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sabato 31 marzo 2018

Un'impronta di 700mila anni

In principio fu l’acqua, anche per gli uomini che per primi popolarono il pianeta. Potevano, infatti, bere senza limiti e cacciare con facilità: pesci, uccelli, mammiferi. Non a caso le più interessanti tracce lasciate dai nostri antenati sono state riscontrate in prossimità di uno specchio lacustre o di un fiume. L’ultima notizia giunge dall’Etiopia, dove un team di scienziati italiani ha riportato alla luce orme risalenti a 700mila anni fa. Siamo in pieno Acheuleano, industria litica del Paleolitico inferiore; dove gli uomini producevano manufatti come le amigdale, che consentivano di tagliare carni e pelli, offrendo maggiori comfort e quindi chance di sopravvivenza. L’Africa, e in particolare l’Etiopia, non erano quelle di oggi; ma l’uomo trovò qui uno dei posti ideali dove dimorare. Prima delle grandi migrazioni che avrebbero portato la nostra specie a conquistare il mondo intero. C’era l’Homo heidelbergensis, un tipo col naso schiacciato, e la mandibola molto sviluppata; e soprattutto un cervello pressoché simile a quello dell’uomo moderno. Ma le fattezze ricordavano soprattutto l’Uomo di Neanderthal (non ancora comparso); viveva di caccia e di raccolta e dette vita a un clan a una cinquantina di chilometri da dove oggi sorge Addis Abeba. Si può dunque presumere che un giorno qualsiasi alcune famiglie si trovarono a bighellonare intorno alla pozza preferita: gli uomini macellavano gli animali, le donne accudivano i piccoli e li aiutavano a muovere i primi passi. Probabilmente accesero un  fuoco (anche se la prima conferma di un focolare risale a 600mila anni fa), per ottenere piatti più appetibili, che però erano piuttosto poveri di zuccheri e contenuti vitaminici; circostanze che compromisero un brillante sviluppo cerebrale. Poi accadde qualcosa di inaspettato. Non lontano, il Monte Zuqualla, oggi inattivo e ricoperto da un lago, cominciò a scaldarsi. Gli antichi sapevano della sua instabilità e della sua attitudine a sparare in cielo dardi infuocati. La pioggia di piroclasti fece scappare i nostri antenati che si rifugiarono in qualche antro, e contemporaneamente sommerse le tante tracce lasciate lungo le rive dello stagno. Orme che, protette da uno strato di ceneri vulcaniche, si sono conservate e sono giunte fino a noi. Nonostante i tre grandi periodi glaciali - Mindel, Riss e Wurm - che sconvolsero il clima su tutta la Terra da 700mila anni fa a poco più di 10mila anni fa. Il luogo della scoperta sorge in corrispondenza di un’area già nota agli antropologi. Si trova infatti a ridosso di Melka Kunture, sito paleolitico dove si scava dagli anni Sessanta. I primi strati risalgono a quasi due milioni di anni fa, gli ultimi al periodo di transizione verso il mesolitico (200mila anni fa). E hanno restituito anche resti ossei appartenenti a Homo sapiens arcaico e Homo erectus. In questo caso, non sono stati rinvenuti scheletri, ma appunto tracce del cammino di alcuni nostri progenitori; e sono altrettanto importanti per capire le dinamiche evolutive della specie. La posizione delle orme, infatti, racconta il grado di socialità degli heidelbergensis, e spiega come piccoli e grandi vivessero in stretto rapporto, supportati dalla necessità di aiutarsi reciprocamente e di accudire la prole. Le cosiddette cure parentali raggiunsero in questa fase il loro culmine, sancendo, di fatto, le caratteristiche comportamentali che avrebbero di lì a poco giustificato amori e affetti di neandertaliani, denisoviani e cromagnonoidi (tre specie che coabitarono in Europa fino a 40mila anni fa). Le analisi riportano il movimento di bimbi di età compresa fra uno e tre anni. Non solo i piedini che tentano i primi passi, ma anche le manine con cui presumibilmente i piccoli si sforzarono di riacquistare l’equilibrio dopo una caduta. E con essi, sono stati riscontrati anche i segni lasciati dal passaggio di ippopotami e altri animali con cui l’uomo viveva in stretto contatto. Un Laetoli bis? Non proprio. Il riferimento alle più celebri orme primitive dell’uomo infatti, può essere valutato solo fino a un certo punto. Perché nei pressi della Gola di Olduvai (la culla del genere umano), le orme emerse negli anni Settanta riguardarono forme australopitecine vissute oltre tre milioni di anni fa, e ben diverse dalla realtà appannaggio del genere Homo. A Laetoli camminavano tre Australopitechus afarensis, a Melka Kunture, i membri di varie famiglie appartenenti a una specie molto più evoluta, con un cervello già in grado di pensare e formulare suoni che nel giro di qualche migliaio di anni avrebbero offerto le basi per lo sviluppo dei primi linguaggi. Anche in Tanzania, tuttavia, le tracce degli Australopithecus si sono preservate grazie alle bizze di un vulcano, il Sadiman, distante una ventina di chilometri dal luogo del rinvenimento. I piroclasti si trasformarono in tufo regalandoci a distanza di milioni di anni la prova di 50mila passi compiuti da antichi animali, affiancati da quelli di qualche parente di Lucy (l’Australopithecus afarensis più noto), la madre di tutti noi. 

lunedì 5 febbraio 2018

Alla conquista dell'Asia


Nuove scoperte sull’evoluzione umana indicano che il ramo genealogico dell’uomo è molto più complesso di quello inteso fino a oggi. Non solo la successione delle varie specie, ma anche i cammini che l’uomo moderno ha intrapreso per giungere in ogni angolo della Terra. L’ultima notizia sovverte completamente la tesi secondo la quale l’Homo sapiens sapiens lasciò l’Africa 60mila anni fa; lo studio diffuso dagli scienziati del Max Planck Institute for Scienze of Human History e dell’University of Hawai ritiene che la nostra specie abbandonò il continente Nero almeno 120mila anni fa. Significa avere conquistato l’Europa molti millenni prima del previsto, entrando maggiormente in contatto con specie che ci precedettero come l’Uomo di Neanderthal e l’Uomo di Denisova. E questa tesi convalida l’ipotesi di inbreeding fra il sapiens e gli altri ominini, peraltro già confermata dalle analisi genetiche (che mostrano nel nostro DNA tracce delle due specie). 

Gli scienziati hanno valutato le nuove datazioni sulla base di reperti portati alla luce in Cina, e risalenti a un periodo compreso fra 70mila e 120mila anni fa. Come connettere questa tesi con quella precedente? Secondo gli studiosi è probabile che vi furono più ondate migratorie di Homo sapiens in movimento dall’Africa all’Europa, e poi all’Asia e all’Oceania. La più importante avvenne senz’altro 60mila anni fa, tuttavia è dato per certo che alcuni antenati di questo grande gruppo che lasciò l’Africa molto tempo prima. È il finale dell’Acheuleano, fase del Paleolitico compresa fra 750mila e 120mila anni fa, fra il periodo glaciale Mindel e l’interglaciale Riss-Wurm. L’uomo vive di caccia e raccolta, ma sa sfruttare la natura per fabbricare utensili di uso quotidiano. Nasce la tecnica di Levallois che permette di scheggiare con efficacia la selce per ottenere coltelli e lame rudimentali con cui tagliare le carni e procurare indumenti per fronteggiare il gelo.

martedì 26 settembre 2017

Il cammino dei Denisova


E' un mistero che potrà essere risolto nei prossimi anni, tuttavia la domanda che si pongono gli antropologi è oggettivamente intrigante: è possibile che gli aborigeni australiani siano figli dei denisoviani? Andiamo con ordine. Nel 2008 in Siberia venne scoperta una nuova specie umana. Non un "primitivo" come può essere un australpithecus o un erectus, ma una specie molto simile a noi e ai neandertaliani; una classe tassonomica pensante, in grado probabilmente di seppellire i suoi morti, e di osservare pratiche non dissimili da quelle dell'Homo sapiens agli albori del suo cammino evolutivo. L'Homo di Denisova abitò le caverne siberiane e venne senz'altro in contatto con la nostra specie e con i neandertaliani; ci furono degli accoppiamenti e oggi ne abbiamo la prova: l'Homo sapiens è infatti caratterizzato da percentuali variabili di Dna appartenuto ai denisoviani. Ma non in modo indifferenziato. 

Esistono, di fatto, popolazioni, dove la percentuale di Dna denisoviano risulta più abbondante. Si va dunque dalla minima percentuale dello 0,2% degli originali abitanti delle Americhe, al 4-6% degli aborigeni australiani. E da qui la riflessione fatta da Richard Bert Roberts, direttore del centro scientifico di archeologia dell'università di Wollongong: "Ci sono molti elementi per credere che i denisoviani abbiano compiuto un lungo cammino dalla Siberia all'Australia". Un viaggio di oltre 8mila chilometri. L'ipotesi è suggestiva. Ma del resto le specie umane discendenti dell'Homo eidelbergensis ci hanno offerto molti spunti per credere che fosse insita nel loro animo la spinta a muoversi verso territori vergini. Il cammino dei sapiens è noto: 200mila anni fa, Africa; 70mila anni fa, Asia; 60mila anni fa, Indonesia; 50mila anni fa, Australia; 45mila anni fa Europa. Meno quello dei denisova, che, appunto, potrebbero avere incrociato il tragitto dei sapiens diretti verso l'Oceania. C'è un punto, in ogni caso, che lascia perplessi gli scienziati: come hanno fatto i denisova a superare la linea di Wallace? 

E' una linea fittizia, che divide le caratteristiche naturalistiche dell'Asia da quelle dell'Oceania, sottolineando lo sviluppo di realtà tassonomiche completamente diverse fra loro (motivo per cui in Australia esistono animali unici nel loro genere). Si pensa che possa essersi verificata una conquista del tutto casuale, basata sulla capacità dei denisova di sfruttare particolari correnti e mezzi assolutamente rudimentali, per esempio delle zattere. Muovendosi a piccoli passi, saltando da un'isoletta all'altra, fra le tante che occupano i mari situati fra l'Oceano Pacifico e l'Indiano. Dove peraltro risiede Flores, l'isola della Sonda dove, nel 2004, venne rinvenuto un altro esemplare "moderno": l'Homo floresiensis (che però negli ultimi tempi si sospetta possano essere solo i resti di un sapiens colpito dalla sindrome di Down). 

Insomma, ce n'è per poter sviluppare un romanzo ambientato 50mila anni fa; se si pensa che in corrispondenza della linea di Wallace, a quei tempi, ci deve essere stato un gran traffico di specie che puntavano tutte nelle stessa direzione: l'Australia. Certamente, l'Homo sapiens ebbe la meglio su tutti gli altri, tuttavia è sempre più vicina la prova ufficiale che, dove un giorno sarebbero sorte Sidney e Brisbane, migliaia di anni fa sbarcò anche un nostro cugino.   

venerdì 24 febbraio 2017

Artisti al suono delle caverne


Nelle caverne si trovavano per mangiare, bere, dormire, insomma, per vivere le cose di tutti i giorni, ma presto l'istinto per l'arte ebbe il sopravvento e cominciarono anche a pitturare le pareti delle grotte. Così sono giunte a noi raffigurazioni rupestri di grandissimo pregio, che confermano l'intelligenza e l'eclettismo dei nostri antenati. Ciò di cui, però, non eravamo al corrente è che gli antri che gli dettero ospitalità, non furono scelti a caso per immortalare le proprie fantasie, ma servirono per realizzare le opere migliori, in relazione a contesti "spaziali" dalle caratteristiche uniche; dotati di parametri acustici peculiari, in grado di suscitare emozioni e stupore. Stando, infatti, alle ultime ricerche condotte presso l'Acoustical Society of America, gli echi delle caverne, i frastuoni provocati da urla, pianti, canti, fenomeni atmosferici, avrebbero ispirato i primi artisti della preistoria, sensibili a segnali acustici, che nessuno sapeva razionalmente spiegare: «Oggi sappiamo che esistono le onde sonore, in grado di replicare i rumori, di creare "boati" altrimenti ingiustificabili», spiega Steven Waller, a capo dello studio. 

«Ma mettiamoci nei panni dei nostri progenitori: ogni volta che ascoltavano il rimbombo di un colpo, di un movimento, della caduta di un masso, era come se percepissero qualcosa di incredibile e fantastico. Oggi pare impossibile comprendere il mondo della fisica subatomica, per loro, invece, il mistero era tutto questo». Grazie a questi "miracoli" dell'acustica, quindi, i primi uomini impararono a esprimersi al meglio, convinti che gli spiriti o altre entità soprannaturali cercassero di mettersi in contatto con loro, fornendogli i presupposti per creare i primi capolavori. Lo studioso fa degli esempi concreti, parlando di grotte esplorate "acusticamente" in Europa e in Asia, territori dove l'uomo moderno giunse 40mila anni fa. Ma si rifà anche a opere megalitiche come Stonehenge, dove le esperienze acustiche erano al centro della funzionalità del famoso tempio. All'Università di Salford hanno appurato che Stonehenge funzionava come una cattedrale, dove riverberi e vibrazioni creavano atmosfere straordinarie per gli uomini dell'epoca, giustificabili solo con interventi "dall'alto", e in grado di accompagnare perfettamente i riti religiosi. 

Qualcosa di simile accadeva in Perù, presso la civiltà di Chavin de Huantar, sviluppatesi nel 1500 a.C.. Qui un tempio e il suo labirinto hanno messo in luce aspetti di archeoacustica impensabili, concernenti prassi simboliche importanti, religiose e inevitabilmente connesse al mondo dell'arte. Concentrandosi, invece, sulle incisioni rupestri tradizionali europee, dove gli uomini hanno mostrato per la prima volta il loro talento, Waller è convinto del legame fra i soggetti scelti per le raffigurazioni e gli echi prodotti dal loro passaggio. Così si spiega il nesso fra i numerosi disegni riportanti bovidi o cervidi, il cui transito, nei pressi delle caverne, veniva fortemente amplificato, come per magia. I test hanno infine confermato che le caverne con i riverberi maggiori sono anche quelle caratterizzate dalle opere artistiche più belle e interessanti; comprese quelle più angoscianti, riportanti il calco di mani sanguinanti, un omaggio ai vecchi spiriti Memegwashi del Canada orientale.  

mercoledì 30 novembre 2016

Perché il sesso ha vinto?


Il primo a fare sesso fu un pesce vissuto quattrocento milioni di anni fa: un placoderme che si aggirava minaccioso fra i fondali sabbiosi del Devoniano, protetto da una potente corazza e fornito di denti affilatissimi. Il maschio era caratterizzato da una protusione ossea che gli consentiva di raggiungere la femmina e veicolare il seme. Oggi la maggior parte dei pesci adotta una riproduzione esterna, con deposizione delle uova e successiva fecondazione. Ma all'epoca l'evoluzione tentò una strada nuova; che non venne percorsa fino in fondo: i placodermi, infatti, si estinsero e oggi solo gli squali possono dire di avere qualcosa in comune con questi antichi animali, benché contraddistinti da un'anatomia diversa. Eppure il sesso s'è rivelato il presupposto ideale per sopravvivere e consentire a una specie di progredire. Di fatto tutti i mammiferi si riproducono così. Oggi, dunque, l'argomento viene analizzato dal punto di vista comportamentale, psicologico, sociale, ma si trascura quasi sempre il quesito più importante: perché il sesso ha vinto?

Per rispondere a questa domanda è necessario sapere che attraverso il sesso avviene un fenomeno che, nelle altre forme di riproduzione, non è contemplato: si ha infatti lo scambio di materiale genetico fra la femmina e il maschio. Accade all'interno del "crossing over", una fase della divisione cellulare, in campo scientifico, meiosi. Indica che i cromosomi maschili e femminili s'incontrano nel cuore della cellula germinale (spermatozoo e cellula uovo) e, sovrapponendosi, portano allo sviluppo di un nuovo complesso ereditario che contraddistinguerà il corredo genetico del futuro nascituro. Una rivoluzione in campo biologico, perché solo in questo modo si assicura un requisito fondamentale per la sopravvivenza di una specie: un alto indice di variabilità genetica.

Con essa, infatti, una specie è in grado di affrontare le avversità e le difficoltà ambientali con maggiore abilità. E può opporsi al processo contrario di deriva genetica, che predispone a un impoverimento cromosomico, anticamera dell'estinzione. Un Dna che cambia nel tempo, non solo a causa delle mutazioni (ciò che avviene nelle specie meno sviluppate), offre a un raggruppamento tassonomico la possibilità di resistere a lungo. E' la prerogativa dello sviluppo e dell'evoluzione; senza questa conquista, la selezione naturale avrebbe agito in modo diverso, e oggi non potremmo contare sull'incredibile varietà biologica che ci circonda. Ecco perché il sesso occupa un posto tanto importante nella storia di un uomo o di una donna, al pari del cibo, dell'acqua e dell'aria; siamo esplicitamente tarati per farlo, senza, però, sapere che dietro alla nostra attitudine comportamentale si cela, in realtà, una finalità ben più pragmatica: lo scambio di geni.

Non finisce qui. Sappiamo, infatti, quel che comporta una relazione sessuale; un'intesa chimica fra due persone, che può (in certi casi) trasformarsi in una relazione affettiva, alla base del più nobile sentimento umano: l'amore. Grazie al sesso, dunque, i nostri antenati hanno appreso l'arte di amare, il proprio partner, ma soprattutto i propri figli. Di fatto lo scopo è questo: mettere al mondo delle creature e poi accudirle. Non sarebbe possibile senza una tensione emotiva nei loro confronti. I pesci non badano alla cura della prole, nemmeno gli anfibi, ma qualcosa comincia a cambiare quando si giunge agli uccelli e, invariabilmente, ai mammiferi. L'evoluzione ha compiuto un lavoro certosino. Dalla necessità di un crossing over si è giunti a un coinvolgimento fisiologico sempre più complesso, che è andato di pari passo con l'incremento dell'intelligenza e del livello di organizzazione sociale. Certo, l'evoluzione proseguirà imperterrita per la sua strada, e allora la nuova domanda sarà: il sesso nel futuro avrà ancora senso di esistere? 

Difficilissimo rispondere. Ma qualche ragionamento ci sta. Partendo da una considerazione già ponderata da vari centri di ricerca, fra cui quello gestito da Henry Greely, della Stanford University; secondo il quale entro una trentina d'anni il sesso non avrà relazione con il concepimento. In pratica i figli si faranno ancora, ma in laboratorio, e il sesso diverrà una pratica di puro soddisfacimento fisico (magari con un robot). Ma se fosse veramente così, si potrebbe immaginare il destino della fecondazione sessuata, che abdicherà a favore di una proposta evoluzionistica lontana da qualunque idea razionale. Risponderà al tempo, qualcosa che l'uomo non ha ancora imparato a valutare oggettivamente: per raggiungere un traguardo del genere, infatti, non ci vorranno secoli, né millenni. Solo fra qualche milione di anni sarà possibile rispondere a questa domanda; ma probabilmente non sarà la nostra specie a farlo. 

Il culto sessuale
L'importanza del sesso nella storia della nostra specie è enfatizzata anche dall'arte. Fin dall'antichità, infatti, uomo e donna venivano esaltati soprattutto dal punto di vista sessuale. Nelle donne si dà ampio spazio ai seni, ai fianchi e alle natiche; il monte di Venere è una priorità. Negli uomini prevale la muscolatura, sinonimo di virilità. Ma è anche il pretesto per raccontare un mondo sconosciuto. Perché i progenitori che per primi si cimentarono con il disegno e la scultura, vivevano in un contesto ambientale difficile: era in corso l'ultima glaciazione, la wurmiana, che riguardò mezza Europa fino a 12mila anni fa. In pratica erano poche le occasioni per poter osservare il partner completamente nudo, ed era solo grazie alle forme d'arte che si poteva correre con l'immaginazione. E dunque affinare l'innata tendenza dell'uomo a riprodursi.   

Sesso e memoria
Perché non è solo un generico miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche di una persona. Chi fa sesso sta anche meglio per ciò che riguarda l'attitudine a ricordare. Nel cervello questa funzione è assolta dall'ippocampo. E coinvolta è perlopiù la memoria a lungo termine. Uno studio effettuato in Maryland, Usa, e diffuso dal sito Atlantic, racconta l'esperienza condotta sui topi; in cui si è visto che l'attività sessuale è direttamente proporzionale all'incremento di neuroni legati alla memorizzazione. Non solo. A beneficiarne sarebbe anche la sfera cognitiva. In pratica si diventa più intelligenti. Anche se non è del tutto chiaro il legame fra sesso e quoziente intellettivo. L'unico dato certo è che gli adolescenti più brillanti sono anche quelli che ritardano di più la prima esperienza intima.

Il piacere negli animali
Non è vero che se ne servono solo per soddisfare un'innata tendenza a procreare. Stando, infatti, a una ricerca diffusa dalla Bbc, anche nel loro caso la componente legata al puro piacere fisico è verosimile. Lo studio è stato effettuato su un gruppo di scimmie da esperti del Department of Anthropology UCLA, in Usa. Sono state selezionate femmine lontane dal periodo di ovulazione, e dunque non propense alla riproduzione. Tuttavia s'è visto che anche in questo caso la relazione fisica fra maschi e femmine rimane costante, e la rincorsa al piacere parrebbe l'unica spiegazione plausibile. Non tutte le scimmie si comportano allo stesso modo. Particolarmente sensibili all'attività sessuale sono i cappuccini, altrimenti detti cebi, diffusi dall'Honduras al Paraguay e i macachi, di casa fra l'Afghanistan e il Giappone. 

martedì 1 novembre 2016

Vampiri bulgari

Si credeva davvero nella vampirologia, e nella possibilità che novelli zombie potessero aggirarsi per campi e villaggi a caccia di umani dalla carne fresca e giovane. Lo provò nel 2012 la scoperta di scheletri in Bulgaria, trafitti con barre di ferro, prerogativa che, secondo la tradizione, impediva ai morti di risvegliarsi. Oggi si ha, dunque, una nuova conferma di questa credenza, con il ritrovamento, sempre in Bulgaria - nei pressi della seconda più grande città della nazione, Plovdiv - di nuovi resti trattati allo stesso modo. 

Gli antropologi hanno infatti individuato una necropoli con ottanta salme, riconducibile al quindicesimo, sedicesimo secolo; i corpi dei defunti erano stati tumulati con pietre e mattoni in bocca. Sono state trovate anche molte monete antiche e tracce che lascerebbero supporre la presenza di altre sepolture sottostanti. 

La necropoli di Plovdiv

domenica 2 ottobre 2016

L'UOMO DEI GHIACCI VIVE FRA NOI

Risultati immagini per otzi

Fece a dir poco scalpore la sua scoperta nel lontano settembre del 1991, ai piedi del ghiacciaio del Similaun, al confine fra Italia e Austria. Ma le sorprese, in realtà, non sono ancora finite, perché non passa mese senza che qualche nuovo studio dia ulteriori informazioni sulle caratteristiche di Otzi, il cosiddetto "uomo venuto dal ghiaccio", vissuto in piena età del Rame, fra il 3.300 e il 3.100 a.C.. L'ultimo interessante ragguaglio in merito alla vicenda umana dell'antico abitatore della Val Venosta, giunge da un team di ricercatori austriaci, che ha evidenziato che esistono almeno 19 persone geneticamente riconducibili a Otzi. Gli esperti di medicina legale al lavoro presso la Innsbruck Medical University hanno analizzato il sangue proveniente da 3.700 donatori, verificando la curiosa analogia: «Abbiamo constatato che 19 persone hanno lo stesso antenato che aveva la mummia del Similaun», spiega Walther Parson, a capo dello studio. «Significa che da un ceppo antropologico risalente a 10mila anni fa, hanno avuto origine sia l'Uomo dei ghiacci che i pochi tirolesi che abbiamo selezionato».

Come è stato possibile giungere a questa conclusione? Grazie allo studio degli aplogruppi, (insieme di aplotipi, vale a dire combinazioni di varianti alleliche in un cromosoma) che permette di studiare le caratteristiche genetiche dei contemporanei e metterle in relazione con chi ci ha preceduto. L'aplogruppo H o T, per esempio, rimanda agli euroasiatici occidentali; l'A o il B, ai nativi americani. Per lo studio di Otzi, in particolare, ci si è avvalsi della trasmissione ereditaria "comandata" dal cromosoma Y, per giungere all'aplogruppo G, presente in antiche popolazioni provenienti dal medio-oriente, e identificato anche nei moderni "cugini" tirolesi. Non è la prima volta che gli studi di genetica offrono interessanti conclusioni sulla rocambolesca esistenza dell'Uomo venuto dai ghiacci. Di poche settimane fa è anche la scoperta della presenza di Dna non umano sulla mummia rinvenuta fra le Alpi Retiche. Si tratta del Dna di un batterio, il Treponema denticola.

E' stato isolato da scienziati dell'Eurac (Accademia Europea di Bolzano), in collaborazione con ricercatori dell'Università di Vienna, da un piccolissimo frammento recuperato dall'osso pelvico della mummia. Gli esperti hanno concluso che Otzi soffriva di paradentosi (un'infiammazione cronica delle gengive), confermando le supposizioni avanzate un anno fa, quando la tac mise in luce una condizione dentaria compromessa. Sicché è oggi possibile stilare un quadro complessivo dello stato di saluto della mummia, tutt'altro che ottimale. Otzi, infatti, soffriva di numerosi acciacchi, comprendenti artrite, intolleranza al lattosio, arteriosclerosi, borreliosi (malattia provocata da un batterio veicolato dalle zecche). Benché la sua fine non coincise con il peggioramento improvviso di uno di questi mali, ma con una punta di selce scagliata da qualche nemico, che si conficcò nella sua spalla sinistra, facendolo, in pochi minuti, morire dissanguato. 

lunedì 22 agosto 2016

Riflessioni antropologiche da una spiaggia friulana


Sotto gli ombrelloni non siamo tutti uguali, si sa. C'è quello che discute di politica, chi sta solo in ammollo, il tipo che legge senza sosta... e c'è chi, per imperscrutabili dinamiche del fato, sceglie di destreggiarsi in antropologia; e potrebbe, forse, avere fra le visioni più originali della spiaggia, soffermandosi su particolarità che ai più sfuggono.  Di cosa si tratta? L'uomo porta da sempre dentro sé i semi del suo passato; e nonostante l'affinamento dell'hitech e del bon ton, rimane comunque ancorato ad aspetti che rimandano ad epoche ancestrali, corroborate dai nostri antichi progenitori, e mai del tutto scomparse. La signora dell'ombrellone vicino all'antropologo si chiama Luigia; ha già ottanta anni, portati benissimo. Il suo passatempo preferito è pettegolare. Sa tutto di tutti quelli che la circondano nel raggio di un chilometro. Potrebbe scrivere un bellissimo libro di storie, e invece va avanti a pettegolare. Perché il pettegolezzo, oggi ricondotto a una fenomenologia perlomeno contraddittoria, è stato una delle armi più importanti per l’evoluzione umana. Senza il pettegolezzo potremmo dire che l'uomo non sarebbe dov'è. Il gossip, infatti, nasce per le necessità di sapere cosa fanno gli altri, e in questo modo adottare lo stratagemma più valido per poter fronteggiare le vicissitudini dell'esistenza. Le donne si incontravano e pettegolavano; poi, nel proprio clan, facevano tesoro delle informazioni apprese, preparando un nuovo piatto, ricamando un nuovo vestito, o suggerendo al proprio piccolo di non comportarsi in un certo modo perché potrebbe essere pericoloso. La Luigia della spiaggia perpetua un comportamento assunto dalla nostra specie migliaia di anni fa e senza saperlo si fa portavoce di una bellissima lezione comportamentale. Non finisce qui. A un certo punto la donna è affiancata da un ragazzotto robusto e riccioluto. Scopriamo che si chiama Marco, è il nipote, e avrà su per giù una ventina d'anni. Le sussurra qualcosa e così la Luigia con amorevolezza si mette a spalmargli la crema solare sulla schiena. E' una scena molto bella, perfino poetica, ma anche qui, l'antropologia batte ciglio. E rimanda addirittura a prima dell'avvento del genere Homo. Siamo in Africa, milioni di anni fa. Nella gola di Olduvai uno dei passatempi preferiti dalle forme australopitecine è spulciarsi. Lo fanno ancora oggi le scimmie. Per ore accarezzano il famigliare liberandolo dagli artropodi, ma dandogli anche sicurezza e affetto. E' lo stesso gesto compiuto dalla signora Luigia, che ancora una volta conferisce valore all'indissolubile legame che ci amalgama al nostro passato e giustifica la premura della cosiddetta cura parentale, prerogativa dei mammiferi. Ma in spiaggia non c'è solo la Luigia a darci lezioni evoluzionistiche. Ci sono anche un mucchio di bimbi scalmanati. Hanno tantissimi giochi a loro disposizione: secchielli, palette, racchette, palline e palloni... eppure, se li interroghi, diranno che c'è un solo piacere eccelso: cacciare gli animali. E così, contravvenendo al buon senso di rispettare sempre e comunque la natura, si mettono a catturare pesciolini, granchietti e molluschi. Loro non lo sanno, ma anche in questo caso, obbediscono a un criterio comportamentale consolidatesi milioni di anni fa, quando il nostro albero evolutivo abiurò il mondo dei raccoglitori per benedire quello dei cacciatori. Noi tutti abbiamo ancora questo istinto di cacciare, anche se abbiamo i supermercati a portata di mano. Inutile dilungarsi sulla sfilza di signorotti armati di ami e supercanne che affollano il pontile e pescano senza averne bisogno, se non per contemplare un'appetenza diversa, dall’imprescindibile valore atavico. Infine arriva la sera. E la Luigia, con il nipote, un’amica del nipote e alcuni pescatori, ordinano un piatto a base di carne di maiale. Arrivano tonnellate di costine che è impossibile gustare affidandosi ai principi della buona educazione. Si usano le mani. Nessuno si scandalizza. Ma non è solo l’uso delle mani. È anche la voracità perversa con cui si addenta la polpa, scarnificando senza alcuna grazia la costola dell’ex animale. Ebbene, di nuovo il quadro sociale è ascrivibile a un contesto che va oltre la nostra quotidianità. Si mangia proprio come mangiavano i neandertaliani che per 200mila anni hanno abitato la gelida Europa. Se poi ci fosse il fuoco tutti ce ne renderemmo conto. Nei falò bruciano ancora i sogni e le emozioni dei nostri antichi progenitori; ecco perché ogni volta che ne accendiamo uno non ci stancheremmo mai di fissarlo, incantati dalla sua ineffabile magia. 

venerdì 18 settembre 2015

Il nuovo Homo


Fino a venti anni fa era tutto molto più semplice. Si partiva da una specie di scimmione, l'Australopithecus, e in un paio di step - Homo habilis e Homo erectus - si arrivava alla nostra specie, l'Homo sapiens sapiens. Facilissimo. Oggi, però, grazie ai progressi della scienza, le cose sono precipitate, e quelle che erano appena quattro specie antenate dell'uomo moderno sono diventate una ventina. Potremmo farcene una ragione, ma il punto è che non passa anno senza che i quotidiani di mezzo mondo, spulciando qualche rivista scientifica, non tirino fuori per l'ennesima volta, l'inequivocabile titolo: scoperta una nuova specie umana. Fino a quando tutto ciò sarà credibile? E soprattutto, avanti di questo passo quanti prozii dovremo contare per comprendere appieno il nostro cammino evolutivo?
Domande che sorgono spontanee all'indomani della notizia diffusa dall'University of Witswaterstrand di Johannesburg, in SudAfrica, e dal National Geographic. Di cosa si tratta? Dei resti di una quindicina di ominini (raggruppamento tassonomico comprendente noi e gli scimpanzé) vissuti fra i due e i due milioni e mezzo di anni fa. In SudAfrica, a una cinquantina di chilometri da Johannesburg. Erano di bassa statura, magrolini, non pesavano più di cinquanta chilogrammi, ma i tratti scimmieschi non erano così preponderanti come nelle cosiddette forme australopitecine (il vero e proprio anello di congiunzione fra noi e le scimmie). Erano più intelligenti degli Australopithecus. Benché possedessero un cervello piccolo, grande quanto un'arancia, la loro attitudine a seppellire i corpi mostra la tendenza al ragionamento, e a regalare un degno riposo ai propri cari, consuetudine nota solo alla nostra specie (e ai neandertaliani). Il luogo del ritrovamento è riconducibile a una specie di piccolo cimitero arcaico, separato dalle zone adiacenti e caratterizzato da resti di individui morti presumibilmente per cause naturali.
Alla luce di questi risultati i ricercatori non hanno tardato a riportare l'ipotesi di una nuova specie che fa sempre più rumore del rinvenimento di un "banale" Homo habilis o di un Australopithecus afarensis, entrambi conosciuti da parecchi anni. Ecco dunque il suo nome: Homo naledi (attenzione al rigore scientifico, va maiuscolo il genere, minuscolo la specie). La vera notizia però è un'altra. Ci vorrà del tempo per stabilire se Homo naledi - stella nascente in lingua sotho - è davvero un altro germoglio evolutivo, ma nessuno può negare che proprio in questo frangente sia stato scoperto in un colpo solo il più alto numero di resti appartenenti al genere Homo. In paleoantropologia si urla al miracolo quando salta fuori una nuova falange, un pezzo femore, un occipitale, figuriamoci quando si scoprono le tracce di ben quindici individui, per un totale di 1.500 frammenti ossei. La scoperta è sensazionale. «Homo naledi è già la specie fossile meglio conosciuta nella linea evolutiva dell'uomo», dice Lee Berger, della National Geographic Society, divenuto famoso nel 2010, dopo il rinvenimento dell'Australopithecus sediba, altra "leggendaria" new entry nell'elenco delle specie che ci precedettero.Il SudAfrica. Ecco l'altra vera notizia. Fino a pochi anni fa si pensava che la culla evolutiva dell'uomo fosse riconducibile alla cosiddetta Rift Valley, a cavallo fra Kenya e Tanzania. E' qui che trovarono Lucy, l'Australopithecus afarensis, nonché il più antico antenato dei gorilla, il Chororapithecus abyssinicus. Con le ultime scoperte, invece, il baricentro evolutivo si sta spostando sempre più verso sud, e il SudAfrica pare in pole position nella classifica delle nazioni che ci dettero i natali. Senza andare troppo in là nel tempo, è di pochi mesi fa il rinvenimento nelle grotte di Sterkfontein di un'altra specie battezzata Australopithecus prometheus. Certo, era molto più antica dell'ultima ritrovata, ma è curioso notare che probabilmente visse in contemporanea a Lucy, la mamma di tutti noi. E il futuro della ricerca in campo paleoantropologico parte ancora da qui. «Ci sono centinaia per non dire migliaia di resti da studiare», chiude Berger. E le grotte di Sterkfontein hanno ancora parecchi misteri da svelare. 

mercoledì 28 agosto 2013

Alla scoperta di Adamo ed Eva

Un ipotetica ricostruzione di Adamo
Un’indagine da veri detective molecolari ha permesso a un team di scienziati italiani di fare luce sulle nostre radici e comprendere in che modo le caratteristiche genetiche maschili e femminili si sono differenziate. Il riferimento è al cromosoma Y maschile e al Dna mitocondriale femminile, due parametri chiave per la storia evolutiva dell’Homo sapiens, tenuto conto del fatto che il primo si trasmette solo dai padri ai figli maschi, mentre il secondo viene ereditato esclusivamente dalla madre. In altre parole, grazie a questo studio, siamo ora in grado di stabilire la “contemporaneità” di Adamo ed Eva e, soprattutto, i numerosi processi genetici e mutazionali che si sono accavallati nel corso dei millenni.
Sappiamo, infatti, senza dubbi che l’uomo proviene dall’Africa, ma in che modo la genetica abbia contribuito nei dettagli a questo risultato, è sempre stato un argomento piuttosto spinoso: «Siamo passati da una visione nebulosa a una visione impressionista», rivela Francesco Cucca, coordinatore dello studio, membro del Cnr italiano e professore dell’Università di Sassari. «Grazie ai progressi della tecnica e all’approfondimento dello studio della sequenza del Dna del cromosoma Y, abbiamo potuto rilevare con una precisione senza precedenti la storia genetica del maschio moderno, muovendoci a ritroso, fino a raggiungere un periodo compreso fra 180mila e 200 mila anni fa».
Il risultato ottenuto da Cucca e colleghi è stato messo a confronto con altre ricerche effettuate sul Dna mitocondriale, già studiato in passato perché molto più piccolo del cromosoma Y e più facile da analizzare. Così è emersa la “contemporaneità” fra le due realtà evolutive, maschile e femminile, e la presunta data in cui degli ipotetici Adamo ed Eva possano essersi scambiati il primo bacio. «Lo studio, però, non deve trarre in inganno», spiega Cucca. «Non si tratta infatti di evidenziare tanto la contemporaneità dei nostri antichi progenitori maschili e femminili - ovviamente coevi visto che ci riproduciamo solo per via sessuata - bensì la nostra capacità di sapere leggere il passato con sempre maggior nitidezza, utilizzando il Dna come un registro molecolare capace di farci “viaggiare” nel tempo, verso epoche sempre più distanti dalla nostra realtà».
L’Africa, in ogni caso, è senz’altro l’angolo terrestre in cui i nostri progenitori hanno mosso i primi passi per raggiungere l’Asia, l’Oceania, il Medio Oriente, l’Europa e il resto del mondo. Gli scienziati ritengono che l’Homo sapiens – e quindi i nostri Adamo ed Eva – provengano dalle regioni dell’Africa subsahariana di 200mila anni fa. A Kibish, in Etiopia, nei pressi del fiume Omo, sono state trovate prove concrete risalenti a 195mila anni fa. «Non è solo la genetica a condurci in questa parte del mondo, ma anche altre discipline come l’archeologia e l’antropologia», dice Cucca. «Le migrazioni dell’uomo sono “scritte” nel suo DNA, e ora possiamo finalmente dire di disporre degli strumenti idonei per disegnare l’intero cammino evolutivo umano».
I ricercatori hanno esaminato i dati genetici del cromosoma Y di 1200 individui di origine sarda,  “portatori” di un corredo cromosomico rimasto inalterato per secoli e secoli: «I nostri studi stanno evidenziando come i sardi rappresentino la popolazione contemporanea con caratteristiche genetiche più simili a quelle dei proto-europei, gli antichi abitanti dell’Europa», conclude lo studioso italiano. «Abbiamo trovato conferma anche da una serie di analisi compiute comparando l’assetto genetico di tutte le popolazioni europee contemporanee, con quello ottenuto dal Dna estratto da ossa preistoriche, incluse quelle provenienti dalla mummia bolzanese di Similaun, il famoso Otzi, vissuto 5mila anni fa in Val Senales». 

(Pubblicato in prima pagina su Il Giornale, il 27 agosto 2013) 

lunedì 18 marzo 2013

L'estinzione dei neanderthaliani? Colpa degli occhi troppo grandi


Avevano gli occhi troppo grandi e per questo motivo si sarebbero estinti. E' la nuova tesi presentata da un team di studiosi dell'Università di Oxford, relativa alla sparizione di una specie simbolo dell'evoluzione umana: l'uomo di Neanderthal. Secondo i ricercatori inglesi i neandertaliani provenienti dalla culla africana, avrebbero sviluppato soprattutto l'area del cervello dedicata alla vista, per adattarsi alla scarsa luminosità delle alte latitudini europee, a discapito dei lobi frontali, imputati in elaborazioni cerebrali più "elevate". Questa caratteristica sarebbe, invece, stata appannaggio dell'uomo moderno che, alfine, ha avuto la meglio su tutti gli altri ominidi. (Ricordiamo, infatti, che circa 40mila anni fa esistevano almeno quattro specie di ominidi: con i sapiens sapiens e i neandertaliani, c'erano anche l'Homo floresiensis e il Denisova). «In pratica i Neanderthal avrebbero utilizzato troppo cervello per la vista sottraendolo ad altre funzioni», rivelano i ricercatori su Proceeding of the Royal Society. «Dal momento che gli uomini di Neanderthal si sono  evoluti ad alte latitudini ed avevano anche corpi più grandi dei moderni esseri umani, più cervello dei Neanderthal sarebbe stato dedicato alla vista ed al controllo del corpo, lasciando meno cervello ad altre funzioni, come il social networking. I piccoli gruppi sociali avrebbero potuto rendere i Neanderthal meno in grado di far fronte alle difficoltà dei loro duri ambienti difficili eurasiatici, perché avrebbero avuto meno bisogno di amici per aiutarli nel momento del bisogno. Nel complesso, le differenze di organizzazione del cervello e della cognizione sociale può far percorrere un lungo tratto di strada per spiegare perché gli uomini di Neanderthal si estinsero, mentre gli esseri umani moderni sono sopravvissuti». Lo studio ha analizzato i resti fossili di ominidi risalenti a un periodo compreso fra 27mila e 75mila anni fa, provenienti dall'Europa e dal Medio Oriente. Il confronto fra tredici Neanderthal e trentadue esseri umani ha provato che il cervello delle due specie alla nascita fosse molto simile; ma con la crescita si differenzia, ripercuotendosi anche sulle caratteristiche anatomiche generali del cranio e della porzione facciale. In generale s'è visto che i Neanderthal avevano orbite e occhi molto più grandi dell'Homo sapiens sapiens. La loro condanna. 

venerdì 7 dicembre 2012

Il ritorno dell'uomo di Neanderthal


Clonare l’uomo di Neanderthal? Per ora è impossibile, ma fra una decina d'anni non lo sarà più, e si potrà, dunque, ottenere un neanderthaliano assolutamente uguale all’originale scomparso 40mila anni fa. Ne è convinto Pierre Pontarotti, direttore del laboratorio di evoluzione del genoma del Cnrs di Marsiglia, il quale ha reso noto le sette tappe fondamentali che porterebbero alla riuscita dell’esperimento. La prima tappa si riferisce all’estrazione dei filamenti di DNA dal nucleo delle cellule fossili di un reperto scheletrico neanderthaliano: fino a oggi è stato possibile estrarre esclusivamente campioni di DNA mitocondriale, inutili ai fini riproduttivi. In seguito (seconda tappa), i frammenti di DNA verrebbero amplificati, ossia riprodotti in gran numero, tramite una tecnica nota come PCR (Polimerase chain – reaction): l’operazione consente di partire con il sequenziamento vero e proprio che si basa sulla ricostruzione complessiva della sequenza dei nucleotidi (unità base dei geni) che dalle centinaia iniziali, divengono miliardi. Nella terza fase, i segmenti sequenziati del DNA primitivo vengono comparati con quelli ricavati dal DNA dell’Homo sapiens sapiens, noti all’uomo dal 2001 (anno del completamento del genoma umano). Successivamente la ricostruzione della sequenza integrale del DNA del Neanderthal avverrebbe attraverso la cosiddetta "mutagenesi pilotata". La tecnica consiste nel modificare la sequenza genotipica umana per "trasformarla" in quella di un neanderthaliano: in pratica le specificità di un Neanderthal vengono "traslate" su un DNA completo di Homo sapiens moderno. Punto cinque. Si trasforma il DNA in cromosomi: oggi non siamo ancora riusciti a creare cromosomi artificiali davvero efficienti, ma tra pochi anni secondo Pontarotti lo saremo. Arrivati a questo traguardo saremmo quasi al termine dell'esperimento. I 46 cromosomi di una donna o di un uomo di Neanderthal verrebbero, infatti, integrati in un ovulo di una donna di oggi, prima dell’impianto definitivo nell’utero di una madre portatrice, che consentirebbe lo sviluppo del primo uomo di Neanderthal dopo 40mila anni. Controindicazioni? Praticamente un’infinità; partendo dal fatto che ci troveremmo innanzi a una "clonazione riproduttiva" attualmente bandita da tutti i governi. Inoltre è necessario rendersi conto dei rischi a cui andrebbe incontro un ipotetico neanderthaliano dei giorni nostri, primo fra tutti quello di non avere un sistema immunitario idoneo per combattere le malattie tipiche dell’Homo sapiens sapiens. "C'è anche un problema etico", dice Bernard Rollin, esperto di bioetica e docente di filosofia presso la Colorado State University. "Non credo che sia giusto creare persone che sarebbero forse derise o temute", dice lo studioso. "Dato che gli esseri umani sono esseri a un certo livello sociale, i Neanderthal si troverebbero in una condizione gravemente iniqua. I Neanderthal sarebbero portati in un mondo cui non appartengono". 

mercoledì 21 novembre 2012

Le origini europee dell'uomo moderno



Uno dei temi più dibattuti in ambito paleo-antropologico, riguarda l'origine in Europa dell'Homo sapiens sapiens. Le tesi più moderne indicano che il primo piede in Europa venne posto dall'uomo moderno fra i 43mila e i 45mila anni fa. Ma chi erano veramente questi pionieri? E che strada fecero per poi conquistare tutti i territori europei? Per ora si possono avanzare solo delle ipotesi, ma non è escluso che nei prossimi anni, in seguito ai numerosi scavi che si stanno conducendo in Anatolia e Tracia, si possa avere qualche risposta un po’ più esauriente. Intanto Spigolature Scientifiche ha pensato di parlarne con uno dei massimi esperti sull'argomento, Stefano Benazzi (http://eva-mpg.academia.edu/StefanoBenazzi), ricercatore del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, Human Evolution, a Leipzig, Germania.
Il popolamento dell'Europa da parte dell'Homo sapiens sapiens… esistono pareri discordanti. E' possibile però stimare il periodo in cui l'uomo moderno pose piede in Europa?
Sulla base dell’articolo che abbiamo pubblicato su Nature lo scorso anno, l’uomo moderno pose piede in Europa tra 43mila e 45mila anni fa.
Alcuni autori affermano che la migrazione possa essere avvenuta per gradi, in due momenti specifici: la prima intorno ai 40mila anni fa, la seconda circa10mila anni fa…
Non sappiamo quante ondate migratorie ci sono state. E' possibile, però, che il primo uomo moderno giunto in Europa fra 43mila e 45mila anni fa abbia seguito la costa mediterranea (la cosiddetta via meridionale, passando da Turchia, Grecia e Italia); successivamente, una seconda corrente potrebbe aver seguito i grandi fiumi dell’Europa centrale (Danubio?); tuttavia rimangono ipotesi.
Il riferimento, nel primo caso, è ai protocromagnonoidi di Israele, citati dagli studi di Boule e Vallois…
E' molto probabile che i primi uomini anatomicamente moderni giunti in Europa siano passati dal Vicino Oriente, come attestano i siti di Ksar ‘Akil (Libano) e Üçağizli Cave (Turchia).
Ancora più difficile è stabilire da che fronte l'Homo sapiens sapiens ha conquistato l'Europa…
La situazione si complica per il fatto che non dobbiamo pensare a un’unica ondata migratoria; molto probabilmente si sono verificate più ondate diluite in un arco temporale di migliaia di anni.
E' auspicabile supporre che la Tracia possa aver rappresentato il ponte ideale fra Medio Oriente ed Europa?
Sicuramente la Turchia e i Balcani rappresentano una via di passaggio molto allettante. Per questo motivo, dopo l’articolo pubblicato su Nature, archeologici e antropologi stanno prestando particolare attenzione ai siti della Turchia e della Grecia.
Se questa tesi fosse vera, si può dunque pensare che tutti gli europei provengano da questo angolo sperduto dell'Europa?
No, credo che la situazione sia molto più complicata, dato che dobbiamo tenere in considerazione le ondate migratorie avvenute in tempi più recenti (nel paleolitico, neolitico, protostoria e nel periodo storico).
Però le forme cromagnonoidi dimorano in Francia già a partire da 35mila anni fa. Qual è il nesso con i protocromagnonoidi del Medio Oriente? E' possibile che i cromagnonoidi fossero i discendenti dei primi mediorientali filtrati in Europa dalla Tracia?
Purtroppo vi sono così pochi fossili di uomo moderno del periodo compreso fra 45 e 40mila anni fa in Europa e Vicino Oriente, che non è possibile fare alcun confronto morfologico.
Discorso totalmente diverso è quello che riguarda gli ateriani dell'Africa del nord. Ferembach ha, infatti, ipotizzato che gli antenati dei cromagnonoidi siano approdati in Italia, sfruttando una regressione marina, 50mila anni fa…
Sarebbe interessante, e forse spiegherebbe la comparsa dell’Uluzziano in Italia e Grecia 45mila anni fa. Tuttavia, una regressione di questo tipo 50mila anni fa, tale da collegare Italia e Africa, non è attualmente confermata dai dati che abbiamo.
Quali che siano le origini dell'uomo moderno europeo, si può immaginare come vivesse 30mila anni fa, in piena fase glaciale?
Sì, certo, abbiamo numerosi dati a riguardo. Di fatto l’uomo moderno in Europa ha vissuto anche in piena fase Glaciale (durante l'Heinrich stadial 3).
Come comunicava?
Sicuramente aveva la padronanza di un linguaggio articolato.
Infine la domanda che tutti si pongono ma per la quale non esiste ancora una spiegazione esaustiva: i cromagnonoidi si incrociarono con i neandertaliani?
È stato confermato, in un articolo pubblicato su Science, che l’uomo moderno non-africano presenta circa il 4% del DNA neandertaliano. Sembra che questa ibridazione sia avvenuta nel Vicino Oriente e non in Europa, durante l’uscita dell’uomo dall’Africa circa 50mila anni fa, motivo per cui tutta l’umanità moderna (ad eccezione degli africani sub-sahariani) presenta questo DNA neandertaliano. Rimangono dubbi su eventuali incroci in Europa.
E con i Denisova?
Sembra che l’uomo moderno abbia incontrato anche i Denisova, ma il DNA di quest’ultimo è stato riscontrato solo nell’uomo moderno del Sud/Est Asiatico, con una percentuale del 6%.

lunedì 12 novembre 2012

Il cammino dell'Homo sapiens sapiens


L’Homo sapiens sapiens lasciò l’Etiopia 100mila anni fa e conquistò il mondo intero soppiantando le altre specie di ominidi presenti sul pianeta, vale a dire l’Homo erectus in Asia e l’Homo di Neanderthal in Europa. È la nuova tesi evoluzionistica elaborata da un team di paleoantropologi dell’università di Cambridge. Gli studiosi hanno preso in considerazione la variabilità genetica delle singole popolazioni sparse per il mondo e le caratteristiche genotipiche dell’uomo di fine Pleistocene: la variabilità genetica è un dato che serve a stimare quanto differenti siano tra loro le varie razze della Terra, e a verificare quindi i gradi di parentela e le singole origini di ogni etnia. 

È emerso che le popolazioni che risiedono a maggiore distanza dall’Etiopia sono anche quelle che presentano minore variabilità genetica rispetto alle forme arcaiche: ciò conferma il fatto che non c’è stata una grande differenziazione genetica tra i più antichi sapiens sapiens e le forme attuali presenti per esempio nelle Americhe o nelle estreme regioni siberiane. Al contrario si è visto che le popolazioni dislocate in paesi vicini e molto vicini all’Etiopia sono quelle contraddistinte da una notevole variabilità: in questo caso il riferimento è a gruppi etnici che hanno lasciato la ‘culla dell’umanità’ molto più tardi degli altri, portandosi appresso l’intero bagaglio di nuove ‘informazioni’ genetiche sviluppatesi in seguito al cambiamento del clima, dell’ambiente, degli usi e dei costumi. 

In pratica gli studiosi di Cambridge hanno appurato che i primi uomini moderni (che in seguito avrebbero dato origine alle forme cromagnonoidi dell’Europa centro meridionale), non si svilupparono rispettivamente in Asia o in Europa da forme ancestrali riconducibili agli erectus di Heidelberg o a quelli Choukoutien (dai nomi delle località in cui sono stati rinvenuti i resti fossili), poiché in quelle regioni l’Homo sapiens sapiens vi arrivò direttamente dall’Africa orientale attraverso ondate migratorie successive, iniziate circa 100mila anni fa. «Capire quando e in che modo si sia originato il pool genico europeo è una questione molto ampia», rivelano i ricercatori del Dipartimento di Biologia Evoluzionistica dell'Università di Firenze. «Secondo il modello di colonizzazione paleolitica, la variabilità genetica attuale rispecchierebbe le conseguenze del primo popolamento dell'Europa, risalente a circa 40mila anni fa. In seguito, le popolazioni locali si sarebbero espanse o contratte, senza però incorporare molti geni provenienti dall'esterno. 

Il modello alternativo di diffusione neolitica propone invece che la maggior parte degli antenati degli attuali europei non vivesse in Europa, ma nel Vicino Oriente, fino a circa 10mila anni fa; con lo sviluppo delle tecnologie per la produzione del cibo, questi gruppi sarebbero aumentati di dimensioni, espandendosi e sostituendo quasi completamente i cacciatori-raccoglitori europei». Sicché è probabile che l'europeo moderno possa essere figlio del mix di popolazioni giunte in Europa 50mila anni fa, che vivevano di caccia e raccolta, ed etnie provenienti dal medio oriente di 10mila anni fa, i padri dell'agricoltura. 

Svante Paabo ha appurato l'esistenza di due aplogruppi (sequenze di DNA) dai quali è possibile ricavare interessanti conclusioni. L'aplogruppo H è riconducibile al Medio Oriente di 30mila anni fa; l'aplogruppo U risale invece a circa 55mila anni fa. Questo aplogruppo ha un'incidenza dell'80% nei raccoglitori del Paleolitico, percentuale decisamente superiore a quella riscontrabile nelle popolazioni più moderne. Paabo ha scoperto che il genoma dei cacciatori è meno variegato di quello degli agricoltori, essendo caratterizzato da almeno otto aplogruppi, contro i quattro dei primi. Significa che questi ultimi erano dotati di una variabilità genetica molto più accentuata. Il picco dell'aplogruppo U si ha intorno ai 20mila anni fa; quello dell'aplogruppo H circa 7mila anni fa. Incuriosisce il fatto che oggi l'aplogruppo U sia piuttosto basso in gran parte delle regioni europee, ma rimane alto in Bulgaria e nei Balcani. Potrebbe essere la prova che da qui i nostri primi antenati sono passati per la conquista dell'Europa? 

I tragitti: 


martedì 9 ottobre 2012

Intelligenza carnivora

La Gola di Olduvai, Tanzania

Il mistero dell'intelligenza affascina da sempre l'uomo, tuttavia non è mai stato chiarito in che modo e perché questa prerogativa del sistema nervoso abbia cominciato a progredire proprio nella nostra specie. Ora tentano di dare una spiegazione esaustiva degli studiosi sulla rivista PLOS ONE. Si riferisce alla scoperta di un frammento di teschio rinvenuto in Tanzania e risalente a 1,5 milioni di anni fa. Secondo gli studi emersi da questa ricerca le dimensioni del cervello – e quindi l'incremento intellettivo – sarebbero andati di pari passo con l'acquisizione della dieta carnivora. Il reperto riportato alla luce appartiene a un bimbo di due anni e mostra chiari segni di iperostosi porotica, associata ad anemia, condizioni assimilabili a carenze nutrizionali e in particolare alla privazione di carne. Probabilmente il bimbo dopo lo svezzamento avrebbe patito la carenza di vitamina B12 e B9 (presenti in abbondanza nei prodotti di origine animale). Secondo gli scienziati, la necessità di cacciare carne, avrebbe favorito l'ingegno e quindi l'ingrandimento del cervello, con tutte le sue conseguenze. «Mangiare carne è sempre stata considerata una delle cosa che ci ha resi umani, grazie alle proteine che contribuiscono allo sviluppo del nostro cervello», rivela Charles Musiba, dell'Università del Colorado. «Il nostro lavoro di ricerca mostra che 1,5 milioni di anni fa non eravamo dei carnivori opportunisti: ci siamo dedicati attivamente alla caccia per mangiare carne». Una prova è fornita dal fatto che agli scimpanzé, a noi fileticamente simili, manca il nostro livello di intelligenza proprio perché la loro dieta non è mai cambiata. «Questo ci distingue dai nostri lontani cugini», prosegue Muisba. «Il punto è: che cosa ha innescato il nostro consumo di carne? Un cambiamento ambientale? L'espansione del cervello stesso? In realtà, non lo sappiamo». Su PLOS ONE si legge che la necessità di cacciare prede di grosse dimensioni stimolò l'aggregazione tra famiglie ed individui diversi, lo sviluppo di strumenti complessi e di tattiche (e metodi di comunicazione) sofisticati. Tutti gli elementi che porteranno poi alla nascita della società in senso moderno. Ora però le cose sembrerebbero cambiate. L'uomo ha evoluto anche una coscienza e sentimenti di natura etica. Ad essi si appellano soprattutto i vegetariani, convinti che la dieta carnivora non sia una prerogativa umana. Secondo varie ricerche - compresa una recente effettuata dagli esperti della Majo Foundation For Medical Education and Research, Minnesota, USA - gli alimenti carnei sono ricchi di fenilalanina e di tirosina e stimolano due neurotrasmettitori, la dopamina e la norepinefrina; entrambi provocherebbero il comportamento aggressivo e violento e la propensione alla lotta, tipico degli animali predatori. D'altra parte, invece, i vegetali possiedono grandi quantità di amido e fibra che influenzano la concentrazione di triptofano nel cervello, aumentandone la disponibilità ad essere trasformato in serotonina, che ingenera nel comportamento umano tendenza alla serenità, alla socialità, al gioco. È il caso di tornare alle usanze dei nostri antichi predecessori? 

Il reperto proveniente dalla Gola di Olduvai
 

venerdì 20 luglio 2012

L'acquisizione dell'andatura bipede

Ricostruzione di un Orrorin tugenensis
È un mistero che da sempre assilla gli antropologi: come e perché è nato il bipedismo? Negli anni la paleoantropologia ha provato ad azzardare delle ipotesi, ma senza mai giungere a una soluzione esauriente. Team di studiosi hanno per esempio supposto che il passaggio dal quadrupedismo all'andatura eretta possa essere stata la conseguenza di un progressivo diradamento delle foreste: la nascita della savana, infatti, e la conseguente necessità di spostarsi in ampi spazi avrebbe portato le forme preumane a camminare su due gambe, finendo per dare i natali alle forme australopitecine, anticamera del genere Homo. Un'altra teoria riguarda invece la variazione del regime alimentare che avrebbe portato alcuni primati a muoversi eretti per poter meglio beneficiare di determinati frutti. Oggi, però, in seguito a un nuovo studio condotto dalle università di Tokyo e Oxford Brooks si è giunti a pensare che l'acquisizione dell'andatura bipede, possa essere stata la conseguenza esplicita della necessità di dover trasportare cibi prelibati e oggetti e materiali sempre più pesanti e sofisticati, di pari passo con un incremento della capacità cranica e quindi dell'intelligenza; la mano destra, presumibilmente, veniva utilizzata per il trasporto, la sinistra per mantenersi in equilibrio, afferrando un tronco o un ramo particolarmente robusto. Le ricerche in questo ambito sono state condotte presso la riserva naturale della Foresta Bussou, dove vivono varie popolazioni di scimpanzé, gli animali tassonomicamente più vicino al genere Homo. Gli studiosi hanno condotto le loro analisi tramite diversi test per verificare il comportamento delle scimmie innanzi a fonti di cibo. Il più importante ha preso in considerazione due varietà di noce, quella della comune palma da olio e quella più rara e ambita, detta noce coula. In questo modo è stato possibile appurare che in presenza del secondo tipo di noce, quello più gradito, gli scimpanzé adottavano la postura bipede con una frequenza quattro volte maggiore rispetto a quella inerente la “conquista” di una noce comune. Un altro test ha valutato che, l'approvvigionamento con andatura bipede, gode di un incremento del 40% quando è messo in relazione a risorse giudicate particolarmente appetibili o interessanti. Da questi risultati gli antropologi hanno desunto che alcuni nostri antenati abbiano variato la loro andatura in seguito al desiderio di riuscire a raggiungere e trasportare frutti prelibati o oggetti preziosi. «Questi animali propongono un modello secondo il quale specifiche condizioni ecologiche, avrebbero portato i nostri antenati a camminare su due gambe», racconta Brian Richmond, a capo dello studio. Richmond azzarda anch e un periodo preistorico ben preciso: quello dell'avvento dell'Orrorin tugenensis, scoperto in Kenya nel 2001. Secondo lo studioso americano, l'Orrorin aveva già acquisito l'andatura bipede oltre sei milioni di anni fa, poco dopo la scissione evolutiva fra ominidi, scimpanzé e gorilla (avvenuta sette milioni di anni fa). Stando alle analisi ossee è presumibile supporre che Orrorin producesse un'andatura analoga a quella delle forme australopitecine e dei parantropi, che sarebbero sopraggiunti più tardi e sui quali è più facile discernere gli aspetti legati alla locomozione e all'apparato scheletrico. Naturalmente tutto ciò ha portato a un differenziamento anche a livello anatomico, tale per cui gli arti potessero essere più idonei al trasporto. In particolare queste modifiche divengono palesi in Homo, mentre in Orrorin permangono caratteri ancestrali tipici degli scimpanzé; tuttavia l'omero di Orrorin è molto più simile a un esponente del genere Homo che non a un primate tradizionale. Due ricercatori per spiegare l'acquisizione dell'andatura eretta nell'uomo prendono in considerazione anche gli uccelli, studiando il passaggio dalla deambulazione quadrupeda terrestre tipica per esempio del megalosauro, a una bipede arboricola appannaggio di generi come Yixianornis e Gansus. Evgenii Nikolaevich Kurochkin, dell'università del Michigan, si riferisce in particolare all'anisodattilo, un sauro bipede del Triassico, antenato degli uccelli, che si cibava di semi e sostava in cima alle piante su due zampe, prima di acquisire ali ancestrali e spiccare il primo volo.

mercoledì 18 luglio 2012

Bye bye Homo habilis


E se fosse tutto diverso da quel che ci hanno raccontato alle medie? Non è detto, infatti, che l'Homo habilis sia stato davvero il precursore dell'uomo moderno: ora viene avanzata la tesi che possa essersi trattato di un ramo morto, come morti sono stati molti altri rami genealogici umani, dalle varie forme australopitecine ai neandertaliani. L'origine dell'uomo viene rimessa in discussione dal ritrovamento dell'Australopithecus sediba, in Sudafrica, di cui Spigolature si è già occupato mesi fa: http://gianlucagrossi.blogspot.it/2011/09/scoperto-lanello-mancante-fra-il-genere.html. Secondo Lee Berger, autore della scoperta, il genere Homo non s'è, dunque, sviluppato nella famosissima Rift Valley, ma ben più a sud del continente africano, nei pressi di Gladysvale. Il ritrovamento dei resti della nuova forma australopitecina risalgono al 15 agosto 2008. Con Berger c'era il figlio Matthew che s'è intrufolato in una zona boscosa rinvenendo un resto osseo: la clavicola di un sediba. Ed è diventato il primo fossile di Malapa. La datazione è stata fondamentale: 1,977 milioni di anni. E la rivoluzione paleoantropologica una diretta conseguenza. Prima si riteneva che dall'Australopithecus afarensis (la celebre Lucy) si fosse originato l'Homo habilis e quindi l'Homo erectus; ora si pensa (alcuni, come Berger, pensano) che ci sia stato prima l'Australopithecus africanus, poi il sediba e infine l'Homo erectus. Fantantropologia? Forse. Non tutti infatti concordano con la tesi di Berger. William Kimbel, per esempio, dell'Arizona State University si esprime con fin troppa eloquenza: «Non vedo come un taxon con alcune caratteristiche che somigliano a quelle di Homo in Sudafrica, possa esserne l'antenato quando in Africa orientale c'era qualcosa che era chiaramente Homo 300mila anni prima».

martedì 10 luglio 2012

RITORNO AL FUTURO


C'è letteralmente lo zampino di uno scoiattolo che 32mila anni fa, per fronteggiare i rigori invernali, accumula varie cibarie fra cui il semino di un fiore che anziché essere mangiato, rimane inerte per secoli e secoli, a una trentina di metri dalla superficie terrosa. Così è arrivato fino a noi all'interno di quella che doveva essere stata una confortevole tana per roditori, situata lungo il fiume Kolyma, presso la località Duvanny Yar, nel cuore della Siberia nordorientale, permettendoci di compiere un esperimento ai limiti della fantascienza: far germogliare un fiore risalente al Pleistocene superiore, periodo geologico noto anche col nome di Tarantiano. Ci hanno provato degli scienziati dell'Istituto di biofisica cellulare in un laboratorio di Mosca. Il risultato ha lasciato attoniti gli stessi ricercatori, che, come se niente fosse, dopo un sonno migliaia di anni, a una temperatura costante di -7°C, il piccolo seme si è trasformato in delicati fiorellini bianchi, sorretti da uno stelo verdognolo caratterizzato da una leggera peluria e da foglioline opposte. La meraviglia deriva dal fatto che di solito, anche dopo pochi anni, il potere di germinazione di un seme cala drasticamente. È stato, per esempio, appurato che i chicchi di papavero mantenuti sotto zero per 160 anni, perdono nel 98% dei casi la capacità di dare vita a una pianta. «È la prova che il permafrost, lo strato di ghiaccio che riveste il 20% dei terreni del pianeta, rappresenta un deposito naturale per la protezione di antiche forme viventi», dice Svetlana Yashina, a capo dello studio. «Perciò intendiamo proseguire per questa strada, cercando di risalire a pool genetici che possano raccontarci qualcosa di più di antiche realtà biologiche». Stanislav Gubin, un altro autore, parla esplicitamente di “cryobank”, vale a dire di una criobanca naturale, che mai si sarebbe potuta originare senza il contributo di animali come gli scoiattoli, in grado di scavare nel permafrost buche grandi come una palla da calcio, per poi riempirle di fieno e frammenti di pelliccia. La specie vegetale tornata a nuova vita ha definitivamente un nome: Silene stenopylla. È una pianta ancora oggi riscontrabile, in varietà “modernizzate”, alle alte latitudini, appartenente alla famiglia delle Caryophyllaceae, rappresentata da 88 generi e circa 2mila specie. Non è, comunque, questa la prima volta che si riesce a far germinare un chicco “preistorico”. Nel 2005 si è giunti, infatti, a un risultato analogo con il seme di una palma risalente all'epoca di Cristo. Phoenix dactylifera è la specie che ha ritrovato il respiro inumidendo un granello di semenza rinvenuto a Masada, nei pressi della fortezza israeliana, che anticamente dominò l'area del Mar Morto e dette ospitalità agli zeloti tallonati dalla superpotenza romana. La pianta, volgarmente detta “palma da datteri”, è nota fin dall'antichità fra egizi, greci e romani, per i suoi frutti prelibati: a Babilonia era comunemente coltivata 6mila anni fa. Qui le analisi col Carbonio-14 hanno permesso di stabilire strati geologici risalenti a un'età compresa fra il 35 a.C. e il 65 d.C. «Non potevamo credere che il semino rinvenuto potesse trasformarsi in sei settimane in una bella pianticella alta 30 centimetri con sette foglioline», rivela Elaine Solowey, insegnante di agricoltura e allevamento sostenibili presso l'Istituto Arava per gli studi ambientali al kibbutz Ketura. Un seme di lupino artico è, invece, germogliato dopo 10mila anni di ibernazione in Canada. Il fatto risale al 1955, quando un ingegnere minerario al lavoro nello Yukon, ad una profondità di sei metri, individuò un sistema di tane costruite da roditori, contenenti al loro interno resti vegetali risalenti ai primi dell’Olocene. Altri casi riguardano un seme di fior di Loto di 1200 anni fa, germogliato in Cina parecchi anni or sono e alcuni chicchi custoditi in un deposito inglese che, bombardato dai nazisti, ha fatto sì che molti semi di altre epoche germinassero sottoposti agli agenti atmosferici. Ma la “resurrezione” di antiche forme di vita non è appannaggio del mondo vegetale. Degli scienziati della NASA hanno, per esempio, riportato in vita anche dei microrganismi della stessa età del seme rinvenuto in Siberia, vecchi di 32mila anni. Erano conservati in una lastra di ghiaccio in Alaska che, una volta disciolta, ha dato modo ai batteri – battezzati Carnobacterium pleistocenium - di riprendere a nuotare come avevano sempre fatto: migliaia di anni prima. Alla luce di questi risultati è sempre più papabile l'idea che non sia tanto lontano il giorno in cui riusciremo a ripristinare forme di vita superiori, tenendo presente che circa il 99% di tutte le realtà biologiche comparse nella storia naturale sono oggi estinte. La speranza arriva soprattutto dagli studi genetici. Qualcosa s'è fatto, per esempio, per quanto riguarda l'animale simbolo per antonomasia del Pleistocene: il mammut. Un team di ricercatori dell'Australian Centre for Ancient DNA dell'Università di Adelaide ha recentemente ricreato l'emoglobina di questi antichi animali, proteina fondamentale nel trasporto dell'ossigeno e quindi del mantenimento di tutte le aree del corpo di un mammifero. S'è visto che è molto diversa da quella umana e verosimilmente consentiva un'ossigenazione più efficace dell'organismo, prerogativa fondamentale per vincere le gelide temperature dell'emisfero nord, ancora soggetto alla glaciazione wurmiana. Per arrivare a questo risultato gli scienziati hanno convertito le sequenze di DNA dell'emoglobina del mammut in acido ribonucleico, iniettando normali batteri di Escherichia Coli che hanno, di fatto, favorito la ricrescita della proteina esaminata. Potrebbe essere solo l'inizio, ma è sicuramente la strada giusta per portare un giorno alla “rinascita” di un pachiderma pleistocenico. È una sfida lanciata da alcuni ricercatori dell'Università di Tokyo, convinti di poter entro pochi anni giungere a clonare un campione di DNA prelevato dalla carcassa di un Mammuthus, conservata presso un istituto di ricerca di Yakutsk, in Siberia. L'intento è far nascere il primo esemplare di mammut dell’era moderna iniettando il DNA del pachiderma estinto in un ovulo di elefantessa svuotato del nucleo originario: l’embrione verrebbe fatto maturare qualche giorno in laboratorio, per poi essere inserito nell’utero di una femmina di elefante, potenzialmente in grado di assolvere il compito di madre surrogata e portare a compimento la gravidanza. Molti scienziati storcono il naso, ma alcuni sono sicuri che entro una trentina d'anni questo traguardo sarà raggiunto. Lo dimostra il fatto che è addirittura stata stilata una “resurrection list”, comprendente tutti gli animali che potrebbero “risorgere” nei prossimi anni. Al primo posto c'è la tigre dai denti di sciabola, nota all'immaginario collettivo per via di programmi televisivi come BBC I predatori della preistoria e L'era glaciale. È una famiglia di felini completamente estinta. La forma più nota è lo smilodon, vissuto in NordAmerica per un lungo periodo, dal Miocene al Pleistocene. Ce ne n'erano varie specie, la più possente – Smilodon populator – poteva raggiungere i 450 chilogrammi. Si nutriva di grandi mammiferi, compresi i mammut, potendo contare su un apparato muscolare paragonabile a quello di un orso grizzly o di una tigre. Altre specie che potrebbero rivedere la luce sono il dodo, un uccello incapace di volare, endemico dell'isola Mauritius, scomparso nel 1690; il moa, un uccello della Nuova Zelanda, simile a uno struzzo gigante, sparito nel Cinquecento; l'alce irlandese, noto come megacero, con un palco che poteva raggiungere i tre metri e mezzo di ampiezza, di cui non si hanno più notizie da circa 7mila anni. In fondo alla lista c'è il glyptodon, un grande mammifero del SudAmerica, riconducibile morfologicamente agli attuali armadilli, lungo tre metri e alto un metro e mezzo, vissuto fino a 11.700 anni fa. Il riferimento è, dunque, a specie vissute recentemente, mentre non c'è traccia di animali come i dinosauri. Non è un caso. Il DNA dei grandi animali vissuti nel Giurassico o nel Cretaceo non è, infatti, recuperabile, poiché la “molecola della vita” non sopravvive per più di un milione di anni. «Vale perciò la pena studiare solo i campioni di meno di 100mila anni fa», spiega Stephan Schuster, biologo molecolare della Pennsylvania State University. Ma nonostante l'atteggiamento possibilista di Schuster, sono numerosi gli studiosi che nicchiano di fronte all'ipotesi di “resuscitare” vecchie forme di vita. «Il DNA è una molecola molto complessa, che si può conservare solo per poche migliaia di anni e normalmente non in modo veramente efficace», spiega Andrea Tintori, paleontologo dell'Università di Milano. «Con ciò credo che non si possa pensare di 'clonare' un animale pleistocenico perché è praticamente impossibile risalire a tutto il patrimonio genetico. Certamente lo si potrebbe integrare, ma allora che specie sarebbe?». C'è poi l'aspetto “etico” da considerare. «Che significato avrebbe riportare in vita una specie che si è estinta 15-20mila anni fa in seguito a cambiamenti ambientali cui evidentemente non è più stata in grado di adeguarsi?», si domanda Tintori. Eppure c'è chi insiste e arriva a pensare che fra non molto potremo addirittura pensare di vedere camminare al nostro fianco l'uomo di Neanderthal. Gli occhi, in questo caso, sono puntati sui laboratori del 454 Life Sciences a Brandford, nel Connecticut e sullo studio avviato nel 2005 inerente il sequenziamento del codice genetico di una donna di neanderthal morta nella grotta di Vindija in Croazia, oltre 30mila ani fa. A nostro favore gli eccezionali progressi della tecnica in ambito genetico: «Da questo punto di vista, la scienza si sta evolvendo tanto rapidamente da poter essere paragonata all’informatica», raccontano i tecnici del 454. «Un esempio indicativo è questo: sei anni fa, per poter recuperare il DNA di un batterio si sarebbero dovuti spendere in ricerca 1,5 milioni di dollari. Attualmente qualsiasi persona può essere in grado di farlo solo con qualche centinaio di dollari». Sull'argomento si esprime anche Schuster, per il quale, però, il primo progetto “Neanderthal genome” rischia di contenere molti errori. Lo scienziato stima che per giungere a una sequenza di DNA precisa e attendibile sarebbe, infatti, necessario prendere cinque campioni separati dalla stessa persona e sequenziare il genoma almeno trenta volte. In ogni caso lo studio dei geni neandertaliani è utile a valutare molti aspetti della nostra stessa evoluzione e biologia. Svante Paabo, del Max Pack Institute, grazie agli ultimi risultati ottenuti in campo antropologico ritiene che Homo sapiens e Neanderthal, partiti separatamente dall'Africa, si siano incontrati e incrociati in Europa e Asia. Ma per “riesumare” i neanderthal andrebbero perlomeno valutati i suoi “diritti”: «Che senso avrebbe riportare in vita i neanderthal per poi scoprire che le loro capacità intellettuali sono talmente diverse dalle nostre dal renderli incapaci di adattarsi alla vita moderna?», si domanda Ronald Bayle, editore di Reason Magazine. «Dovremmo controllarne la riproduzione, in modo di evitare che si estinguano di nuovo? O forse potrebbero essere messi in riserve nelle quali continuare a svilupparsi senza ulteriori interferenze da parte degli uomini moderni? Sarebbe l'equivalente di metterli in uno zoo?». Domande più che lecite, per ora senza risposta.