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venerdì 24 gennaio 2014

Un'incredibile storia d'amore


Protagonista di questa storia è Connor Rabinowitz, cittadino di Minneapolis, USA, vittima di una patologia cardiaca di origine genetica. Raggiunta la maturità abbisogna di un cuore nuovo che arriva da Kellen Roberts, 22enne perito durante un incidente. Dopo un anno dall'intervento decide di mettersi in contatto con la famiglia Roberts per ringraziarla. E qui avviene una specie di miracolo. Rabinowitz incontra la sorella del donatore, Erin Roberts, e s'innamora perdutamente di lei; a prima vista. «Entrambi abbiamo avuto la netta sensazione che Kellen abbia voluto unirci», rivela, oggi, Connor. Ma come sono andate esattamente le cose e come si pronuncia la scienza in casi simili?
E' il 2004. Connor ha 17 anni. Di tanto in tanto non sta bene. A novembre accusa i banali sintomi di un'influenza. Si sveglia sudato nel pieno della notte e ha la febbre. Ma le analisi rivelano tutt'altro: il suo cuore non è più autonomo, per sopravvivere ha bisogno di un trapianto. Inizia la spasmodica attesa di un donatore. Kellen abita nel South Dakota, e sciaguratamente finisce a fare pugni per un motivo qualunque. Cade e pesta la testa sul cordolo di un marciapiede. Le ferite sono gravissime. E in poco tempo spira. La famiglia è d'accordo nel volere donare i suoi organi; uno dei quali, il cuore, giunge a Connor. Il ragazzo malato si salva e riprende a condurre una vita pressoché normale, anche se non è facile abituarsi a ridere e a scherzare grazie al cuore di un altro. «Mi sentivo indegno», racconta Connor a un tabloid inglese, «non è stato facile superare i problemi psicologici derivanti da un intervento come il mio». Lo aiuta, però, un'idea: scrivere una lettera di ringraziamento alla famiglia Roberts. 
C'è l'anonimato per la famiglia del donatore, ma attraverso una serie di passaggi burocratici riesce a mettersi in contatto con Nancy, la madre di Kellen. «La signora Roberts ha messo la sua mano sul mio petto, ed è stata un'esperienza unica», dice Connor; «in quel frangente ho visto Erin per la prima volta». L'attrazione è reciproca, ma c'è il timore che possa trattarsi di suggestione e, comunque, c'è il vincolo della differenza di età: lei è di otto anni più grande. Si lasciano, ma tornano in contatto nel 2010, grazie a Facebook. Con il social network le cose cambiano. «Era ancora troppo giovane per me», rivela Erin, «tuttavia dopo averlo risentito non sono più riuscita a non pensare a lui». C'è solo il problema del domicilio: Connor abita a Minneapolis, Erin a Seattle. Inizia una relazione a distanza, spesso ostacolata dalla famiglia di lei, non ancora convinta di un amore così "particolare". Qualcuno le chiede se non le sembra di avere una relazione con un fratello o un cugino. Ma ai veri sentimenti è impossibile negarsi. Insieme ripartono da Seattle, dove ancora oggi la loro incredibile love story va avanti, vegliata da quel che loro stessi definiscono un "angelo custode" molto speciale: «Quando sento la mancanza di mio fratello, appoggio la guancia sul petto di Connor e gioisco nel sentire un cuore così energico e vitale».
La vicenda di Connor ed Erin non è unica. Altrettanto clamore ha fatto la notizia di Claire Sylvia, 47enne americana che ha ricevuto nel 1988 cuore e polmoni. S'é risvegliata con un'incredibile voglia di birra e con un debole per le donne piccole e bionde; benché prima dell'intervento fosse astemia ed eterosessuale. In seguito ha scoperto che il donatore era un diciottenne fidanzato con una ragazza di bassa statura, amante di pinte e patatine fritte. La scienza va cauta, tuttavia le statistiche ritengono che, almeno in un caso su tre, ricevendo l'organo di un'altra persona, si finisce per assomigliare un po’ al donatore. Si parla di "memoria cellulare". Ma l'intellighenzia scientifica smentisce: a parte i neuroni, le altre cellule vengono continuamente sostituite. Restano i sentimenti, certo, evidentemente tutt'altra cosa.

giovedì 24 maggio 2012

Cuori in salute

Un'iniziativa importante del San Raffaele... 


Il dipartimento cardio-toraco-vascolare dell’Ospedale San Raffaele invita i cittadini milanesi a prendersi cura del proprio cuore e delle proprie arterie in una tre giorni – 28, 29, 30 maggio –  dedicata alla prevenzione: 180 visite gratuite su prenotazione, punto informazioni, test sul rischio cardiovascolare scaricabile da internet (www.hsr.it). L’iniziativa è un impegno che il San Raffaele prende con il pubblico per sostenere l’educazione alla prevenzione delle malattie cardiovascolari, che può essere eseguita con esami poco invasivi e particolarmente efficaci. Sono invitate a partecipare tutte le persone di età compresa tra i 30 e i 50 anni, di entrambi i sessi e in buono stato di salute. La malattie cardiovascolari costituiscono la principale causa di morte, la più frequente di ricovero ospedaliero e una delle cause più importanti di invalidità. Sono malattie di cui si conoscono bene i fattori di rischio, che si dividono in  modificabili, come per esempio lo stile di vita, il fumo, la pressione arteriosa, il colesterolo e il diabete e non modificabili, che dipendo dall’età, dal sesso e dalla familiarità. Tuttavia, studi epidemiologici hanno dimostrato la reversibilità del rischio, ovvero la possibilità di diminuire o di ritardare la comparsa degli eventi attraverso la riduzione dei fattori di rischio. È possibile prenotare telefonicamente, fino a esaurimento posti, il proprio check up cardiovascolare – tel. 02 37069904. Le visite saranno strutturate in due fasi: durante la 1^fase, visita cardiologica, verranno effettuati gli esami del sangue per rilevare colesterolo e glicemia (digiuno da almeno 6 ore), l’elettrocardiogramma e la visita cardiologica. La 2^fase, vascolare, sarà un approfondimento diagnostico per coloro ai quali verrà rilevato un rischio: verranno effettuati ulteriori controlli mediante ecocolordopler carotidi, aorta e arterie renali. “Le conoscenze mediche e scientifiche e il progresso tecnologico a servizio della medicina permettono oggi di ridurre l’insorgenza di patologie cardiovascolari gravi. E’ importante sensibilizzare le persone sulla prevenzione mediante una corretta informazione su stili di vita e fattori di rischio da parte di tutti gli operatori coinvolti”, afferma il Professor Ottavio Alfieri, direttore del Dipartimento Cardio-Toraco-Vascolare. “Teva da sempre attenta alla salute del cittadino” aggiunge Marco Grespigna, BU Director Generics-Biosimilar-Pain “da anni pone l’accento sull’importanza della prevenzione, attraverso iniziative e progetti, come quello promosso in collaborazione con l’Ospedale San Raffaele di Milano, e con campagne educazionali, come DireFareCuore, dedicata alla prevenzione delle malattie cardiovascolari. Si tratta di un’occasione importante per informare e sensibilizzare i cittadini sui rischi, fornendo  consigli pratici sul corretto stile di vita.  Gli incontri permettono anche di informare sui farmaci equivalenti, che a parità di qualità, sicurezza ed efficacia risultano essere fondamentali per la sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale”. Questa iniziativa fa parte della campagna DireFareCuore, un patto contro il rischio cardiovascolare promossa e realizzata anche grazie a TEVA, azienda  n. 1 al mondo nella produzione di  farmaci equivalenti. Per ulteriori approfondimenti visitate il portale www.teva-lab.it, il portale di formazione informazione e servizi per l’operatore sanitario. Utilizzando il codice coupon DFCSRAF2012 richiesto al momento della registrazione potrete accedere alle aree riservate compresa la formazione ECM a distanza completamente gratuita.

I numeri del cuore in Italia (un pò vecchi, ma ancora attendibili...): 

Negli ultimi anni, in Italia, è cambiato il quadro delle cause di mortalità della popolazione. Le malattie di natura infettiva hanno lasciato il posto a quelle cronico-degenerative (i tumori e le malattie cardiovascolari costituiscono oggi oltre il 70 per cento della mortalità complessiva) e la curva della mortalità interessa sempre più età avanzate. Dai dati epidemiologici risulta che le malattie cardiovascolari continuano a rappresentare la prima causa di morte nel nostro Paese. L’impatto di tali patologie in termini di mortalità, morbosità si mantiene elevato e costante, anche se in misura complessivamente contenuta e tendenzialmente decrescente. 

Causa di morte19951999
UominiDonnemediaUominiDonnemedia
Malattie infettive0,50,50,50,60,60,6
Tumori31,323,827,532,323,527,9
Malattie sistema circolatorio38,948,743,838,648,243,4
(di cui malattie ischemiche)14,512,313,414,012,713,3
Malattie apparato respiratorio7,34,86,07,95,96,9
Malattie apparato digerente5,14,64,84,64,44,5
Mal definite1,31,71,51,21,51,3
Cause violente6,04,15,05,73,84,7
Altro9,611,810,79,112,110,6

(Fonte: Istat, Indagine sulle cause di morte "Rapporto annuale 2002")

giovedì 3 novembre 2011

Cassano tornerà (prestissimo) a giocare. Ecco perché


Tanto per fare chiarezza sulla faccenda di Cassano, che sennò si tira a indovinare prendendo granchi pazzeschi... Il male che ha afflitto il campione del Milan si chiama PFO, Forame ovale pervio, ed è un disturbo che contraddistingue molte persone, circa il 25-30% della popolazione adulta. Si tratta di un piccolo foro che, non dovrebbe esserci, fra i due atri del cuore: questa apertura consente il passaggio del sangue da una parte all'altra con il relativo rischio della formazione di trombi, che possono ostacolare il flusso sanguigno, determinando la genesi di fattori ischemici come quello capitato, appunto, a Fantantonio. «È come se avessimo una porta semplicemente accostata e non chiusa con la serratura, che si può aprire in un senso o nell'altro a seconda della pressione esercitata ai due lati. Nelle normali condizioni di vita, il PFO non comporta nessun problema», spiegano gli esperti dell'Istituto clinico San Rocco di Brescia. «Se invece la pressione nell'atrio destra supera quella dell'atrio sinistro, ci può essere un passaggio (shunt) di sangue nell'atrio sinistro. Il volume di sangue che viene deviato dipende, oltre che al gradiente pressorio, anche dalle dimensioni dell'apertura e ambedue variano di volta in volta». È un problema che in assenza di eventi ischemici non viene neppure diagnosticato: anche con un elettrocardiogramma o una radiografia passa inosservato. Per identificarlo è, dunque, necessario intervenire con gli ultrasuoni, con l'ecocardiografia con ecoconstrasto. «Una tecnica di più recente introduzione è l'ecocardiografia transesofagea color doppler, che si esegue introducendo una sonda in esofago previa una blanda sedazione del paziente», puntualizzano gli scienziati bresciani. «La più stretta vicinanza tra il trasduttore e il cuore porta a migliori risultati con una sensibilità diagnostica del PFO del 100%». 

Grafico che illustra la vicinanza "patologica" fra i due atri

Questo minuscolo foro, in realtà, è caratteristico di tutti durante la vita embrionale, poi si richiude indipendentemente e consente al cuore il suo lavorio tradizionale. Si instaura per sopperire all'attività deficitaria dei polmoni, che entrano in funzione più tardi rispetto agli altri organi. Negli individui in cui il problema persiste, è necessario intervenire chirurgicamente, proprio come accadrà a Cassano nei prossimi giorni: l'operazione prevede l'ingresso dall'inguine di oggetti metallici che avranno il compito di chiudere il forame, una pratica medica risalente al 1974. «È un intervento abbastanza semplice», dice Bruno Carù, ex presidente della Società di cardiologia Sport. «Non c'è nemmeno bisogno di aprire il torace. Si mette una specie di ombrellino che chiude il foro. Se fosse operato oggi, Cassano potrebbe andare a casa già dopodomani». Non sempre, però si ricorre alla chirurgia e alla farmacologia: «La presenza di un PFO non necessita di una profilassi farmacologica nei soggetti che non hanno sofferto in precedenza di episodi di ischemia cerebrale», dicono i medici bresciani. «Al contrario, ai pazienti con PFO che hanno già avuto un ictus cerebrale (o un leggero evento ischemico) viene consigliata una terapia profilattica preventiva, per diminuire la percentuale annua di recidive tromboemboliche. I pazienti vengono generalmente trattati con anticoagulanti orali (Coumadin, Sintrom) o antiaggreganti piastrinici (aspirina, ticlopidina o clopidogrel, ecc)». Alla luce di ciò Cassano potrà comunque tornare a giocare, ma è difficile in questo momento azzardare una data di rientro. (Gli unici problemi, eventualmente, potranno essere di natura psicologica). Basti ricordare che in passato calciatori con problemi cardiaci ben più gravi di questo sono tornati a brillare in un campo a undici. È il caso di un ex giocatore dell'Inter Nwankwo Kanu, operato a Cleveland nel 1996 per una grave malformazione cardiaca: «Cassano tornerà al 100%», chiude Carù. «In serie A, peraltro, ci sono almeno cinque calciatori che hanno sofferto della stessa patologia. Uno sportivo italiano riconosciuto a livello internazionale per le sue imprese subacquee in apnea ha avuto lo stesso problema. L'unica attività proibita sono le immersioni con le bombole».

sabato 23 luglio 2011

Arteriosclerosi: presto il vaccino

Il processo arteriosclerotico rappresentato graficamente: in giallo le placche che ostruiscono i vasi  
Un vaccino contro l’arteriosclerosi, male di cui soffrono solo in Italia milioni di persone, e anticamera di patologie mortali come infarti e ictus, potrebbe vedere la luce entro breve, grazie al lavoro di un team di ricerca svedese. Gli studiosi, guidati da Jan Nilsson dell’università di Lund, hanno reso noto nel corso della recente conferenza di Cardiologia di Tolosa una serie di test effettuati sui topi che lasciano ben sperare anche per l’uomo. È emerso che è possibile bloccare l’evoluzione della nota patologia legata ai depositi di grasso sulle pareti arteriose tramite un vaccino basato su anticorpi specifici, in grado di contrastare le lipoproteine che costituiscono il cosiddetto colesterolo cattivo: quest’ultimo, accumulandosi nelle pareti interne delle arterie, provoca a lungo andare un ispessimento delle stesse, rendendo difficoltoso il tragitto del sangue, che di conseguenza non è più capace di irrorare correttamente le aree periferiche dell’organismo. Siamo ai preliminari, dice Nilsson, tuttavia “la mia speranza è che in futuro il vaccino contro l’arteriosclerosi possa essere impiegato come i comuni vaccini somministrati durante l’infanzia”. Nel corso della conferenza di Cardiologia di Tolosa Nilsson ha spiegato che le lipoproteine inducono spontaneamente una risposta autoimmune dell’organismo, nella quale il sistema immunitario aggredisce l’organismo al quale appartiene. Ma nello stesso tempo possono ridurre lo sviluppo dell’arteriosclerosi e impedire la deposizione delle placche. “Il vaccino è dunque un’opzione praticabile, non solo per le malattie infettive, ma anche per l’arteriosclerosi – ha ammesso Nilsson. Ed è proprio partendo dalle malattie infettive che si è fatta strada anche negli Stati Uniti l’ipotesi di combattere l’arteriosclerosi con un vaccino. Il riferimento è a una ricerca statunitense condotta presso l’università della California di San Diego. Qui è venuto alla luce il fatto che un vaccino contro la polmonite è in grado di ridurre le placche che ostruiscono le arterie nei topi. Secondo i ricercatori Usa i roditori vaccinati con un tipo di batterio che provoca la polmonite hanno mostrato una riduzione del 21% di arteriosclerosi. Il vaccino, afferma Joseph Wiztum, autore dello studio pubblicato sulla rivista Nature Medicine, analogamente a quello proposto da Nilsson, attiva elementi del sistema immunitario per combattere sia il processo di infiammazione che porta all’arteriosclerosi, sia i microbi che causano la polmonite. “Le LDL (lipoproteine a bassa densità, o colesterolo cattivo) – commenta Wiztum - sono immunogeniche: quando si ossidano, il sistema immunitario le riconosce”.

mercoledì 8 settembre 2010

Più sani e robusti i bimbi nati in provetta

I bimbi che nascono in provetta sono più alti e godono di una salute cardiovascolare migliore rispetto a quelli nati normalmente. Lo dice una ricerca resa nota nel corso del convegno della società di endocrinologia di San Diego. Gli esperti hanno messo a confronto 50 bimbi di sei anni nati in vitro e altri 60 concepiti secondo i metodi tradizionali. Si è riscontrato che i piccoli del primo gruppo presentano dosi più alte di ormone della crescita e di colesterolo buono, quello che protegge da malattie come l’infarto e l’ictus. Lo studio ne contraddice altri compiuti di recente, in cui si dice che i bimbi nati tramite fecondazione assistita vanno incontro a maggiori problemi di salute; correrebbero, in particolare, un rischio doppio di avere gravi difetti alla nascita e di essere sottopeso. Alcuni studiosi della Johns Hopkins e dell’Università di Washington, hanno messo in risalto che i bambini nati in “vitro” rischiano sei volte di più di andare incontro alla sindrome Beckwith-Wiedemann, un raro disordine ereditario, che causa malformazioni nello sviluppo e tumori: questa sindrome è riconducibile ai problemi di crescita riscontrati negli animali clonati.

mercoledì 28 luglio 2010

Mosca, la città più trafficata del mondo

Arteria moscovita congestionata dal traffico
Nelle interviste per Milanoweb chiedo spesso quali sono le cose che piacciono di più della città e quelle che piacciono meno. Quelle predilette sono molto varie - comprendendo le iniziative culturali, l'efficienza sanitaria, gli angoli verdi della metropoli, le atmosfere evocate dal centro storico - mentre quelle che danno più fastidio si contano sulle dita di una mano. Fra queste ce n'è una in particolare che il popolo milanese (comprensibilmente) non riesce proprio a mandar giù: il traffico. Affronto l'argomento dopo aver preso atto di uno studio realizzato da Ibm (Commuter Pain Study) su un campione di 8.192 automobilisti di vari Paesi europei, dal quale emerge che il caos cittadino è comune a tutte le grandi metropoli, ma (incredibilmente) Milano non è fra quelle messe peggio. Stando alla ricerca Ibm, la città più trafficata del mondo è Mosca, dove gli ingorghi stradali obbligano i pendolari a più di tre ore di coda al giorno. Il traffico crea grossi disagi anche a Città del Messico, Johannesburg e Pechino: nella sola capitale cinese nei primi mesi del 2010 sono state immatricolate oltre 200mila nuove autovetture. E il trend è in continua crescita incontrollata. Il fenomeno, in questi casi, dipende dal fatto che alcune metropoli si sono sviluppate troppo velocemente, senza dare abbastanza tempo agli urbanisti di valutare adeguatamente l'impatto automobilistico. Più tranquilla invece la situazione nelle città più "vecchie", dove si è avuto uno sviluppo più lento della viabilità. Questo spiega il motivo per cui si circola (relativamente) bene a New York, Berlino, Los Angeles e Stoccolma. Il 57% dei pendolari coinvolti nel test sostiene che il traffico influisce negativamente sulla salute; il dato sale al 96% considerando solo gli automobilisti di Nuova Delhi. Il dato è confermato dagli scienziati che parlano di "stress cronico", riferendosi alle persone costrette tutti i giorni a far la spola casa-lavoro e viceversa. Questi soggetti diventano aggressivi e sviluppano un'attenzione maniacale per i propri ritmi quotidiani: se qualcosa va storto, però, vanno in tilt. Secondo David Lewis, della International Stress Management Association, i pendolari soffrono di amnesie, crisi d'ira, squilibri pressori, tutte condizioni che possono predisporre a malattie ben più gravi come l'infarto. Il campanello d'allarme? Mal di testa insistenti, disturbi del sonno e dell'appetito. Indicano che qualcosa non va e che è necessario correre presto ai ripari per non rischiare danni più seri. In molti casi basta poco: tipo ascoltare un po’ di buona musica, durante il tragitto andata e ritorno dall'ufficio o fare un po’ di jogging prima di cenare.

mercoledì 23 giugno 2010

Dagli Inuit il segreto per vivere cent'anni


Non muoiono quasi mai di infarto e ictus, i loro capelli rimangono folti e neri fino alla morte, e in più sono sempre di buonumore. Sono gli Inuit, ovvero gli eschimesi, da diversi anni al centro dell’attenzione di studi condotti da team scientifici internazionali, che cercano di risalire alla base delle loro caratteristiche fisiologiche per poter ricavare nuove cure e tecniche di prevenzione di cui tutti possano beneficiare. Gli Inuit, popolazione dell’America settentrionale di circa 40 mila individui stanziata sulle coste artiche dell’America e nella penisola dei Čukči in Asia, devono la loro salute di ferro in gran parte all’alimentazione, spiegano i ricercatori delle Università di Harvard e di Tromso, in Norvegia. La loro dieta, basata principalmente sul pesce, determina l’accumulo dei cosiddetti grassi omega–3, che hanno in pratica il potere di mantenere giovani le arterie: gli esperti hanno verificato che in media l’apparato circolatorio di un europeo o di uno statunitense di 30 anni, corrisponde a quello di un eschimese di 50 o 60 anni. Tanto per intenderci il rapporto con gli italiani per consumo di pesce è di 15 a 1; essi consumano annualmente e individualmente quasi 150 chili di pesce, gli italiani a malapena 10 chili. Si stima per questo che il rischio degli eschimesi di sviluppare malattie cardiache e dei vasi è di circa 10 volte inferiore a quello delle popolazioni europee. Gli omega–3 sono specificatamente in grado di abbassare il livello dei trigliceridi nel sangue, fattore di rischio per l’aterosclerosi, di esercitare un’azione antiaggregante piastrinica, che contrasta il rischio di trombosi, e sembra intervenire anche nella riduzione della pressione arteriosa. Studi recenti hanno inoltre dimostrato il loro potere nel tenere sottocontrollo il numero dei battiti cardiaci, le reazioni infiammatorie, malattie come l’asma e l’artrite reumatoide, e addirittura i tumori. Per quanto riguarda la depressione gli eschimesi si può dire che non sappiano neanche cos’è in quanto gli omega–3 favoriscono la vitalità delle cellule del sistema nervoso, stabilizzando il tono dell’umore. Ultima qualità sorprendente degli Inuit è quella di invecchiare con tanti capelli, e soprattutto di non aver bisogno di tinte per contrastare l’imbiancamento. Qui la loro fortuna è quella di essere contraddistinti da una eccezionale ricchezza in melanima. Tra gli alimenti infine più ricchi di grassi omega–3 si ricordano il salmone, lo sgombro, le sardine, le aringhe, le alici, il tonno, ma anche le noci e l’olio di semi di lino. Il pesce è oltretutto consigliato in quanto le sue proteine sono di ottima qualità, contengono abbondanti quantità di aminoacidi essenziali e sono molto digeribili ad ogni età. Le specie ittiche e i frutti di mare sono contraddistinti in generale da un quantitativo minore di grassi e calorie a parità di peso rispetto alle carni di manzo, pollo e maiale. Il contenuto di grassi del pesce varia in base alla specie e alla stagione. I crostacei e il pesce bianco (merluzzo, gamberetti, sogliola) contengono pochissimi grassi; meno del 5%. Il grasso nei pesci che ne sono più ricchi, varia tra il 5 e il 25%; sardine e tonno (5-10%), aringhe, acciughe, sgombri, salmone (10-20%) e anguilla (25%).

giovedì 10 giugno 2010

"Da bambina e da ragazza ero come Speedy Gonzales": la mia intervista a Rita Dalla Chiesa

Prima troppo, poi troppo poco. È così che ha funzionato per anni la mia tiroide. Da bambina e da ragazza ero come Speedy Gonzales, mangiavo tantissimo, ma non mettevo mai su un etto. Ero un'ipertiroidea. Poi, con l'età adulta, dopo un provvidenziale intervento alla ghiandola, cominciai a soffrire del problema opposto, ossia d'ipotiroidismo. In questo caso bastava anche solo uno sguardo, magari a una pizza, per ingrassare! I miei problemi di tiroide sono cominciati a 13 anni. Ero una bambina normalissima, mi piaceva giocare, studiare, stare all'aria aperta. E mangiare: nutella, cioccolato, panna montata. I miei genitori giustificavano la mia magrezza con il fatto che non stavo mai ferma. Saltavo come un grillo e non perdevo occasione per far baldoria. In realtà era il mio metabolismo che andava a mille all'ora. Mi abbuffavo, ma non mettevo mai su chili. Ogni tanto, però, sentivo il cuore battere forte e sudavo freddo. Comparvero le prime palpitazioni. Quando questi sintomi divennero più frequenti, mio papà (che nel '60 era colonnello in Sicilia) decise che forse era meglio sottopormi a una visita specialistica. E fu così che scoprii ufficialmente la mia malattia: l'ipertiroidismo. Andai avanti a sottopormi a visite periodiche dall'endocrinologo che mi tenne in cura per anni. Mi sposai che pesavo appena 46 chilogrammi. La mia tiroide continuava a funzionare più del normale, ma non mi dava particolari problemi. Riuscivo tranquillamente a condurre una vita serena. A gestire il mio lavoro, la famiglia, e frequentare gli amici. Non soffrivo, peraltro, di esoftalmia, una fra le più frequenti e imbarazzanti manifestazioni dell'ipertiroidismo, in cui si ha una sporgenza anomala dei bulbi oculari. In ogni caso sentivo dire in giro che quasi tutti avevano qualche problema alla tiroide, compresa mia sorella. Un giorno, però, tramite un controllo, venni a sapere che s'era sviluppato un nodulo. Era da un po’, in effetti, che non riposavo più bene e che la tachicardia aveva ripreso a darmi fastidio. La preoccupazione crebbe. Avevo solo trent'anni. Papà era ancora al mio fianco. Così cominciai una lunga trafila di visite prima di approdare a un luminare endocrinologo del Policlinico Gemelli, che decise di operarmi: si trattava di un nodulo iperattivo. Se non mi fossi operata, col tempo, avrebbe provocato seri problemi anche al cuore. Fino a quel momento non mi ero mai preoccupata di prevenzione, ma dall'intervento in poi le cose cambiarono e divenni più sensibile agli screening. L'operazione durò quattro ore, e si svolse, per fortuna, senza complicanze. Mi privarono di metà tiroide. Risultato: guarii dall'ipertiroidismo, ma mi ammalai subito dopo d'ipotiroidismo. La mia tiroide cominciò quindi a funzionare meno del normale, il mio metabolismo rallentò di colpo, ed io presi a ingrassare come non era mai accaduto prima. I primi tempi non ne volli sapere delle medicine, poi, però, fui costretta ad assumere quotidianamente un farmaco (Eutirox): era l'unico modo per equilibrare una secrezione ormonale tiroidea ormai deficitaria. Oggi posso, dunque, dire di stare bene e di aver imparato a convivere senza problemi con la mia tiroide ballerina, anche se periodicamente sono costretta a sottopormi a visite di controllo e a scoprire, quasi sempre, dei noduli che vanno e che vengono.

(Pubblicato sull'ultimo numero di OkSalute)

sabato 5 giugno 2010

Pronto entro tre anni "SensorArt", il supercuore artificiale

Un cuore artificiale intelligente in grado di ripristinare la funzione cardiaca perduta e annullare la necessità di ricorrere al trapianto. Battezzato SensorArt verrà messo a punto entro quattro anni dagli scienziati dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr con i bioingegneri della Scuola Superiore di Sant’Anna di Pisa, nell’ambito dell’Information Communication Technology. Si tratta di un progetto integrato da oltre sei milioni di euro del Settimo programma quadro della Commissione Europea. La sua azione è assicurata da sensori capaci di valutare le condizioni fisiologiche di un paziente, e di regolare l’attività della pompa cardiaca, in base allo sforzo richiesto dall’organismo, diverso per ogni situazione: in caso di corsa, per esempio, il corpo umano ha bisogno di 20-25 litri di sangue al minuto; se si cammina ne bastano cinque. È la naturale evoluzione dei cosiddetti dispositivi di assistenza ventricolare attualmente in commercio, pompe meccaniche che, impiantate nel corpo del paziente, sostituiscono l’attività cardiaca, ripristinando una corretta circolazione e garantendo al malato una maggiore sopravvivenza. «SensorArt può essere definito una piattaforma di sensorizzazione dei dispositivi di assistenza ventricolari esistenti», spiega Maria Giovanna Trivella del Cnr, responsabile del progetto, «che, in pratica, vengono trasformati in dispositivi “intelligenti” di nuova generazione, basati sull’azione di sensori capaci di registrare la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca. I sensori sono situati nel corpo del paziente e collegati a una “centralina” esterna, fissata, tramite una cintura, alla vita del malato». I cuori artificiali oggi a disposizione dei medici (nella foto il modello AbioCor) hanno molti difetti: sono di grosse dimensioni, collegati all’esterno del corpo con cavi che possono provocare infezioni, e sono inoltre incapaci di monitorare le condizioni cardiocircolatorie del paziente. Col nuovo dispositivo, invece, tutti questi limiti scomparirebbero. Per quanto riguarda il rischio infezioni, il pericolo verrebbe scongiurato da un sistema basato sulla comunicazione wireless, sfruttando la possibilità di trasferire energia per via transcutanea. Mentre da un punto di vista pratico ed estetico, il nuovo strumento, risulterebbe molto meno ingombrante dei dispositivi attuali, perché caratterizzato da materiali più leggeri e miniaturizzati. «Il nostro scopo è creare un dispositivo definitivo e non temporaneo come molti dei cuori artificiali attualmente in commercio», continua Trivella, «nient’altro che ponti hi-tech fra la fase terminale della malattia cardiaca e il trapianto. Pertanto contiamo di poter migliorare le condizioni di salute di un numero sempre più alto di persone: nel mondo occidentale i cosiddetti dispositivi di assistenza ventricolare riguardano 600mila pazienti in fase terminale; con SensorArt si potrebbe invece arrivare a coinvolgere almeno cinque milioni di persone, non necessariamente in condizioni critiche, compresi i pazienti che per età non sono più candidati al trapianto cardiaco». In ogni caso beneficerebbero del cuore artificiale soprattutto i pazienti nei quali la pompa cardiaca ha ormai perso completamente la sua autonomia, cioè soggetti a scompenso cardiaco; si tratta di una grave condizione patologica che, per i motivi più diversi (cardiomiopatia dilatativa, ischemia, miocardite) impedisce al cuore di funzionare regolarmente ed efficacemente, nonostante la somministrazione di farmaci o interventi cardiochirurgici. La malattia è in aumento in tutti i paesi occidentali, Italia compresa, dove negli ultimi cinque anni si è avuta una crescita del 40%. Attualmente si registrano nel Belpaese 170mila nuovi casi di scompenso e 500 ricoveri al giorno. Cifre che, entro il 2030, potrebbero addirittura raddoppiare.

(Pubblicato sul n 4 di Newton)

giovedì 6 maggio 2010

Troppo lavoro e anche il cuore delle donne va in tilt

Non sono solo gli uomini a stressarsi sul posto di lavoro, al punto da andare incontro a seri disturbi cardiovascolari. Ora una ricerca compiuta da esperti danesi e pubblicata sulla rivista Occupational and Environmental Medicine rivela che il fenomeno riguarda sempre più spesso anche il gentil sesso. In media le donne sotto pressione presentano un 50% di probabilità in più di andare incontro a problemi coronarici, anticamera di malattie come l'infarto. La percentuale decresce al diminuire dello stress lavorativo. Per arrivare a questi risultati gli scienziati hanno coinvolto 12.116 infermiere di età compresa fra i 45 e i 64 anni: lo studio è iniziato nel 1993 e si è concluso nel 2008. A distanza di 15 anni 580 donne erano state ricoverate in ospedale per malattie cardiache, 138 per attacco di cuore, 369 per angina pectoris, 73 per altri disturbi cardiovascolari. "L'età media dei problemi cardiaci nelle donne si sta spostando sempre più verso il basso", rivela oggi sulle pagine del Daily Mail, Duncan Dymond, cardiologo del St. Bartholomews's Hospital di Londra. "All'inizio ipotizzavamo che il problema fosse imputabile esclusivamente all'obesità e a malattie come il diabete; oggi, invece, ci rendiamo conto che gran parte delle crisi cardiache nelle giovani donne sono la conseguenza dello stress patito sul posto di lavoro".

Boom dello psicologo di quartiere

Lo psicologo di quartiere a Milano? Un vero successo. Lo comunicano gli amministratori locali dopo un periodo di prova di sei mesi e 2600 colloqui. A beneficiare del servizio proposto dal Comune in collaborazione con il Laboratorio di psicologia clinica dell'Università Cattolica, sono soprattutto le donne (il 79%) e molti lavoratori (42%). Per il momento lo psicologo di quartiere è disponibile in 24 farmacie della città, ma presto la sua azione potrà essere ampliata. "Il servizio potrebbe essere esteso anche ad altre farmacie", rivela l'assessore comunale alla Salute, Giampaolo Landi di Chiavenna. Mentre Letizia Moratti dice che "a Milano nessuno è solo e c'è sempre una porta a cui bussare". In certi casi sono state raddoppiate le ore di consulenza. Mediamente un cittadino che si rivolge allo psicologo di quartiere beneficia di tre colloqui privati. In totale sono emerse 750 situazioni problematiche. I disagi più sentiti? Quelli riguardanti i conflitti di coppia e famigliari. Molti gli ansiosi e i depressi e chi esagera con l'alcol.

Un piccolo segreto per diminuire la sofferenza fisica...

Vincere il dolore maneggiando i soldi. Non è una barzelletta, ma il suggerimento lanciato da studiosi dell'Università del Minnesota per "immunizzare" la sofferenza. Gli esperti hanno chiesto ad alcuni volontari di contare grosse cifre di denaro prima di essere scottati con acqua bollente. Alla fine si è visto che le persone alle prese con monete e banconote presentano una tolleranza al dolore maggiore rispetto agli altri. Secondo gli scienziati questo fenomeno si spiega col fatto che la sensazione di possedere dei soldi aumenta l'autostima e con essa la resistenza al dolore.

giovedì 1 aprile 2010

Matematica al servizio della cardiologia

Una buona notizia dal mondo della cardiologia: a Milano la mortalità per infarto è scesa dall'8,9% del 2008 al 3,8% del 2010. Tutto merito di interventi sempre più rapidi e corretti e dei modelli matematici messi a punto dal Politecnico di Milano. "Due anni fa il laboratorio Mox del Politecnico milanese", dice Anna Panagoni, responsabile dello studio, "ha sviluppato modelli matematici per razionalizzare gli interventi di soccorso giungendo a sorprendenti risultati". Per esempio si è visto che - contrariamente a quanto si pensa - recarsi in ospedale per conto proprio al sopraggiungere dei primi sintomi della crisi coronarica "fa perdere molto tempo". "L'ideale è quindi chiamare sempre il 118 quando compaiono le prime avvisaglie di un attacco cardiaco", rivela la ricercatrice meneghina. Inoltre le stime matematiche hanno messo in luce che è molto utile adottare le unità mobili di elettrocardiogramma per la diagnosi immediata. Lo studio del Politecnico, comunque, non finisce qui. I dati raccolti fino a oggi, infatti, serviranno per il progetto "Imaste" in corso dal 2009. Scopo di questa iniziativa, finanziata dalla Regione Lombardia e dal Ministero della Salute, è migliorare i registri clinici e i database della Regione per avere un quadro superpreciso dell'andamento degli attacchi cardiaci in Lombardia. A livello nazionale le statistiche dicono che un paziente su due colpito da infarto decede prima di arrivare in ospedale. Ma una volta raggiunto il nosocomio, le probabilità di farcela sono molto alte: 9 volte su 10 il paziente viene infatti salvato. I medici dicono che le malattie del sistema circolatorio rappresentano la prima causa di morte (44% di tutti i decessi). In media si registra un infarto ogni 6 minuti. Ogni anno sono colpite da infarto 200mila persone. Fra i principali fattori di rischio si ricordano la predisposizione genetica, l'abitudine al fumo, l'ipercolesterolemia e l'obesità.

venerdì 12 marzo 2010

Oltre la soglia dell'"effetto Lazzaro"

Oggi prima di procedere al prelievo di un organo si attende la morte cerebrale della persona che ha subito un incidente. Solo in questo caso, infatti, i medici possono affermare con certezza che il decesso è avvenuto. In alternativa ci si potrebbe affidare alla morte cardiaca, ma non lo si fa perché il rischio di intervenire su una persona ancora in vita, sebbene remotissimo, è verosimile: in simili circostanze si parla del cosiddetto “effetto Lazzaro”, e ci si riferisce specificatamente a una persona che “ritorna in vita” anche dopo vari minuti che il suo cuore ha smesso di battere; (in certi casi anche dopo sette minuti). L'argomento è stato affrontato da vari studiosi riunitesi a Boston, in occasione del congresso mondiale sui trapianti “World Transplant Congress”. In particolare si è discusso della possibilità di rivedere la “soglia” oltre la quale permettere un prelievo d’organo. Secondo i ricercatori, se solo gli Stati Uniti si consentisse di intervenire su individui la cui morte cardiaca (e non quella cerebrale) è stata accertata, la disponibilità nazionale di organi aumenterebbe del 20%, consentendo la sopravvivenza di almeno 6mila persone e di contrastare quindi efficacemente il problema della penuria di organi. Ma qual è la differenza tra morte cerebrale e cardiaca? Un paziente cerebralmente morto presenta un elettroencefalogramma piatto, privo di qualunque attività elettrica, e ad un esame neurologico non dà alcun segno di funzioni cerebrali. I criteri legali relativamente alla morte cerebrale di un paziente variano da paese a paese, ma quasi tutti richiedono il referto di due distinti neurologi, entrambi confermanti l’assenza completa di funzioni cerebrali, e possono richiedere due elettroencefalogrammi piatti a distanza di 24 ore l’uno dall’altro. La morte cardiaca invece si riferisce sostanzialmente alla constatazione della cessazione del battito cardiaco di un individuo tramite elettrocardiogramma. Quest'ultima serve in realtà per dedurre indirettamente la morte del cervello per assenza di flusso sanguigno. Dopo venti minuti a cuore fermo, ovviamente in assenza di sostegni artificiali, si è certi che il cervello sia irreversibilmente morto. Questo peraltro spiega il perché, in caso di arresto cardiaco, le manovre che si eseguono per cercare di ripristinare il battito cardiaco dopo 20 minuti si sospendono. E in Italia la legge sui trapianti cosa prevede? “Da noi esiste una legislazione estremamente garantista del donatore – spiega Antonio Secchi, direttore programma trapianti ospedale San Raffaele di Milano -. Prima di procedere con un prelievo d’organo occorre aspettare 6 ore dal decesso per un individuo adulto. 12 ore se si tratta di un bambino, e 24 ore se si ha a che fare con un neonato. In ogni caso la morte cerebrale (elettroencefalogramma piatto) e cardiaca sono due aspetti complementari. Oltre all’elettroencefalogramma e all’elettrocardiogramma si valutano anche altri aspetti fisiologici come l’assenza di particolari riflessi e del respiro spontaneo”. Infine il via definitivo a un trapianto può essere dato solo da tre medici specializzati esterni all’equipe che sta seguendo un determinato caso: questi sono il neurologo, il medico legale, e l’anestesista.

venerdì 19 febbraio 2010

CUORE OTTIMISTA

L'ottimismo aiuta ad affrontare meglio i problemi, porta a vivere con speranza e fiducia il domani, aumenta l'autostima. Cose che sappiamo. Ma da oggi possiamo dire qualcosa di più di questa prerogativa caratteriale: una visione 'positiva' del mondo e della vita, infatti, tiene anche lontane le malattie cardiovascolari. È il risultato ottenuto da un team di scienziati del Columbia University Center di New York. I ricercatori statunitensi hanno condotto uno studio durato dieci anni, coinvolgendo 1.739 persone, 877 di sesso femminile. In questo arco temporale hanno 'monitorato' le emozioni e i pensieri dei partecipanti al test, osservando contemporaneamente la loro attività cardiovascolare. Alla fine sono giunti a un importante dato: le persone ottimiste hanno il 22% di probabilità in meno di ammalarsi di cuore. In particolare s'è visto che, nei soggetti per natura più entusiasti e briosi, gli attacchi di angina pectoris e gli infarti si riducono di un quarto. "Un temperamento ottimista tiene lontano l'accumulo di sostanze pericolose come le catecolamine che predispongono al restringimento dei vasi arteriosi, anticamera di infarti e ictus", racconta a Libero Luigi Martinelli, primario del reparto di cardiochirurgia dell'ospedale Niguarda di Milano. Mentre Ellen Mason, della British Heart Foundation, sottolinea l'unicità della ricerca: "Mai prima d'ora avevamo avuto modo di accertare scientificamente il legame fra la salute cardiovascolare e questa attitudine caratteriale". In realtà, anche l'anno scorso dei ricercatori hanno diffuso uno studio simile in cui veniva messo in relazione l'ottimismo con la buona salute del cuore. Almeno per ciò che riguarda il gentil sesso. La ricerca condotta su 97mila donne di età compresa fra 50 e 79 anni - pubblicata su Circulation - diceva che le ottimiste presentano il 14% in meno di probabilità di morire nell'arco di otto anni. Ma per quale motivo l'ottimismo fa bene al cuore? Secondo i ricercatori questa prerogativa caratteriale porta le persone ad accumulare meno stress e a rilassarsi di più, senza necessariamente dover aspettare periodi particolari, come le vacanze estive. Inoltre gli ottimisti sono portati, in generale, a condurre una vita più salutare, fanno più sport, fumano e bevono meno dei pessimisti. "Anche altre tipologie caratteriali sono comunemente associate a un minore rischio cardiovascolare", ci racconta Paolo Azzolini, primario del Fatebenefratelli di Roma, "come per esempio gli estroversi, le persone che nei momenti difficili riescono a mantenere la calma, gli individui liberi da ansie e preoccupazioni". Ma si parla sempre e comunque di predisposizione genetica, perché il carattere di una persona non basta a giustificare l'evoluzione di una malattia: "Certamente", continua Azzolini, "di base ci vuole un cuore sano, poi le attitudini caratteriali possono più o meno predisporre un individuo a certuni disturbi". In questi giorni è stata diffusa anche la notizia secondo la quale l'ottimismo tiene lontano perfino malattie banali come il raffreddore. Una ricerca condotta dall'Università tedesca di Hamburg-Eppendorf dice, infatti, che un atteggiamento positivo nei confronti degli eventi e del futuro, porta a un rafforzamento del sistema immunitario, tale da scongiurare l'azione di virus e batteri. Infine un dato curioso. Secondo uno studio effettuato su 150mila adulti in 140 nazioni la nazione più ottimista del mondo è l'Irlanda, dove l'89% delle persone crede che la propria vita migliorerà nei prossimi cinque anni rispetto al presente. Seguono Brasile e Danimarca.

sabato 16 gennaio 2010

Vino rosso: ecco perchè fa bene alla salute

Che il vino rosso (consumato con moderazione) facesse bene al cuore si sapeva da tempo. Quel che però non era chiaro, è il meccanismo che permette alla bevanda di migliorare le condizioni di un organismo. Ora, però, una scoperta condotta da scienziati dell'Università Louis Pasteur di Strasburgo e dell'Università Paul Sabatier di Tolosa fa finalmente luce sull'argomento: il vino contiene sostanze in grado di indurre le cellule che rivestono le arterie a secernere il monossido di azoto, un vasodilatatore, che in pratica consente al sangue di circolare con maggiore fluidità. Nei dettagli, entra in gioco un recettore di estrogeni che, permettendo alle cellule presenti sulle pareti dei vasi di legarsi ai polifenoli del vino, consente infine la produzione di monossido di azoto. Con ciò si spiega anche il misterioso 'paradosso francese', secondo il quale il numero di infarti nella Francia meridionale (dove si consuma abitualmente vino rosso, anche se l'alimentazione non è delle migliori) è decisamente minore rispetto alle altre aree europee industrializzate. I risultati della ricerca - pubblicati sulla rivista 'Plos One' - hanno trovato conferma in una serie di test condotti sui topi.

mercoledì 6 gennaio 2010

L'ipercolesterolemia della Gioconda

Curiosa conclusione di uno studioso palermitano: Monna Lisa, la celebre Gioconda, con ogni probabilità soffriva di colesterolo alto. Lo dimostrerebbe un incavo dell'occhio sinistro - detto tecnicamente 'xantelasma' - ossia un accumulo di adipe sottocutaneo, conseguenza di un livello eccessivo di grassi nell'organismo. La stessa tesi è stata avanzata anche dal medico giapponese Haruo Nakamuyra, il quale aggiunge che verosimilmente la Gioconda soffriva anche di pressione alta e trigliceridi alti. Ecco l'articolo originale pubblicato ieri dal Telegraph. The facial expression - one of the main reasons why the 16th century painting is among the most famous works of art in the world – shows signs of a build up of fatty acids around the eyes of the subject, according to Vito Franco of the University of Palermo. The Italian scientist says the model in the oil painting had a xanthelasma – a subcutaneous accumulation of cholesterol – in the hollow of her left eye and a fatty tissue tumor. It suggests very high levels of cholesterol in the model, thought to be Lisa del Giocondo, a member of a Florence family who married a cloth and silk merchant. Franco also claims to have identified a genetic bone tissue disorder, Marfan syndrome, in two other Renaissance figures: the subject for Botticelli's Portrait of a Youth, which hangs in the National Gallery of Art in Washington, and the subject for Parmigianino’s Madonna with Long Neck. Franco told the Italian newspaper, La Stampa: "The people depicted [in art] tell us about their vulnerable humanity, independently of the awareness of the artist.” He added that Michelangelo’s appearance in the foreground of Raphael's The School of Athens suggests he suffered from “an excess of uric acid, typical of those afflicted by renal calculosis”. This was possibly because the artist had been living off nothing but bread and wine while working on the Sistine Chapel, Franco said.

lunedì 4 gennaio 2010

Infarti, ictus e tumori. Rischia di più chi vive in periferia

I milanesi del centro vivono meglio e di più di quelli della periferia. Sono le conclusioni di uno studio effettuato dall'Asl del capoluogo lombardo. Gli esperti hanno visto che i cittadini che dimorano in zone centrali, o aree come San Siro, sono più longevi di chi abita le aree più periferiche come viale Monza e Lambrate. Ma qual è il motivo di questa differenza? Secondo i ricercatori il fenomeno è il risultato dei diversi redditi percepiti dai milanesi, che variano in base alla zona abitata. Gli scienziati hanno suddiviso Milano in 180 zone e il reddito in 5 fasce. In questo modo è stato possibile verificare che chi abita le aree centrali ha un reddito migliore di chi vive in periferia, e che questo aspetto si riflette sul benessere fisico e psichico degli individui, e in generale sulla loro longevità: i meno abbienti non badano alla salute, fumano di più e si ubriacano con maggiore frequenza, atteggiamenti che a lungo andare si ripercuotono inesorabilmente sulla salute. Uno studio analogo è stato condotto anche a Firenze, dimostrando che gli abitanti del centro muoiono meno degli altri. Mentre una ricerca effettuata in Usa evidenzia l'internazionalità del fenomeno. Ricercatori del Center for Health Policy Research hanno, in particolare, coinvolto 3,8milioni di donne fra i 18 e i 64 anni che vivono in nuclei famigliari con un reddito del 200% al di sotto del livello federale di povertà. Dallo studio è emerso che queste persone sono molto più vulnerabili alle malattie di chi vive in buone condizioni economiche. Secondo Roberta Wyn, a capo dello studio, le donne con un reddito scarso soffrirebbero 4 volte di più delle coetanee con reddito alto di disturbi quali diabete, ipertensione, ictus e infarto. Questi dati mettono in luce il fatto che la longevità di un individuo non è determinata solo dalla genetica e dall'ambiente in cui vive, ma anche dal patrimonio e, indirettamente, dalla scolarizzazione e dalla professione. Gli esperti hanno in sostanza dimostrato che le persone meno abbienti sono quelle che periscono più frequentemente di malattie cardiache, tumore, diabete, ma anche incidenti stradali o altri sinistri non necessariamente legati alla salute. In media è stato evidenziato che chi è povero perde 8 anni di vita, contro i 6 anni dei fumatori, e i 4 anni degli obesi. In pratica vivere con un reddito basso è peggio che fumare un pacchetto di sigarette al giorno. Di povertà si parla quasi sempre riferendosi ai paesi terzomondisti, in realtà vari studi dimostrano che il problema è fortemente radicato anche in Italia. Recenti stime divulgate dall'Istat parlano di due milioni e mezzo di persone che non dispongono di un reddito in grado di garantire una qualità 'minima' della vita. Il fenomeno riguarderebbe il 4,1% degli italiani che, se non la sopravvivenza, rischia seriamente l'esclusione sociale, non potendo concedersi alcuno svago, vivendo in pochi metri quadrati, frequentando il medico solo se strettamente necessario. Il livello di povertà dipende soprattutto dalla città in cui si abita. Certamente la situazione a Milano è più difficile che non in un centro del meridione, dove il costo della vita è inferiore. Diciamo che la situazione inizia a farsi assai critica quando una classica famiglia di 4 persone (mamma, papà e due figli) percepisce complessivamente 1.300 euro al mese; questo al nord. Al sud, il limite si abbassa a 900 euro. Oltre questi parametri si parla di 'povertà assoluta', difficilmente compatibile con i tenori sociali in voga.

(Pubblicato su www.milanoweb.com)

mercoledì 9 dicembre 2009

I livelli di grassi nel sangue seguono le stagioni: sono più alti in inverno, e più bassi in estate

Il colesterolo varia con le stagioni: è maggiore in inverno e minore in estate. È la conclusione di una ricerca pubblicata sulla rivista statunitense “Archives of Internal Medicine”. Gli esperti non sono ancora riusciti a capire il motivo del fenomeno (anche se in qualche modo si pensa siano coinvolti la frequenza con cui si pratica uno sport e le abitudini alimentari, entrambi fattori soggetti a variazioni stagionali), ma hanno in effetti constatato che negli uomini il livello di grassi nel sangue aumenta in media di 3,9 milligrammi per decilitro in dicembre, e nelle donne di 5,4 milligrammi per decilitro di sangue in gennaio. Per giungere a questi risultati gli scienziati hanno esaminato 517 persone in buona salute il cui tasso di colesterolo è stato misurato ogni tre mesi per un anno. Recentemente degli scienziati della New York Academy of Sciences e dell’American Association for the Advancement of Sciences sono anche arrivati a stabilire che il colesterolo è inversamente proporzionale all’esposizione solare. In particolare si è visto che il sole e i raggi ultravioletti aiutano l’organismo a ridurre il colesterolo cattivo e aumentare quello buono.

mercoledì 18 novembre 2009

Anche gli egiziani soffrivano di cuore

I problemi di cuore? Non sono una prerogativa del modernismo. Stando infatti a uno studio compiuto da scienziati del Mid America Heart Institute di Kansas City su 22 mummie risalenti a 3.500 anni fa, le malattie cardiache contraddistinguevano anche gli egiziani. È la prova che i problemi circolatori non dipendono solo da fumo, cibo spazzatura, e sedentarietà. Se così fosse, infatti, i resti degli antichi non dovrebbero portare segni di disturbi come colesterolo alto, arteriosclerosi, ipertensione. Quasi tutte le mummie esaminate hanno, invece, evidenziato problemi a carico delle arterie. Gli esperti hanno condotto i test con i raggi x su reperti risalenti a un'età compresa fra il 1981 e il 364 a.C.

martedì 13 ottobre 2009

Vizi e virtù del sonnellino pomeridiano

Svelato il mistero legato all’irresistibile desiderio di schiacciare un pisolino subito dopo pranzo, la classica pennichella. Dipende tutto dal glucosio. Stando infatti alle conclusioni di esperti dell’Università di Manchester dopo pranzo il livello di glucidi nel sangue cresce notevolmente, provocando l'inattivazione degli ormoni ipotalamici, il cui compito è quello di mantenere vigili. Secondo gli studiosi questo meccanismo fisiologico avrebbe permesso all’uomo primitivo - e permette ancora oggi agli animali - di rimanere attivo quando la fame iniziava a farsi sentire, così da facilitare la ricerca di cibo. Al contrario dopo mangiato la pennichella consentiva ai nostri predecessori di rilassarsi per recuperare le energie perdute. La pennichella, peraltro, fa bene al cuore. Degli studiosi greci hanno coinvolto 23mila persone scoprendo che il riposino pomeridiano riduce il rischio cardiovascolare del 34%.

Dal veleno dei serpenti farmaci e prodotti per il... bucato

Il mocassino acquatico - uno dei serpenti più velenosi degli Stati Uniti - potrebbe aiutare a contrastare le malattie cardiovascolari e offrire nuovi principi attivi per… far bene il bucato. È la conclusione di uno studio condotto da Davin Iimoto dell’Università della California. Lo scienziato ha visto che nel veleno del mocassino acquatico (Agkistrodon piscivorus conanti) sono contenute molte sostanze anticoagulanti, che possono essere impiegate per rendere fluido il sangue degli uomini (si pensa alla realizzazione di farmaci per soggetti ipertesi o arteriosclerotici), e per smacchiare, meglio di qualunque altro detersivo, indumenti sporchi di sangue. In particolare Iimoto ha individuato un enzima che si attiva a contatto con determinate sostanze dell'organismo umano. La sua azione è esplicata soprattutto sulle molecole di fibrina, le stesse che consentono alle ferite fresche di trasformarsi in “crosta”, e che finiscono poi per essere completamente disgregate. Scopo del farmaco è quindi rendere il sangue il più possibile fluido, in modo da tenere lontano il rischio di emboli e occlusioni varie a livello circolatorio che potrebbero predisporre a gravi danni cerebrali e cardiaci. Il mocassino acquatico è uno dei serpenti più pericolosi degli Stati Uniti, in particolare dei seguenti stati: Virginia, Florida, Messico, Arkansas. Il veleno del serpente contiene molte proteine e polipeptidi con attività biologica. Conosciute sono le neurotossine che agiscono bloccando la trasmissione degli impulsi nervosi al sistema muscolare. Un altro gruppo di tossine agisce, invece, sulle membrane cellulari. Il rettile è lungo fino a un metro e mezzo e appartiene al gruppo dei crotali. Abile nuotatore, frequenta le paludi, i ruscelli e gli stagni, e si nutre di pesci, anfibi e uccelli.