martedì 3 novembre 2009

A lezione di medicina dai Dinka e dai porcospini

Nato come ente finalizzato alla scoperta di nuovi farmaci coi quali combattere la malaria, ora il suo scopo è quello di osservare le popolazioni indigene e gli animali per vedere se è possibile imparare da loro a curarsi. Il riferimento è al Ritam (Research Iniziative on Tradizional Methods) gruppo nato recentemente dalla collaborazione tra l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) e l’Università di Oxford. Gli scienziati hanno, per esempio, concentrato le loro attenzioni sui Dinka (nella foto), africani del Botswana, che si curano con cortecce, radici, foglie. Sui Murut del Borneo e molti gruppi etnici che vivono alle pendici delle Ande. Le ricerche sono già a buon punto. È emerso che piante come l’ooloodwa (Embelia schimperi), utilizzata da popolazioni della Tanzania, sono efficaci contro la malaria. Una pomata ricavata dalle foglie dell’Eupatorium odoratum, vegetale che cresce in Estremo oriente, ha invece poteri antiossidanti, guarisce le ferite e le ustioni. Ma non solo dagli uomini che vivono ancora allo stato tribale si può pensare di ricavare insegnamenti per lo sviluppo di nuove medicine e condotte terapeutiche. Si è infatti osservato che anche molti animali ne sanno più di noi in fatto di proprietà medicamentose offerte da madre natura. I porcospini che soffrono di dissenteria, per esempio, si curano egregiamente con le radici di una pianta chiamata mulengelale. Mentre gli scimpanzé hanno imparato a sfruttare le proprietà di due specie vegetali che potrebbero tornare molto utile anche all'uomo: l’Aspilia mossabicensis e la Vernonia amygdalina.

Per info: www.giftsofhealth.org/ritam/

lunedì 2 novembre 2009

INFLUENZA A: LE COSE (NON) DETTE

"Servirebbe una maggiore trasparenza nelle informazioni e una minore sottovalutazione dei rischi", scrive Mario Pappagallo sul Corsera di ieri, riferendosi alla febbre suina. Ha ragione. L'impressione che si ha, infatti, è che ci sia troppa disinformazione a riguardo, e che anche i medici dicano solo una parte della verità (tenuto conto del fatto che forse nemmeno loro sanno bene cosa sia e cosa faccia di preciso il virus H1N1). Con ciò nessuno intende lanciare allarmismi, tuttavia sarebbe utile dire bene le cose come stanno senza banalizzare il tutto dicendo che "l'influenza suina non deve fare paura perché ha un tasso di mortalità più basso della stagionale". Questo lo si è capito ed è correttissimo. Ma c'è dell'altro, che non viene chiaramente detto e di cui l'opinione pubblica - sempre più in defaillance (anche se il 61,4% degli italiani dice di non aver paura) - non sa niente o quasi. L'occasione per affrontare questo argomento è il decesso, venerdì pomeriggio - presso l'ospedale pediatrico Santobono (Napoli) - di una bimba di 11 anni, Emiliana D'Auria, probabilmente già affetta da un problema cardiaco congenito. I casi più gravi, infatti, si stanno registrando fra i più giovani, di età compresa fra i 5 e i 14 anni, e in molte circostanze si tratta di individui sanissimi. In Usa i minori rappresentano l'8% dei decessi. In generale un terzo delle vittime dell'influenza suina ha un'età compresa fra 2 e 27 anni. L'1% di tutti i colpiti dal virus dell'influenza A viene ricoverato (e questo non succede con la stagionale). Molte persone ricoverate vengono poi trattate con macchinari speciali in grado di assicurare la respirazione (compromessa nei malati gravi), anche per 90 giorni di fila (e anche questo non accade nell'influenza stagionale). Molti altri aspetti sono sconosciuti o si conoscono frammentariamente. Per esempio in pochi sanno che non c'è solo la polmonite fra le eventuali complicazioni della suina: benché accada in una percentuale bassissima di casi, ci possono anche essere pericardite (infezione della pellicola che protegge il cuore), o miocardite (progressivo deterioramento del miocardio). In casi rarissimi si può anche andare incontro alla cosiddetta sindrome di Reye (con nausea, vomito e perdita della memoria). In Usa è già stato approntato un piano speciale nel caso in cui non si riuscisse più a gestire la situazione: verrebbero, dunque, vaccinate solo le persone che stanno bene, mentre tutte le altre - disabili, malati psichici, anziani - verrebbero lasciate al loro destino. In prima linea stati come lo Utah, pronti a partire coi cosiddetti "Do Not Resuscitate", individui che nel testamento biologico hanno dichiarato di essere contrari ad ogni tipo di accanimento terapeutico. Il virus fa più male alle persone nate dopo il 1976. Questo perché il virus H1N1 - contrariamente a quanto s'immagina - si è già visto, a metà anni Settanta,'caratterizzando' il sistema immunitario di individui che oggi sono sicuramente più protetti rispetto ai giovani. L'epidemia di suina di oltre 30 anni fa si fece sentire specialmente fra i soldati di Fort Dix, New Jersey (USA): ci furono 200 casi, 4 persone si ammalarono di polmonite, una persona morì. Nessuno, però, ha ancora capito come si diffuse il virus. Ancora. L'effetto panico registrato in molti nosocomi non è del tutto ingiustificato. A Niguarda (Milano), per esempio, il 15% dei pazienti che si son presentati con febbre, tosse e mal di gola, sono stati poi ricoverati, non una percentuale da poco. Il periodo di contagiosità, peraltro, non termina con la fine dei sintomi: il virus, infatti, è trasmissibile anche una settimana dopo la fine della malattia. E nei bambini rimane attivo anche per dieci giorni. Ci sono poi stati casi in cui la malattia si è rivelata talmente leggera (e addirittura asintomatica) che il malato non s'è nemmeno accorto di averla avuta e quindi di essere stato un potenziale 'untore'. Poche anche le notizie riguardanti uno studio condotto presso l'Università del Maryland (Stati Uniti), nel quale degli scienziati (che hanno pubblicato le loro conclusioni sulla rivista PLoS Currents) hanno verificato che non è corretto dire che la stagionale e la suina sono assimilabili, partendo dal presupposto che l'azione virale dei due morbi è diversa. Spiegano, infatti, che il virus della nuova influenza è in grado di penetrare in maniera più profonda nei tessuti polmonari rispetto a un normale virus influenzale. Dunque aggiungono che probabilmente la suina colpisce un numero di cellule polmonari più alto rispetto alla stagionale, che concentra la sua azione soprattutto sulle alte vie respiratorie, a partire da naso e gola. Incuriosisce poi il fatto che tutti i medici dicano di vaccinarsi, benché siano loro i primi a non farlo. Il viceministro alla Salute Ferruccio Fazio non si vaccinerà; il farmacologo Silvio Garattini non si vaccinerà; Gianluigi Passerini, della Società europea di qualità in medicina generale, non si vaccinerà, spiegando che "non vuole dare messaggi allarmistici ai pazienti"; Richard Halvorsen, direttore medico di BabyJabs, non si vaccinerà; in questo momento, presso l'ospedale Sacco di Milano s'è vaccinato solo 1 medico su 20; (mistero anche per ciò che riguarda Sasha e Malia Obama, le figlie del presidente americano: secondo Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca, le bimbe non si vaccineranno; secondo Katie McCormick Lelyveld, invece, portavoce di Michelle Obama, le piccole sono già state vaccinate). Il futuro, dunque, è facilmente prevedibile. Moltissimi (e comunissimi) medici di famiglia non si vaccineranno: in Italia, ma anche in Francia, in Gran Bretagna e Canada. Secondo la Federazione dei medici di medicina generale uno specialista su sei farà a meno del vaccino. Gli interessati dicono che il vaccino serve poco o a nulla per chi ha già compiuto i 65 anni d'età, tuttavia suona strano che più del 60% dei medici (compresi, quindi, moltissimi under 65) ne voglia fare a meno. A questo punto viene da chiedersi: cosa temono i medici? E anche qui si scoprono tante cose non dette o dette solo parzialmente. Per esempio non tutti hanno capito che questo tipo di vaccino è già stato approntato nel 1976, provocando casi di una grave malattia neurologica chiamata sindrome di Guillian-Barré. Assolutamente attendibile la fonte: l'epidemiologo Tom Jefferson della Cochrane Collaboration. Il vaccino contro la suina contiene poi l'immuno-coadiuvante MF59, sostanza conosciuta come 'squalene' e in grado di aumentare la risposta immunitaria di un organismo. In realtà, secondo Viera Scheibner, ricercatore scientifico del governo australiano, lo squalene è riconducibile anche alla "Gulf War Syndrome", vale a dire la nota 'Sindrome della Guerra del Golfo', che ha coinvolto vari soldati negli anni Novanta, con sintomi quali attacchi epilettici, problemi tiroidei, lupus eritematoso e molte altre patologie. Il sito "Stockolm News" fa invece sapere che, in questi giorni, ci potrebbero essere state due vittime - due anziane donne rispettivamente di 90 e 74 anni, già sofferenti di cuore - a causa della somministrazione del vaccino (che in Svezia ha, per ora, coinvolto 1 milione di persone): il dato, però, deve ancora essere confermato. Intanto, l'assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Luciano Bresciani, precisa che il vaccino non copre al 100% e che quindi, alcuni individui (sarebbe bello sapere quanti), nonostante l'assunzione del medicinale potrebbero non sviluppare gli anticorpi per fronteggiare la febbre suina. Lo affianca il noto virologo Fabrizio Pregliasco, dell'Università di Milano, il quale afferma che "il vaccino non è uno scudo impenetrabile". Le case farmaceutiche hanno inoltre fatto firmare dei documenti tali per cui - in caso di effetti collaterali nei pazienti trattati col vaccino - non sono perseguibili. Senza contare il fatto che le confezioni di vaccino multi-dose contengono Thiomersal, un sale mercurio che già nel 2000 la Food and Drug Administration (Fda) decise di togliere dal mercato perché potenzialmente tossico. Alla luce di queste considerazioni ci sono, quindi, due soli dati certi: il numero dei decessi imputabili alla influenza suina, 5.712 e il numero di persone contagiate dal virus H1N1, 441.661.

L'intervista rilasciata qualche tempo fa da Pregliasco ad Affari Italiani:


domenica 1 novembre 2009

Un nuovo 'mostro' dalle spiagge della Jurassic Coast

Un mostro marino lungo 16 metri e pesante fra le sette e le 12 tonnellate, è stato scoperto da scienziati inglesi dell'Università di Plymouth e presto (fra circa sei mesi) sarà possibile fargli 'visita' presso il Dorset County Museum (che ha acquistato il reperto fossile per 20mila sterline). Il riferimento è a un pliosauro, caratterizzato da un cranio lungo 2,4 metri e una bocca in grado di spezzare una macchina in due con un solo morso. Secondo Richard Edmonds, a capo dello studio, potrebbe trattarsi del più grande rettile che sia mai esistito sul nostro pianeta. Se le stime fatte dai ricercatori dovessero essere confermate, il nuovo animale scoperto, batterebbe in dimensioni anche i due supergiganti della stessa specie riportati recentemente alla luce alle Svalbard e in Messico: il "Predator X" e il "mostro di Aramberri". Peraltro i pliosauri erano più grossi e potenti anche del dinosauro più feroce per antonomasia, il Tyrannosaurus rex, mai più pesante di 3 tonnellate. I resti del gigantesco animale sono stati rinvenuti lungo quella che è stata battezzata la Jurassic Coast (oggi considerata patrimonio dell'umanità dall'Unesco), che si sviluppa fra il litorale sabbioso del Dorset e quello dell'East Devon, in Inghilterra. I pliosauri vissero nel Giurassico medio e nel Giurassico superiore in Europa. Erano dei grossi rettili caratterizzati da teste enormi e denti aguzzi. In particolare i denti posteriori assomigliavano a uncini e servivano a spingere le prede verso la gola dell'animale. Questi dinosauri mangiavano di tutto: cefalopodi, rettili, pesci.

Il video della scoperta (con l'intervento di Edmonds):

Un verme-robot per 'fotografare' l'intestino e scoprire malattie agli esordi

La sua forma è quella di un vermiciattolo marino appartenente alla classe dei policheti, animali dotati di piccole zampette che gli permettono di muoversi agilmente sia in acqua che sulla battigia. È, in realtà, un microrobot il cui scopo è quello di 'scandagliare' da cima a fondo l’intestino, in cerca di patologie nelle primissime fasi di sviluppo. Lo hanno approntato studiosi tedeschi, italiani, greci e inglesi, tra cui l’italiana Arianna Menciassi (nella foto), ricercatrice presso il Dipartimento di robotica alla Scuola di Studi Avanzati Sant’Anna di Pisa. Due i prototipi realizzati e testati finora: il primo, in grado di muoversi agilmente su un substrato umido e sabbioso; il secondo, capace di zampettare fra le mucose intestinali di un maiale. Non è un caso che gli scienziati si siano ispirati a un verme marino per inventare un congegno con il quale perlustrare l’apparato digerente dell’uomo. L'ambiente nel quale si muove l’invertebrato è del tutto assimilabile all’intestino di un mammifero: anche in questo caso, infatti, il riferimento è a un ambiente scivoloso, viscido e destrutturato. “Ci siamo ispirati a un organismo biologico – ha commentato Arianna Menciassi - perchè il robot deve muoversi in un ambiente particolare come l’intestino, altre forme più tradizionali di robot non avrebbero funzionato. I vermi hanno un sistema di locomozione fatto apposta per ambienti non strutturati e scivolosi”. Per la precisione il nuovo strumento ideato dai tecnici dell’Unione Europea è stato battezzato endoscopio biomimetico. Quest’ultimo andrebbe dunque a sostituire l’endoscopio classico: un lungo tubo che si inoltra nei meandri intestinali spesso senza ottenere grandi risultati diagnostici. L’esito positivo dei primi test ufficiali potrebbe dare il via alla sperimentazione su larga scala. Il verme robot verrebbe attrezzato con una microtelecamera con la quale sarebbe possibile fotografare anche gli angoli più reconditi dell’intestino, laddove nessun mezzo attualmente in possesso dell’uomo è in grado di arrivare. Oltretutto, affermano gli studiosi, il robottino, dovrebbe essere in grado di fermarsi e tornare indietro ogni volta che il gastroenterologo lo desidera. Per fare questo, però, c’è bisogno di un buon controllo del movimento che i prototipi attuali ancora non possiedono. Lo studio è stato divulgato sulle pagine della rivista New Scientist.

Per info: http://www-crim.sssup.it/tiki-index.php?page=Arianna+Menciassi

sabato 31 ottobre 2009

Burj Dubai: fra poche settimane l'inaugurazione del grattacielo più alto del mondo

Mancano poche settimane all'inaugurazione del grattacielo più alto del mondo, il Burj Dubai. La cerimonia avverrà nel cuore della metropoli omonima, negli Emirati Arabi, lungo la Sheikh Zayed road. Il nuovo grattacielo - che sarà visibile a occhio nudo anche da 90 chilometri di distanza - tocca gli 818 metri. Il suo record, però, verrà riconosciuto solo dopo il battesimo ufficiale della costruzione. Parola dei tecnici del Council on Tall Buildings and Urban Habitat ('Consiglio per gli edifici alti e l'habitat urbano'). Attualmente, quindi, l'edificio più alto del pianeta rimane il Taipei 101 (Taipei), con i suoi 508 metri di altezza. Per muoversi lungo il grattacielo più alto del mondo - in tutto 160 piani - sono stati approntati super ascensori che viaggiano a 65 chilometri all'ora. È previsto anche il via vai di una navetta verticale che, da terra,'vola' fino al 125esimo piano. Il Barj Dubai - progettato da Owings e Merrill Skidmore (gli stessi delle famose Sears Tower di Chicago) - è costato 4,1 miliardi di dollari; 20miliardi di dollari se si considera anche l'area urbana adiacente costruita in contemporanea. I prezzi al metro quadrato sono a dir poco imbarazzanti: 43mila dollari al metro quadrato per gli uffici, e 37mila dollari per i residence Armani all'interno della struttura. Ma la corsa al grattacielo più alto della Terra non finisce qui. Ci sono anche altri avveniristici progetti che - nei prossimi anni - potrebbero addirittura polverizzare il record del Burj Dubai. Il Burj Mubarak al-Kabir, per esempio, detto 'il gigante alato', raggiungerà in Kuwait i 1001 metri di altezza, e sarà dotato di profili alari verticali larghi 1-2 metri che verranno inclinati in base al vento. La Murjan Tower (Torre del corallo) a Manama, Bahrain, invece, potrebbe raggiungere i 1022 metri di altezza, per un totale di 200 piani: a questo progetto sta lavorando la ditta danese Henning Larsen. Infine c'è già chi parla di strutture alte fino a 1.400 metri. E in Italia? Il record è del milanese Pirellone - nuova sede della Regione Lombardia - alto 161 metri. A Milano, però, per Expo 2015, sono previsti altri due nuovi progetti che rivoluzioneranno gli orizzonti meneghini e annulleranno il record di altezza ottenuto dal Pirellone: Citylife e Porta Nuova. Citylife, progetto del 2006, riqualificherà la vecchia zona della Fiera. Nel 2014 in questa zona sorgeranno, infatti, molti edifici nuovi fra cui tre grattacieli alti rispettivamente 220, 190 e 170 metri (il Dritto, lo Storto, il Curvo). Per il progetto di Porta Nuova, invece, previsto per il 2012 nella zona compresa fra la stazione Centrale e la stazione di Porta Garibaldi, verranno edificati una decina di moderni 'skyscraper' di altezza compresa fra i 94 e i 160 metri.

Il video girato l'anno scorso nel cantiere del Burj Dubai:


venerdì 30 ottobre 2009

Il virus A comincia a far paura

Virus A: l'epidemia ha ufficialmente preso il largo. Sono già 11 le vittime italiane della nuova influenza. Dieci malati, però, erano già considerati a rischio per altre malattie. Solo una vittima non aveva altri problemi: è la donna di Messina deceduta il 19 settembre. La Campagna è la regione più colpita con quattro vittime in tre giorni. Secondo il viceministro della Sanità Ferruccio Fazio "siamo il Paese più colpito dell'Unione Europea" (con la Spagna). Ma precisa, di nuovo, che "l'influenza A resta una malattia leggera". L'incidenza attuale parla di circa 380 malati ogni 100mila abitanti: 230mila gli abitanti del Belpaese colpiti dal virus. Molti gli under 14, con 600 casi ogni 100mila persone. In ogni caso gli esperti del centro nazionale di epidemiologia dell'Istituto superiore di sanità fanno sapere che il picco non è ancora stato raggiunto. "I mesi più difficili saranno novembre e dicembre". Alta l'incidenza del male (3-4 volte superiore all'influenza stagionale), ma bassa la mortalità. È il parere unanime degli specialisti. Intanto si procede con il piano vaccinazioni che dovrebbe coinvolgere 25milioni di italiani. Ma sono già scoppiate le polemiche. La consegna dei vaccini, infatti, starebbe avvenendo a rilento. A Napoli, per esempio, degli 800mila vaccini previsti ne sono arrivati 130mila. Simile la situazione a Bari e a Genova. Nel frattempo le scuole e gli asili si svuotano. In Lombardia il 30% degli studenti è a letto con l'influenza, mentre a Roma, in alcuni istituti le assenze toccano il 50%. Per il momento, comunque, nessun istituto è stato chiuso per il virus H1N1.

giovedì 29 ottobre 2009

IL CERVELLO VIEN SUONANDO

Chitarra, pianoforte, flauto. Non importa lo strumento che avete scelto per vostro figlio o che lui stesso ha scelto di suonare. Ciò che conta è che coltivi al meglio la passione per la musica, perché un domani, non solo sarà in grado di destreggiarsi con il pentagramma (cosa che non tutti sapranno fare), ma potrà anche godere di un quoziente intellettivo più elevato della norma. Non per niente molti componenti del Mensa (associazione internazionale di cui fanno parte solo persone con un QI superiore a 148), si sono dedicati (e spesso ancora si dedicano) alla musica. Sono queste, in sostanza, le conclusioni di uno studio condotto da scienziati dell’Università di Zurigo. Gli esperti hanno visto che il cervello di chi impara a suonare la chitarra o il pianoforte (ma anche tutti gli altri strumenti), subisce un cambiamento positivo dal punto di vista strutturale e cognitivo: rispetto a quello di chi non suona nulla, infatti, diviene più grande, più ricettivo, in pratica più efficiente. Dal punto di vista intellettuale è emerso che, in media, il quoziente intellettivo di chi pizzica le corde di una chitarra o soffia nelle meccaniche di una tromba, aumenta di 7 punti. Il fenomeno riguarda indistintamente grandi e piccini e provoca, inoltre, un miglioramento complessivo dell’attività cerebrale, che si ripercuote su una maggiore capacità di accumulare informazioni (non solo musicali) e di memorizzare fatti ed eventi.
Oltretutto, imparando la musica, si controllano meglio le emozioni. Lutz Jancke, psicologo dell’Università di Zurigo, dice che «imparare uno strumento porta a un incremento del QI intellettivo di bambini e adulti». Riguardo agli over 65, di solito poco propensi a cimentarsi in nuove attività, è emerso che basta suonare uno strumento per un’ora alla settimana per 4 o 5 mesi per modificare, in meglio, l’“architettura” del cervello. Coinvolte in questo cambiamento anche aree legate al coordinamento degli arti, spesso deficitarie in chi è più in là con gli anni. «Per quanto riguarda invece i bambini» continua Jancke «si è visto che chi si dedica allo studio del pianoforte è più disciplinato ed è in grado di organizzarsi e di concentrarsi meglio degli altri». In sostanza, precisa lo studioso, i piccoli che suonano qualche strumento, a lungo andare, diventano più brillanti e più svegli dei coetanei attratti da altre occupazioni. Ma l’importanza di imparare a suonare uno strumento non finisce qui. Lo studio svizzero ha messo in evidenza che questa attività facilita addirittura l’apprendimento delle lingue straniere, e il senso di empatia verso chi ci circonda: «Tutto parte dal presupposto che studiando accordi e tonalità diviene più semplice tenere a mente frasi e parole e quindi lingue straniere» spiega lo scienziato d’oltralpe. «Inoltre i piccoli che imparano a suonare uno strumento, riescono, ascoltando semplicemente il tono di voce di una persona, a inquadrarne lo stato d’animo e a intuirne, quindi, esigenze e pensieri». Risultati analoghi a quelli di Jancke sono stati ottenuti recentemente anche da Glenn Schnellenberg, psicologo dell’Università di Toronto. In questo caso lo scienziato ha sottoposto a una serie di test 144 bambini di 6 anni, suddividendoli in quattro gruppi. Alla fine si è visto che il QI migliorava soprattutto nel gruppo di bambini che aveva studiato musica. A questo punto secondo gli studiosi è necessario andare avanti con la ricerca per capire come e quando la musica può essere utilizzata anche in campo medico. Il passo successivo, quindi, sarà quello di affiancare lo studio di uno strumento musicale nelle terapie per la riabilitazione neurologica - legata, per esempio, a persone che hanno subìto ictus - o nella lotta all’Alzheimer.


(Pubblicato su Libero il 29 ottobre 09)