico è verosimile. Lo studio è stato effettuato su un gruppo di scimmie da esperti del Department of Anthropology UCLA, in Usa. Sono state selezionate femmine lontane dal periodo di ovulazione, e dunque non propense alla riproduzione. Tuttavia s'è visto che anche in questo caso la relazione fisica fra maschi e femmine rimane costante, e la rincorsa al piacere parrebbe l'unica spiegazione plausibile. Non tutte le scimmie si comportano allo stesso modo. Particolarmente sensibili all'attività sessuale sono i cappuccini, altrimenti detti cebi, diffusi dall'Honduras al Paraguay e i macachi, di casa fra l'Afghanistan e il Giappone.