giovedì 2 maggio 2019
Nueva Vida: la scoperta delle più grandi caverne bergamasche
Il meccanismo chimico è
lo stesso: prendi un po’ di acqua con disciolta una sostanza acida e
versala su una superficie calcarea e vedrai la roccia andare in frantumi. Nel
Carso avviene quotidianamente. Foibe e doline sono l’esempio classico di questa
azione erosiva dell’acqua. Ma non sono solo le affascinanti colline al di là di
Trieste; anche la catena prealpina è contrassegnata da questo tipo di roccia, e
dunque da fenomeni legati al carsismo. Il Resegone e le Grigne sono pieni di
guglie e grotte derivanti da processi simili di alterazione rocciosa. E anche
un po’ più in là verso il cosiddetto Sebino occidentale, un’area di circa cento
chilometri quadrati compresa tra il lago di Iseo e il lago di Endine, in valle
Cavallina. Dove gli speleologi stanno facendo luce su uno dei sistemi carsici
sotterranei più imponenti del Belpaese. “Per via di uno spiffero d’aria
scoperto a Fonteno, un paese della bergamasca di nemmeno mille abitanti”, dice
Maurizio Greppi, presidente dell’associazione Progetto Sebino. “Lo abbiamo
battezzato abisso Bueno Fonteno, in segno benaugurale, dopo esserci resi
conto di una voragine che sprofondava nel sottosuolo, apparentemente senza
fondo”. Alla scoperta dell’abisso Bueno Fonteno è seguita quella di Nueva
Vida. Altra girandola negli inferi. Il 1 settembre 2013 la prova del
collegamento fra i due complessi: “Da mesi ipotizzavamo un passaggio fra le
grotte”, dice Greppi. “Così siamo entrati da Nueva Vida per poi affacciarci,
dopo una entusiasmante esplorazione, su uno degli ambienti più pittoreschi di
Bueno Fonteno, il salone Portobello”. È un’immensa stanza sotterranea
potenzialmente capace di ospitare un palazzo di venti piani. Non
l’unica sorpresa emersa da questo incredibile mondo situato nelle viscere
del Sebino Occidentale, con profondità massime che superano i
cinquecento metri. Gli speleologi hanno individuato gallerie mastodontiche,
dove un camion o un bus non avrebbero problemi a passare. Pozzi profondi 170
metri, impossibili da illuminare con le comuni torce. E impensabili collegamenti
con le sorgenti carsiche che circondano l’area, talvolta utilizzate per il
rifornimento di acqua potabile. Sorpresa, infine, per il
collegamento idrogeologico con l’Acquasparsa di Grone, altro
piccolo centro in provincia di Bergamo, identificato solo poche settimane
fa. Complessivamente sono una trentina i chilometri di caverne esplorati e
mappati. “Da una parte traguardi che ci fanno sussultare”, afferma Greppi,
“dall’altra la consapevolezza di conoscere solo una minima parte della realtà
carsica sotto esame”. L’acqua analizzata nelle grotte è tendenzialmente
alcalina (con un pH maggiore di 7), per via dell’alta concentrazione di
carbonati. La temperatura media è intorno ai 9,7 gradi centigradi. L’ambiente –
supponendo lunghe permanenze - è incompatibile con la vita di un essere umano,
ma non con quella di molti invertebrati. Gli zoologi hanno classificato
coleotteri, collemboli e millepiedi. I crostacei vivono dove l’acqua è più
profonda: gli appartenenti al genere monolistra assomigliano ai porcellini di
terra e sono lunghi pochi millimetri. Abbondanti i nematodi, vermicelli a loro
agio nelle zone più fangose e potenti predatori di altre specie analoghe. Il
futuro? La scoperta potrebbe avere ripercussioni importanti, di natura
economica e sociale. Nelle grotte italiane, di fatto, scorre una quantità di
acqua sufficiente a soddisfare il doppio del fabbisogno idrico di ciascuno di
noi. Acqua di buona qualità. “Ma dobbiamo fare ancora chiarezza su
molti aspetti”, dice Greppi, “capire quanta acqua scorre nel cuore del
complesso carsico, come si muove e con quali dinamiche. Da qui si
potrà eventualmente partire per implementare la rete
acquedottistica”. Ragionando anche sulle problematiche concernenti
l’effetto serra. Oggi estese aree della Sicilia e del sud Italia sono semi
aride, e fra non molto il processo di desertificazione potrà riguardare anche
le regioni settentrionali. “Ecco perché è necessario investire nella ricerca”,
continua Greppi, “puntando sulle competenze e la passione degli speleologi”.
E non solo. Impegnati nell’approfondimento delle caratteristiche geodinamiche
dell’area carsica del Sebino, ci sono, infatti, altri due importanti enti: “Il
Lions Club Val Calepio e Valle Cavallina e la società che gestisce il servizio
idrico integrato in provincia di Bergamo, Uniacque Spa; entrambi hanno
raccolto la sfida di sostenere in maniera concreta le ricerche”. Così è
stato battezzato “100 km di Abissi”, un pionieristico progetto di ricerca che
si prefigge di stimare con buona approssimazione, nel giro di qualche anno, un
vero e proprio bilancio idrico dell’area carsica, avvalendosi della consulenza
del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pavia. “È quantomeno
riduttivo, se non anacronistico continuare a considerare le grotte principalmente
come delle attrazioni turistiche”, conclude Greppi. “Se sussistono le
condizioni e i presupposti, ben vengano, ma senza mai scordarsi che le grotte
vanno considerate in primis per quello che realmente
sono: gli impianti idraulici delle nostre montagne”.
A un passo dalla fusione nucleare (sulla Terra)
Difficile prevedere come varierà
la popolazione a livello mondiale, ma è certo che se aumenterà sarà
fondamentale essere in grado di sviluppare nuove forme di energia per
soddisfare le esigenze di tutti. Carbone e petrolio stanno finendo e le
rinnovabili fanno fatica a decollare. Ecco perché l’attenzione degli scienziati
è rivolta all’ipotesi di fare avvenire sul nostro pianeta, quel che accade normalmente
nel cuore delle stelle. La fusione nucleare è un processo che consente la
produzione di immani quantitativi di energia ma avviene solo a temperature
elevatissime. Appunto, nel cuore di una stella, dove si arriva ai milioni di
gradi centigradi. L’alternativa sono centri di produzione energetica come l’Iter
francese (da International Thermonuclear Experimental Reactor) che promette di arrivare
a tanto entro il 2030. Oggi, però, abbiamo già ottenuto un bellissimo
risultato: un processo energetico di fusione nucleare che si è protratto per
cento secondi. Non in Francia, dove Iter vedrà la luce, ma in Cina, a Hefei,
città a est del Paese. “Perché il costo del progetto è esorbitante”, dice
Bernard Bigot, direttore generale di Iter, “e non può prescindere dalla
collaborazione duratura e proficua fra molti paesi”. In Cina è già da un po’ che
si effettuano esperimenti per poter avviare la fusione nucleare in Europa. È infatti
in azione il reattore sperimentare East (Experimental Advanced Superconducting
Tokamak), una sorta di “sole artificiale”, tarato per raggiungere temperature
estreme, impossibili da sostenere per le dinamiche terrestri. Lo scorso
novembre il primo importante step: con il raggiungimento di una temperatura di
cento milioni di gradi. Ora il traguardo di essere riusciti a prolungare questa
condizione per più di un minuto e mezzo. Record, e grandi prospettive per il
futuro: “Con questa macchina straordinaria, speriamo di contribuire in modo
determinante allo sviluppo del primo impianto per l’energia nucleare derivante
dalla fusione”, racconta Song Yuntao, fra i leader del progetto East. Siamo solo
all’inizio. Perché, costi a parte, la finalità è quella di arrivare a 150
milioni di gradi per un tempo indefinitivamente lungo. Sennò l’energia non
arriva. Ma è questa, senza dubbio, la strada da seguire. E per il 2025 potremmo
davvero essere a buon punto; in Cina, ma anche nel reattore di
Saint-Paul-lès-Durance. In Francia si arriverebbe così a imitare quel che
accade normalmente negli astri, e che non ha nulla a che vedere con la fissione
nucleare, se non per il coinvolgimento di specifiche realtà atomiche. Con la
fusione si mira, di fatto, a fondere i nuclei dell’elemento più leggero, l’idrogeno,
per ottenere atomi di elio, neutrini e soprattutto energia. Mentre la fissione
opera al contrario, coinvolgendo atomi molto pesanti che vengono bombardati
producendo energia. Le stelle funzionano con la fusione e quando avranno
bruciato tutto l’idrogeno finiranno per fondere gli elementi via via più
pesanti, fino al ferro, forse. La nostra stella ci offre l’esempio più
esplicito, dove ogni secondo 600 milioni di tonnellate di idrogeno vengono
trasformate in 596 milioni di tonnellate di elio: e come predicò Einstein per
il rapporto massa/energia si avrebbero pertanto quattro tonnellate di massa
tradotte in energia pura. Perché la fusione nucleare? Perché è molto più sicura
e redditizia della fissione. Non si correrebbero rischi come quelli di
Chernobyl; e in caso di malfunzionamento della centrale il processo si
esaurirebbe da solo, senza impattare sull’ambiente. Non ci sarebbero gas serra,
né produzione di pericolose scorie radioattive. Fra pochi anni la risposta
definitiva che potrebbe rivoluzionare il cammino del genere umano.
martedì 19 marzo 2019
Pronti al primo viaggio nel tempo?
Con il concetto di entropia
spieghiamo il senso dell’universo ma anche della quotidianità. Se un uovo cade
per terra frammentandosi in mille pezzi, sappiamo che non può tornare allo
stato originario; suggerisce che ogni cosa tende al cosiddetto “disordine”,
questa è l’entropia. Ma presuppone un altro parametro chiave: il tempo.
Unidirezionale. Il tempo passa e non torna più, così come l’entropia determina
il disordine di un sistema che non può più essere ripristinato. Sono concetti
di natura fisica e chimica, ancora avvolti da molti dubbi; ma con una certezza:
la nozione di tempo non è come l’abbiamo sempre immaginata. Ecco il succo del
lavoro compiuto da un team di scienziati russi, in Svizzera; capaci di far
tornare “indietro” il tempo, di una frazione infinitesimale, ma del tutto
realistica. Hanno preso in considerazione l’attività degli elettroni e l’hanno
sostituita con i qubit, vale a dire l’informazione quantistica, basata sui
quanti per memorizzare ed elaborare dati: i quanti sono “pacchetti di energia”
che spiegano la variazione di posizione degli elettroni ogni volta che vengono
in contatto con particelle come i fotoni della luce; i fotoni eccitano
l’elettrone che sale a un livello energetico superiore, per poi tornare allo
stato iniziale, perdendo energia. Per capirci meglio, immaginiamo un tavolo da
biliardo, prima dell’inizio di una partita, con il caratteristico triangolo di
bocce situato dalla parte opposta rispetto al giocatore che partirà per primo.
Questo è il punto zero elaborato dagli scienziati facendo funzionare un
computer quantistico. Nella fase due il qubit perde la sua stabilità variando
la sua posizione rispetto allo spazio (come accade con gli elettroni),
riconducibile al momento in cui la palla colpisce il triangolo sparpagliando
tutte le sfere. Dal livello zero si passa all’uno. Ora, sappiamo dalle leggi
dell’entropia, che tendendo al disordine, non si può più tornare indietro. E
invece nello step successivo si passa allo stadio iniziale, rispristinando (sempre
metaforicamente) la geometria delle biglie. Il test ha evidenziato che i qubit
tornavano allo stato iniziale nell’85% dei casi. Andrey Lebedev lavora all’ETH
Dipartimento di fisica di Zurigo, in Svizzera. È qui che ha condotto i suoi
esperimenti. Mettendo in luce qualcosa su cui si sta indagando da tempo, con un
test effettivamente accattivante; ma che nulla ha a che vedere con la reale
possibilità di viaggiare nel tempo. Nulla a che vedere con lo scienziato pazzo
di Ritorno al futuro, o con le odissee interstellari di Star Trek. Siamo ancora
nel campo delle probabilità scientifiche; e delle enigmatiche “perversioni” che
caratterizzano l’infinitamente piccolo; in contrapposizione all’infinitamente
grande dettato dalla relatività. E proprio Einstein sosteneva l’ambiguità del
tempo, perché in funzione del punto di vista dell’osservatore: la paradigmatica
storiella del gemello che parte per un viaggio nello spazio, torna a casa e scopre
il fratello molto più vecchio di lui, è eloquente. Il tempo è passato per uno,
ma non per l’altro. Poi è arrivato Schrodinger a stabilire che un gatto in una
scatola può essere sia vivo che morto: contemporaneamente. Questo nuovo
esperimento che parafrasa la meccanica quantistica, non fa altro che
riconfermare l’inesattezza del nostro pensiero collettivo; il tempo è un
concetto arbitrario che dipende strettamente dalla nostra percezione della
realtà. Molto probabilmente assai lontana dalla verità.
giovedì 31 gennaio 2019
La nascita del sesto continente
Alfred Wegener rese nota la sua
teoria nel 1912; rivelando al mondo che i continenti non sono immobili, ma si
muovono costantemente, sollecitati da forze provenienti dal sottosuolo. Morì
senza la soddisfazione di vedere la sua teoria confermata dall’intellighenzia
scientifica, tuttavia, ancora oggi, è grazie ai suoi studi che comprendiamo
fenomeni come quello verificatesi recentemente a pochi chilometri a nord di
Nairobi; costa orientale africana. Una famiglia riunita per cena, e all’improvviso
qualcosa che si smuove sotto i loro piedi. Pochi istanti e i commensali si
trovano separati in casa da una voragine profonda quindici metri e larga una
ventina di metri. Non ci sono feriti, ma i loro occhi sono a dir poco confusi:
la casa è stata sventrata e non hanno la più pallida idea di quel che sia
successo. Lo spirito di Alfred Weneger e i geologi sì: la frattura è il
risultato di un meccanismo geologico in atto da una trentina di milioni di anni
e che andrà avanti per altrettanti anni prima di trasformare l’Africa in una
realtà continentale completamente diversa da quella odierna. Il riferimento è
alle placche tettoniche, zolle rigide della crosta terrestre che interagiscono
fra di loro, scontrandosi o allontanandosi. Sono otto quelle principali, e in
corrispondenza di quella africana, c’è quella somala che si sta allontanando da
quella madre. Un movimento costante, che prelude alla formazione di un nuovo
oceano, analogo a quello Atlantico. Il cuore della Terra ribolle e il calore si
espande in superficie tramite movimenti convettivi, a loro volta alimentati dal
nucleo; dove le temperature arrivano a 4mila gradi centigradi. L’apoteosi del
dinamismo terrestre, evidente proprio in questo punto del Continente Nero, dove
possono consolidarsi quadri tettonici con la formazione improvvisa di voragini
nel sottosuolo, anche in assenza di attività sismica. Benché le cose, in
quest’ultimo frangente, non siano andate esattamente così. La voragine in
realtà c’era già, ma era nascosta da spessi strati di materiale vulcanico,
proveniente probabilmente dalle eruzioni del vicino Longonot, stratovulcano a
sud est del Lago Naivasha. Le fessurazioni del terreno sono state riempite
negli anni da ceneri e lapilli, tanto da omogeneizzare la superficie del suolo;
che, tuttavia, è rimasta suscettibile alle forti precipitazioni. Può infatti
bastare un periodo di piogge intense per riportare in evidenza il problema,
attraverso processi di erosione: l’acqua percola gli anfratti rocciosi,
rimettendo in luce spaccature formatesi milioni di anni fa. Non a caso la Rift
Valley, che segna l’Africa per 3.500 chilometri, coinvolgendo Somalia, Etiopia,
Kenya e Tanzania, esiste da prima che l’uomo potesse fare la sua comparsa sulla
Terra. Che per pura coincidenza mosse i primi passi proprio in questa area del
pianeta. Sono ancora note le gesta del paleantropologo Donald Johanson e della
sua equipe quando al suono di Lucy in the sky with diamonds, (celebre canzone
dei Beatles), venne scoperta la mamma di tutti noi: una femmina di
Australopithecus afarensis, vissuta in Etiopia 3,2 milioni di anni da. Da lei è
probabilmente partito il ramo evolutivo che ha dato origine prima all’Homo
habilis, poi all’erectus, all’heidelbergensis e quindi al Cro-Magnon, la nostra
specie. Dove visse Lucy, la terra si sta letteralmente spaccando in due, preambolo
alla formazione di un nuovo continente. Sarà quello che si svilupperà fra 30-40
milioni di anni, e che finirà per spingersi verso l’India, modificando in modo
irreversibile i connotati dell’oceano Indiano. Le placche, di fatto, possono
essere di due tipi: divergenti e convergenti. In questo caso l’azione contempla
quelle divergenti. Allontanandosi, Africa continentale e placca somala,
determinano un affossamento, che finirà per ospitare una dorsale oceanica; in
pratica, una catena montuosa sottomarina da cui fuoriesce magma, determinando
la formazione di nuova crosta. Antitesi alla zona di subduzione (come quella che
sorge in corrispondenza della Fossa delle Marianne, il punto oceanico più
profondo del globo); dove la crosta terrestre viene invece riciclata, per via
di processi geologici che portano all’approfondimento di masse rocciose che
finiscono per rientrare nel ciclo litogenetico. Del resto è noto che la Terra
non è mai stata uguale a sé stessa e che dalla notte dei tempi cambia le sue
caratteristiche geografiche. A 290 milioni di anni fa risale la Pangea, il
super continente che interessò la Terra prima di spezzarsi in Gondwana e
Laurasia e gettare le basi per la realtà attuale. Ma ancor prima, un miliardo
di anni fa, ci fu Rodinia, un'altra imponente massa continentale, che segnò le
sorti del mondo per quattrocento milioni di anni. Dunque la grande frattura africana
emersa in questi giorni, riconducibile alla Rift Valley, non fa che confermare
questa tendenza del pianeta a creare super continenti che poi si separano per
dare origine a masse più piccole, in un perenne gioco di forze e frizioni manovrate
dal nucleo e dal mantello. E domani? Sarà lo stesso. Pangea Ultima sarà infatti
il nuovo supercontinente che si formerà fra 250 milioni di anni quando Africa e
Sud America si saranno allontanate così tanto da indurre allo scontro Nord
America e Asia, sancendo la nascita di un nuovo immenso oceano.
L’inversione del
campo magnetico
Cambia la posizione dei
continenti, ma anche le caratteristiche del campo magnetico terrestre. Si sta
progressivamente indebolendo e fra non molto potrebbe invertirsi. La notizia
gira da un po’ di tempo, ma in questi giorni, a circa 3mila metri di
profondità, sotto l’Africa meridionale, è stato registrato un grave calo della
sua potenza. Gli esperti dell’Università di Rochester indicano un’area –
l’African Large Low Shear Velocity Province – caratterizzata da rocce dense che
starebbero influenzando la concentrazione del ferro fuso presente nel cuore del
pianeta; alla base della forza espressa dalla magnetosfera. Nel passato ci sono
già state inversioni del campo magnetico terrestre, ma l’evento di oggi
potrebbe provocare più problemi, per la presenza dell’uomo. Si temono infatti
le particelle provenienti dal vento solare, potenzialmente letali per ogni
vivente.
I misteri del
nucleo terrestre
Finora non è stato possibile
studiare direttamente il cuore del pianeta. Le trivellazioni non superano i
dieci chilometri di profondità e dunque la geologia interna del pianeta si può
solo ipotizzare. La parte più esterna è rappresentata dalla crosta terrestre,
più sottile a livello oceanico, e più spessa in corrispondenza delle aree
continentali. In questa sede convergono le celle convettive che partono dal
mantello e permettono il continuo movimento delle zolle. Il mantello è diviso
in esterno e interno e arriva a 2.900 chilometri di profondità. Il resto, fino
a 6.370 chilometri, è appannaggio del nucleo terrestre. Si pensa che il nucleo
esterno sia di natura liquida, quello interno di natura solida. Le ultime
ricerche condotte dai geofisici della Case Western Reserve University parlano
di eccezionali quantità di ferro, dove le temperature superano i 5mila gradi
centigradi.
Le zolle stagnanti
A proposito di placche
continentali, giunge una notizia dall’Università della California, dove gli
studiosi hanno messo in luce la realtà delle cosiddette “placche stagnanti”. Il
riferimento è a zolle rocciose che in seguito alla subduzione, anziché
guadagnare gli strati più profondi del pianeta, rimangono come “sospese” fra
mantello e crosta terrestre. Le analisi indicano la presenza di aree mantellari
poco viscose che, in pratica, impedirebbero alle rocce soprastanti di
approfondirsi ulteriormente. Un fenomeno che avverrebbe in milioni di anni e
che probabilmente, col tempo, potrebbe rimettere in gioco le zolle stagnanti, che
verranno disintegrate dal calore terrestre. Intanto prendiamo atto del fatto
che la tettonica a zolle decantata da Wegener è in realtà molto più complessa
di quello che si pensava.
giovedì 27 dicembre 2018
Etna, Stromboli, Marsili. Che succede?
Che la geologia italiana sia
piuttosto bizzarra, è ormai noto anche ai non addetti ai lavori. Ma era da
tempo che non si verificavano così tanti episodi contemporaneamente: terremoto,
eruzione dell’Etna, attività dello Stromboli. Cosa sta succedendo? Sfatiamo
subito un vocio che si fa insistente nelle ultime ore: il nesso fra i tre
episodi non esiste, o meglio, esiste solo per le prime due situazioni, mentre
lo Stromboli è un mondo a sé. Anche se, nell’insieme, rappresentano una delle
aree sismologicamente più attive del pianeta.
Legate al progressivo scontro che sta avvenendo fra la placca
euroasiatica e quella africana. Per ciò che riguarda l’Etna, sotto osservazione
è una faglia conosciuta, e da tempo monitorata: la faglia di Fiandaca. Quando
l’energia sprigionata dalle viscere della Terra parte da lì, sismologi e
vulcanologi rizzano le antenne. Non per incutere paure inutili, ma perché si sa
che in quel punto le masse rocciose sono in continuo assestamento. Il rimando è
al 1984, quando un evento sismico provocò un morto a Zafferana Etnea. Oggi,
però, il timore è che questi sussulti possano anticipare l’apertura di nuove
bocche a quote minori, rispetto al cratere principale. L’Etna ribolle da
sempre, ma nel 1984 si susseguirono due forti scosse, una del settimo e una
dell’ottavo grado della scala Mercalli; e provocarono ingenti danni; con la
distruzione pressoché totale della frazione di Fleri, piccolo centro a ventidue
chilometri da Catania. Non è l’unica faglia che gracchia sotto il più grande
vulcano d’Europa. Ce ne sono numerose. La faglia Pernicana a Nord e il
cosiddetto “sistema delle Timpe” a Sud, rappresentano i punti nevralgici del
quadro tettonico siciliano. Gli studiosi fanno inoltre notare che, in media,
ogni quindici anni, si verificano gravi danni intorno all’area del vulcano,
gravissimi ogni trenta. Esiste, dunque, una certa ciclicità, che risponde ad
accumuli standardizzati di energia nel sottosuolo, che a ondate periodiche,
vengono rilasciate in superficie. Questa volta l’ipocentro è stato registrato ad
appena un chilometro di profondità. Com’è tipico dei terremoti
vulcano-tettonici, legati alla risalita di magma dal cuore del pianeta. Fenomeni
iniziati qualche giorno fa. Preceduti, appunto, da un lungo sciame sismico. E
poi la frattura eruttiva nella zona del cratere sud-est, con deflagrazioni e
conseguente innalzamento di una vasta nube di cenere. Manifestazioni geologiche
che, in ogni caso, non sono direttamente collegate con lo Stromboli e tantomeno
con la frana sottomarina del vulcano Krakatoa, dall’altra parte del mondo; che
ha causato decine di vittime in Indonesia il 22 dicembre. Del resto lo
Stromboli ha una natura completamente diversa dall’Etna. Si trova in una zona geotettonica
differente, ed è caratterizzato da un vulcanismo di tipo stromboliano;
tipicamente esplosivo, vagamente simile a quello del Vesuvio, mentre l’Etna è
di tipo effusivo ed è più facile da gestire (per via di magmi più basici). Il
vulcano delle Eolie ha ripreso la sua attività con lancio di lapilli, e lo
stato di allerta è passato dal verde al giallo. Anche in questo caso, c’è un
po’ di preoccupazione, ma la situazione è sotto controllo. L’eruzione sta
avvenendo in corrispondenza della base meridionale, dove si è aperto un nuovo
cratere. Non ha relazione con l’Etna. Piuttosto potrebbe averle con il più
vicino Marsili. Poco conosciuto, la sua bocca principale si trova a circa
quattrocento metri sotto il livello del mare. In pieno Tirreno. Gli studiosi lo
conoscono da meno di cento anni, ma sanno che dallo scorso anno la sua attività
sismica si è riaccesa. I terremoti sono diventati più frequenti, e spaventa l’idea
di un’eruzione sottomarina potenzialmente in grado di sviluppare uno tsunami in
grado di raggiungere le coste nazionali in meno di mezzora.
mercoledì 26 dicembre 2018
Tsunami in Indonesia: ecco i motivi
Il riferimento è a una delle aree
sismiche più sensibili del pianeta: quella che mette in comunicazione Sumatra
con l’isola di Giava. Qui la piattaforma della Sonda, una sorta di
prolungamento dell’Asia continentale, si scontra con la placca del Pacifico, formando
e distruggendo nuova crosta terrestre. Secondo un principio consolidato che
spiega la genesi dei continenti, maturato dallo scienziato tedesco Alfred
Wegener nel 1912. In particolare, il vulcano battezzato Anak Krakatau (figlio
del Krakatoa), è quel che rimane di una gigantesca esplosione vulcanica
avvenuta nel 1883; e che causò un boato udibile fino a 5mila chilometri di
distanza, generando uno tsunami con onde alte quaranta metri, in grado di
raggiungere la velocità di 300 chilometri all’ora. L’episodio di ieri è stato
meno imponente, ma comunque catastrofico. Con onde alte venti metri e probabili
frane sottomarine. Non si spiegherebbe altrimenti il silenzio dei sismografi
che inizialmente avevano suggerito un generico innalzamento del livello marino,
riconducibile a un comune evento mareale. E invece non è stato così. Non ci
sono ancora conferme, ma di fronte a un simile aumento del livello delle acque,
il problema potrebbe essere imputabile proprio a movimenti rocciosi
sottomarini, non registrati dai sismografi. O addirittura potrebbe essere stata
la combinazione simultanea di entrambi i fenomeni, alta marea e frana
sottomarina, affiancati da una condizione atmosferica favorevole al movimento
delle acque verso la terraferma. La tesi della frana sottomarina è sposata
anche dagli scienziati della Sapienza di Roma; che riferiscono di un caso
simile registrato nel 2002 alle pendici dello Stromboli, nel Tirreno, con onde
alte dieci metri; provocato appunto dal collasso di materiale roccioso. Parrebbe,
in compenso, escluso l’evento sismico. Gegar Prasetya, cofondatore del Tsunami
Research Center, in Indonesia, asserisce che sabato non ci sia stato alcun
terremoto, e che dunque l’unico responsabile dell’evento naturale potrebbe
essere il vulcano Anak Krakatau. “L’eruzione deve avere reso instabile i pendii
del vulcano, e probabilmente un fianco della montagna è crollato su se stesso”,
dice Prasetya. E non si esclude che eventi del genere possano essersi
verificati nel passato recente, quando le coste non erano ancora occupate da
abitazioni. Controverso il parere di Rudi Suhendar, responsabile dell’Agenzia geologica
dell’Indonesia. Secondo lo scienziato non c’entrano né il terremoto, né il
vulcano, ma solo le condizioni metereologiche. Si appella al fatto che negli
ultimi giorni sia caduta nel sud est asiatico molta pioggia, che potrebbe avere
in qualche modo innescato l’onda anomala. In queste ore, proprio a causa del
maltempo, stanno proseguendo con fatica le ricerche, per dare un senso a questo
nuovo episodio catastrofico in una zona già pesantemente martoriata dalle
bizzarrie della natura. Rimando non solo al clamoroso boato di fine Ottocento,
ma anche a continui fenomeni tellurici ed eruttivi che contraddistinguono il
vulcano dagli anni Cinquanta a oggi. Si stima che la montagna cresca di tredici
centimetri alla settimana; confermando il grande dinamismo della crosta
sottostante. Influenzata dai movimenti del mantello, che comunicano con
l’esterno attraverso moti convettivi, che spingono verso l’alto il magma. Dal
2007 si può dire che il vulcano non stia fermo un attimo. Liberando in
continuazione gas, ceneri e lapilli. Da tempo gli scienziati suggeriscono di
mantenersi ad almeno tre chilometri di distanza dal vulcano. Ieri, l’ultima
drammatica sentenza dell’Anak Krakatau.
La verità sulla "stella" cometa
Natale, uguale stella cometa. Ma
come sempre l’immaginario collettivo, la tradizione, mal si sposa con il
pensiero scientifico, con l’astronomia, in questo caso. Le comete non sono
stelle, sono corpi rocciosi rivestiti di ghiaccio che girano intorno al sole
seguendo orbite fortemente ellittiche. Si dice che fu un corpo del genere a
indicare ai re Magi la grotta nella quale Gesù venne al mondo. I dubbi, però, permangono.
La cometa di Halley transitò nel 12 a.C., ma il Messia nacque almeno cinque
anni dopo; e non risultano altri passaggi simili negli anni successivi. Si è giunti
così all’esplosione di una supernova e poi all’allineamento di alcuni
importanti pianeti del sistema solare. Alla fine non c’è tesi che convinca
tutti. E allora ancora una volta, in occasione delle festività natalizie, ci
piace continuare a far finta che non esista un’opinione scientifica, e così
rivivere le atmosfere che da secoli rappresentano il sapore natalizio, almeno
per i paesi occidentali. Sul piano della ricerca, però, è cambiato molto da
quando il teologo Emanuel Swedenborg e il filosofo Immanuel Kant tentarono per
primi di dare un senso alla genesi del sistema solare; riferendo di un proto
sole, derivante da un collasso gravitazionale di materia, una nebulosa
stellare. Le comete non le avevano contemplate, ma oggi sappiamo che proprio
queste ultime rappresenterebbero gli oggetti più antichi dell’angolo di cosmo
che ci ospita. Gli studiosi riferiscono della misteriosa nube di Oort, situata
a circa 50mila unità astronomiche dal sole (un’unità astronomica corrisponde a
150 milioni di chilometri). Difficile poterla studiare nei dettagli, ma
l’ipotesi più plausibile è che possa essere assimilata a una sorta di deposito
cometario. In pratica è da qui che partirebbero le comete. O meglio, è da qui
che, per dinamiche non ancora del tutto chiarite, come particolari
perturbazioni gravitazionali della Via Lattea, uscirebbero dai binari
tradizionali per puntare verso il sole; dove, come è noto, per via del calore, verrebbero
completamente trasformate in palle di ghiaccio con la coda. Dallo strato più
esterno della nube di Oort, partirebbero le comete a lungo periodo, che girano
intorno alla nostra stella in più di duecento anni, in certi casi in milioni di
anni. Dallo strato più interno, detto anche nube di Hills, che finisce per
fondersi con la fascia di Kuiper (altro serbatoio cometario), quelle a corto
periodo, con rivoluzioni inferiori ai duecento anni; la cometa di Halley, che
giungerà di nuovo alle nostre porte nel 2061, è ascrivibile a questa categoria.
E ci sono casi estremi di comete con periodi ancora più brevi: come la cometa
di Encke che compie un completo giro intorno al sole ogni 3,3 anni. Risultati
figli di calcoli matematici e dell’azione dei telescopi. Benché da una quarantina
di anni si abbia fatto di meglio. Come atterrare, letteralmente, su una cometa.
È l’esperienza maturata dalla missione Rosetta. Portata a termine da un paio di
anni. Con essa, l’Agenzia Spaziale Europea, ha preso d’assalto la cometa
67P/Churymov-Gerasimenko; con un periodo orbitale di 6,45 anni, e dunque
semplice da tenere sotto controllo. Il lander Philae ha assolto l’arduo
compito, staccandosi dalla sonda Rosetta, e di fatto mettendo in pratica il
primo accometaggio della storia. Un’operazione di alta ingegneria spaziale.
Philae ha infatti abbandonato la sonda madre a 22,5 km di distanza dalla
cometa, colpendola alla velocità di 1 km al secondo. Numeri infinitesimali
(almeno in termini spaziali), che provano i notevoli progressi della ricerca
cosmologica. Compito del lander, l’analisi della composizione della cometa, comprese
particelle lunghe dieci micron (un millesimo di millimetro) e la scoperta di
dinamiche legate al suo costante movimento intorno al sole. Si è visto che la
polvere rilasciata dal corpo spaziale è costituita per il 50% da anidride
carbonica e ossido di carbonio. Molecole individuate anche sulla cometa di
Halley. Ci sono poi i silicati, composti molto abbondanti anche sulla Terra. E
soprattutto tracce di amminoacidi. Di cui – nonostante le indicazioni della
missione Stardust della Nasa, che per prima scrutò le polveri cometarie – solo
ora abbiamo la prova tangibile. Si tratta dell’amminoacido glicina, il più
semplice dei venti esistenti, fondamentale per le proteine animali. Indicazione
importante a favore della tesi della panspermia, secondo la quale le prime
molecole organiche che hanno generato la vita, arrivarono dallo spazio. Il
futuro? Si continuerà a fare luce sui misteri delle comete nei laboratori di
mezzo mondo, ma per sapere della prossima importante missione spaziale,
bisognerà aspettare il prossimo anno. Al vaglio della Nasa, infatti, ci sono
due possibilità: l’esplorazione di Titano, satellite di Saturno; o il ritorno
sulla cometa 67P, tramite una sonda progettata nell’ambito della missione Comet
Astrobiology Exploration Sample Return (Caesar), gestita dal Goddard Space
Flight Center. Scopo dell’iniziativa, che non potrà attuarsi comunque prima del
2020, portare sulla Terra dei campioni di cometa, e così mostrare i cambiamenti
subiti da questi corpi durante i passaggi vicino al sole; e sulla quantità di
acqua presente, altra molecola fondamentale per l’abiogenesi.
La cometa di Natale
Perplessità a parte, capita a
pennello una cometa in questi giorni; che tutti possiamo osservare a occhio
nudo, puntando lo sguardo verso l’alto. Si chiama 46P/Wirtanen, e si trova a
soli 18 milioni di chilometri dalla Terra. Il 12 dicembre raggiungerà la minima
distanza dal sole e il 16 sarà a un passo dal nostro pianeta (11,5 milioni di
km di distanza). Solo il piccolo inconveniente della Luna, che farà molta luce
rischiando di compromettere la visibilità (il 22 è prevista luna piena).
Dicembre sarà un mese propizio anche per le stelle cadenti (che in realtà non
sono stelle ma meteoriti). Le Geminidi, nella costellazione dei Gemelli, non
hanno nulla da invidiare alle Persiadi che durante la notte di San Lorenzo, ad
agosto, rischiarano i nostri cieli, promettendo di esaudire l’ultimo nostro
desiderio.
E quella
extrasolare
Ancora più affascinanti,
comunque, sono le comete che provengono da un’altra stella. È il caso di
Oumuamua, avvistata per la prima volta nell’ottobre 2017, grazie all’azione del
telescopio Pan-Staars 1. Le analisi hanno mostrato una cometa lunga ottocento
metri, potenzialmente dieci volte più luminosa di quelle presenti nel sistema
solare. Secondo gli studiosi, Oumuamua, avrebbe viaggiato nel cosmo per milioni
di anni, prima di essere “captata” dalla gravità solare. Astronomical Journal
riferisce di un corpo caratterizzato dalla capacità di espellere gas a grande
velocità; ottenendo una forte spinta propulsiva, concettualmente assimilabile
al lavoro compiuto dai motori dei razzi.
L’irrazionalità del
passato
Secoli fa non potevamo saperne
delle comete; e quindi si cercava di spiegarle associandole a qualcosa di
soprannaturale. Il loro arrivo doveva sempre essere legato a un avvenimento
particolare. La cometa dei vangeli è solo una fra le tante. I primi rimandi
alla quotidianità risalgono probabilmente agli assiro-babilonesi, che iniziarono
seriamente a scandagliare il cielo. Poi altri popoli dell’antichità come i
caldei e gli egizi. Con i greci si tentò di dare a questi oggetti cosmici un
senso razionale, e le comete vennero considerate alla stregua di pianeti un po’
particolari. Nel medioevo si torna alla superstizione. Milano, anno 1316. Il
cielo ospita una misteriosa luce. È una cometa, e di lì a poco scoppierà la
peste.
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