mercoledì 1 ottobre 2008
I numeri del cuore
Anche il cuore ha i suoi numeri: quelli riferiti ai malati e all’incidenza delle patologie cardiovascolari e quelli da rispettare per non correre il rischio di ammalarsi. Questo il tema della nona edizione della Giornata Mondiale per il Cuore – intitolata “Conta su di te! I numeri giusti fanno bene al cuore - che avrà luogo in tutta Italia domenica 28 settembre e servirà a rendere noti questi dati, oltre a offrire, a chi lo desidera, l’occasione di sottoporsi a screening gratuiti in grado di far luce sulla salute del proprio cuore, valutando parametri chiave come la pressione arteriosa, il battito cardiaco, il livello di grassi nel sangue, colesterolo e trigliceridi. Partendo dal primo gruppo di numeri scopriamo che, ogni 26 secondi, un uomo è colpito da infarto; ogni minuto una persona muore per un evento coronarico; il 38 percento dei sopravvissuti a un infarto perisce nell’arco di 365 giorni. Soltanto in Italia, per malattie legate al cuore, sono in cura più di 800mila persone e il 42 percento dei decessi che avvengono nel Belpaese sono dovuti a questo tipo di patologie. Il 62 percento degli uomini e il 61 percento delle donne hanno un livello di grassi nel sangue eccessivo. Il 31 percento delle donne adulte e il 33 percento degli uomini soffrono di ipertensione arteriosa, spesso non curata. Il 22 percento delle donne e il 18 percento degli uomini sono obesi e hanno un indice di massa corporea (IMC) rispettivamente attorno a 26 e 27 kg/m2, con una circonferenza-vita media di 85 e 95 centimetri. Il 6 percento delle donne e il 9 percento degli uomini sono diabetici, hanno quindi livelli di zuccheri nel sangue troppo elevati, e oltre il 50 percento di questi non si sottopone ad alcuna terapia. C’è poi la cosiddetta sindrome metabolica (situazione patologica caratterizzata dalla presenza simultanea nello stesso paziente di diversi disordini metabolici) che, fra gli over 65, riguarda una donna e un uomo ogni tre. “Sono numeri importanti che ci aiutano a riflettere e a metterci nelle condizioni di prevenire anziché curare – dice Roberto Ferrari, Presidente della Società Europea di Cardiologia (ESC) – basandoci sul fatto che negli ultimi 30 anni la vita media della popolazione è aumentata grazie alla medicina di ben 10 anni. In particolare, la cardiologia, ha contribuito per oltre sei anni di vita, contro, per esempio, i 2,4 mesi dell’oncologia. Ne consegue che possiamo fare di più, ma i cittadini devono collaborare ed aiutare i cardiologi nella lotta contro queste malattie”. Come? “Riconoscendo i diversi fattori di rischio e capire su quali ognuno di noi può agire – afferma Rodolfo Paoletti, professore emerito dell’università di Milano e presidente della Fondazione Italiana per il Cuore. E qui entra quindi in gioco il secondo gruppo di numeri: quelli appunto da rispettare per mantenere in salute il nostro muscolo cardiaco. Iniziamo con la pressione arteriosa che, a riposo, dovrebbe essere inferiore a 80-120. Oltre questi limiti conviene correre ai ripari, specialmente se la minima supera i 90-95. Con l’età la pressione tende a innalzarsi, per via di un fisiologico restringimento dei vasi sanguigni, tuttavia oggi la medicina dispone di farmaci molto efficaci per tenerla sotto controllo. Il colesterolo buono (HDL), considerato lo ‘spazzino’ delle arterie, impedisce la formazione della placca aterosclerotica e dovrebbe essere superiore ai 40 mg/dl; mentre il colesterolo cattivo (LDL) che favorisce il deposito di grasso sulla parte delle arterie e può predisporre all’infarto, dovrebbe essere inferiore a 100 mg/dl. La circonferenza addominale nelle donne dovrebbe essere inferiore a 80 centimetri, nell’uomo a 94 centimetri. Importante, infine, per la salvaguardia del cuore anche la condotta di vita basata su un’alimentazione sana e l’esercizio fisico e assenza di fumo e alcol. Per la salute del cuore i medici raccomandano 5 porzioni di frutta e verdura al giorno, dolci un paio di volte la settimana, pesce 2-3 volte la settimana; non eccedere con l’utilizzo del sale nei cibi durante la cottura o il condimento e non limitare il consumo di latte, yogurt e latticini in generale, importanti per il rifornimento di calcio. Per ciò che riguarda l’attività fisica è bene affrontare quotidianamente passeggiate o giri in bicicletta; mentre per attività fisiche più impegnative, come il sollevamento pesi, il consiglio è quello di non superare le due volte la settimana. “Anche lo stress, l’insoddisfazione nel lavoro e nella famiglia e l’inquinamento atmosferico cominciano ad avere un significato fra i fattori di rischio cardiovascolare – sottolinea Andrea Peracino, vice presidente della Fondazione Italiana per il Cuore -. E poi fattori come l’età e la familiarità, anche se non modificabili vanno tenuti in considerazione”. Tra gli appuntamenti più significativi della Giornata Mondiale per il Cuore si ricordano, a Milano, le iniziative del Centro Cardiologico Monzino IRCCS che organizzerà incontri e dibattiti sulla salute del cuore, oltre a offrire ai cittadini la possibilità di farsi misurare gratuitamente i livelli di colesterolo e pressione; a Olevano Romano (Roma) sarà possibile sottoporsi a visite cardiologiche complete; prevista anche una passeggiata per i cittadini intitolata “10mila passi per la salute”. Infine il Comune di Bologna in collaborazione con l’università della città allestirà in Piazza Maggiore una tenda della Croce Rossa dove degli specialisti si metteranno a disposizione dei cittadini, fornendo notizie su come prevenire le malattie cardiovascolari nella varie fasce di età e in particolare nei giovani.
Cibi light e cinque litri d'acqua. I falsi miti della dieta salutista
Il 5 percento della popolazione italiana soffre di un disturbo alimentare. Nella maggioranza dei casi il fenomeno riguarda individui colpiti da anoressia e bulimia, patologie concernenti il rifiuto del cibo o la smodata assunzione di alimenti (con o senza condotte di eliminazione, vomito o uso di lassativi). Ultimamente, però, si stanno facendo strada nuove ‘nevrosi alimentari’ più difficili da classificare, perché assimilate a condotte di vita salutari. Secondo gli studiosi dell’Associazione specialisti di scienza dell’alimentazione ci sono almeno tre nuove categorie di disturbi alimentari. La prima riguarda i cosiddetti “iperattivi coatti”. Si tratta di persone che, ossessionate dalla linea, mangiano più o meno regolarmente, ma si sottopongono a esercizi fisici estenuanti, oltre le proprie capacità fisiche. “Sono persone che non riescono a stare ferme, e appena finiscono di mangiare camminano magari per ore – racconta a Libero Roberto Ostuzzi, presidente della Società italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare -. Per esempio ci sono ragazze che percorrono ogni giorno fino a venti chilometri, o altre che passano ore e ore in palestra. Il fenomeno, come tutte le altre forme di disturbo alimentare, riguarda soprattutto giovanissime di età compresa fra i 14 e i 20 anni”. Questa nuova forma di nevrosi alimentare coinvolge il 20 percento dei malati di disturbi legati all’alimentazione. La seconda categoria concerne persone che bevono acqua in continuazione, con la scusa magari di purificare il corpo e ripulire l’intestino: in realtà il loro scopo è quello di debellare il senso di fame ingerendo liquidi in quantità. Molti individui colpiti da questa forma di nevrosi alimentare (il 10 percento del totale dei malati) arrivano a bere anche 5-10 litri di acqua al giorno. In questo gruppo vengono annoverati anche i giovani che esagerano coi superalcolici, convinti che gli zuccheri presenti nelle bevande siano sufficienti a sostituire pranzo o cena. “Tempo fa, nelle università, non si vedeva una ragazza con una bottiglietta di acqua nella borsetta. Oggi ce l’hanno tutte – continua Ostuzzi -. In realtà l’assunzione eccessiva di liquidi può essere assai grave per l’organismo, portando a iponatremia, nome specifico dell’intossicazione d’acqua”. Infine c’è il gruppo di persone che mangia solo ‘sano’, soffermandosi ossessivamente sulle etichette dei prodotti, puntando sui prodotti ‘bio’, su quelli ‘light’, privi di conservanti e via dicendo, il 5 percento dei malati di disturbi alimentari. Quando il cibo ‘sano’ diventa però un pretesto esasperante per mantenersi in salute, possono subentrare problemi seri come scomparsa delle mestruazioni, sviluppo di stadi di osteoporosi precoce, problemi gastrici e malattie del sistema immunitario. “In questo caso si parla di ortoressia, un disturbo dell’alimentazione molto diffuso, corrispondente a una forma di attenzione eccessiva alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche – spiega Ostuzzi -. Spesso è difficile da riconoscere perché si presenta come una scelta salutista”. Ma perché ci si ammala di questo tipo di disturbi alimentari? “Dietro a qualsiasi ossessione relativa al corpo si nasconde sempre un disagio affettivo – ci racconta Fabiola De Clercq, presidente e fondatore di ABA, associazione che da vent’anni segue i malati di bulimia e anoressia -. Anche in queste tre categorie si annoverano quindi giovani che hanno difficoltà relazionali, che risolvono concentrandosi morbosamente sul proprio corpo”.
Nel nostro paese sono circa tre milioni le persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare e il loro numero è in costante aumento.
Secondo il “Primo monitoraggio sui disturbi alimentari online in Italia”, condotto da Eurispes, ogni anno si contano in Italia 3500 nuovi casi di anoressia e 6000 di bulimia.
La media, secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute, è di 6 nuovi casi ogni 100mila abitanti e ad essere interessati dal fenomeno sono soprattutto i giovani tra i 12 e i 25 anni.
Nel nostro paese sono circa tre milioni le persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare e il loro numero è in costante aumento.
Secondo il “Primo monitoraggio sui disturbi alimentari online in Italia”, condotto da Eurispes, ogni anno si contano in Italia 3500 nuovi casi di anoressia e 6000 di bulimia.
La media, secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute, è di 6 nuovi casi ogni 100mila abitanti e ad essere interessati dal fenomeno sono soprattutto i giovani tra i 12 e i 25 anni.
venerdì 19 settembre 2008
Chirurgia delle mani possibile già nella pancia della mamma
Correggere le malformazioni fetali in utero; eliminare la terapia antirigetto; praticare il trapianto di mano in pazienti pediatrici. Dieci anni dopo il primo trapianto di mano, avvenuto a Lione nel 1998, sono questi i tre obiettivi principali che si è prefisso Marco Lanzetta, Direttore dell’Istituto Italiano di Chirurgia della Mano di Monza, e primo medico italiano a svolgere questo tipo di interventi. La correzione delle malformazioni in utero, è avvenuta, per ora, solo in forma sperimentale, ma in futuro potrebbe diventare routine. Tramite un’ecografia standard è infatti possibile verificare eventuali anomalie degli arti, dopodichè si potrà intervenire chirurgicamente sul feto – fra la terza o quarta settimana di gestazione – per risolvere la malformazione. La tecnica prevede le seguenti fasi: un’incisione analoga a quella di un parto cesareo, l’estrazione prima del liquido amniotico e poi del feto, l’intervento chirurgico vero e proprio. Infine, con lo stesso procedimento a ritroso, si reintroduce il feto nella pancia della mamma, si chiude la ferita, e si consente in pratica il proseguo della gravidanza che si concluderà con la nascita di un bimbo perfettamente normale. “Questa possibilità, fino a oggi di carattere sperimentale – dice il professor Marco Lanzetta – rientra in un approccio di interventi precoci che eviterebbero poi ai pazienti le terapie di immunosopressione e soprattutto i relativi effetti collaterali”. In realtà, qualcosa del genere, avviene già in Usa, dove i medici intervengono con successo sui feti colpiti da spina bifida, grave patologia che provoca nei nascituri handicap permanenti soprattutto degli arti inferiori. Il secondo obiettivo è quello di poter fare a meno della terapia antirigetto, causa, talvolta, di gravi effetti collaterali come tumori (linfomi, melanomi) o insufficienza renale (benché il fenomeno non abbia ancora riguardato nessuno dei pazienti che ha subito un trapianto di mano). Secondo Lanzetta, ci sono buone probabilità di credere che, entro pochi anni, chi subirà un trapianto di mano potrà fare a meno di questa terapia. Già da oggi, vari pazienti sottopostesi a questo tipo di intervento, stanno progressivamente facendo a meno di alcune medicine, grazie all’utilizzo di cellule del midollo provenienti dal donatore, che inducono l’organismo a tollerare il nuovo arto. Infine il terzo obiettivo di Lanzetta e del suo team è quello di poter trapiantare le mani anche ai neonati, cosa che non è mai stata fatta anche per motivi etici. “Fino ad oggi non siamo mai intervenuti sui più giovani per due motivi: l’età (e quindi l’impossibilità oggettiva di questi pazienti di poter scegliere se farsi operare o meno) e il fatto di non sapere a cosa si andava incontro con operazioni simili, circostanza accettabile per un adulto ma non per un bambino. Oggi però, alla luce di dieci anni di sperimentazioni, possiamo dire che siamo pronti per intervenire senza problemi anche sui più piccoli”.
Il primo uomo ad aver subito un trapianto di mano è stato Clint Hallam, neozelandese di 50 anni. L’operazione avvenuta a Lione, il 23 settembre del 1998, in presenza anche di Marco Lanzetta, durò 13 ore e andò a buon fine. Nel giro di pochi mesi Hallam riacquistò infatti la capacità di compiere le azioni quotidiane più comuni come maneggiare le posate e addirittura scrivere. È dunque grazie a questa esperienza positiva che si è poi aperta la strada a numerosi altri interventi analoghi. In seguito Hallam ha però rinunciato ad assumere i tradizionali farmaci antirigetto e così nel 2001 è stato rioperato, subendo la definitiva amputazione della mano. Attualmente, a dieci anni di distanza da questo primo pionieristico intervento, sono 33 le persone che hanno subito un trapianto di arto, per un totale di 43 trapianti di mano, tutti andati a buon fine. In 12 soggetti sono state trapiantate entrambe le mani, in 19 una sola. In Europa i trapianti eseguiti sono stati 15 di cui 6 di una mano e 9 di due mani, mentre negli Usa si registrano 4 trapianti, di una mano sola. In Cina infine sono stati effettuati 13 trapianti, di cui 8 di una mano sola, 3 di due mani e 2 trapianti di dito ed uno di una sola mano anche in Malesia. In Italia, complessivamente, sono stati effettuati tre trapianti a Monza dal professor Lanzetta. Il primo nel 2000, il secondo nel 2001, il terzo nel 2002. Domenico D’Amico 39enne di Reggio Emilia è stato operato nel 2002 dopo un incidente stradale e oggi conduce una vita normalissima: “Sono molto felice di aver fatto il trapianto – rivela D’Amico – sento la mano destra come quella sinistra, riesco a muoverla in modo del tutto naturale. Non mi sento più impacciato come prima nei gesti e nei rapporti con gli altri”.
Il primo uomo ad aver subito un trapianto di mano è stato Clint Hallam, neozelandese di 50 anni. L’operazione avvenuta a Lione, il 23 settembre del 1998, in presenza anche di Marco Lanzetta, durò 13 ore e andò a buon fine. Nel giro di pochi mesi Hallam riacquistò infatti la capacità di compiere le azioni quotidiane più comuni come maneggiare le posate e addirittura scrivere. È dunque grazie a questa esperienza positiva che si è poi aperta la strada a numerosi altri interventi analoghi. In seguito Hallam ha però rinunciato ad assumere i tradizionali farmaci antirigetto e così nel 2001 è stato rioperato, subendo la definitiva amputazione della mano. Attualmente, a dieci anni di distanza da questo primo pionieristico intervento, sono 33 le persone che hanno subito un trapianto di arto, per un totale di 43 trapianti di mano, tutti andati a buon fine. In 12 soggetti sono state trapiantate entrambe le mani, in 19 una sola. In Europa i trapianti eseguiti sono stati 15 di cui 6 di una mano e 9 di due mani, mentre negli Usa si registrano 4 trapianti, di una mano sola. In Cina infine sono stati effettuati 13 trapianti, di cui 8 di una mano sola, 3 di due mani e 2 trapianti di dito ed uno di una sola mano anche in Malesia. In Italia, complessivamente, sono stati effettuati tre trapianti a Monza dal professor Lanzetta. Il primo nel 2000, il secondo nel 2001, il terzo nel 2002. Domenico D’Amico 39enne di Reggio Emilia è stato operato nel 2002 dopo un incidente stradale e oggi conduce una vita normalissima: “Sono molto felice di aver fatto il trapianto – rivela D’Amico – sento la mano destra come quella sinistra, riesco a muoverla in modo del tutto naturale. Non mi sento più impacciato come prima nei gesti e nei rapporti con gli altri”.
Paralitico da 20 anni torna a camminare con l'abito elettronico
Un uomo paralizzato dalla vita in giù torna a camminare dopo venti anni, grazie a un esoscheletro meccanico comandabile tramite un telecomando. Lo strumento, battezzato ReWalk, è una specie di via di mezzo fra il rivestimento siliceo di alcuni crostacei e il ‘vestito’ indossato da Robocop, personaggio fantastico, cinematografico, di fine anni Ottanta. Con ReWalk si aprono dunque molte speranze per le migliaia e migliaia di persone che, in seguito a incidenti, hanno perso l’uso delle gambe. Se tutto andrà come previsto il primo esoscheletro meccanico in grado di restituire la capacità di deambulazione, entrerà ufficialmente in commercio dal 2010 al costo di circa 15mila euro, l’equivalente delle migliori sedie a rotelle in circolazione. Il primo uomo a testare ReWalk è stato Radi Kaiof, quarantunenne, ex paracadutista, da venti anni paralizzato, a causa di un incidente durante il servizio militare. “Non avrei mai immaginato che un giorno sarei tornato di nuovo a muovermi sulle mie gambe – ha spiegato Kaiof -. Mi ero dimenticato di quanto fosse bello e speciale poter stare in piedi senza chiedere aiuto e guardare negli occhi le persone che mi parlano”. ReWalk è stato inventato da Amit Goffer, fondatore di Argo Medical Technologies, una piccola compagnia tecnologica israeliana. Consiste in due strutture metalliche indipendenti, una per gamba, motorizzate, fissate alla vita e alle caviglie, comandabili tramite un piccolo computer (posizionato in uno zaino) e una serie di interruttori sul polso. ReWalk funziona a batterie. In base ai comandi ricevuti può far camminare in avanti e indietro, alzare e sedere, superare ostacoli o salire le scale. “Il mio strumento consente in pratica alle persone paralizzate di abbandonare la sedia a rotelle e tornare a muoversi come persone normali – afferma Goffer -. Non restituisce solo la salute a chi la ha perduta, ma anche la dignità”. Kate Parkin, direttore di un reparto presso il NYU Medical Centre, dice che ReWalk è utile sia dal punto di vista fisico che psichico. Fisicamente permette infatti di camminare comodamente e di lavorare, compiere azioni e gesti che, su una sedia a rotelle, non sono attuabili; mentre psicologicamente migliora l’autostima, la fiducia in se stessi, anche grazie alla possibilità di tornare a dialogare ad ‘altezza d’uomo’. In questo momento, dopo i test positivi condotti su Radi Kaiof, gli specialisti stanno conducendo nuovi esperimenti su larga scala presso il Tel Aviv’s Sheba Medical Centre. Non è la prima volta che degli studiosi stanno pensando a strutture esoscheletriche in grado di sostituire le sedie a rotelle. Recentemente, la TheyShallWalk, una organizzazione medica non-profit, ha sviluppato un prototipo, Lifesuit, analogo a ReWalk, ma molto più ingombrante. Lifesuit pesa complessivamente 32 chilogrammi ed è mosso da un sistema ad aria compressa. In Italia ha fatto invece notizia, nel 2001, la nascita del tutore elettronico della Ferrati Elettronica, dopo 22 anni di studi e ricerche. Si tratta di un esoscheletro in lega metallo-plastica che aiuta nel movimento i malati, ma con il girello. Anche in questi casi, quindi, dei pazienti paralizzati sono tornati a camminare e compiere azioni normali come alzarsi dalla sedia e sedersi.
“ReWalk è sicuramente un traguardo importante, una prima idea che, dal punto di vista ingegneristico, può portare a un miglioramento notevole delle condizioni di pazienti che hanno perso l’uso delle gambe – ci spiega Pietro Mortini, primario di neurochirurgia dell’Ospedale San Raffaele, professore ordinario di neurochirurgia presso l’università Vita-Salute San Raffaele -. In realtà è solo uno fra i tanti ‘esoscheletri’ che si stanno valutando per risolvere il problema della deambulazione in persone vittime di incidenti. ReWalk aiuta a muoversi, a fare a meno della sedia a rotelle, ma non è certo la soluzione definitiva per questo tipo di pazienti. Chi ha subito un danno permanente al midollo spinale, infatti, non ha solo il problema di non riuscire più a camminare, ma anche quello legato, per esempio, al controllo delle funzioni vescicali, prima causa di morte in questi malati”. Quali sono dunque le altre strategie che si stanno valutando per consentire a paraplegici e tatraplegici di tornare a camminare e a muoversi? “In questo momento la medicina sta facendo passi da gigante nell’ambito dello studio delle cellule staminali – continua Mortini – che non vuol comunque dire che fra pochissimo saremo in grado di far camminare tutti. È impossibile stabilire quando si raggiungerà questo traguardo. Ciò che possiamo dire, però, è che dall’anno prossimo, al San Raffaele, inizieremo i primi test con cellule staminali sull’uomo, nel giusto clima di speranza e fiducia. Lo scopo, a differenza degli esoscheletri come ‘ReWalk’, non è solo quello di restituire la capacità di deambulazione, ma anche le tante altre funzioni fisiologiche legate all’attività del midollo spinale”. Nel mondo ci sono 2,5 milioni di persone costrette alla sedia a rotelle. A queste, ogni anno, solo in America, se ne aggiungono altre 11mila. In Italia l’incidenza annuale è di 25 casi ogni milione di abitanti. Paraplegia (paralisi arti inferiori) e tetraplegia (paralisi di entrambi gli arti), sono nella stragrande maggioranza dei casi la conseguenza di incidenti motoristici, automobilistici o sul luogo di lavoro, in strettissima minoranza può essere la conseguenza di gravi problemi vascolari. Il fenomeno riguarda soprattutto persone giovani o giovanissime.
“ReWalk è sicuramente un traguardo importante, una prima idea che, dal punto di vista ingegneristico, può portare a un miglioramento notevole delle condizioni di pazienti che hanno perso l’uso delle gambe – ci spiega Pietro Mortini, primario di neurochirurgia dell’Ospedale San Raffaele, professore ordinario di neurochirurgia presso l’università Vita-Salute San Raffaele -. In realtà è solo uno fra i tanti ‘esoscheletri’ che si stanno valutando per risolvere il problema della deambulazione in persone vittime di incidenti. ReWalk aiuta a muoversi, a fare a meno della sedia a rotelle, ma non è certo la soluzione definitiva per questo tipo di pazienti. Chi ha subito un danno permanente al midollo spinale, infatti, non ha solo il problema di non riuscire più a camminare, ma anche quello legato, per esempio, al controllo delle funzioni vescicali, prima causa di morte in questi malati”. Quali sono dunque le altre strategie che si stanno valutando per consentire a paraplegici e tatraplegici di tornare a camminare e a muoversi? “In questo momento la medicina sta facendo passi da gigante nell’ambito dello studio delle cellule staminali – continua Mortini – che non vuol comunque dire che fra pochissimo saremo in grado di far camminare tutti. È impossibile stabilire quando si raggiungerà questo traguardo. Ciò che possiamo dire, però, è che dall’anno prossimo, al San Raffaele, inizieremo i primi test con cellule staminali sull’uomo, nel giusto clima di speranza e fiducia. Lo scopo, a differenza degli esoscheletri come ‘ReWalk’, non è solo quello di restituire la capacità di deambulazione, ma anche le tante altre funzioni fisiologiche legate all’attività del midollo spinale”. Nel mondo ci sono 2,5 milioni di persone costrette alla sedia a rotelle. A queste, ogni anno, solo in America, se ne aggiungono altre 11mila. In Italia l’incidenza annuale è di 25 casi ogni milione di abitanti. Paraplegia (paralisi arti inferiori) e tetraplegia (paralisi di entrambi gli arti), sono nella stragrande maggioranza dei casi la conseguenza di incidenti motoristici, automobilistici o sul luogo di lavoro, in strettissima minoranza può essere la conseguenza di gravi problemi vascolari. Il fenomeno riguarda soprattutto persone giovani o giovanissime.
domenica 13 luglio 2008
La pelle 'perfetta' per la puntura di zanzara
Una sera estiva qualunque, stiamo assistendo a un concerto, all’aperto, non lontani da un laghetto. A un certo punto cominciano a ronzare le zanzare. L’amico al nostro fianco è tranquillo. Noi no: per chissà quale misterioso motivo i fastidiosi ditteri sembrano prendersela solo con noi, punzecchiandoci di continuo. Possibile che le zanzare preferiscano il nostro sangue a quello del nostro amico? È la domanda che da sempre si pongono gli scienziati e che da poco sta cominciando ad avere una risposta: sì, anche le zanzare – in fatto di ‘cibo’ - hanno le loro preferenze, e quindi non tutte le persone vengono colpite da questi insetti allo stesso modo, alcuni sembrano essere molto più vulnerabili. “In media una persona su dieci attrae in modo eccezionale le zanzare – spiega Jerry Butler, professore dell’università della Florida. Come è noto, però, non tutte le zanzare sono nocive. Lo sono solo le femmine che, grazie al sangue dell’uomo, riescono a produrre uova fertili. I maschi adulti si nutrono invece di succhi vegetali. “Sono state condotte varie ricerche sulle molecole umane in relazione ai gusti delle zanzare - dice Joe Conlon, dell’American Mosquito Control Association -. Tuttavia non siamo ancora in grado di dire, con precisione, quali e quante sono quelle che attirano di più gli insetti. Si dovrebbero analizzare moltissime molecole, per avere un quadro preciso delle loro preferenze”. In ogni caso, secondo gli studiosi, ci sono almeno tre categorie di persone più suscettibili delle altre alle punture di zanzara: gli individui che presentano alte concentrazioni di steroidi o colesterolo; chi ha la pelle acida, ricca di sostanze come l’acido urico; i soggetti che, respirando, emettono molta anidride carbonica e acido lattico. A questi va poi aggiunto chi suda molto, la cui sensibilità alle punture di ditteri è già nota. La zanzara, tramite sensori posizionati sulle antenne, può ‘percepire’ certe sostanze emesse dall’uomo fino a 50 metri di distanza. Ma dove si nascondono le zanzare? Alcune aree geografiche sono sicuramente più frequentate di altre. Le zanzare dimorano soprattutto lungo le aree costiere. Ma si trovano a loro agio anche nell’entroterra, specialmente a ridosso di stagni e acquitrini. Possiamo quindi stare tranquilli andando in montagna? Mica tanto. Benché questi insetti non amino particolarmente le alte quote, alcuni esemplari sono stati trovati lungo la catena himalayana e in posti come l’Alaska dove d’estate – sviluppandosi molti acquitrini – trovano l’ambiente ideale per riprodursi. Rimedi? Secondo uno studio condotto da Mark Fradin, ricercatore presso la Chapel Hill Dermatology, il DEET (dietilmetilbenzamide o dietiltoluamide), principio attivo presente in molti spray in commercio (si trova sia al supermercato che in farmacia), è il più efficace nel tenere a bada le zanzare. Il suo effetto dura circa cinque ore. Tra i prodotti naturali sono invece utili l’olio di eucalipto o di soia. Recentemente, presso il comune di Buccinasco (MI), l’Amministrazione comunale ha invece pensato di piantumare degli alberi in grado di tenere lontane le zanzare e che tutti potrebbero mettere in giardino. Si tratta di una specie arborea brasiliana chiamata catambra che produce il ‘catalpolo’, sostanza fortemente repellente. La pianta antizanzara è efficace anche contro la temibile zanzare tigre, arrivata in Italia una decina d’anni fa.
Melissa, zenzero, lavanda. Così si cura il mal d'amore
In Italia, una volta, per riuscire a conquistare la donna del cuore, si stringevano fra le mani un po’ di foglie di achillea. Analogamente, in Francia, le ragazze desiderose di incontrare un bravo ragazzo da sposare, appendevano coroncine di erica agli alberi. Oggi, naturalmente, nessuno crede più a questi ‘miracoli’ delle piante, eppure ci sono veramente dei vegetali contraddistinti da qualità medicamentose in grado - se non di fare incontrare l’amore della vita - di alleviare le pene d’amore: patemi del cuore che, a seconda dei casi, possono procurare ansie e paure, tristezze e malinconie, cali del desiderio e della passione. Vediamo dunque una a una quali sono queste piante ‘magiche’, seguendo la traccia di un sevizio apparso sulla rivista Viversani, con il contributo di Paola Nannei, medico chirurgo di Milano, e le erboriste Daniela Casiraghi e Marialuisa Musso della stessa città. Per combattere l’ansia e il timore di rimanere soli gli specialisti consigliano la melissa (Melissa officinalis), il biancospino (Crataegus oxyacantha), e il basilico (Ocinum basilicum). In tutti i tre i casi, l’ideale è assumere 30 gocce di tintura madre (acquistabile in erboristeria), disciolte in acqua, una o due volte al giorno. L’alternativa sono gli infusi, ottenuti lasciando per 10 minuti un cucchiaino dell’erba selezionata in una tazza d’acqua bollente. Ognuna di queste piante ha il potere di smorzare l’ansia, ma non solo. La melissa, in più, aiuta la digestione, il basilico profuma l’alito e il biancospino diminuisce il battito cardiaco. Se si vuole invece dare una scossa alla propria sessualità, la raccomandazione degli scienziati è quella di avvalersi di piante come lo zenzero (Zingiber officinale), la santoreggia (satureia hortensis) e l’ylang-ylang (Cananga odorata). Lo zenzero ha proprietà afrodisiache. Inoltre è uno stimolante generale e un efficace ricostituente conosciuto da molto tempo dalla farmacopea cinese per contrastare affaticamento, astenia e impotenza. Lylang-ylang è un’erba di origine orientale. In ambito sessuale agisce come un potente rilassante del sistema nervoso. In particolare se si vogliono ottenere buoni risultati occorre assumere 3 o 4 gocce di essenza della pianta per tre o quattro volte nell’arco della giornata. Della santoreggia si utilizzano le foglie e i fiori sia essiccati, sia freschi. Una tisana o un decotto di santoreggia, associato magari a qualche foglia di salvia, aiuta a ricaricare le funzioni cerebrali legate all’eccitamento. Un’aggiunta di santoreggia e verbena al bagno caldo stimola l’energia sessuale. Infine se il problema è l’umore che non ne vuole sapere di rimettersi in sesto, dopo una crisi sentimentale, basta affidarsi alla liquirizia (Glycyrrhiza glabra) e alla lavanda (Lavandola officinalis). La prima può essere acquistata in erboristeria sottoforma di caramelle e serve a fornire energia e buonumore. Occorre però fare attenzione a non esagerare, perché questo vegetale, se assunto in dosi eccessive, può provocare ritenzione idrica e innalzamento della pressione arteriosa. La seconda – il cui potere è specificatamente quello di domare una emotività eccessiva - la si consuma raccogliendo i fiori della pianta in un cucchiaino che va poi rovesciato in una tazza di acqua bollente. Infine si beve il liquido ottenuto dopo averlo filtrato.
Dita nel naso antistress. Lo fa anche la regina
Ognuno di noi lo fa, magari senza farci caso. Il più delle volte per scaricare lo stress, la tensione. Solo in rare circostanze può essere infatti la conseguenza di un problema più serio, respiratorio o addirittura psicologico. Stiamo parlando della abitudine di mettersi le dita nel naso. Secondo un recente studio condotto dagli americani, pubblicato sulla rivista Journal of clinical psychiatry, e ripreso da OkSalute, il 97,6 percento delle persone si mette le dita nel naso 4 volte al giorno. Il 7,6 percento compie questa azione fino a 20 volte al dì. Analogamente, dei ricercatori inglesi del Museo delle scienze di Londra, hanno scoperto che il 35 percento degli adulti si ‘scaccola’ più di cinque volte al giorno, con “meticolosità e non senza un sottile autocompiacimento”. Perfino la regina d’Inghilterra è stata fotografata mentre si puliva il naso con le mani; ed è in buona compagnia visto che, con lei, sono stati colti in ‘flagrante’ molti altri personaggi dello star system come la principessa Carolina di Monaco, Flavio Briatore, Vince Vaughn, Diane Keaton. La ricerca - compiuta su 200 ragazzi delle scuole superiori – mette in luce che, l’abitudine di strofinarsi incivilmente il naso, inizia in tenera età. Poi, col tempo, per alcuni diventa una vera e propria mania. Secondo gli scienziati pulirsi il naso con le mani procura sollievo, autogratifica. E in pratica - come quando mastichiamo l’apice di una matita, scarabocchiamo, arrotoliamo i capelli - serve ad allontanare lo stress. Il naso di solito si mantiene pulito da solo, grazie a microscopiche ciglia presenti nelle narici: il muco passa alla faringe, dove viene deglutito, in 12-15 minuti. In caso contrario ci si serve del fazzoletto o di soluzioni saline ipotoniche spray. Se però si soffre frequentemente di epistassi (sangue dal naso) o malformazioni anatomiche delle alte vie respiratorie (turbinati ipertrofici) possono formarsi accumuli secchi di muco che rendono difficoltosa la respirazione, inducendoci, di conseguenza, a liberare il naso con le mani. Fin qui, comunque, al di là delle possibili ripercussioni sociali, è tutto nella norma. Si entra invece nel campo della patologia quando - indipendentemente dalla secchezza del muco e dalla necessità benigna di scaricare lo stress (per esempio prima di un esame) - si infilano le mani nel naso troppo frequentemente. Lo studio americano dice che, quando una persona si pulisce il naso con le mani più di venti volte al giorno, potrebbe soffrire di rinotillexomania. È una malattia riconducibile alla famiglia dei disturbi ossessivo-compulsivi. Ci si strofina continuamente il naso non per necessità, ma per conflitti, disagi interiori, che portano a un accumulo di ansie ingiustificate. Quando ci si ammala di rinotillexomania è quindi necessario rivolgersi a uno specialista. Gli psicologi hanno notato che chi si mette sempre le mani nel naso è spesso un individuo caratterizzato dalla mancanza di prospettive esistenziali e che può comportarsi in questo modo per attirare l’attenzione. Il fenomeno colpisce numerosi adolescenti, soprattutto quelli più aggressivi e desiderosi di trasgredire le regole. Sono gli stessi individui che, in casi limite, possono trasformarsi in vandali o attaccabrighe. Il problema degenera quando alla compulsività subentra anche un atteggiamento sadomasochistico. In questi casi il malato di rinotillexomania non si accontenta di infilarsi ossessivamente le dita nel naso, ma si fa anche del male, ferendosi. Infine, alla luce di queste considerazioni, stupiscono le recenti conclusioni del noto pneumologo austriaco, Friedrich Bischinger, secondo il quale ‘scaccolarsi’ non è un vizio, ma un’ottima abitudine. Lo studioso afferma che mettersi le dita nel naso e poi in bocca per ingoiare il prodotto del proprio corpo giova alla respirazione e al sistema immunitario. “Con le dita - spiega Bischinger - si raggiungono punti in cui col fazzoletto è impossibile arrivare. Mangiare quel che si estrae, poi, aiuta gli anticorpi. Di fatto il naso è un filtro vero e proprio. Lì si raccolgono un gran numero di batteri e quando li facciamo arrivare all’intestino funzionano proprio come una medicina moderna, testata per rafforzare il sistema immunitario. È una cosa assolutamente naturale e in più gratuita”. E quando il muco non viene ingoiato? Come asseriscono gli studiosi della Wisconsin University finisce, nella maggior parte dei casi, sotto la scrivania, sotto la sedia, o appiccicato al primo mobile che capita a tiro.
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