mercoledì 7 luglio 2010

Epidemiologo USA svela i segreti della sindrome del Golfo

La sindrome del Golfo? È una malattia a tutti gli effetti, spiegabile anche dal punto di vista scientifico. Lo rivela l’epidemiologo Robert Haley dell’Università del Texas, USA. L’esperto ha verificato che nel sangue degli ex combattenti coinvolti nella guerra del ’91 contro il regime di Saddam Hussein è presente un particolare enzima, che viene prodotto naturalmente dall’organismo per distruggere i composti simili al gas sarin. Secondo l’autore molti soldati avrebbero subito l'azione dell'arma chimica sotto la soglia d’allarme che avrebbe permesso di rendersi effettivamente conto del problema e da qui poter prendere precauzioni immediate. Nonostante le ipotesi avanzate dall’epidemiologo texano i governi inglese e americano ancora non si sbilanciano, e preferiscono mantenere la linea tenuta finora la quale afferma che le truppe coinvolte negli scontri della prima Guerra del Golfo non abbiano mai avuto a che fare con simili armi. Il composto peptidico individuato da Haley risponde al nome di “paraossonasi”. Gli studi di Robert Haley sono stati anticipati dalla rivista scientifica New Scientist e pubblicati anche dallo United States Departement of Veterans Affaire. In una nota si legge che “una rilevante proporzione di veterani del Golfo soffre di patologie sistemiche non spiegabili in base allo stress del conflitto o a malattie psichiatriche”. Per sindrome del Golfo si intende tutta quella serie di disturbi concernenti problemi cognitivi, dolori articolari, mal di testa, senso di affaticamento, sintomi lamentati dai reduci della prima guerra del Golfo in misura sensibilmente superiore rispetto ai reduci di altre guerre.

martedì 6 luglio 2010

Non lavorano, non studiano, non si formano. Sono i "Neet", la nuova casta di nullafacenti


Non studiano e non lavorano. In pratica non fanno nulla. È la nuova generazione di giovani e giovanissimi che si sta facendo sempre più "strada" nella società. Sono individui che esasperati dalla caccia al lavoro (che non c'è) e dalla rincorsa a un titolo di studio (che poi non servirà niente) si mettono l'anima in pace e decidono di passare - senza troppi crucci - la giornata sul divano, al bar, davanti al pc navigando su internet, in attesa di tempi migliori. Secondo le statistiche solo in Italia ce ne sono almeno due milioni: dal 1983 sono cresciuti del 28,9%. Il riferimento è, dunque, a under trenta, perlopiù maschi, fra i 15 e i 29 anni, rappresentanti del cosiddetto Neet, Not Education, Employment, Training (non lavorano, non studiano, non si formano), da non confondere con i "bamboccioni" tradizionali, che evitano qualunque spreco di energia "per inerzia" e apatia. Se n'è iniziato a parlare nel Regno Unito. Ora il fenomeno contraddistingue anche Giappone, Cina, Corea del Sud e Italia, dove, a quanto pare, sono molti i giovani che sembrano gradire "il dolce far niente", pur consapevoli di andare incontro a una vita di rinunce e privazioni. Nel Belpaese i Neet battono nazioni come Bulgaria e Romania. L'allarme è stato lanciato anche dalla Confederazione europea delle associazioni giovanili. Secondo gli esperti "il credit crunch rischia di trasformarsi in uno youth crunch, ossia in una vera e propria morsa 'stritola-giovani'". Naturalmente i Neet non si sognano nemmeno la famiglia - come farebbero a mantenerla? - e continuano quindi a vivere con mamma e papà, passando da una storia sentimentale all'altra, senza mai spiccare il volo verso la maturità. Un rapporto Istat dice che nel 1983 la quota dei 18-34enni celibi e nubili era del 49%; nel 2000 si è arrivati a quota 60,2%. Il 30% dei 30-34enni vive ancora in famiglia, cifra tre volte più grande di quella registrata quasi trent'anni fa. Molti decidono di non fare niente anche perché non riescono a fare ciò che vogliono. Ci sono persone con due lauree con davanti una sola prospettiva: il magazziniere. Quindi lasciano perdere e il loro lavoro viene proposto agli extracomunitari che accettano senza farsi tanti problemi. "La proletarizzazione moderna ormai non ha più le regole del passato", si legge sull'interessante blog lacrisi2009.it, "non solo per ceto, per livelli di istruzione, ma anche per degli strani e capricciosi livelli di fortuna". In pratica, chi è sprovvisto di 'santi raccomandatari', non va lontano anche se è un genio. Si ribellano perciò i diretti interessati. In Rete si leggono le lamentele di chi viene bollato come Neet. "Certo non lavoriamo e non paghiamo i contributi", si legge su globalproject.info, "ma qualcuno si è chiesto il perché?". Il riferimento è a situazioni ritenute (neet-tamente) paradossali: come i lavori da cameriere a 5 euro l'ora, contratti da due settimane in un call center, poi tutti a casa, o sussidi di disoccupazione che funzionano solo quando vogliono loro. In ogni caso è la stessa Italia a non fornire le condizioni idonee per il successo di un giovane. Essere giovani in Italia - laureati e no - è un grande svantaggio. Da noi i laureati raggiungono quando va bene l'80% del guadagno della media di tutti i laureati in ambito Ocse. In Francia e in Germania arrivano al 90, negli USA al 93. In questo momento in Italia quasi un giovane su tre è senza lavoro. A maggio il tasso di disoccupazione nella fascia di età 15-24 anni è arrivato a toccare il 29,2%, il livello più alto dal 2004, da quando esistono le relative serie storiche dell'Istituto di statistica.

lunedì 5 luglio 2010

100 volte più potente del telescopio Hubble

Osservatorio in New Mexico (USA)
Il più grande telescopio del mondo verrà costruito dall'azienda mestrina Eie, European Industrial Engineering, specialista nell'offerta di ingegneristica applicata. La società ha sbaragliato una concorrenza internazionale potente e agguerrita, grazie al suo ricchissimo curriculum, comprendente la costruzione del più grande oggetto astronomico del mondo (Lbt, il telescopio binoculare inaugurato nel 2004 in Arizona). Il nuovo strumento astronomico – 100 volte più potente del telescopio Hubble – sorgerà, entro il 2017, nel deserto di Atacama, in Cile. L'European Extreme Large Telescope (E-Elt) avrà un diametro di 42 metri, pari all'altezza di un palazzo di 14 piani o dieci station wagon messe in fila. Peso totale di 6mila tonnellate, poco meno della Tour Eiffel.

domenica 4 luglio 2010

Frutta e verdura: attento a quel che mangi

Belli, grossi, colorati, privi di ammaccature. Sono i frutti e gli ortaggi che siamo soliti acquistare al mercato o in qualche centro commerciale, dimenticando però un aspetto importate: la "bellezza" esteriore di frutta e verdura è quasi sempre inversamente proporzionale al loro livello nutrizionale. Degli scienziati dell’Università del Texas, ad Austin, hanno, infatti, analizzato i dati chimici raccolti dal 1950 al 1999, scoprendo che nella frutta e nella verdura in commercio si è avuto un calo del 6% del contenuto proteico, e addirittura del 38% di vitamina B12. Ortaggi come insalata, barbabietole, pomodori, melanzane, sono meno ricchi di calcio, fosforo, ferro, acido ascorbico. Nel frumento e nell'orzo la concentrazione di proteine è scesa del 30% fra il 1938 e il 1990. Mentre uno studio condotto su 45 varietà di mais fra il 1920 e il 2001, ha evidenziato un drastico calo della concentrazione di sostanze proteiche, olio, e amminoacidi. Rincara la dose una ricerca dell'US Department of Agriculture (USD) secondo la quale, nel 1950, la quantità di calcio presente nei broccoli corrispondeva in media a 12,9 milligrammi per grammo; nel 2003 questo dato è sceso a 4,4 milligrammi per grammo. Ma qual è il motivo di questo impoverimento chimico di ortaggi e frutti? Secondo gli esperti il problema va messo in relazione alle moderne tecniche di lavorazione e selezione, che permettono di ottenere frutti e ortaggi sempre più grandi, più resistenti alle malattie e a crescita più veloce, senza però rispettare le caratteristiche organolettiche delle specie coltivate. In più va tenuto conto del fatto che, per colpa dei pesticidi e delle colture intensive, i terreni si sono impoveriti e non sono più in grado di "alimentare" adeguatamente i vegetali. Le mele e l'uva sono le regine dei frutti più contaminati. Non sempre le analisi vengono fatte e così rischiamo di assumere veleni senza saperlo. Il dossier "Pesticidi nel piatto 2007" ha messo in luce che su 253 campioni di uva analizzati, ben 117 (pari al 46,2%) risultano contaminati da più di un residuo chimico: 53 sono caratterizzati da un unico principio attivo nocivo, 3 sono totalmente fuori legge. Per ciò che riguarda le mele solo il 39% è privo di pesticidi. Secondo uno studio diffuso in questi giorni da Legambiente, complessivamente, solo il 50% della frutta è "al naturale": in Friuli, nonostante la messa al bando del DDT risalente a 32 anni fa, ci sono ancora prodotti che ne contengono delle tracce. (La tesi però non è sostenuta da Coldiretti e dal Ministero della Salute: in questo caso, infatti, si dice che frutta e verdure prodotte in Italia sono regolari al 98,8%). Sotto accusa anche la ricerca genetica che consente l'ottenimento di prodotti sempre più ricchi di acqua e zucchero, ma più poveri di sali minerali e altri importanti nutrimenti. Soluzioni? Si potrebbe iniziare a verificare la realtà che ci circonda, individuando piccoli coltivatori o aziende bio, dove, di solito, le produzioni sono "più sane" di quelle derivanti dall'agricoltura intensiva. Anche il noto ambientalista Michael Pollan ha recentemente affermato che nelle piccole strutture agricole la produzione è senz'altro migliore rispetto a quella derivante dalle grosse aziende dove si bada soprattutto alla quantità e non alla qualità. Il consiglio, infine, per chi ha un pezzetto di terreno, è quello di lavorarlo con passione, così da ricavare ortaggi magari visivamente poco "attraenti", ma sicuramente più ricchi di sostanze nutritive.

venerdì 2 luglio 2010

Ottenuto in laboratorio un mini-fegato perfettamente funzionante

Staminali embrionali del fegato
Un piccolo fegato in grado di funzionare autonomamente è stato sviluppato da scienziati inglesi partendo da cellule staminali del cordone ombelicale. È la prima volta che degli studiosi riescono a creare dal "nulla" un organo umano. "Siamo ancora all’inizio - precisano gli esperti - ma da qui pensiamo di partire per riuscire, entro cinque anni, a intervenire efficacemente su chi è gravemente malato di cirrosi e neoplasie epatiche". Gli scienziati hanno dato vita a un mini fegato delle dimensioni di un penny (come una monta da cinque centesimi di euro): è minuscolo ma funziona benissimo. Per arrivare a questo risultato hanno inserito le staminali ricavate dal cordone ombelicale in un bioreattore (un apparecchio creato dalla NASA per simulare l’assenza di gravità), che ha consentito loro di moltiplicarsi a grande velocità. In seguito le cellule sono state “allevate” con farmaci e ormoni, fino a quando non si sono trasformate in tessuto epatico: l’organo in miniatura servirà agli specialisti per testare l’efficacia di nuovi farmaci. Sempre sul fronte dell’ipotesi di arrivare un giorno a creare in laboratorio organi nuovi da impiantare in sostituzione di quelli precocemente invecchiati o malati, è di questi giorni anche la notizia relativa alla sopravvivenza di topolini senza reni, trattati con organi creati con cellule embrionali e impiantati negli animali stessi. Gli organi cresciuti in laboratorio li hanno tenuti in vita 7-8 giorni a dimostrazione che funzionano facendo le veci dell’organo asportato sperimentalmente. Gli studi sono stati condotti dai ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis e divulgati dalla rivista specializzata “Organogenesis”.

giovedì 1 luglio 2010

LE SUPERCAR DEL FUTURO

Bmw "Gina"
Una Supercar a tutti gli effetti, proprio come quella di Michael Kit, che negli anni Ottanta furoreggiava in tv. È ciò che stanno mettendo a punto gli esperti della Ricerca e Sviluppo di General Motors. Il riferimento è ad automobili di nuova generazione, vetture "intelligenti", in grado, in pratica, di muoversi senza comandi. Si comincerà a vedere qualcosa nel 2015, quando compariranno sul mercato i primi modelli semi-automatici. In autostrada faranno tutto per conto loro; e solo sulle strade e stradine di paesi e città, dove gli ingorghi e il traffico sono di routine, sarà necessario ritornare ai vecchi sistemi di guida: mani sul volante, piede su acceleratore, frizione e freno. D'altronde è proprio in questa sede che gli incidenti sono più frequenti: solo in Italia i sinistri in macchina sono più di 600 al giorno e nel 90% il responsabile è l'uomo. Il passo successivo, avverrà nel 2020, quando Volvo immetterà ufficialmente sul mercato il sistema di sicurezza Collision Warning che consentirà alle automobili di frenare automaticamente, grazie a sensori radar e laser: il sistema entrerà in azione tutte le volte che si verificherà una minima distanza di sicurezza fra l'autovettura hitech e un pedone, un'altra macchina, un qualsiasi oggetto che ingombri la carreggiata. Con laser e radar si terrà a battesimo la nuova S60. Mentre presso l'Università di Stanford, USA, hanno già testato una Passat in grado di parcheggiare da sola, grazie a un sofisticato sistema di telecamere realizzato dal Volkswagen Innovation Lab. In pista anche BMW con il progetto GINA. Il riferimento è a una macchina completamente ridisegnata dal capo designer Chris Bangle, rivestita da un tessuto flessibile che consentirà di mutare la composizione della vettura e di sopportare qualsiasi temperatura. I fari si apriranno imitando il movimento dell'occhio umano. La nuova Golf è caratterizzata dal cosiddetto "diffusore gigante", strumento che permette all'aria di attraversare l'auto e di "premerla" di più contro l'asfalto, conferendole grande stabilità. Al Los Angeles Design Challenge, invece, il tema "Youthmnobile 2030", ha offerto spunti per quelle che saranno le automobili future della California (e del mondo?). La Nissan V2G è costruita pensando alle alte velocità nelle autostrade elettriche del futuro; la Honda Heliz cambia forma e colore come il DNA che muta in continuazione; la Toyota Link è sempre collegata alla Rete e ai social network come Facebook. Curiosa anche la soluzione che stanno adottando in Olanda: le auto ad aria compressa. Si tratta di macchine hitech per ora in funzione solo presso l'aeroporto di Schiphol di Amsterdam. Al posto del volante presentano un joystick, proprio come quello utilizzato nei videogame. Sono in grado di raggiungere i 70 km/h: con 1 euro si fa il pieno di aria compressa e si possono percorrere più di 200 chilometri. Irrisorio anche il costo: 3500 euro. Per queste sue eccezionali caratteristiche la Ford l'ha insignita del Global Challenge, concorso internazionale che premia i migliori progetti per l'uso delle nuove tecnologie informatiche e telematiche.