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venerdì 4 luglio 2014

Matrimoni in via di estinzione


La metà dei ventenni di oggi non si sposerà mai. Le coppie, infatti, sono sempre più propense a convivere che non a convolare a nozze. Il fenomeno coinvolge tutti i paesi industrializzati. La ricerca condotta in Inghilterra dalla Marriage Foundation rivela che il 47% delle donne e il 48% degli uomini che oggi hanno vent'anni, non varcheranno mai le porte di una chiesa o di un municipio per siglare ufficialmente la loro unione. Per i quarantenni le cose vanno un po’ meglio, ma sono ben lontani dai numeri che riguardavano le passate generazioni, in particolare i nati fra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni Sessanta (con l'87% degli uomini e il 92% delle donne con la fede al dito). Si stima infatti che chi ha oggi 40 anni si sposerà nel 61% dei casi, se maschio, e nel 68%, se femmina (metà, in realtà, sono già sposati). I numeri indicano chiaramente che il matrimonio è un aspetto della società destinato a scomparire o perlomeno a trasformarsi in qualcosa di obsoleto. Un dato su tutti: 44 anni fa i venticinquenni sposati erano il 60% degli uomini e l'80% delle donne; oggi sono solo il 10% delle venticinquenni e il 5% degli uomini della stessa età. Perfino in Italia, paese cattolico per eccellenza, il sacramento ha subito negli ultimi anni un grave declino. Nel periodo fra il 2008 e il 2012 c'è stato un calo dei matrimoni del 91%. I dati Istat confermano che nel 2008 ci sono stati in Italia 34.137 matrimoni, contro i 32.555 del 2012. E in gran parte si parla di matrimoni misti, 20.764, nel 2012. Harry Benson, a capo della ricerca, non ne fa una questione religiosa, né morale, ma puramente sociale: «Il matrimonio offre un modello di famiglia ideale al quale ispirarsi per una crescita sana delle nuove generazioni». Ma perché ci si sposa sempre meno? In primo luogo perché il lavoro non offre più le garanzie del passato. Cassintegrazione, disoccupazione, contratti a progetto, sono, in fondo, un modo diverso per sottolineare che non esistono più i presupposti per mettere su famiglia; perché il matrimonio costa. E se non va bene, costa ancora di più. E' il pensiero che avanzano gli esperti dell'Istat, aggiungendo che in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, il fenomeno non può che incrementare. La precarietà delle famiglie, e il mondo giovanile devastato dalla mancanza di lavoro, fa sì che l'ipotetica data di matrimonio sia spostata sempre più in là, fino a perdersi nei meandri delle tante cose prospettate per la propria esistenza, che in realtà non si realizzeranno mai. Chi è fortunato si sposa comunque, ma con molti più capelli grigi dei neosposi della passata generazione. Il matrimonio ha inoltre perso il valore di un tempo. Oggi non ci si sposa più perché ci si deve sposare, ma perché ci si vuole sposare. Dunque sono sempre meno le persone che coscientemente affrontano l'idea di affiancare per "la vita" un partner, influenzati dal fatto che divorzi e separazioni sono ormai all'ordine del giorno. Un futuro, quindi, senza più matrimoni? Forse. In realtà c'è anche chi pensa che avverrà il fenomeno contrario, con una ripresa delle unioni civili e religiose. L'Huffington Post ha, infatti, pubblicato recentemente uno studio nel quale spiega che in Usa il 40% delle persone ritiene il sacramento un aspetto sociale antiquato e superato; ma aggiunge che esiste almeno un 61% di statunitensi che spera vivamente un giorno di poter convolare a nozze. 

venerdì 13 giugno 2014

Case in affitto, si torna al dopoguerra


Complice la crisi, le banche rilasciano i mutui con difficoltà e le persone non se la sentono più di affrontare spese immobiliari troppo impegnative. E così stiamo assistendo a un fenomeno che pareva in calo e che invece sta di nuovo caratterizzando le società più avanzate: l'affitto della casa. E' vero che i possessori di case sono la maggior parte delle persone, tuttavia una serie di dati lasciano pensare che la tendenza si stia invertendo e che col passare degli anni (se non avverrà qualcosa di drastico a livello economico) potrà diventare di nuovo la normalità, com'era decine di anni fa. «L'Italia è uno dei paesi in cui il fenomeno sta prendendo sempre più piede», spiega Maurizio Cannone, direttore di Monitor Immobiliare, «cresce, infatti, l'interesse per l'affitto, a discapito dell'acquisto della casa, anche per via delle tasse»; benché il bene immobile sia radicato nella nostra cultura, più di quanto non accada altrove, e rimanga una prerogativa essenziale della storia personale di un individuo. I proprietari di casa sono numerosi (si va dal 69% del Mezzogiorno al 74% del nord-est), tuttavia si intravedono segnali ambigui, che, entro qualche anno, potrebbero portare a un ribaltamento della situazione, con un'impennata degli affittuari. Secondo l'Istat, dal 2001 al 2011 (quando i morsi della crisi non erano ancora evidenti come oggi), c'è stato un incremento degli affitti dello 0,9%. Se si guarda, però, alle regioni nord orientali si scopre che il numero è decisamente più alto, e supera il 12%. Diverso anche il raffronto con le isole. In Sicilia e Sardegna abita in affitto il 14,4% delle famiglie, dato che raggiunge il 20% se riferito alle regioni nord occidentali. In generale l'affitto è una prerogativa della grande città, dove gli spostamenti sono più rapidi e frequenti. Numeri ben lontani dal boom economico: nel 1951, infatti, il 40% degli italiani possedeva una casa, dato poi incrementato del 5% ogni dieci anni, fino a sfiorare l'80% degli ultimi tempi. Ora la tendenza potrebbe arrestarsi o, magari, lasciare spazio ad altre modalità abitative, come la convivenza. Si è infatti visto che le famiglie che condividono un'abitazione sono passate in dieci anni da circa 236mila a 695mila, con un impennata del 194,8%. Il risultato più clamoroso arriva, però, dall'Inghilterra, dove si stima che entro il 2032 il 50% degli anglosassoni vivrà in un appartamento in affitto; mentre le dimore di proprietà saranno a esclusivo appannaggio della popolazione anziana. Oggi, su 14,4 milioni di proprietari, quasi un terzo è rappresentato da over 65; 1,6 milioni di persone in più rispetto alla fascia di età compresa fra i 45 e i 54 anni. Ma a stare peggio sono quelli ancora più giovani: fra i 35 e i 44 anni, infatti, solo 2,5 milioni posseggono un "nido" personale. La crisi, anche qui, vera responsabile delle difficoltà di acquisto di un'abitazione; ma incide il fatto di potersi avvalere di soluzioni burocratiche che facilitano i contratti di affitto (e che da noi hanno un impatto sociale molto più marginale). Nel 2003 le cose erano assai diverse e il 71% degli inglesi viveva fra le proprie mura. Oggi il dato è già sceso al 65,2%, come accadeva negli anni Ottanta. E di questo passo, appunto, gli analisti suppongono che gli affittuari saranno la metà della popolazione entro una ventina d'anni. Era dal 1970 che non si registravano stime di questo tipo; ma all'epoca c'erano ancora molti margini di miglioramento economico che oggi sembrano non esserci più. Il documento pubblicato dalla Mortgage Lenders Association parla di "generazione rent" (generazione in affitto) che potrà presto trasformarci in "nazione rent", suggerendo che fra un po’ il rapporto fra locatore e locatario rappresenterà la scelta ideale per chi vorrà trovare casa. 

martedì 10 giugno 2014

La Terra in tempo reale


Ieri alle 12.18 la popolazione mondiale era di 7.234.550.186 persone, con 780 nuovi nati e la scomparsa di 330 individui negli ultimi sessanta secondi; si sono ammalate di malaria 260 persone, 6 di Aids e 1 di meningite. Nello stesso minuto sono state emesse 67mila megatonnellate di anidride carbonica, distrutti 27 ettari di foresta, uccise 116mila galline, 2.700 maiali, e 565 pecore. E si sono baciate per la prima volta circa 5mila persone. Sono solo alcuni dei dati che si possono estrapolare da Poodwaddle World Clock, il sito che indica in tempo reale ciò che accade sulla Terra, affrontando tematiche diverse, dalla demografia all'ambiente, dalla medicina all'economia. Il calcolo di ciò che accade in un minuto è, in realtà, solo una delle possibilità offerte dal portale. Si possono, infatti, cliccare anche le voci "giorno", "mese", o "anno" per avere numeri completamente diversi, ma altrettanto stupefacenti, prendendo spunto dalle fonti originarie, perlopiù Fao, World Health Organization, US Census Bareau e Intergovernmental Panel on Climate Change. Si scopre che ogni trenta giorni nascono oltre 7 milioni di persone e ne muoiono poco più di tre milioni; numeri che permettono di capire che la crescita demografica è costante e progressiva. Avanti di questo passo nel 2040 arriveremo a 9 miliardi di individui, con tassi di nascita molto variabili, massimi in Asia e Africa, minimi in Europa e Stati Uniti. Si stima che solo in Asia nel 2050 potranno abitare 5,3 miliardi di persone. Ma di cosa si muore? Quasi 300mila abitanti del pianeta decedono ogni mese per ferite d'arma da taglio o da fuoco, praticamente il 10% di tutti i decessi. Gli incidenti stradali uccidono più di 65mila persone; 132mila individui scompaiono per avvelenamento, 118mila per ustioni, quasi 70mila per le conseguenze di un conflitto bellico. In fila anche le malattie: 25 milioni di casi di infezioni alle basse vie respiratorie, 440mila nuovi tubercolotici e a seguire Hiv, meningite e tetano. Molto interessanti (e certo più confortanti) i dati che riguardano i rapporti affettivi. In una settimana vengono scambiati 6.453.033 "primi baci"; avvengono circa 5mila divorzi, e si sposano quasi 10mila persone. Dalla voce "smile" emerge che vengono settimanalmente prodotti 864mila litri di birra, 118mila litri di vino e 283mila automobili. In questo caso i dati vengono forniti dalla Kirin Holdings, holding nipponica coinvolta nella produzione di bibite e nella ristorazione. L'IPCC fornisce gli elementi legati all'ambiente. Calcola l'innalzamento delle acque dal 2000 a oggi, l'avanzamento dei deserti, la progressiva scomparsa delle foreste, il numero di specie estinte (in media 1300 ogni mese). Sul fronte crimine, invece, si hanno tutti i giorni una media di 35mila furti, 4900 auto rubate, 813 casi di violenza sessuale e 755 omicidi. I dati provengono dalla United Nations Office of Drug and Crime (UNODC), benché non tutti i paesi (Cuba, per esempio) contribuiscano a rivelare le proprie statistiche. Il sito si chiude con un test che tutti possono risolvere, in grado di elaborare le aspettative di vita di ogni individuo; che variano in base a data di nascita, paese di origine, sesso e famigliarità. 

sabato 8 marzo 2014

Largo alle mamme over 40


Per la prima volta il numero di primipare con più di quarant'anni supera quello delle neomamme under 18. Accade in Inghilterra e Galles, dove nel 2012 sono state registrate 28.714 gravidanze portate a termine da donne che avevano passato la quarta decade, contro i 27.834 concepimenti di ragazze non ancora maggiorenni. Una sola fondamentale differenza: nelle donne più mature le gravidanze sono state spesso programmate, al contrario di ciò che è avvenuto nelle giovanissime primipare, dove la cicogna è arrivata quasi sempre come un fulmine a ciel sereno. Lo dimostrano i dati legati agli aborti: il 28% delle donne over quaranta che rimane incinta, opta per l'interruzione della gravidanza, parametro che cresce fino al 49% nel caso delle under 18. Fino a venti anni fa la situazione era differente, e le donne più mature che affrontavano la gravidanza erano il 50% in meno di quelle di oggi: nel 2012 ci sono state 14 gravidanze ogni cento abitanti per le donne oltre i 40 anni, mentre nel 1990 si era fermi al 6,6%. La ricerca inglese parafrasa perfettamente la situazione dei paesi industrializzati, dove il ritardo delle gravidanze è un fattore conclamato. L'Italia stessa è fra le nazioni, dove si diventa genitori più tardi (più di quanto non accada, per esempio, in Francia o negli Stati Uniti). Le mamme over 40 nel 2010 sono state il 6,4%. L'età media della maternità ruota, dunque, intorno ai 31 anni. I motivi di questa tendenza sono facilmente intuibili: le attività delle donne di oggi sono profondamente cambiate rispetto a quelle di un tempo, e l'instabilità economica a livello mondiale induce a muoversi con più cautela. «Sono vari i motivi che portano a ritardare la gravidanza, quasi sempre oltre il trentesimo anno di età», dicono gli esperti dell'Office for National Statistics; «la maggiore scolarizzazione, il costo eccessivo degli immobili e la difficoltà a mettere su casa, la sfiducia nel matrimonio, la crisi incombente». E la carriera. Rispetto a qualche decennio fa, le donne vogliono, infatti, aspettare a diventare mamma, desiderando dedicarsi innanzitutto al lavoro. Accade frequentemente nell'ambito dello spettacolo, dove si è convinti che le migliori "cartucce" possano essere sparate solo in giovane età, obbligatoriamente liberi da qualunque condizionamento famigliare. Lo dimostra l'alto numero di neo mamme vip che affrontano la gravidanza anche quando la fisiologia inizia a nicchiare. Halle Berry ha avuto la sua prima figlia, Nahla, a 42 anni; Alessandra Martines è diventata mamma di Hugo nel 2012, alla "veneranda" età di 49 anni (il papà è il ventinovenne Cyril Descours). E si possono riportare anche gli esempi di Carmen Russo, genitore a 53 anni, e Gianna Nannini, che ha assaporato le bellezze (e fatiche) della maternità nel 2010, a 54 anni suonati. La ricerca suggerisce che ci sia la tendenza ad andare contro natura, posticipando il più possibile una prerogativa umana tarata per chi ha un'età perlomeno inferiore ai trentacinque anni. Ciò dipende dal fatto che le possibilità di concepimento con l'avanzare degli anni decrescono: a 23 anni ogni ovulazione ha il 26% di probabilità di trasformarsi in gravidanza; a 39 anni il dato si dimezza e a 40 anni si scivola al 10%. Anche se ci sono studiosi come Jean M. Twenge, docente di psicologia alla San Diego University, convinto che la possibilità di rimanere incinta per le over 35 non sia poi così diversa rispetto alle donne di età compresa fra i 27 e i 34 anni. Tuttavia non mancano i rischi per chi diventa mamma troppo tardi. L'aborto spontaneo è più frequente. Accade nel 12% dei casi sotto i 40 anni, dai 43 in poi si raddoppia. La primipara gode spesso di buona salute a 40 anni, ma complicazioni come la gestosi sono più difficili da gestire. Il bimbo può certo nascere sanissimo. Ma potrebbero insorgere problemi dovuti al fatto che una donna over 40 ha meno energie di una trentenne o ventenne; e anche dal punto di vista relazionale le incomprensioni per l'eccessiva differenza di età potrebbero ripercuotersi negativamente sugli equilibri familiari. 

venerdì 14 febbraio 2014

Flirt col capo: ecco come (non) ci si comporta


È più facile per un uomo finire a letto con un capo donna che non per una donna trovarsi tra le braccia di un capo uomo. Lo dice una ricerca condotta in Belgio e pubblicata su un settimanale che si occupa di risorse umane. Lo studio, effettuato su 12.078 belgi, ha dimostrato che il 12% degli uomini sarebbe disposto ad andare a letto con il principale, contro appena l’1% delle esponenti del gentil sesso. È risultato inoltre che il 22% dei maschi ha spesso fantasie erotiche relative al superiore, mentre per le donne ciò si verifica solo nel 7% dei casi. Il motivo che induce un lavoratore ad “amoreggiare” con un capo (o una capa) sono comunque sempre le stesse: riuscire a ottenere un aumento di stipendio o un avanzamento di grado. In un altro sondaggio pubblicato dalla rivista tedesca “Lisa” si legge invece che è del 15% la percentuale di lavoratori della Middle Europa che finisce sotto le lenzuola con un principale. Mentre è del 78% quella relativa a coloro che dicono di non aver mai avuto storie di sesso con un leader della azienda in cui prestano servizio. Il restante 7% appartiene agli individui che sul posto di lavoro si sono addirittura sposati e hanno messo su famiglia. Il 24% degli uomini e il 15% delle donne intervistati ha ammesso infine che non c’è nulla di male nell’avere rapporti sessuali con un superiore. L’inchiesta condotta è stata effettuata dall’istituto Emnid su un campione di 486 uomini e donne di età compresa fra i 20 e i 49 anni. Ma come si fa a convincere il proprio capo a venire a letto con sé? La pausa pranzo si presenta come l’opportunità più ghiotta per portare a compimento il proprio intento: la metà delle persone coinvolte nei test afferma infatti che nella maggior parte dei casi l’approccio iniziale avviene in mensa. In alternativa si possono utilizzare la “scusa mouse”, per sfiorarsi (23%); lasciare un messaggio affettuoso sullo “screen saver” sul computer (18%); scrivere parole carine sul post it appiccicato sull’agenda personale del collega (17%); scannerizzare la propria immagine lasciandola per caso sul computer del/della collega corteggiata (12%). Rimangono anche i metodi tradizionali come uscire insieme per l’aperitivo (12%) o tirar tardi in ufficio (9%). La e-mail “affettuosa” conquista un solido 19%. 

mercoledì 30 gennaio 2013

Influenzati da Twitter

Sarà che in questi giorni l'influenza imperversa anche fra le mura di casa mia… che c'è, dunque, di meglio di questo pezzo appena elaborato per Lettera43? Riguarda la possibilità di monitorare la diffusione di un virus tramite Twitter, uno dei più noti e importanti social network:  Twitter, cinguettii anti influenza


Siamo soliti considerare i social network interessanti realtà del web, ma non così indispensabili: moltissime persone, infatti, ne fanno a meno e vivono benissimo. Ora, però, il loro utilizzo potrebbe essere valutato da un nuovo punto di vista, giovando alla medicina e fornendoci, per esempio, i presupposti per fronteggiare al meglio una delle incombenze più tignose dell’inverno: l’influenza. Stando infatti a uno studio effettuato da esperti della John Hopkins University di Baltimora, con Twitter sarà possibile tenere sotto controllo l’epidemia influenzale, mettendo a fuoco i commenti dei numerosi utenti coinvolti dal sito e tracciando una mappa della diffusione del virus incriminato. Gli scienziati americani hanno analizzato cinquemila messaggi al minuto, scoprendo che la traccia riportata dai vari “cinguettii” è più attendibile delle schede che gli enti governativi impiegano per monitorare la diffusione dell’influenza stagionale; anche perché viene ponderata in tempo reale. Fondamentale è stato il collaudo di un sistema in grado di scremare i messaggi che alludono alla malattia, senza, però, riferirsi a vere infezioni. È il caso di frasi come “ho paura di prendere l’influenza”, che potrebbero dare falsi positivi, inducendo a credere che il morbo sia più aggressivo di quanto si pensi. In realtà non è un procedimento nuovissimo, essendo già stato testato un paio di anni fa dai ricercatori della Louisiana University, attraverso un monitoraggio durato otto mesi. Anche quest’anno, dunque, grazie alla contemplazione dei social network, possediamo un quadro più preciso dell’andamento virale della nuova ondata epidemica. Ma qual è la situazione attuale? Secondo i medici il picco dell’influenza 2013 arriverà per la fine di gennaio, benché molti italiani siano già stati colpiti dal virus nella primissima parte dell’anno: sono circa 600mila le persone ammalatesi nell’ultimo mese. Finora l’influenza ha costretto in casa soprattutto i più piccoli. L’Istituto Superiore della Sanità ha comunicato che nella fascia di età compresa fra 0 e 4 anni, l’incidenza del morbo ha toccato i 18,73 casi per mille individui. Il dato cala a 12,67 episodi su mille, nei più grandi di età compresa fra i 5 e i 14 anni. Considerando, infine, il campione adulto, il nuovo virus influenzale ha coinvolto 6,25 persone su mille. Nelle ultime ore, però, si sta assistendo a una rapida impennata degli ammalati, confermata dai medici di famiglia che hanno notato un raddoppiamento dei pazienti colpiti da febbre, tosse, raffreddore e dolori articolari. In questa fase sono soprattutto gli adulti a rivolgersi ai medici. “In particolare uomini e donne di mezza età, lavoratori che spesso trascorrono molto tempo in luoghi chiusi, dove il pericolo di contagio è più alto che altrove”, dice Giacomo Milillo, segretario della Federazione nazionale dei medici di medicina generale. Ma rientra, comunque, tutto nella norma, riflettendo una realtà che ogni anno si ripresenta, su per giù, con le stesse caratteristiche. Probabilmente, alla fine del periodo pandemico, si prospetta un numero di casi complessivo più alto degli altri anni, ma non per una maggiore virulenza del morbo, bensì per il minore ricorso che s’è fatto, su scala nazionale, al vaccino. Quasi insignificante, invece, l’azione del virus H1N1, che gli anni scorsi aveva provocato vere e proprio ondate di panico negli italiani. L’ultimo caso significativo risale a una ventina di giorni fa, a Castellammare di Stabia, con il ricovero urgente di una donna di 59 anni che “non ha retto alla difficoltà respiratoria”, trovandosi in una condizione generale già precaria (conseguenza di gravi problemi cardiaci). Il decesso della signora campana, seguiva il conclamato caso di sei persone contagiate dal virus della febbre suina in Sardegna, la settimana a cavallo fra dicembre e gennaio. Dal 2009 a oggi, solo in Italia, l’H1N1 ha provocato circa duecento vittime. Nel mondo la cifra ha toccato le 13mila unità. Ma in questa fase non c’è nulla da temere: "L'H1N1 è una forma influenzale che in questo momento non è epidemica", ha affermato chiaramente il direttore sanitario dell'ospedale San Leonardo, Ugo Esposito. 

sabato 15 dicembre 2012

STRESS BANCARI


Andare in banca? È peggio che pagare le tasse e avere a che fare con la suocera. Lo dice uno studio realizzato attraverso quattro focus group, cui hanno partecipato ottanta titolari di almeno un conto corrente. Gli studiosi affermano che solo il 18% degli italiani ha un rapporto sereno con il proprio istituto bancario. Tutti gli altri risentono, infatti, di manifestazioni psichiche che vanno dal generico stress, nel 31% dei casi, a vere e proprie crisi di angoscia (19%), e di rabbia (17%), talvolta sfocianti addirittura in alterchi e litigi con i dipendenti dell’istituto di riferimento. Secondo il 27% degli italiani andare in banca è più stressante che pagare le tasse, e nel 21% dei casi è più fastidioso che ricevere all’improvviso in casa la suocera. Ma perché è così difficile recarsi in banca? Nel 75% dei casi perché c’è troppa burocrazia. A seguire, per colpa del linguaggio spesso incomprensibile utilizzato dagli operatori (69%), per la necessità di dover compilare pile di moduli anche per semplici operazioni bancarie (57%), per la rigidità dei contratti (51%). Interessante è anche il dato relativo al fatto che a causa di scandali come Parmalat e quello sui Bond Argentini, molti italiani temono di essere in qualche modo coinvolti in contratti sfavorevoli. Per di più si ha l’impressione che non sempre gli operatori facciano bene il loro mestiere e possano quindi commettere errori. Ma le paure non sono legate solo alla possibilità di perdere i propri risparmi: per molti abitanti del Bel Paese c’è anche il timore claustrofobico di rimanere bloccati dentro la bussola del metal detector (19%), di perdere il bancomat (17%), di scoprire all’improvviso di essere rimasti senza un soldo (13%), o di ritrovarsi nel bel mezzo di una rapina (7%). Peraltro, “l’orticaria” relativa alle faccende bancarie, non viene solo agli affiliati di un determinato istituto. Secondo uno studio condotto da Eta Meta Research, su un panel di novanta direttori e responsabili di filiali dei maggiori istituti di credito, colpisce soprattutto chi in banca è costretto a recarvisi per lavoro, e che giudica l’italiano medio come un incompetente, irascibile, arrogante e isterico. I dirigenti bancari contestano in particolare ai clienti di non rispettare la fila, di rivolgersi al primo impiegato che incontrano sulla loro strada, che di solito è sempre quello sbagliato, di dimenticarsi scadenze e documenti, di non rispettare regole e procedure e di non chiedere mai informazioni perché pensano di sapere tutto, di avere sempre ragione senza ascoltare quello che l’impiegato sta dicendo. Per il 23% dei dirigenti intervistati c’è troppa poca informazione sui ruoli e le attività di una banca. Per il 19% del panel è la situazione economica generale a portare i clienti a sfogare sull’impiegato tensioni dovute all’insicurezza del posto di lavoro e al diminuito potere d’acquisto degli stipendi. A quanto pare anche i mass media farebbero la loro parte. Per il 17% dei dirigenti bancari sono certe campagne informative e di comunicazione ad amplificare semplici disguidi. Una ricerca condotta dalla Fiba–Cisl, attraverso un questionario, cui hanno risposto oltre 10mila bancari dipendenti del gruppo Intesa, punta sulla cosiddetta “incentivazione esasperata”, tesa a vendere prodotti spesso “non adatti al cliente”, a volte definiti persino “scadenti”, la prima fonte di stress per un operatore bancario: ciò riguarda il 30% degli intervistati. A distanza seguono: il carico di lavoro (13%), la carenza di personale (8,3%), la mancanza di formazione (2,9%), la distanza casa-lavoro (2,8%) e l’ambiente di lavoro inadeguato (2,7%). 

giovedì 8 novembre 2012

Lunga vita ai dialetti


I dialetti italiani stanno sparendo? Non si direbbe. Stando, infatti, a un'indagine Instat, un po’ per orgoglio cittadino, un po’ per difendere le proprie origini, nel nostro paese i dialetti stanno vivendo una nuova giovinezza. I dati ottenuti dallo studio parlano chiaro: sono 12,6 milioni (circa un quarto della popolazione nazionale) le persone che parlano quotidianamente l’idioma della rispettiva regione o città; e 15 milioni (il 28,3% della popolazione) coloro che al dialetto mischiano la lingua madre. In preferenza si parla in dialetto in famiglia o tra amici, mentre in ufficio e negli ambienti di lavoro si preferisce l’italiano. Sono i giovani in particolare a riscoprire il valore dei vernacoli, recuperandoli dai propri genitori e soprattutto dai nonni. I sociologi affermano che il fenomeno è in costante evoluzione ed è dovuto alla necessità delle nuove leve di ritagliarsi uno spazio ben preciso all’interno della società italiana: in sostanza emerge da parte dei ragazzi la volontà di sentirsi portavoce di una rappresentanza unica, di una tradizione che altrove non esiste. I numerosi corsi di lingua che, a fianco di quelli per imparare l’inglese, il francese, e l’arabo, si occupano ormai da tempo degli idiomi delle varie regioni e città italiane, ne sono la conferma: basta fare un giro su internet per scoprire per esempio che a Milano e a Roma esistono già parecchie scuole dove si insegna il “meneghino” e il “romanesco”. Quali e quanti sono i dialetti italiani? È difficile dirlo. Ma c’è una mappa dei vernacoli italiani che risale al 1977 e che illustra in modo più che esaustivo almeno le principali “regioni dialettali”: l’autore è l’etnografo Giovan Battista Pellegrini. Egli sostiene che ogni dialetto rappresenta un’area geografica ben distinta, il risultato di un’evoluzione storica e linguistica specifica. Alle grosse regioni dialettali come quella gallo – italica, che dal Piemonte arriva all’Emilia Romagna, si contrappongono delle vere e proprie “isole dialettali” capeggiate dal franco – provenzale parlato in Val D’Aosta e dal gallurese utilizzato in Sardegna. In particolare, in Lombardia, si distinguono il lombardo occidentale e il lombardo orientale. Il milanese rientra nel primo gruppo ed è parlato perlopiù nella zona compresa fra il Ticino, l'Olona e il saronnese. Diversa la genesi del brianzolo, che risente di spiccate influenze lecchesi, comasche e monzesi. 


mercoledì 3 ottobre 2012

Le canzoni di oggi? Sempre più tristi


Le canzoni moderne sono più tristi di quelle del passato? Secondo numerosi studi parrebbe di sì. È necessario innanzitutto partire dal presupposto che l'allegria e la tristezza di un brano dipendono da due aspetti chiave: la tonalità, minore o maggiore, e il tempo, più o meno accelerato. Una canzone è, dunque, triste, tanto più il suo tempo è rallentato in tonalità minore. Sulla base di ciò gli studiosi hanno rivelato che negli ultimi cinquant'anni le canzoni sono divenute più malinconiche poiché questi parametri si sono riscontrati sempre più spesso. Basta dare un'occhiata all'immagine seguente. I pallini blu indicano le melodie in minore, quelli rossi, in maggiore. Come si può notare, col passare degli anni, i pallini blu aumentano, suggerendo che, sostanzialmente, le canzoni sono sempre più tristi. 


In generale s'è visto che nel periodo compreso fra il 1965 e il 1969 la tonalità maggiore era utilizzata nell'85% delle canzoni, con un tempo medio di 116,4 bpm (battiti per minuto). Oggi, invece, s'è visto che la tonalità maggiore è scivolata al 42,5%, con un rallentamento dei tempi, in media di 99,9 bpm. Un'altra curiosità riguarda gli interpreti delle canzoni. Cinquant'anni fa il 79% dei cantanti era di sesso maschile, a differenza del 61,7% della situazione attuale. Sicché, parlando di canzoni tristi, viene utile spolverare uno studio condotto dalla SIAE inglese – coinvolgendo quasi duemila persone - incentrato sulle canzoni più tristi di tutti i tempi. In testa ci sono i REM con “Everybody Hurts”, seguiti da Eric Clapton con “Tears In Heaven” di Eric Clapton e Leonard Cohen, con “Halleluja”. Sarebbe bello fare la stessa cosa per le canzoni italiane...

giovedì 17 maggio 2012

Nati sotto il segno della Vergine

Facebook serve anche a questo: a scoprire che il giorno di nascita più comune è il 16 settembre, il meno comune (comprensibilmente) il 29 febbraio. Lo studio ha analizzato i nati fra il 1973 e il 1999, arrivando a concludere che, evidentemente, si “fanno i bambini” soprattutto durante le vacanze di Natale. E ciò spiega il motivo dei boom nei giorni settembrini...


venerdì 18 novembre 2011

Giornata Mondiale del WC: al via i festeggiamenti


Domani, dunque, il grande giorno: la Giornata Mondiale del WC. Nessuna ironia, è una festa sponsorizzata dalla World Toilet Organization, una Ong che si batte per diffondere l'uso del WC, tenuto conto del fatto che almeno 2,6 miliardi di persone vivono senza. Il paese con meno WC è l'Afghanistan: ne ha uno solo il 7% delle case (il 19% ha una tv). Seguono Ciad ed Eritrea (9%). Non un problema da poco, perché in assenza di servizi igienici, è molto più facile che si creino i presupposti per la diffusione di malattie infettive. “I bambini in ambienti poveri spesso portano mille vermi parassiti nei loro corpi e gli espellono in giro, in qualsiasi momento”, si legge su Nomdeplume. “Sempre più persone nel mondo hanno i telefoni cellulari ma non i servizi igienici”. Fra i morbi più temuti c'è la diarrea che provoca la morte di un bimbo nel mondo ogni 15 secondi. Il 19 novembre si festeggia, quindi, nel mondo ma non in Italia, con appuntamenti a tema e cortei: con la “cacca d'oro” viene assegnato a Londra il premio alla miglior barzelletta sporca; con una statua alta quattro metri raffigurante un gigantesco WC si inaugurerà a Singapore un nuovo sito turistico. Perché tutti usiamo il WC, ma in pochi gli diamo il giusto peso. Lo dimostrano le azioni di beneficenza: per dotare di bagni i paesi sottosviluppati s'è speso da dieci anni a questa parte solo il 79% in più, contro le cifre quintuplicate relative alle donazioni per combattere l'Aids (ma si dovrebbe comprendere). Ecco qualche dato. Un europeo medio passa alla toilette tre anni della propria vita e ci va 2500 volte l'anno. L'Europa consume dunque il 26% della carta igienica mondiale. Ogni anno sono 22 miliardi di rotoli! E per ciò che riguarda la posizione della tavoletta? Uno studio costato 100mila dollari ha evidenziato che 3 persone al mondo su 4 preferiscono tenerla abbassata. Più alta la percentuale fra le donne. Un'ultima curiosità. A Suwon, in Corea del Sud, esiste una villa a forma di water: è costata un milione id dollari, ha una superficie di 500 metri quadrati e al suo interno vi abita (e chi sennò?) Sim Jae Duck, presidente della World Toilet Organisation. 

WC a cielo aperto in un villaggio africano

lunedì 8 agosto 2011

27 anni da rockstar: un mito da sfatare


La triste e improvvisa dipartita della cantante Amy Winehouse porta di nuovo al famoso dibattito relativo al fatidico compimento del ventisettesimo anno di età: davvero questo traguardo è associabile statisticamente al maggior numero di morti fra le rockstar? A 27 anni sono, infatti, deceduti Brian Jones (Rolling Stones), Jim Morrison (The Doors), Jimi Hendrix, Janis Joplin e Kurt Cobain (io aggiungerei anche Robert Johnson)... Ora un sito inglese - http://www.crispian-jago.blogspot.com/ - cerca di svelare l'arcano mistero elencando 100 figure cult dell'universo rock e sviluppando un grafico (1) evidenziante l'età più critica per le rockstar. In effetti, dal consequenziale grafico 2, emerge che in corrispondenza del 27esimo anno il numero di decessi è superiore a quello di tutte le altre età: ce ne sono ben sei. A seguire con 4 dipartite cadauno le seguenti età: 26, 33, 36, 49, 50. In realtà, si evince dal sito, questo dato non prova statisticamente nulla, anzi: supponendo di aumentare il campione da cento a mille rockstar, probabilmente la linea dei ventisettenni sarebbe molto meno significativa. Il fenomeno è probabilmente dovuto al fatto che – in corrispondenza del 27esimo anno di età – dopo vari anni di vita all'insegna di sesso, droga e rock 'n' roll, un organismo è più facile che soccomba agli stravizi. Tutto qua. Alla luce di ciò è possibile affermare che non esistono prove “scientifiche” a favore della tesi “maledetta” del club 27, se non la voglia di rendere ulteriormente affascinante il mondo della musica leggera. 

Grafico 1

Grafico 2

venerdì 29 luglio 2011

NUMERI DA CAPOGIRO


Quanti protoni ci stanno su un puntino come quello di una "i"? 500.000.000.000
Quanto è vecchio l'universo? Ovvero a quando si fa risalire l'epoca del "big bang"? 13,7 miliardi di anni
Se viaggiassimo per arrivare alla parte più lontana dell'universo, quanti chilometri dovremmo percorrere? 90 miliardi di trilioni di Km
Stando alla teoria dell'inflazione, l'universo subì un'improvvisa espansione, raddoppiando molto rapidamente le proprie dimensioni. L'intero evento non sarà durato più di 10-30 secondi, ovvero: 1 milionesimo di milionesimo di milionesimo di milionesimo di milionesimo di secondo
L'inflazione ha trasformato un universo che "stava tutto in una mano" in qualcosa che era almeno: 10.000.000.000.000.000.000.000.000 volte superiore
Le mappe del nostro sistema solare non sono affatto in scala e non danno l'idea delle distanze reali dei pianeti. Se riducessimo la Terra al diametro di un pisello, Giove, per esempio, dovrebbe essere posto a oltre 300 metri dal nostro pianeta e Plutone sarebbe a 2 km e mezzo (e per giunta grande come un batterio!). La stella più vicina (Proxima Centauri) disterebbe circa 16.000km
Numero di lune scoperte nel nostro sistema solare: 90
Distanza della nostra Luna dalla Terra: 386.000km
Tempo che impiegherebbero degli astronauti, con le navicelle che sappiamo costruire, per raggiungere la stella a noi più vicina (sempre Proxima Centauri): 25.000 anni
Distanza media tra le stelle: 30 milioni di milioni di km
Numero di stelle stimate nella nostra galassia (Via Lattea): da 100 a 400 miliardi
Numero stimato di galassie nell'Universo: circa 140 miliardi
Numero di possibili pianeti ospitanti civiltà avanzate nella sola nostra galassia (secondo l'equazione di Drake): alcuni milioni
Secondo Carl Sagan il numero di pianeti esistenti nell'universo corrisponde a: 10 miliardi di trilioni
Il nucleo di una stella a neutroni è così denso che una sola cucchiaiata della sua materia peserebbe: 90 miliardi di Kg
Qual è la velocità di rotazione del nostro pianeta? 998 Km/ora a Londra e 1600 Km/ora all'equatore
Peso del nostro pianeta Terra: 6 miliardi di trilioni di tonnellate
Diametro di un atomo: 0,00000008 centimetri
Numero di molecole presenti in un centimetro cubico di aria (una zolletta di zucchero) sul livello del mare a zero gradi Celsius: 45 miliardi di miliardi
Si stima che la durata di un atomo sia praticamente illimitata, o, secondo Martin Rees, con ogni probabilità che sia di: 10 anni seguito da 35 zeri
Quanto è piccolo un atomo? Partiamo da 1 millimetro. Suddividiamolo in 1000 parti. Ognuna di esse è 1 micron. Questa è la scala dei microrganismi. Un paramecio (creatura unicellulare d'acqua dolce), ad esempio, misura circa 2 micron. Se volessimo vedere a occhio nudo un paramecio mentre nuota in una goccia d'acqua, dovremmo ingrandire la goccia fino ad un diametro di 12 metri. Ma se in quella stessa goccia volessimo vedere gli atomi, dovremmo portare il suo diametro a ben 24 Km
Quando siete seduti in poltrona, non siete veramente a contatto della poltrona, ma lievitate a un'altezza di 1 angstrom (1 centomilionesimo di centimetro) da essa, poiché i vostri elettroni e quelli della poltrona si oppongono con fermezza a qualsiasi ulteriore "intimità"

(dati raccolti online) 

sabato 24 luglio 2010

Un terzo delle donne guadagna più degli uomini

The Times They're a changin, cantava Bob Dylan nel 1963. I tempi stanno cambiando. E ancora oggi il titolo di questa canzone è quanto mai attuale. Uno degli aspetti più curiosi della società moderna è che ormai la disparità fra uomo e donna non esiste più: i movimenti femministi e le lotte per l'equiparazione dei sessi hanno avuto successo e ora il rapporto fra mamme e papà è fortemente mutato. Al di là delle dinamiche organizzative di una famiglia - i papà che portano a spasso i bebè, e cambiano i pannolini, le mamme che escono a bere con le amiche, e gestiscono gli affari famigliari - c'è un fenomeno di tutto riguardo che sta addirittura sovvertendo la tendenza di un tempo: oggi, sempre più spesso, le mogli guadagnano più dei mariti, mettendo sovente in soggezione l'uomo che perde definitivamente il suo ruolo cardine di capo famiglia. Uno studio pubblicato in questi giorni in Inghilterra dal titolo "The Woman and Work Survey 2010" dice che circa un terzo delle donne guadagna più dell'uomo e che le entrate femminili sono frequentemente le più importanti per il reddito famigliare. Il 30% delle donne britanniche guadagna più del partner, mentre si attesta al 19% la percentuale di esponenti femminili che guadagna tanto quanto il marito; un risultato - anche in questo caso - notevole, tenuto conto del fatto che le donne che lavorano a tempo pieno prendono, in media, a parità di professione, circa il 20% in meno degli uomini. È anche una questione di mentalità. Se così non fosse difficilmente si spiegherebbe l'alta percentuale di casi in cui, addirittura, il papà fa la parte della mamma, laddove il marito cura i bambini più della moglie, perché quest'ultima lavora a tempo pieno ed è sempre fuori casa. Eppure le donne sono felicissime di questa situazione. Raramente rinuncerebbero al loro posto di lavoro. Il 50% delle mamme intervistate dice che è molto felice di poter lavorare, anche a tempo pieno. Due terzi delle donne desidera conservare il lavoro anche dopo aver messo al mondo dei figli. Solo chi ha i bimbi molto piccoli opterebbe per un part-time. Secondo gli esperti questa tendenza non è negativa. Va però accettato serenamente il fatto che ormai i rapporti uomo-donna sono cambiati, focalizzando i giusti presupposti per un nuovo modo di vivere la convivenza, basata sulla condivisione dei tanti impegni che riguardano una famiglia. "Se in una coppia la donna guadagna di più e rimane più tempo fuori casa", spiegano i ricercatori, "è giusto che sia l'uomo a prendersi più cura dei figli, facendo in pratica ciò che tradizionalmente spetterebbe a una mamma". L'argomento è stato trattato poco tempo fa anche dai tecnici del National Equality Panel. In questo caso si parla di circa il 20% delle donne che guadagna più del marito, e del 25% che prende come il partner. In Italia i dati sono leggermente differenti: da noi come sempre le mode e le tendenze cominciano a farsi vedere/sentire 3-4 anni dopo gli USA e la Gran Bretagna. Secondo l'Istat le mogli che lavorano di più e guadagno più dei mariti sono, comunque, salite all'8,9%, contro il 7,1% del 2007. Però c'è chi avverte dicendo che questa tendenza non è solo frutto della società che cambia, ma anche della crisi che incombe: "Alcune mogli che incassano più dei mariti sono semplicemente le spose dei cassintegrati e dei precari", rivela Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell'Istat per le indagini sulle condizioni e la qualità della vita.

mercoledì 31 marzo 2010

Scoperta relazione fra QI basso e vizio del fumo

L'intelligenza? È inversamente proporzionale al numero di sigarette fumate. È il sorprendente risultato ottenuto da uno studio condotto in Israele da esperti dello Sheba Medical Center. I ricercatori, guidati da Mark Weiser, hanno sottoposto a una serie di test 20.000 soldati israeliani, dimostrando che il QI (quoziente d'intelligenza) è mediamente più basso della norma nelle persone abituate a fumare: chi ha il vizio del fumo ha un QI medio di 98, contro il QI di 101 dei non fumatori. Incuriosisce però il fatto che molti fra i più grandi personaggi del Novecento siano stati anche dei grandi consumatori di "cicche". Il riferimento è per esempio a figure come Einstein, Oppenheimer, Clinton, Churchill, Freud, Dylan, Picasso. Ma in che modo il fumo determina un QI inferiore alla norma? "In realtà" - spiegano i ricercatori - "non sono tanto le sigarette a mandare in fumo l'intelligenza, piuttosto è ipotizzabile che coloro che partono da un QI più basso sono più propensi a cadere nel vizio". Intanto veniamo a sapere che in Italia, dopo 5 anni dalla legge Sirchia, il numero di fumatori sta aumentando sempre più. Secondo l'Istat nel 2009 la percentuale di fumatori è salita al 23%, 1 punto percentuale in più rispetto al 22% del 2005. Piccolo dettaglio: piacciono sempre più le sigarette al mentolo. Fra il 2004 e il 2008 la percentuale di fumatori di bionde "balsamiche" è passata dal 31% al 34%. Il fenomeno interessa sia i maschi sia le femmine. Coinvolti molti giovani: fuma 1 ragazzo ogni 5. Ogni anno in Italia il fumo causa il decesso di 80.000 persone (è come se ogni giorno precipitasse un jumbo jet), 1 ogni 7 minuti. Gli organi "bersaglio" sono polmone, laringe, faringe, cuore. A livello mondiale le stime rilasciate dall'Oms dicono che fuma 1/3 della popolazione dai 15 anni in su: 1 miliardo e 20 milioni di persone.

sabato 13 febbraio 2010

Raffreddore, mal di testa, crampi: colpiscono mediamente 6.284 volte in una vita

Malattie di poco conto che spesso guariscono anche senza terapie: raffreddori, mal di testa, epistassi nasali. Ora uno studio effettuato in Inghilterra ci dà qualche numero sfizioso. Secondo gli specialisti in un'intera vita una persona è colpita da fenomeni di questo tipo 6.284 volte. 80 volte ogni 365 giorni. In media siamo, dunque, colpiti annualmente da 16 mal di testa, 19 crampi, 14 dolori alla schiena. Conseguenza: 21 volte all'anno ci rechiamo dal farmacista per acquistare medicinali blandi, in grado di contrapporsi a dolori lievi, virus stagionali, contratture muscolari. A questi risultati gli esperti di www.activequote.com sono giunti coinvolgendo 3mila adulti.

Boom di fumatori... anche nei locali dove le bionde sono vietate

A New York sparirono prima che altrove, in virtù di una campagna salutistica senza precedenti, ma oggi stanno ritornando alla carica: parliamo delle sigarette, contro ogni regolamento, sempre più diffuse nei locali newyorkesi. La notizia è stata divulgata dal sito eater.com. Il discorso vale soprattutto per location più alla moda, dove il consumo pubblico di nicotina è ormai all'ordine del giorno. Complici i gestori dei principali luoghi di ritrovo della metropoli, dal Lower East Side al Meat Pack District, disposti a chiudere ben più di un occhio pur di intrattenere ospiti e amici. "Le persone escono a fumare ogni quindici minuti, il via vai di clienti è incessante e rovina l'atmosfera", spiega al sito americano il responsabile di un locale che, però, vuole rimanere anonimo. "Inoltre fuori fa freddo e sempre più spesso, al di là delle ammonizioni, c'è chi fa comunque orecchie da mercante e si accende una sigaretta". A favore del ripristino del fumo nei locali, anche molti clienti che reclamano almeno uno spazio privato, mentre l'amministrazione della città non ne vuole sapere e dice che darà immediatamente battaglia ai trasgressori. In prima linea c'è Michael Bloomberg, sindaco della città ed ex fumatore, convinto che si possa partire da un incremento del prezzo delle sigarette: in questo momento un pacchetto di bionde costa più di dieci dollari (7,10 euro). In realtà questa tendenza pare colpire anche molte altre città, anche italiane. In gran parte delle discoteche del Belpaese, infatti, si fuma senza problemi, in barba ai cartelli di divieto. E il fenomeno sta coinvolgendo sempre più spesso anche i luoghi di ristoro. Ma cosa sta succedendo? Perché si sta instaurando questa nuova tendenza? La risposta è molto semplice: dopo un breve periodo di calo complessivo, ora i fumatori stanno silenziosamente crescendo sempre più e sempre più spesso se ne infischiano delle regole. Cinque anni dopo l'entrata in vigore della legge Sirchia, il ministero della Salute fa dunque sapere che nel 9,2% dei locali controllati dai NAS si verificano infrazioni, mentre l'Istat afferma che è dal 2009 che si sta ufficialmente registrando un aumento costante dei consumatori di bionde. Oggi i fumatori rappresentano il 23,8% della popolazione. L'aumento più significativo riguarda individui di età compresa fra i 25 e 34 anni (dove la percentuale è del 31,4%).

lunedì 8 febbraio 2010

Sempre più bassa l'età media del primo rapporto completo

Il primo rapporto completo? Avviene in un caso su 6 prima dei 14 anni. Spesso fra le mura scolastiche. Sono i risultati di una ricerca presentata in questi giorni a Milano e condotta dai ginecologi Sigo (Società italiana di ginecologia e ostetricia). Ma non è l'unico dato che stupisce. Secondo gli esperti 4 giovanissime su 10 - durante la fatidica 'prima volta' - non usano precauzioni, facilitando la diffusione di malattie veneree e andando incontro a gravidanze indesiderate. Il 57% opta per il preservativo; il 15% sceglie la pillola. Per 6 ragazze su 10 il primo rapporto avviene fra i 15 e i 18 anni. Ma incrementa anche il numero di under 26 che sceglie consapevolmente di rimanere vergine: il dato parla di una ragazza su 5. I motivi riguardano la necessità di aspettare l'uomo giusto per compiere un passo così importante, o la volontà di sposarsi in chiesa prima di vivere la sessualità nella sua completezza. La ricerca ha coinvolto 600 ragazze milanesi e romane, sottoposte a test specifici. Secondo i ricercatori questi risultati mostrano ancora una volta che l'età del primo rapporto completo cala sempre più. In certi casi riguarda addirittura ragazzine di 11, 12, 13 anni. "A volte capita anche prima di avere la prima mestruazione", rivela Alessandra Graziottin, direttore del Centro di ginecologia e sessuologia medica dell'ospedale San Raffaele Resnati di Milano. La conseguenza: crescono le under 14 che chiedono l'interruzione volontaria di gravidanza. Dallo 0,5% del 1995 si è passati all'1,2% del 2005. E in Italia la situazione è comunque meno drammatica rispetto ad altri paesi europei. Solo il 19% dei teenager italiani dichiara, infatti, di avere un'amica o parente che ha vissuto un'esperienza di questo tipo, contro il 45% dei polacchi, il 37% dei francesi e il 34% degli austriaci. Ma la vera patria delle cosiddette "school pregnacy", gravidanze fra i banchi di scuola, è l'Inghilterra, una vera e propria epidemia. Ma dove fanno l'amore per la prima volta le giovanissime? Il 19% afferma di averlo fatto in macchina, l'11% all'aperto, il 10% a scuola, il 2% in discoteca. Secondo alcuni ricercatori oggi la sessualità viene vissuta male dai giovanissimi anche a causa della mancanza di corsi di educazione sessuale nelle scuole, benché la prima proposta di legge risalga al 1910.

domenica 31 gennaio 2010

La rivincita dei poveri... ma felici

Non serve essere ricchi: l’ideale è guadagnare quel che basta e magari provare pure una certa dose d'invidia per chi guadagna di più. I più abbienti, infatti, si dicono soddisfatti, ma in realtà sono stressati, ansiosi e privi di spazi da dedicare a sé. Al contrario chi guadagna meno (ma sufficientemente per vivere), rivela di essere insoddisfatto e invece soffre meno stress, ansia e ha molto più tempo per divertirsi e stare con la famiglia. Sono le curiose conclusioni di uno studio effettuato da ricercatori di Princeton e pubblicato dalla rivista Science. Sembra una freddura eppure chi guadagna di più parrebbe meno felice degli altri. Gli studiosi hanno condotto la loro ricerca su un campione di 800 donne statunitensi. È emerso che le persone con alto reddito dedicano gran parte del loro tempo al lavoro, ai tour de force per i centri commerciali e alla cura dei figli, attività ritenute faticose, frenetiche, cariche di tensioni, e spendono soltanto il 19,9% della loro giornata in attività di svago come guardarsi un film o trascorrere una serata in compagnia di amici. Gli individui con un reddito inferiore dedicano invece il 34,7% della giornata al tempo libero, agli hobby o all’ozio, attività ritenute appaganti per la vita quotidiana.

mercoledì 9 dicembre 2009

GIOCATORI DA STRAPAZZO

Giocatori compulsivi (e non). Di fatto giocare online sta diventando un fenomeno sempre più frequente, nonché assai redditizio per le aziende che confezionano questo tipo di prodotti. Ecco qualche numero interessante. Negli Stati Uniti, in media, un adolescente trascorrere 31 ore online (per dare un'idea dell'enormità del tempo passato davanti a un monitor basti pensare che a scuola i ragazzi non trascorrono più di 35 ore la settimana). Buona parte di questo tempo è dedicato ai MMOG, "Massively Multiplayer Online Game", non patatine. Nel 2009 il fatturato di questa incessante attività dovrebbe superare i 10miliardi di dollari, un quinto, circa, dell'intera industria dei videogame. Gran parte degli incassi deriva dagli abbonati che sono circa 28milioni, in pratica l'intera popolazione di Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia e Irlanda. Gli esperti dell'ospedale di Legnano, però, fanno notare che i videogame potrebbero essere nocivi soprattutto per i più giovani, che non hanno ancora un cervello ben sviluppato. Secondo i medici del nosocomio lombardo, i giochi online, sottopongono il cervello a continue stimolazioni e impulsi che, se non vengono elaborati correttamente, sono immagazzinati in modo acritico, con tutte le conseguenze del caso: aggressività, paura, desensibilizzazione al valore dell'azione. Se guardiamo all'intero pianeta scopriamo invece che ogni giorno si giocano online circa 1milione e 250mila partite di FIFA 2010 (e ogni minuto vengono visti 1milione e 250mila video su Youtube). Dicevamo il gioco compulsivo… Spesso il fenomeno è figlio del gioco d'azzardo che, ovunque, sta crescendo a dismisura. Gennaio 2009, Italia: ben 7milioni di italiani tentano la fortuna online, affrontando complessivamente una spesa di 250milioni di euro, la stessa cifra destinata ogni 365 giorni - nel Belpaese - all'acquisto di lassativi. In Italia il poker online coinvolge il 55% dei giocatori. A seguire ci sono le scommesse sportive (38%), i gratta e vinci virtuali (3%), l'ippica (2,5%). Dunque, qualche volta, c'è anche chi vince, e vince tanto. Il record di vincita appartiene a una donna olandese che a giugno di quest'anno s'è portata a casa la bellezza di 4.300.000 euro… grazie alle slot machines virtuali! (Wired, che ha compiuto la ricerca, fa comunque notare che la cifra non sarebbe bastata a coprire le spese per le nozze del calciatore Wayne Rooney costate oltre 6milioni di euro).

(Pubblicato su www.milanoweb.com)