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mercoledì 14 dicembre 2022

Attacco alla fusione (nucleare) # 2

Il presupposto è questo: il deuterio contenuto in un bicchiere d’acqua, con l’aggiunta di un po’ di trizio, potrebbe fornire energia a un comune appartamento per un anno intero. E benché suonino astrusi, deuterio e trizio non sono altro che due semplici forme di idrogeno, l’elemento più diffuso dell’universo. “A differenza del carbone, c’è bisogno solo di una piccola quantità di idrogeno per ricavare energia”, spiega Julio Friedmann, responsabile dell’ente USA Carbon Direct, “l’idrogeno, di fatto, si trova nell’acqua, molecola presente ovunque”. Significa poter contare sulla possiblità di ottenere energia illimitata, incidendo pochissimo sull’ambiente. È il succo dell’attesa conferenza stampa rilasciata ieri dagli scienziati del National Ignition Facility, presso il Lawrence Livermore National Laboratory, in California, USA. Dove è stato reso noto un nuovo procedimento per ricavare energia, imitando le reazioni chimiche che avvengono nelle stelle consentendo la produzione di luce e calore. Jennifer Granholm, segretaria del Dipartimento americano per l’energia ha parlato senza mezzi termini di “risultato storico”. Rincara la dose Arati Prabhakar, consigliere scientifico del presidente Joe Biden, riferendosi a una “pietra miliare scientifica”. E le prospettive sono davvero ghiotte: “Progredendo in questo senso potremo produrre energia in grandi quantità, fornire carburante per i trasporti ed elettricità pulita”. Difficile dire quando, ma il test americano ha fornito una prova inequivocabile: per la prima volta l’energia richiesta per ottenere un processo di fusione nucleare, pressoché identico a quello che avviene negli astri a temperature di milioni di gradi, è stata minore di quella prodotta. Dal punto di vista scientifico è un traguardo eccezionale, che l’ingegneria del futuro potrà raffinare consentendo una distribuzione su larga scala. La strada è ancora in salita, ma si intravede un orizzonte che fino a qualche mese fa era mera utopia. “Ci sono ancora ostacoli da superare e non si possono prevedere risultati concreti se non prima di qualche decennio”, racconta Kim Budil, direttrice del Lawrence Livermore National Laboratory. “Il problema ora è soprattutto di natura tecnologica”. Perché un conto è comprendere e testare un nuovo meccanismo di produzione di energia, un altro è mettere a punto apparecchiature in grado di funzionare con costanza ed efficacia. Al momento gli scienziati hanno bombardato la materia con raggi laser per pochi istanti, obbedendo a un procedimento fisico chiamato “confinamento inerziale”; contrapposto a quello “magnetico”, l’altra tecnica testata in Europa per lo stesso obiettivo. In futuro l’intenzione sarà quella di coinvolgere onde più potenti, non uno sparo al giorno, ma tre o quattro al secondo, con energie ben più elevate. Risultato che potrebbe per la prima volta portare a una tecnologia in grado di produrre energia senza emissioni di carbonio. A tutto vantaggio dell’ambiente. “In futuro dirigeremo i nostri sforzi per dare vita al primo reattore a fusione nucleare a scopo commerciale”, rivela Granholm, “obiettivo che potremmo ottimisticamente raggiungere entro il 2050”. Può sembrare tanto, ma l’uomo non è nuovo a queste sfide contro il tempo. Tony Roulstone, esperto di fusione del Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Cambridge, ricorda che nel 1942 scienziati americani di Chicago tentarono la fissione nucleare facendo funzionare un primo avveniristico reattore. A differenza della fusione, impiega elementi più pesanti e più difficili da reperire; tuttavia furono in grado di far ballare l’impianto a uranio per cinque lunghi minuti. Tredici anni dopo, nell’Idaho, USA, fu la volta della prima centrale nucleare americana. Insomma, il sogno di un’energia pulita capace di soddisfare l’ingente richiesta del genere umano salvaguardando l’ambiente, potrebbe davvero non essere così lontano. “Avremo nuove scoperte e sicuramente battute d’arresto”, conclude Jill Hruby, sottosegretario per l’amministrazione della Nuclear Security and National Nuclear Security Administration (NNSA), “ma è certo il primo passo verso una fonte di energia pulita che potrebbe rivoluzionare il mondo”.  

 

martedì 12 luglio 2022

Marmolada: quando la natura impazza

Lo scorso anno l’ONU ha reso noto che, a livello mondiale, nel 2021 si è assistito a un incremento degli eventi estremi del 65%. Dati simili si registrano in Italia, per quel che riguarda fenomeni come alluvioni, frane, bombe d’acqua, valanghe di neve e di ghiaccio. L’episodio che ha contraddistinto l’altro ieri la Marmolada, di fatto, è stato preceduto da altri casi, tutti più o meno riconducibili ad effetti di natura climatica. A maggio una frana di ghiaccio ha interessato il massiccio del Monte Bianco. A 3.400 metri, sul Gran Combin, il crollo improvviso di seracchi ha provocato la morte di due alpinisti e il ferimento di nove persone. Stesso mese, nel gruppo del Brenta, versante est del Monte Daino, si è staccata una frana di eccezionali dimensioni, con blocchi rocciosi di 120 metri cubi. Il 30 luglio 2020 un evento estremo ha coinvolto una delle montagne più rappresentative d’Italia: il Cervino. Un maxi crollo della parte sud, fortunatamente opposta a quella che gli alpinisti percorrono abitualmente per raggiungere la cima del rilievo, facendo tappa alla famosa Capanna Carrel. Giorno di San Stefano 2019, sul Monviso, importante frana a 3.300 metri di quota, crollano due torrioni rocciosi della parete nord. Zona sensibile, nel 1989 ci fu un distacco di detriti in corrispondenza del ghiacciaio superiore di Coolidge, una valanga di ghiaccio del tutto assimilabile a quella della Marmolada; che, solo per caso, non provocò vittime. Nel 2007, la volta di un’anticima delle Tre Cime di Lavaredo, sessantamila metri cubi di roccia, una torre di cento metri si è polverizzata nel giro di pochi minuti. Nel 1996 una comitiva di turisti è travolta da una frana di ghiaccio in corrispondenza del Miage, un lago alpino della Val Veny. I detriti precipitano nel bacino lacustre sollevando un’onda di quasi tre metri. Eventi estremi che fanno meno notizia, ma contribuiscono a rendere i ghiacciai sempre più pericolosi, possono essere ricondotti alla cosiddetta “neve rosa”. Fenomeno dovuto alla proliferazione dell’alga Ancylonema nordenskioldii, vegetale che ha recentemente coinvolto il ghiacciaio del Presena e quello del Passo Gavia in Italia, quello del Morteratsch, in Svizzera. Cambiando colore, il ghiaccio assorbe maggiormente i raggi del sole, provocando lo scioglimento della superficie glaciale. Responsabili degli eventi estremi? Probabilmente il clima che cambia. E’ vero, si sono sempre verificati, ma il problema di oggi è che capitano troppo spesso. E l’innalzamento medie delle temperature può senz’altro favorire il loro sviluppo. I ghiacciai possiedono un equilibrio specifico e la danza secolare fra la zona di ablazione e quella di accumulo assicura la loro stabilità. Quando la colonnina del mercurio cresce questo equilibrio viene meno, provocando la formazione di crepacci e seracchi, strutture glaciali impossibili da controllare.

giovedì 10 febbraio 2022

Fusione nucleare: pronti al via?

La domanda che sorge è la stessa da decenni, da quando ci siamo resi conto che petrolio e carbone hanno i giorni contati. Dove andremo a recuperare fonti energetiche in grado di sostenere miliardi di persone? Fissione nucleare, pannelli fotovoltaici, pale eoliche, hanno sì dato risultati incoraggianti, ma per un motivo o per l’altro rischiano di non poter essere impiegati su larga scala. In particolare la fissione nucleare su cui s’è puntato dal dopoguerra in poi, ha mostrato tutti i suoi limiti. Senza rievocare i disastri di Chernobyl e Fukushima, c’è un problema insormontabile che a lungo andare potrebbe seriamente compromettere la salute del pianeta: le scorie radioattive. Nessuno ha ancora capito dove e come possano essere efficacemente smaltite. Ecco perché sobilla l’immaginario collettivo la notizia divulgata ieri dai laboratori inglesi dell’Università di Oxford: la possibilità di produrre energia tramite la fusione nucleare, che obbedisce a un processo fisico opposto a quello della fissione, evitando l’accumulo di rifiuti radioattivi.

Non è la prima volta che sperimentiamo la fusione nucleare. Gli studiosi del Joint European Torus (JET), il più grande reattore al mondo per questo tipo di test, perso fra le campagne che circondano le strade fra Londra e Bristol, aveva già dato esiti incoraggianti nel 1997: 21,7 megajoule di energia prodotta fondendo fra loro gli atomi più leggeri della materia. Ma oggi siamo andati oltre e i megajoule ottenuti in cinque secondi di gloria, sono stati 59. Presupposto ottimale per poter presto battezzare ITER, da International Thermonuclear Experimental Reactor, in pratica la prima centrale nucleare basata sullo stesso principio con cui le stelle irradiano l’universo. Di fatto, la fusione nucleare è un principio conosciuto, ma che nessuno è mai stato ancora in grado di realizzare. Per un motivo molto semplice: per avviarlo occorrono milioni di gradi.

Nelle stelle tutto ciò avviene senza problemi: il cuore del sole, per esempio, possiede una temperatura intorno ai quindici milioni di gradi. Diversa la situazione sulla Terra, oggettivamente incompatibile con un calore del genere; raggiungibile solo tramite centrali nucleari come quella, appunto, che sta sorgendo a Cadarache, nel Sud della Francia e che secondo le più rosee aspettative potrebbe iniziare a erogare energia dal 2035 in poi. Come? Con un marchingegno altamente sofisticato appannaggio degli studi di fisica più avanzati testati proprio al JET: il tokamak. Basato sull’azione di potenti magneti superconduttori capaci di confinare e controllare reazioni chimiche ad altissima potenza, e con temperature superiori a quelle registrate nel nucleo stellare. Altrettanto promettente l’ipotesi di avvalersi di un stellarator, per certi versi più vantaggioso del tokamak, ma più difficile da collaudare.

In ogni caso il meccanismo per l’ottenimento dei magajoule sarebbe sempre lo stesso. L’impiego di deuterio e trizio, due forme particolari d’idrogeno, l’elemento più abbondante dell’universo alla base dell’economia stellare, consentirebbe infatti la trasformazione della materia ordinaria in plasma; atomi caratterizzati da una carica elettrica, in grado di fondersi emettendo neutroni a vita breve, innocui per l’ambiente. Anche il boro, quinto elemento della tavola periodica, di poco più pesante dell’idrogeno, promette bene. In tal caso non si avrebbe nemmeno il rilascio di neutroni (a scapito, però, di una richiesta di energia maggiore per l’avvio delle reazioni chimiche). Le prospettive? Arrivare un domani a produrre energia pulita, decarbonizzando lo sviluppo economico e risolvendo definitivamente la dipendenza dagli idrocarburi. Al momento un’utopia, ma grazie a risultati come quelli di oggi seriamente auspicabile. Come ricorda Thomas Klinger, esperto di fusione del Max Planck Institut fur Plasmaphysik (IPP) di Greifswald, in Germania: “L’atmosfera è cambiata, ormai siamo così vicini alla fusione nucleare che ne sentiamo l’odore”.

martedì 22 maggio 2018

La rinascita delle Galapagos

Selvagge, affascinanti e incontaminate. Così siamo soliti immaginarci le isole Galapagos, leggendario arcipelago al largo delle coste dell’America Latina. Ma è un’idea che non rappresenta la realtà. Oggi le isole Galapagos costituiscono, infatti, un mondo in pericolo, soffocato da specie provenienti da altri paesi, che stanno progressivamente eliminando le autoctone. Motivo per cui è stato proposto un nuovo progetto scientifico, basato su un’avveniristica tecnica genetica: quella del “gene drive”. Gli scienziati stanno di fatto ipotizzando di intervenire sul DNA delle specie invasive per modificarlo e in questo modo rendergli terribilmente dura l’esistenza. L’attenzione è rivolta soprattutto al mondo dei roditori. I topi hanno, infatti, invaso tutte le isole Galapagos e la loro presenza compromette la vitalità di molte specie; mangiando le uova di uccelli e tartarughe. La tecnica del gene drive ha un obiettivo. Far sì che nelle generazioni future di topi possano nascere solo maschi. Per arrivare a questo traguardo – controbattuto e non esente dalla possibilità di creare nuovi problemi all’ambiente – si pensa di agire sul cosiddetto “complesso-T”. E’ un gene posizionato sul diciassettesimo cromosoma dei roditori che ha una particolarità: quella di essere ereditato nel 95% dei casi, contro il 50% canonico dei normali geni derivanti da mamma e papà, espresso dalle consolidate leggi di Mendel (l’abate scienziato che per primo si occupò di studiare l’ereditarietà dei caratteri). Un gene drive a tutti gli effetti. Al quale gli scienziati vorrebbero “appiccicare” un altro gene, indicato dalla sigla SRY, predisposto per far nascere solo e unicamente maschi. Dunque, la conseguenza è ovvia: il gene SRY, anziché essere ereditato nel 50% dei casi, giungerebbe alle progenie nel 95% dei casi, obbligando praticamente una popolazione a concepire solo individui di sesso maschile. Il risultato parafrasa quel che – secondo una controversa teoria - accadde con la fine dei dinosauri, 64 milioni di anni fa. Pare, infatti, che a decretare la fine dei rettili giganti che dominarono la Terra per milioni di anni, fu la scomparsa del genere femminile, provocata dall’incapacità di portare a termine i concepimenti per via di un incremento drastico delle temperature. L’idea del gene drive è oggi nelle mani di Karl Campbell, dell’Università del Queensland, in Australia. Si occupa da venti anni delle Galapagos e da più di dieci anni collabora con la Island Conservation, ente che opera a Santa Cruz, in California, cercando di cacciare le specie infestanti da ogni territorio. E’ arrivato alla genetica dopo aver verificato il fallimento di tutti gli altri piani. Spesso raccapriccianti. Per uccidere le capre che hanno invaso ogni angolo dell’arcipelago si usano gli elicotteri e i fucili calibro 12. Si spara dall’alto e gli animali che si nascondono nella foresta vengono ingannati da “capre Mata Hari” e “capre Giuda”. Animali dotati di radiocollare che emanano ferormoni attirando i propri simili nella trappola mortale. L’escalation di uccisioni è impressionante: 79.579 capre di Santiago, 41.683 di Pinta, 7.726 di San Cristobal, per un totale di 201.285 capre eliminate da tredici isole nel giro di pochissimo tempo. Mentre i turisti, ignari, nuotano qualche chilometro più in là con le tartarughe marine. Un altro sistema utilizzato per tenere a bada gli “infestanti”  è il veleno. Ma può avere gravi ripercussioni sulla catena alimentare, e potrebbe impattare anche sulle persone. Le isole ospitano bambini che nonostante le raccomandazioni potrebbero venire a contatto con le sostanze pericolose. Un test condotto recentemente con esche a base di brodifacum (potente topicida) ha provocato la morte di numerose poiane che si erano nutrite di tropidure, lucertoloni tipici delle Galapagos. D’altra parte se non si procedesse in questo senso, con condotte drastiche ai limiti della ragionevolezza, le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi. Senza un’operazione come gene drive, infatti, c’è il rischio che gli animali autoctoni delle Galapagos spariscano per sempre. Non fanno paura solo i topi e la capre, ma anche gli asini che distruggono le uova di tartaruga; i gatti selvatici che divorano rettili e uccelli appena nati. Almeno quarantaquattro le specie indesiderate; fra cui maiali, gechi, pavoni, aironi guardabuoi e la tilapia del Nilo, un particolare pesce di acqua dolce recentemente avvistato anche in Puglia. La competitività territoriale ha già condannato all’estinzione il serpente corridore (Pseudalsophis biserialis) e il tordo beffeggiatore dell’isola di Floreana è da decenni un lontano ricordo; ma la verità è che tutte le specie autoctone dell’arcipelago sono seriamente a rischio. In ecologia si parla di collo di bottiglia per indicare quel limite numerico minimo, oltre il quale la specie non è più in grado di riprodursi. Vortice ecosistemico nel quale è finito anche George, ultracentenaria tartaruga. L’animale è stato trovato privo di vita presso la Stazione di Ricerca Charles Darwin sull’isola di Santa Cruz, nel Parco nazionale delle Galapagos. Era l’ultimo esemplare della sua sottospecie, Geochelone abingdoni, o tartaruga dell’isola Pinta.

venerdì 2 marzo 2018

Guerra nucleare: il futuro della Terra


Einstein diceva di non sapere come l'uomo avrebbe combattuto la terza guerra mondiale, ma di intuire come sarebbe avvenuta la quarta: con clave e bastoni. Alludeva all'uso indiscriminato dell'energia nucleare che all'indomani delle due guerre mondiali avrebbe determinato la scomparsa del genere umano, e forse dell'intera vita sul pianeta; costringendo l'evoluzione a iniziare daccapo. Oggi gli attriti fra Stati Uniti e Corea del Nord ripropongono il tema, e alcuni scienziati, capeggiati dal climatologo Alan Robock, della Rutgers University, in Usa, hanno davvero immaginato quel che potrebbe accadere se scoppiasse un conflitto nucleare nei prossimi anni; supponendo l'utilizzo di cento bombe nucleari, a fronte delle migliaia protette negli arsenali di mezzo mondo. La Terra è sconvolta da un'azione antropica devastante e dopo una settimana cinque megatoni di "black carbon" (carbone elementare, o polvere nera) deturpano l'atmosfera; è un composto altamente nocivo, inquinante e soprattutto in grado di alterare velocemente la qualità del clima. La fuliggine, infatti, impedisce al calore del sole di raggiungere la superficie del pianeta, provocando un repentino abbassamento delle temperature, con oscuramento del cielo.

Trascorse due settimane il Pianeta azzurro è completamente trasformato e il buio avvolge ogni suo angolo. Alcune faglie tornate attive causano terremoti e smottamenti. Lo strato di ozono che riveste l'atmosfera è seriamente compromesso. E il suo compito di difenderci dai raggi ultravioletti che provengono dal sole e hanno il potere di danneggiare il Dna, viene meno. Si assiste a un incremento dell'80-120% delle radiazioni ultraviolette, al quale scampano solo poche piante dotate della capacità di produrre enzimi che assorbono e annullano gli effetti radiativi. La mancanza di luce e di calore provoca dopo due mesi un abbassamento delle temperature di circa 25 gradi: il pianeta si raffredda a ogni latitudine e in una città come Milano si avrebbero mediamente -30 gradi in inverno e un paio di gradi sopra lo zero in estate. L'inverno nucleare diviene realtà; con gli unici animali capaci di contrastare efficacemente il cataclisma: scarafaggi, blatte, moscerini, topi e scorpioni. Gli insetti, in particolare, fanno tesoro di milioni di anni di selezione naturale, ormai abituati a superare le condizioni climatiche più estreme. 

Il crollo delle temperature va di pari passo con una diminuzione delle precipitazioni: fiumi e laghi rinsecchiscono fino a scomparire. Per gli organismi abituati a vivere in stretto rapporto con il mondo acquatico è la fine. Molte specie di pesci e di anfibi si estinguono e le piante smettono di crescere. Le catene alimentari perdono tasselli importanti, compromettendo anche l'esistenza di specie che possono resistere per lunghi periodi senza liquidi immediatamente disponibili. Il Dna dei vegetali subisce importanti mutazioni, disturbando la regolare crescita delle foglie e delle radici. Se gli errori di codifica genetica riguardano l'apice meristematico (dove le cellule si riproducono velocemente consentendo lo sviluppo della pianta), degenerano i tessuti, i fusti e i rami crescono in modo irregolare dando luogo a "mostruosità vegetali". Dopo due anni è l'uomo ad accusare il colpo peggiore. Per due miliardi di persone la mancanza di organismi autotrofi è l'anticamera di gravi carestie: grano e riso non crescono più e per chi si ciba di questi alimenti non può esserci futuro. Peraltro gran parte del pianeta è invivibile a causa delle bassissime temperature e non c'è modo di potersi spostare verso aree geografiche dove l'alimentazione è assicurata. 

A cinque anni dalla guerra nucleare lo strato di ozono ridotto del 25% provoca un aumento esponenziale di tumori epidermici. E già da tempo sono tornate a farsi strada malattie causate dall'assunzione di cibo di scarsa qualità. Le acque contaminate non consentono di abbeverarsi con sicurezza e le epidemie dilagano. La fisiologia cellulare è alterata da un'impennata dei radicali liberi (suscettibili alle radiazioni nucleari), molecole alla base di moltissime patologie. Occorrono venti anni per tornare a livelli accettabili, con un timido riscaldamento che coinvolge un pianeta ancora stretto nella morsa del gelo. Trent'anni dopo la guerra nucleare torna a piovere con maggiore intensità, favorendo la ripresa definitiva di angiosperme e gimnosperme (le piante più evolute); che di nuovo colorano il pianeta regalando al cielo l'ossigeno, anche se molte zone rimangono fortemente contaminate dalle radiazioni che impediscono uno sviluppo "sano". 

Difficile dire a questo punto se e come l'uomo se la sarà cavata, e per quanti decenni ancora il pianeta dovrà fare i conti con la più grande tragedia climatica della storia; tuttavia, Robock è convinto che non ci sia nessuna ragione per mettere in atto un programma nucleare, nemmeno quello accarezzato dalla Nasa di provocare timide esplosioni per contrastare l'effetto serra. Questo è, infatti, quello che accadrebbe se l'uomo facesse scoppiare dall'oggi al domani cento bombe nucleari. Ma nessuno vuole immaginare (forse nemmeno Einstein se fosse ancora vivo) cosa succederebbe se fossero molte di più, anche solo una piccola parte delle 16mila sparse qua e là.    

venerdì 26 gennaio 2018

Le foreste del Polo Sud


L'Antartide come non ce lo immagineremmo mai. Coperto di piante lussureggianti. E' esattamente quel che accadde 260 milioni di anni fa. Oggi, infatti, giunge notizia della scoperta al Polo Sud delle tracce di un'antichissima foresta, capace di sopravvivere in condizioni estreme; con lunghi periodi di buio, alternati ad altri di chiaro. E' il risultato della missione condotta da scienziati dell'University of Wisconsin-Milwaukee, in Usa. Gli esperti dicono che potrebbe essere sopravvissuta alla grande estinzione di massa del Permiano Triassico; quella che anticipò la più famosa e che sancì l'epilogo della storia dei dinosauri, 250 milioni di anni fa. La Terra non era certamente quella che tutti conosciamo. 

A partire proprio dall'Antartide che si trovava in una posizione molto diversa da quella attuale, appiccicata all'Australia e all'India. E con un clima molto più caldo. Fu il risultato del movimento espresso dalle zolle continentali, che dopo la frammentazione del supercontinente Rodinia portò a una nuova realtà geologica, la Pangea; che successivamente si frantumò a sua volta generando i continenti che ci sono familiari. Erik Gulbranson, a capo dello studio, ha indagato la tipologia di rocce sedimentarie accumulatesi nei milioni di anni in corrispondenza dei monti transatartici; geograficamente collocati fra la terra di Vittoria e la Terra di Coats. E oggi ricordati per le scarsissime precipitazioni che li contraddistinguono. 

La roccia sedimentaria è tipicamente caratterizzata da resti fossili che testimoniano un passato in grado di farci comprendere come si è evoluto il mondo e che strada prenderà. Tredici i reperti portati alla luce dagli scienziati; fra i migliori mai scoperti; la cui chimica è ora sotto le lenti dei ricercatori, insieme a organismi simbionti - batteri e alghe - che potranno mostrare per la prima volta la variabilità del mondo che anticipò la straordinaria epoca dei grandi rettili. 

domenica 17 settembre 2017

L'estinzione dei mammiferi


Fra i mali che affliggono l'ambiente ce n'è uno che pare inesorabile e irreversibile: è la frammentazione dei territori. Un fenomeno che sta mettendo a dura prova molte specie animali; specialmente quelle di grossa taglia. E' stato recentemente compiuto un lungo lavoro che ha permesso di evidenziare le specie più a rischio fra i mammiferi. I test compiuti dagli scienziati della Colorado State University, in Usa, evidenziano uno stretto rapporto fra la frammentazione degli habitat e il collo di bottiglia. Con quest'ultimo termine si intende il livello minimo oltre il quale una popolazione non può scendere: indica il numero degli esemplari che la compongono e che sotto una certa soglia è indice di estinzione. Il colpevole? L'uomo. «Per la prima volta nella storia della Terra, una sola specie, la nostra, domina il globo», racconta Kevin Crooks, professore presso il Dapartement of Fish, Wildlife, and Conservation Biology. «Ma tanto più noi siamo connessi e uniti da infrastrutture, tanto maggiori sono i problemi arrecati alle altre specie».

Lo studio s'è concentrato sulle relazioni precise fra stato di frammentazione di un determinato territorio, e impatto specifico su una particolare specie. Così è stato possibile sviluppare il primo inventario che cataloga le specie in pericolo in relazione all'impoverimento dei territori; caratterizzato da mappe geografiche illustranti i punti precisi in cui l'impatto antropico è più difficile da gestire. Due le considerazioni principali: lo sviluppo urbano e la deforestazione. La crescita delle città è direttamente proporzionale al depauperamento genetico delle specie, e alla riduzione della biodiversità; e analogamente, la deforestazione, priva gli animali di corridoi sicuri attraverso i quali muoversi da un territorio all'altro. Crooks ha citato l'esempio dei leoni di montagna, nei primi del Novecento diffusi in tutti gli Stati Uniti, ma oggi molto più rari. La caccia indiscriminata li ha fortemente ridimensionati, e ora la frammentazione del territorio sta facendo il resto. Non si sa quanti ce ne siano (anche perché sono animali molto schivi, difficili da censire), tuttavia si è consci dell'impossibilità che hanno di muoversi liberamente per il continente, e dell'incremento del fenomeno di l'imbreeding (incrocio fra consanguinei); anticamera di sterilità e malattie genetiche.

Va poi tenuto conto di un altro aspetto, ossia la necessità delle specie di migrare da una latitudine all'altra. Il cambiamento climatico, infatti, ha portato molte specie a muoversi verso nord, ma la frammentazione dei territori risulta un ostacolo insormontabile; e l'animale che vive in un contesto climatico che non gli è congeniale, alla fine, può solo estinguersi. Soluzioni? «E' un problema che va affrontato su larga scala», dice Crooks, «prima che nuove specie scompaiano per sempre». Si parla dunque di connettività, auspicando interventi che possano, se non ripristinare gli ambienti del passato, almeno fornire dei "passaggi" per muoversi da una zona all'altra senza dover fare i conti con la firma dell'uomo. «I corridoi per la fauna selvatica», clonclude Crooks, «ne parliamo da tempo, ma ora è arrivato il momento di agire».

domenica 6 agosto 2017

Il potere dei fulmini


Le percentuali sono infinitesimali, tuttavia quando scoppia un temporale il pensiero non tralascia l’ipotesi più infausta: quella di vedere una saetta piombare su di noi fulminandoci. In India, poche ore fa, un evento monsonico particolarmente potente, ha causato la morte di undici persone, quasi tutti contadini. E nel mondo ogni anno il fenomeno riguarda più di mille persone. Fulmini e saette sono uno degli eventi più tipici della stagione estiva; se ne contano 44mila al giorno (su tutto il pianeta). Ma di cosa si tratta esattamente, e quali sono i reali rischi? Un fulmine si origina per la presenza di cariche negative nella parte più bassa di una nube temporalesca, di solito un cumulonembo, con grande sviluppo verticale; le cariche negative sono figlie dell’interazione che si instaura fra particelle di acqua e cristalli di ghiaccio. In risposta si generano al suolo delle cariche positive che preludono a una differenza di potenziale; che potrà essere compensata solo con una potente scarica elettrica.

I fulmini possono interessare anche gli aerei, le tempeste di sabbia e le eruzioni vulcaniche. E arrivare a una produzione energetica compresa fra dieci e duecento kiloampere. Lo scompenso elettrico che ne deriva, provoca il caratteristico tuono che, per via della minore velocità del suono rispetto alla luce, si percepisce con un po’ di ritardo. Immediatamente la temperatura dell’aria raggiunge nel punto di impatto i 15mila gradi centigradi. La lunghezza di un fulmine può, dunque, arrivare a quindici chilometri, con punte medie di due-tre chilometri. I fulmini sono particolarmente minacciosi in montagna. Ma in generale riguarda tutti i luoghi molto esposti, specialmente dove c’è presenza di acqua (che conduce elettricità). È un composto polare, nel quale gli atomi di ossigeno assumono una parziale carica negativa, in contrapposizione a quelle positive degli atomi di idrogeno.
Con ciò non sono risparmiate le spiagge. Non è necessario aspettare la pioggia prima di correre ai ripari, perché spesso fulmini e saette precedono le precipitazioni. In generale la raccomandazione è quella di mantenersi distanti da pali e alberi (vere e proprie calamite per i fulmini). E occorre evitare tutto ciò che favorisce la conducibilità elettrica.

Per i esempio gli oggetti metallici. In caso di forte temporale conviene togliere anelli, collane, orecchini. E mantenersi distanti dai cavi elettrici. In montagna è opportuno fermarsi, possibilmente nascondersi in qualche anfratto, per esempio una grotta; ma anche una costruzione o un rudere possono proteggere con successo dalla furia del cielo estivo. Anche in casa conviene prendere qualche provvedimento; e non utilizzare computer, televisione ed elettrodomestici. Ma ci sono anche posti sicuri, come la fusoliera di un aeroplano o l’abitacolo di un’automobile. Si comportano come una gabbia di Faraday che isolano gli ambienti dal campo elettrostatico, impedendo ai suoi occupanti di venire a contatto con le scariche elettriche.

martedì 25 luglio 2017

Antartide: il distacco dell'iceberg gigante

La piattaforma di Larsen

Il più grande iceberg mai visto dell'uomo si è ufficialmente staccato pochi giorni fa dall'Antartide. E' avvenuto in corrispondenza della penisola antartica, dove finisce la porzione continentale e inizia la coltre di ghiaccio che poggia direttamente sul mare; è la piattaforma di Larsen, sorta alla fine dell'ultimo periodo glaciale, 12mila anni fa. Da mesi gli scienziati stavano tenendo d'occhio questa parte del Polo Sud, attraverso le rilevazioni satellitari. Si è così visto che la piccola fattura venutasi a creare nel 2011, si è progressivamente allungata fino a formare una spaccatura di 200 km. Dunque l'allontanamento dal Polo Sud è avvenuto, e si tratta di un blocco di ghiaccio grande tanto quanto la Liguria.

Ora ci cercherà di capire quale direzione intraprenderà. Il rischio, di fatto, è anche quello che, sciogliendosi repentinamente, possa provocare un innalzamento del livello dei mari. Circostanza che però gli scienziati cavalcano con molta prudenza; per non allarmare inutilmente e perché non è semplice capire quanto tempo impiegherà a sciogliersi completamente. Dipenderà dalla direzione presa, ma anche dal clima e dalle temperature. Intanto ci si domanda il motivo di questo eccezionale fenomeno. Istantaneamente verrebbe da pensare all'effetto serra; che in effetti potrebbe essere coinvolto. Tuttavia il vero problema risiede nella dinamica glaciale che porta la porzione continentale a spingere su quella marittima, determinando frizioni che a lungo andare creano forti disquilibri fra le masse.

In questo modo si creano dei crepacci che in particolari situazioni, evidentemente, possono percorrere traiettorie in grado di formare spaccature lunghe chilometri. L'effetto serra vale comunque la pena citarlo, perché da decenni, ormai, anche i ghiacci dell'Antartide sono soggetti a scioglimenti più rapidi e consistenti. E' un circolo vizioso. I mari si alzano di circa un millimetro all'anno e lambiscono le coste antartiche; così facendo, in concomitanza con l'aria sempre più tiepida, "erodono" i ghiacci trasformandoli in iceberg. E c'è il Nino, la famigerata e per certi versi ancora misteriosa corrente oceanica, che quando si instaura - per via di un decremento dell'azione degli alisei - provoca ripercussioni climatiche su ogni angolo del pianeta.

Le stime condotte dal British Antartic Survey non lasciano adito ai fraintendimenti: gli inverni antartici stanno diventando sempre più caldi e la temperatura media sta salendo; il riferimento è a un grado in più da 30 anni a questa parte. E ciò spiega la formazione sempre più frequente di iceberg che stanno frammentando le lingue glaciali più esposte del continente. Si parla di 720 miliardi di tonnellate alla deriva, pari a una superficie di 3.250 chilometri quadrati.

venerdì 23 giugno 2017

Animali selvatici: boom di attacchi all'uomo


Invadiamo i loro territori. Ecco perché cominciano a ribellarsi. La fauna selvatica insorge perché l'uomo sta soffocando ogni habitat, compromettendo la sopravvivenza di numerose specie. L'ultimo episodio si è verificato poche ore fa nel Parco di Yellowstone, in Nord America. Una famiglia di orsi neri, una madre con i suoi tre piccoli, ha inseguito alcuni turisti obbligandoli a darsela a gambe e a trovare riparo all'interno della propria auto. Complice il gran caldo degli ultimi tempi, che ha scombussolato i ritmi dei plantigradi e attirato frotte di turisti. Gli ambientalisti puntano il dito sull'eccessivo sfruttamento dell'area naturale, che ogni anno viene presa d'assalto da quasi quattro milioni di visitatori. «Gli animali, specialmente le orse che hanno appena partorito, sono molto sensibili alla presenza umana», spiega Jack Hanna, direttore dello zoo di Columbus; e di fatto molte hanno iniziato a dare la caccia agli "scocciatori". Gli esperti raccomandano di non avvicinarsi troppo agli animali, per non interferire con la loro quotidianità e per permettergli di vivere al meglio la stagione più delicata. 

Qualcosa di simile si sta verificando in Africa e in India. Dove gli elefanti colpiti dalla caccia indiscriminata e dal restringimento del territorio per scopi agricoli, hanno cominciato a ribellarsi attaccando in modo plateale l'uomo. Nel 2013, durante un safari africano, dei turisti sono stati attaccati da un branco di elefanti infastidito dalla loro presenza. Non ci sono stati feriti, ma la jeep dei visitatori è stata distrutta dalla furia animale. Nello stesso periodo, sempre in Kenya, una turista americana e la figlia hanno perso la vita in seguito all'attacco di un elefante nei pressi dell'hotel in cui alloggiavano. E' la prova che gli animali non si limitano a difendere il proprio areale ma si spingono fino ai luoghi abitati, apparentemente consapevoli che il problema debba essere risolto alla radice. Il Time ha diffuso la notizia di un attacco mortale ai danni di Steve Irwin, un cacciatore di coccodrilli: aveva disturbato una razza durante le riprese per la registrazione di un documentario sulla barriera australiana. 

Simile il destino di un giovanissimo della Florida, divorato da un alligatore, mentre era a spasso lungo il Dead River. Sono casi eccezionali, ma gli scienziati lanciano l'allarme: se l'uomo continuerà a impattare in modo così spregiudicato e violento sull'ambiente, il fenomeno potrà solo aumentare rendendo pericolosa qualunque escursione nei territori "vergini". Le stime dicono che ogni anno almeno 100mila persone sono vittime di attacchi da parte di animali selvatici. L'uomo riesce spesso a scamparla, ma i numeri suggeriscono che si è già passata una certa soglia, e che è necessario valutare nuovi sistemi comportamentali per poter visitare luoghi incontaminati senza interferire pesantemente sulle specie autoctone. 

lunedì 1 maggio 2017

Il paradiso di Chernobyl


Non un ossimoro, ma quel che si sta, di fatto, concretizzando nei dintorni della località bielorussa dove nel 1986 è avvenuto il più grave disastro nucleare della storia dell'uomo. Qui un team di ricercatori dell'Università della Georgia, in Usa, ha evidenziato un indice di biodiversità molto elevato, legato alla sopravvivenza e alla convivenza di specie animali che in altri posti la competitività e la morsa antropica non rendono possibili. Cervi, lupi, volpi, alci, cinghiali, sono i protagonisti di un macrocosmo ambientale che sta prendendo forma in una delle zone più inquinate del pianeta, dove il livello radioattivo continua a rimanere superiore alla media. Gli animali prosperano e si riproducono con grande facilità perché la mancanza dell'uomo rende la loro vita meno pericolosa: non esistono barriere architettoniche, le strade sono liberamente percorribili, e non c'è il rischio di finire impallinati. Insomma, un vero e proprio paradiso terrestre. Com'è possibile? 

Nessuno lo sa. Su Current Biology emerge la potenza quantitativa e qualitativa di molte specie di mammiferi. E la cosa che stupisce di più è che gli animali non risentirebbero delle radiazioni. Cozza con uno studio effettuato tempo fa sui funghi, dove si diceva che la crescita di saccaromiceti e deuteromiceti ha subito negli ultimi trent'anni uno sviluppo abnorme. Gli animali invece stanno bene. Anzi benone. Addirittura la popolazione di lupi risulta sette volte superiore a quella di altre località "più sane". Jim Smith, a capo dello studio, colpisce per la sua prosaicità: «Se dovessimo ponderare su largo spettro l'impatto ambientale di Chernobyl potremmo dire che l'incidente non ha fatto gravi danni». 

Certo, c'è del sarcasmo in queste parole, tuttavia è evidente che sul lungo termine le popolazioni animali più progredite non hanno subito la devastazione patita da altre specie o dall'uomo stesso che è completamente scomparso dall'area in esame. E dunque gli animali hanno beneficiato anche di questo aspetto, sfruttando le case abbandonate che sono state utilizzate come ripari di super lusso. «In pratica la zona di Chernobyl contro ogni aspettative si è trasformata in una specie di riserva naturale». 

lunedì 17 aprile 2017

Animali arrampicatori


Il migliore scalatore nel regno animale? È la capra di montagna (Oreamnos americanus), simile, in realtà, al nostro camoscio. Lo studio condotto in una remota regione a cavallo fra Stati Uniti e Canada ha messo in luce le straordinarie caratteristiche di questo animale, capace di arrampicarsi su pareti a strapiombo, senza pericolo di sbilanciarsi e cadere. Il suo segreto risiede in un potente apparato muscolare e in un baricentro basso che gli consente di mantenere la stabilità anche su i pendii più ripidi. Su internet sono disponibili vari video che evidenziano questa straordinaria attitudine delle capre delle Montagne Rocciose. Gli stessi Ryan Lewinson e Darren Stefanyshyn dell’University of Calgary si sono avvalsi di queste registrazioni per ricavare nove fotogrammi da analizzare dal punto di vista anatomico e fisiologico.

Hanno osservato con particolare attenzione il movimento delle zampe, perfettamente calibrate per l’arrampicata. Le gambe posteriori, in particolare, sono quelle che permettono di spingere l’animale verso l’alto, agendo come un propulsore. Ma intervengono anche i muscoli del collo e delle spalle, con fibre allungate e molto resistenti. “Non è detto che sia così in tutti gli animali”, specificano Lewinon e Stefanyshyn, “gli esemplari più anziani, infatti, potrebbero avere adottato un sistema diverso per vincere le salite più irte”. L’attitudine alla scalata è caratteristica anche di altri mammiferi delle alte quote; compresi i nostri stambecchi. La Capra ibex è letteralmente in grado di sfidare la forza di gravità; come ha recentemente dimostrato sulla diga di Cingino, in Piemonte, a due passi dalla Svizzera. Gli animali hanno superato una pendenza estrema, che nessun uomo sarebbe in grado di sostenere, se non imbracati a corde e moschettoni.

Anche le capre del Nord Africa compiono missioni "estreme". In Marocco si arrampicano su alberi alti dieci metri per raggiungere il cibo preferito, un frutto particolarmente dolce, tipico dell'Argania spinosa. Fra i mammiferi anche i felini mostrano propensione all'arrampicata. Basti pensare all'agilità con cui i gatti "scalano" un albero, o i leopardi si addormentano su una pianta di acacia. 

giovedì 3 novembre 2016

Cellulari da riciclo


Riciclare i cellulari vecchi per salvaguardare l’ambiente. È la proposta della Cellular Telecommunications and Internet Association (CTIA), l’ente che riunisce le società che si occupano di cellulari e internet. Sono 80 milioni i cellulari eliminati ogni anno dai cittadini statunitensi e che potrebbero invece essere recuperati per evitare i danni dell’inquinamento tecnologico e il dispendio di materiali che ancora possono essere utili al commercio.

Nei soli Stati Uniti il mercato dei cellulari ha raggiunto cifre esorbitanti. Secondo gli ultimi dati i 150 milioni di utenti americani cambiano telefono ogni 18 mesi. Il più delle volte perché è subentrato un modello più moderno e pratico.

Ora i cellulari da “cambiare” faranno un'altra fine. Quelli che ancora funzionano verranno distribuiti nei paesi sottosviluppati; gli altri, i telefonini guasti, verranno smontati e i loro pezzi inviati di nuovo alle ditte che li fabbricano. Nelle discariche per lo smaltimento di prodotti tecnologici finiranno tutti gli avanzi e i resti accumulati dei cellulari che non possono essere utilizzati in alcun modo.

Il piano di intervento americano risponde a quello già avviato in Australia dalla Planet Ark, l’associazione ambientale non governativa il cui compito è quello di migliorare l’impatto dell’uomo sull’ambiente. In questa circostanza Jon Dee, fondatore dell’ente australiano, ha reso noto che un’operazione di riciclaggio di “appena” 50mila telefonini produrrebbe addirittura un chilo e mezzo d’oro, oltre ad altri materiali importanti come il nichel, il rame e la plastica.  

martedì 25 ottobre 2016

Effetto serra: i record del 2015


Un record di cui non andare fieri: il superamento della soglia di 400 parti per milione di CO2 nell'atmosfera. E' stato registrato nel 2015. Mai si era arrivati a tanto e ci vorranno generazioni prima che si ristabiliscano i livelli precedenti. «E' una nuova realtà climatica», dicono gli esperti dell'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm). Ed è l'ultimo dato diffuso dall'Onu (che parafrasa il libro che Edinat ha appena terminato di scrivere per il Touring Club, a proposito del surriscaldamento globale). Cosa cambia rispetto agli anni precedenti?

I 400 ppm di CO2 erano stati già raggiunti in epoche passate, per alcuni mesi e in precisi punti del globo; ma mai si era giunti a questa cifra riferita a una media costante a livello globale. Significa che la concentrazione di anidride carbonica nell'aria su tutto il pianeta ha ormai superato una soglia giudicata critica, che non subirà ridimensionamenti negli anni a venire. Complice la corrente oceanica El Nino che come è noto giustifica le bizzarrie del clima a livello mondiale ogni volta che si instaura.

Il flusso correntizio si verifica fra le coste del Sudamerica e quelle australiane: l'upwelling, la risalita di acqua fredda dai fondali oceanici, si interrompe, determinando un innalzamento delle temperature marine superficiali che si ripercuotono in ogni regione. Ma le brutte notizie non finiscono qui. Stando infatti alle ultime analisi diffuse dall'Onu, l'ultimo anno è stato il più caldo della storia. La temperatura media è risultata più elevata di 0,89°C rispetto alla media del Novecento.

Il futuro non incoraggia, anche perché tutti i tentativi per ridimensionare il livello di diossido di carbonio nell'aria non sono andati a buon fine. Ma la questione è aperta. C'è infatti chi dice che l'uomo non c'entri nulla. E che periodicamente la temperatura cresce causando l'innalzamento del livello marino e lo scioglimento dei ghiacci. Ai posteri l'ardua sentenza.

lunedì 10 febbraio 2014

Le alghe ripuliscono i laghi americani

Esemplare di Chlamydomonas al microscopio elettronico
Negli Usa si sta pensando di disinquinare le acque dei laghi e dei fiumi attraverso l’impiego di alghe geneticamente modificate. È un’idea degli studiosi dell’Università dell’Ohio, che hanno ottenuto una varietà di alga in grado di neutralizzare il mercurio presente nei bacini lacustri. La proposta deriva dal fatto che si è potuto recentemente dimostrare la presenza, nei grandi laghi americani, di una massiccia quantità di metalli pesanti che hanno già provocato gravi danni all’ecosistema. Chlamydomonas, è questo il genere al quale appartiene il vegetale manipolato dagli scienziati dell’Università dell’Ohio, è l’ideale non solo per combattere il mercurio, ma anche altri elementi come il piombo, il rame, il cadmio e il nichel. La modifica genetica effettuata dagli studiosi è consistita nell’inserimento nelle alghe di un gene che codifica la produzione di proteine in grado di legare i metalli. Il risultato è una clorifita che assorbe come una spugna una grande quantità di materiale inquinante tossico: fino al 20% della sua massa. Modificando il ph del liquido in cui si trovano le alghe, si può peraltro fare in modo che queste cedano i metalli assorbiti, in modo da poterli successivamente recuperare per ulteriori produzioni industriali. “Partendo da una ricerca del 1986, nella quale si riportava la significativa presenza di mercurio nelle acque del lago Eire, abbiamo cercato di dare risposte convenzionali al problema, riscontrando progressi decisivi, ma non risolutori, nella qualità delle acque trattate – ha rivelato uno degli scienziati coinvolti nel progetto - solo un paio d’anni fa abbiamo mappato un’alga unicellulare molto diffusa nei bacini, la Chlamydomonas reinhardtii, facilmente bioingegnerizzabile, che grazie alla sua porosità naturale si lega alle molecole di inquinanti, trattenendole”. A questo punto i ricercatori Usa, dopo aver condotto con successo i primi esperimenti in laboratorio, procederanno al rilascio nei laghi Eire e Superiore delle alghe geneticamente modificate, per vedere concretamente quanto è possibile ridurre il grado di inquinamento di un bacino lacustre. 

mercoledì 5 febbraio 2014

Nuove specie scoperte... già a rischio di estinzione


Uno studio condotto recentemente dal National Geographic asserisce che nel mondo esistono 8,7 milioni di specie. Ma se ne conoscono solo 1,2 milioni. Nonostante ciò, non passa anno senza che qualche scienziato si faccia avanti dicendo di avere scoperto una nuova forma vivente. Il più delle volte però si tratta di organismi che l'immaginario collettivo fa fatica ad apprezzare, essendo quasi sempre riconducibili a specie minuscole, talvolta appannaggio della microscopia. Eppure non mancano le sorprese: come la scoperta di animali a tutti gli effetti, di grossa taglia, che lasciano esterrefatti gli stessi studiosi. Un ultimo esempio risale a pochi giorni fa, con l'identificazione in Amazzonia di un delfino mai classificato prima d'ora, l'Araguaian Boto (Inia araguaiensis). E' stato scoperto in uno dei maggiori fiumi del Sudamerica, l'Araguaia, lungo quasi 3mila chilometri. Era dalla fine della prima guerra mondiale che non si compiva un avvistamento del genere. Va, di fatto, tenuto presente che i delfini di fiume sono animali rarissimi, lontani cugini di quelli marini, ma altrettanto intelligenti. «E' molto simile alle altre specie fluviali», dice Tomas Hrbek, della Federal University of Amazonas, «ma non c'è dubbio che si tratti di una specie a se stante, come dimostra l'analisi del DNA». Su Plos One, dove è stata divulgata la notizia, si dice che l'animale si sarebbe separato geneticamente dalle specie affini circa due milioni di anni fa.
L'Araguaian Boto è caratterizzato da un lungo becco che gli consente di cacciare abilmente le sue prede preferite, i pesci dei fondali melmosi dei fiumi, e dalla tipica forma affusolata del delfino che tutti conosciamo. In dodici settimane di appostamenti sono stati osservati centoventi esemplari, e le stime permettono di supporre che esistano complessivamente mille delfini appartenenti a questa nuova realtà tassonomica. Ma la specie potrebbe già essere a rischio di estinzione e da ricondursi, quindi, alla famosa Lista Rossa dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura: «Abbiamo infatti appurato che la sua variabilità genetica (parametro che consente a una specie di sopravvivere senza problemi), è molto bassa», spiega Hrbek. «Peraltro il suo habitat è soggetto a una forte antropizzazione che a lungo andare può causargli seri problemi». Sotto accusa anche i pescatori senza scrupoli, che sparano ai delfini per salvaguardare il proprio "bottino" ittico. Si vuole pertanto evitare che l'Araguaian Boto faccia la stessa fine del cugino asiatico, il baiji dello Yangtze. E' il nome popolare della specie Lipotes vexillifer, dichiarata estinta nel 2006, anche se alcune fonti parlano di nuovi avvistamenti avvenuti nel 2007.
Non manca anche la scoperta di mammiferi di grossa taglia che popolano la terraferma e che nessuno si aspetterebbe di trovare. E' il caso dell'olinguito (Bassaricyon neblina), identificato per la prima volta nel 2013, fra le foreste della Colombia e dell'Ecuador, e scambiato a prima vista per un perfetto incrocio fra un gatto e un orsetto. E' un mammifero onnivoro, che gli esperti dello Smithsonian di Washington hanno ricondotto alla famiglia dei procioni. Lungo fra i 30 e i 40 centimetri, pesa mediamente un chilogrammo. Dal 2000 a oggi sono state inoltre classificate cinque nuove specie di marsupiali, come il tricosuro canino, una specie di scoiattolo australiano; venticinque i nuovi primati e una trentina le nuove specie di pipistrello (compreso l'orecchione sardo individuato nel 2002).
Infine non mancano le sorprese riguardanti gli animali che da sempre stimolano i nostri gusti, come l'elefante e il leopardo. Fra i proboscidati è stata proposta la nuova classificazione per il piccolo elefante della foresta africana, non più Loxodonta africana, ma Loxodonta cyclotis. Mentre in Borneo, cuore del sud est asiatico, è stata dichiarata specie completamente a se stante il leopardo nebuloso, fino al 2006 considerato una sottospecie del cugino continentale.  

mercoledì 22 gennaio 2014

Cina: a rischio la Grande Muraglia


La Grande Muraglia cinese va a pezzi. Lo dicono alcuni archeologi cinesi. L’erosione naturale, i  vandalismi, il turismo di massa sono le principali cause del disastro. Secondo gli esperti dei 6.700 chilometri originari ne rimane solo un terzo intatto: la restante parte non esiste più o è stata irrimediabilmente danneggiata. Dalla muraglia vengono prelevati ingenti quantità di pietre e mattoni per costruire altri edifici nel circondario. Mentre le sue torri e i suoi fortini si sono trasformati in granai, porcilaie, e luoghi ideali dove imprimere le proprie iniziali (i murales sono arrivati anche lì). Interi tratti sono stati abbattuti per fare spazio a strade e autostrade. I tentativi di restauro si accavallano di anno in anno, ma i fondi non sono mai sufficienti a portare a compimento l’opera. La grande muraglia fu costruita in più riprese sempre con lo stesso scopo: difendersi dalle invasioni provenienti da nord. In seguito si è trasformata in un importante via di comunicazione. Il primo tratto risale al IV secolo a.C. La muraglia ha una altezza variabile tra i 5 e i 10 metri e un notevole spessore anche di 7 metri alla base 4 al vertice. Ogni 200 metri circa di eleva una torre di guardia. 

mercoledì 8 gennaio 2014

Grattacieli green: la nuova scommessa dell'architettura


Sorgerà entro il 2023, a Stoccolma, il grattacielo in legno più alto del mondo. 34 piani di architettura bio-sostenibile, ideata dalla CF Moller Architects in collaborazione con Dinell Johansson. Se si esclude la parte interna in calcestruzzo, indispensabile a reggere la struttura, tutto il resto sarà realizzato con prodotti derivanti dall’industria del legname. Massima l’attenzione riservata all’energia pulita. Si pensa infatti a un sistema basato sull’azione di pannelli fotovoltaici in associazione a una pompa geotermica, in grado di ricavare calore direttamente dal sottosuolo. Altrettanto significativo l’aspetto legato al design, con lo sviluppo di una silhouette architettonica elegante e raffinata, capace di fornire ai vari appartamenti e uffici che la comporranno, la massima luminosità. Qua e là sparsi dei giardini pensili, punto ideale per socializzare, ma anche strategia vincente per non disperdere calore. La struttura ospiterà inoltre orti urbani, asili nido e depositi di biciclette.
La nascita del nuovo e avveniristico grattacielo scandinavo coincide, dunque, con una nuova esigenza urbanistica: dare vita a costruzioni che prima di ogni altro parametro, rispettino l’ambiente. Fino a una decina di anni fa la priorità di città e nazioni era, infatti, dimostrare la propria “potenza” costruendo i grattacieli più alti o più “originali”: si va dall’Empire State Building statunitense, realizzato nel 1929, alto 381 metri, per arrivare ai giganti dell’estremo oriente, come la Shanghai Tower, alta 632 metri, iniziata in Cina, nella città omonima, nel 2008 e non ancora finita. Oggi, invece, si lavora soprattutto in funzione dell’eco-sostenibilità. Importa meno far sapere al mondo di essere capaci di costruire dei grattacieli giganteschi; ma è fondamentale rendere noto che si è in grado di progettare costruzioni ragionando in termini ecologici. L’opera che vedrà la luce a Stoccolma, di fatto, è solo l’ultimo esempio di un progetto architettonico esplicitamente green. Ce ne sono in fase di elaborazione un po’ in tutte le città del mondo, alcuni già conclusi: Rotterdam (Urban Cactus), Londra (Waugh Thistleton Residential Tower), Dubai (Burj Al-Taqa), New York (Hearst Tower), sono alcuni esempi.
La stessa città di Milano sta lavorando per anteporre l’aspetto ambientale alla boria di espandere i propri confini verso il cielo. Il riferimento è alla Torre di Porta Nuova Garibaldi, l’edificio più alto d’Italia. 231 metri di pareti splendenti, figlie di un approccio ingegneristico di grande spessore, colpisce tanto per la sua modernissima linea, quanto per l’eccezionale attenzione che è stata riservata al risparmio energetico e agli stratagemmi per consumare meno e risparmiare di più. Fa parte di un compound di tre edifici che hanno rivoluzionato lo skyline meneghino, da poco premiati con la prestigiosa  “certificazione di sostenibilità Leed Gold”. Si sono ottenuti importanti risultati come il 22,5% di risparmio energetico totale (rapportato a un complesso architettonico analogo); il 37,3% di riduzione dell’utilizzo di acqua potabile; il 100% di riutilizzo di acqua piovana. Per non parlare dei numerosi materiali utilizzati per la sua costruzione, derivanti dal riciclo, comprese frazioni di metalli ferrosi con cui è stata realizzata la famosa guglia della Torre.
In India desta altrettanto scalpore la Namaste Tower (dal nome di un saluto indiano), grattacielo che dovrebbe essere pronto fra un paio d’anni, a Mumbai. Alto “solo” trecento metri, è stato pensato per impattare il meno possibile sull’ambiente. È infatti munito di collettori solari termici, dai quali deriva il 12% dell’acqua utilizzata dai clienti del futuro hotel. Anche qui, come nel caso di Stoccolma, si riflette sulla realizzazione di giardini pensili ideati non solo per isolare, ma anche per migliore la qualità dell’aria di appartamenti, uffici e sale conferenze. Notevole, infine, anche l’esperienza del Bahrain World Trade Center Towers, concluso nel 2008 a Manama, capitale del Baharain. Alto 240 metri ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la sua progettazione in chiave “green”; funziona grazie all’azione di tre eliche da 225kW, in grado di fornire 1100 megawatts all’anno, circa il 15% del consumo energetico totale. 

sabato 28 dicembre 2013

Italia, futuro deserto


L’Italia si trasformerà in un deserto e le sue coste finiranno inghiottite dal mare. Sono le ipotesi catastrofiche che si evincono dalle ultime ricerche condotte da Vincenzo Ferrara, climatologo dell’Enea. Le sue conclusioni sono state commentate alla tavola rotonda “L’alba del giorno dopo” organizzata da Modus Vivendi. Secondo l’esperto entro il 2090 il Mediterraneo salirà di 18 – 30 centimetri (con picchi di 70 cm nell’Alto Adriatico), e 4.500 chilometri quadrati di aree costiere verranno letteralmente spazzate via dalle acque. Contemporaneamente l’innalzamento delle temperature e l’inaridimento del clima porteranno alla desertificazione di mezza Italia: da vent’anni a questa parte il fenomeno è addirittura triplicato e ora è il 27% del territorio nazionale a correre seri rischi in tal senso. I dati relativi ai cambiamenti climatici in atto sostengono che negli ultimi 100 anni la temperatura nel Bel Paese è mediamente salita di 0,6 – 0,8 gradi centigradi. Mentre la piovosità da cinquant’anni a questa parte si è ridotta del 14%.
Il pericolo per le coste italiane e per le zone dove il deserto avanza inesorabile riguarda differentemente specifiche aree regionali, ed è il risultato di ciò che Ferrara ha definito il “momento ballerino dell’Italia che sprofonda al nord e si solleva al sud”. Il 62,6% delle terre del meridione, dal Golfo di Manfredonia alle zone del Golfo di Taranto, il 25,4% di quelle del nord Italia, soprattutto dell’Alto Adriatico, il 6,6% di quelle sarde e il 5,4 % di quelle del centro Italia, stanno perdendo di giorno in giorno porzioni di roccia e sabbia. In alcuni casi il fenomeno è addirittura ulteriormente amplificato per l’azione naturale di eventi geologici come la subsidenza: un processo che porta all’abbassamento del suolo e che prelude a movimenti di natura orogenetica. L’“assottigliamento” progressivo dei litorali non coinvolgerebbe quindi solo l’area veneziana, ma anche tutta la costa del nord Adriatico da Monfalcone a Rimini. Stesso problema riguarderebbe anche le zone di foce di fiumi come l’Arno, il Tevere e il Volturno; zone lagunari come l’Orbetello; i laghi costieri di Varano e Lesina.
Infine c’è il discorso della desertificazione. Secondo lo scienziato infatti il caldo porterà a una migrazione degli ecosistemi da sud a nord, e dalle valli all’alta montagna: le caratteristiche ambientali legate ai regimi pluviometrici, alle temperature, e all’umidità, subirebbero quindi una traslazione di 150 chilometri verso settentrione e di 150 metri dalle zone più basse a quelle più elevate. Del resto è un fenomeno che è già evidente anche oggi: basti pensare a ciò che rimane dei ghiacciai alpini di cento anni fa, e alle palme che ora vengono coltivate anche oltre gli 800 metri. La Puglia è la regione più colpita dalla desertificazione: il fenomeno riguarda il 60% del suo territorio. A seguire ci sono la Basilicata con il 54% e la Sicilia con il 47%. Fulco Pratesi, presidente del WWF, conclude dicendo che dietro a tali ipotesi funeste c’è anche la mano dell’uomo, e che in particolare va tenuto conto di due fattori come l’alto consumo idrico destinato all’agricoltura, e la cementificazione che annualmente mangia 40 – 50 ettari di territorio. 

martedì 10 dicembre 2013

Romantici come un delfino


Rose rosse per te, e una ghirlanda di alghe per la delfina del cuore. L'uomo, certo, possiede gusti diversi per ciò che riguarda la scelta del bouquet ideale da regalare all'amata, tuttavia pensare che anche i delfini possano darsi da fare per omaggiare con specie vegetali la compagna preferita, ha dell'incredibile. Benché si conoscano da tempo le prerogative "intellettuali" di molti cetacei, stupisce venire a sapere che anche in campo "sentimentale" i delfini possano essere ricondotti all'uomo; sottolineando una prerogativa emozionale tipica della nostra specie: il romanticismo. La conferma arriva da un documentario promosso dalla BBC, in onda dal 2 gennaio, nel quale vengono filmati alcuni di questi animali che, per far breccia nel cuore della potenziale partner, mostrano un mazzo di… alghe.
Le riprese sono avvenute in Mozambico, grazie all'azione di tredici strumenti a forma di tartaruga e del tutto innocui per i mammiferi acquatici. «E' la prima volta che la vita quotidiana dei delfini viene studiata così da vicino», rivela Rob Pilley, zoologo e regista, a capo della produzione televisiva. I maschi scelgono il "fiore" più bello, lungo, e robusto e lo esibiscono alla femmina, "palleggiandolo" con le pinne, la coda e il naso. «Se alla femmina piace, accetta di giocare con il maschio», continua il ricercatore, «dando luogo a un tira e molla seduttivo che non risparmia coccole e carezze a tutti gli effetti». E' una fase del corteggiamento che può prolungarsi per più di un'ora e che quasi sempre termina con l'accoppiamento; che, però, si risolve molto più velocemente, in media in tre secondi.
La conquista di giovani partner è tipica dei delfini maschi che, raggiunta la maturità sessuale (che di solito sopravviene verso il decimo anno di vita), si comportano né più né meno come uno squadrone di adolescenti con gli ormoni alle stelle, che fa di tutto per attirare le attenzioni delle esponenti del sesso opposto. I delfini possono vivere fino a 35 anni, ma già intorno ai vent'anni cominciano ad accusare i segni dell'età, e la spregiudicatezza giovanile lascia il posto al desiderio di pace e tranquillità. Le riprese hanno permesso di indagare anche altri aspetti dell'etologia dei cetacei fra cui tutto ciò che avviene dopo la fecondazione.
La nascita del piccolo (si parla al singolare perché i parti gemellari sono molto rari) si risolve entro dodici mesi, con parto podalico; misura circa un metro, e viene nutrito con latte materno per un paio di anni. Si è visto che l'amorevolezza materna è assoluta; le madri sono dolci e attente e con le pinne riempiono di carezze i piccoli. "Parlano" ai nascituri, cosicché questi ultimi possano riconoscere i suoni della madre anche quando la visibilità scarseggia. Il genitore insegna a essi ogni cosa, fra cui le tecniche per scovare il cibo. Nei filmati della BBC si nota una neo mamma che mostra al proprio piccolo il punto in cui si nascondono i pesci di cui i delfini vanno più ghiotti, su un fondo sabbioso dell'oceano Indiano.
Come gli uomini, infine, anch'essi hanno le loro preferenze, e si circondano di amici che possono durare per tutta la vita. Insieme vivono la quotidianità all'insegna dell'innata tendenza a procreare (come accade in sostanza in tutte le specie viventi), ma senza dimenticare il puro divertimento, che parrebbe appannaggio esclusivo delle forme di vita più evolute. Fra i passatempi più gettonati dai delfini c'è quello di cavalcare le onde a prua delle petroliere, a quasi cinquanta chilometri all'ora.