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lunedì 22 marzo 2010

Campionesse di calcio con l'anulare più lungo dell'indice

Le donne con l’anulare più lungo del normale hanno più chance di diventare delle campionesse di atletica, calcio o tennis. Lo dicono gli esperti del King’s College di Londra in un articolo pubblicato sulle pagine del British Journal of Sports Medicine. Secondo gli studiosi l’anulare più lungo della media nelle appartenenti al gentil sesso, indica una maggiore quantità dell'ormone maschile testosterone nell’utero, e quindi una potenza fisica superiore agli standard, tale da predisporre a sport dove è richiesta molta energia. Dallo studio coinvolgente 607 donne gemelle tra i 25 e 79 anni, è anche emerso che la lunghezza delle dita rappresenta un fattore ereditario. Da una coppia che fa sport, quindi, è facile aspettarsi figli “geneticamente” inclini a discipline sportive. In pratica le dita possono essere considerate alla stregua di marker genetici. Non è comunque questa la prima volta che si associa la lunghezza delle dita a particolari caratteristiche fisico-caratteriali. Recentemente la rivista scientifica Nature ha pubblicato un articolo nel quale si afferma che, chi ha l’indice molto più corto dell’anulare, ha tendenze omosessuali, poiché gli eterosessuali li hanno pressoché identici. È il risultato di una ricerca condotta da un'equipe di studiosi della Berkeley University della California che ha interrogato 720 cittadini di San Francisco. Nove su dieci, fra i possessori dell'indice più corto delle media, erano, in effetti, gay.

venerdì 4 settembre 2009

Anche l'Rna contribuisce alla trasmissione dei caratteri ereditari

Uno studio francese potrebbe rivoluzionare il mondo della genetica. Test sui topi hanno infatti dimostrato che i caratteri ereditari non provengono solo dal Dna, come ritenuto fino a oggi, ma anche dall’Rna. Minoo Rassoulzadegan, a capo di un team di esperti francesi dell’Università di Nizza, ha studiato una popolazione di roditori affetta da una mutazione genetica nel gene chiamato Kit. Il difetto genico determina la comparsa di macchie chiare sulla coda e sui piedi di topi dal mantello scuro. Lo scienziato ha indotto all’accoppiamento due cavie, ciascuna delle quali portatrice di un gene Kit sano e di uno mutante. Si è visto che la maggior parte dei piccoli nati da questa unione ereditava due copie del gene sano, tuttavia sulla coda e sui piedi dei topini c’erano ancora presenti le macchie, come se le informazioni contenute nel Dna fossero state ignorate. Questo per gli studiosi significa una sola cosa: nel liquido seminale dei topolini, con il Dna, finisce anche un po’ di Rna, evidentemente implicato nella trasmissione dei caratteri ereditari. Ripercussioni nel campo della medicina che ne potrebbero essere molte, dice Rassoulzadegan. Si può innanzitutto pensare di controllare la trasmissione di alcune tare ereditarie senza intervenire direttamente sul Dna con manipolazioni genetiche. Inoltre potrebbe essere più semplice contrastare malattie come i tumori. Il cosiddetto acido ribonucleico - rispetto al Dna - presenta il ribosio come zucchero, anziché il desossiribosio e non ha la forma a doppia elica. Fra le basi azotate non ha la timina (T), ma l’uracile (U). Quest’ultimo è infine presente in diverse forme, ognuna specializzata in una determinata funzione: RNA messaggero (mRNA), RNA di trascrizione (tRNA), RNA ribosomiale (rRNA). Il principale scopo dell’acido ribonucleico è quello di assemblare tra loro gli amminoacidi per formare le proteine.

giovedì 1 maggio 2008

Le bugie dell'abate Mendel

Non è tutto vero ciò che diceva Johann Gregor Mendel, il padre della ereditarietà. Secondo gli scienziati dell’università Purdue nell’Indiana (Usa) l’abate, nato in Austria nel 1822, modificò in alcuni casi i risultati dei suoi esperimenti, pur di far quadrare perfettamente le famose tre leggi sulla trasmissione dei cosiddetti ‘caratteri ereditari’. Gli statunitensi hanno verificato i loro dubbi sui lavori mendeliani attraverso lo studio di alcune piante di Arabidopsis, specie vegetale erbacea (detta anche ‘pelosella’), appartenente alla famiglia delle crocifere e che cresce spontaneamente in molte parti del mondo. Essi, partendo dal presupposto che la pianta spesso presenta una mutazione genetica che impedisce ai fiori di aprirsi, hanno constatato che le teorie di Mendel sono valide solo nel 90 percento dei casi, e non nel 100 percento dei casi come sosteneva il padre dell’ereditarietà. Il dato non è affatto trascurabile poiché, quando si parla di genetica, anche solo una minima percentuale relativa alla possibilità che un determinato ‘carattere’ possa esplicare la sua azione, può avere ripercussioni notevoli sulla salute e la qualità di un’intera popolazione, sia essa animale o vegetale. In particolare Robert Pruitt, genetista molecolare dell’università di Purdue, nell’Indiana ha dimostrato che se entrambi i genitori hanno due copie del gene mutante, chiamato hothead (testa calda), non è detto che l’abbiano per forza anche i rispettivi “discendenti”. Questo è ciò in cui credeva (o voleva far credere Mendel), ma di fatto Pruitt ha visto che nel 10 percento dei casi analizzati la prole ha il gene sano, ereditato evidentemente dai “nonni”, con i fiori normali. Secondo Pruitt “lo studio mette in crisi tutte le nostre convinzioni, e soprattutto dimostra che il meccanismo dell’ereditarietà è molto più flessibile di quanto si credesse in passato”. Con ciò il ricercatore dell’Indiana ha concluso dicendo che le leggi di Mendel studiate a scuola restano fondamentalmente corrette, ma che non sono sempre e comunque attendibili come l’abate austriaco voleva far sembrare.