domenica 2 ottobre 2016

L'UOMO DEI GHIACCI VIVE FRA NOI

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Fece a dir poco scalpore la sua scoperta nel lontano settembre del 1991, ai piedi del ghiacciaio del Similaun, al confine fra Italia e Austria. Ma le sorprese, in realtà, non sono ancora finite, perché non passa mese senza che qualche nuovo studio dia ulteriori informazioni sulle caratteristiche di Otzi, il cosiddetto "uomo venuto dal ghiaccio", vissuto in piena età del Rame, fra il 3.300 e il 3.100 a.C.. L'ultimo interessante ragguaglio in merito alla vicenda umana dell'antico abitatore della Val Venosta, giunge da un team di ricercatori austriaci, che ha evidenziato che esistono almeno 19 persone geneticamente riconducibili a Otzi. Gli esperti di medicina legale al lavoro presso la Innsbruck Medical University hanno analizzato il sangue proveniente da 3.700 donatori, verificando la curiosa analogia: «Abbiamo constatato che 19 persone hanno lo stesso antenato che aveva la mummia del Similaun», spiega Walther Parson, a capo dello studio. «Significa che da un ceppo antropologico risalente a 10mila anni fa, hanno avuto origine sia l'Uomo dei ghiacci che i pochi tirolesi che abbiamo selezionato».

Come è stato possibile giungere a questa conclusione? Grazie allo studio degli aplogruppi, (insieme di aplotipi, vale a dire combinazioni di varianti alleliche in un cromosoma) che permette di studiare le caratteristiche genetiche dei contemporanei e metterle in relazione con chi ci ha preceduto. L'aplogruppo H o T, per esempio, rimanda agli euroasiatici occidentali; l'A o il B, ai nativi americani. Per lo studio di Otzi, in particolare, ci si è avvalsi della trasmissione ereditaria "comandata" dal cromosoma Y, per giungere all'aplogruppo G, presente in antiche popolazioni provenienti dal medio-oriente, e identificato anche nei moderni "cugini" tirolesi. Non è la prima volta che gli studi di genetica offrono interessanti conclusioni sulla rocambolesca esistenza dell'Uomo venuto dai ghiacci. Di poche settimane fa è anche la scoperta della presenza di Dna non umano sulla mummia rinvenuta fra le Alpi Retiche. Si tratta del Dna di un batterio, il Treponema denticola.

E' stato isolato da scienziati dell'Eurac (Accademia Europea di Bolzano), in collaborazione con ricercatori dell'Università di Vienna, da un piccolissimo frammento recuperato dall'osso pelvico della mummia. Gli esperti hanno concluso che Otzi soffriva di paradentosi (un'infiammazione cronica delle gengive), confermando le supposizioni avanzate un anno fa, quando la tac mise in luce una condizione dentaria compromessa. Sicché è oggi possibile stilare un quadro complessivo dello stato di saluto della mummia, tutt'altro che ottimale. Otzi, infatti, soffriva di numerosi acciacchi, comprendenti artrite, intolleranza al lattosio, arteriosclerosi, borreliosi (malattia provocata da un batterio veicolato dalle zecche). Benché la sua fine non coincise con il peggioramento improvviso di uno di questi mali, ma con una punta di selce scagliata da qualche nemico, che si conficcò nella sua spalla sinistra, facendolo, in pochi minuti, morire dissanguato. 

La vespa del Kent

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Una nuova specie di vespa è stata scoperta in Inghilterra, nel giardino di una scuola primaria del Kent. L'ha individuata Andrew Polaszek, entomologo del Natural History Museum di Londra. «Sono andato a prendere mio figlio Timothy e fra i rami di un acero colonizzato da minuscole mosche bianche, ho scorto un insetto che non avevo mai visto», dice il ricercatore. In laboratorio, dopo numerosi test, è stato possibile rivelare l'identità dell'esapode: un imenottero mai classificato prima d'ora, lungo meno di un millimetro, che vive parassitando altre piccole specie d'insetti; depone, infatti, le sue uova sulle larve di altri animali, che poi muoiono divorate dalle vespe appena nate. "Encarsia harrisoni" è il nome della nuova specie, un tributo al professor David Harrison, collega novantenne di Polaszek (al quale in passato avevano già dedicato esemplari appena scoperti). Accade frequentemente, nel mondo, che vengano individuate nuove specie animali, soprattutto in ambito entomologico e microbiologico, tuttavia è molto raro che il fenomeno possa verificarsi alle porte di una delle più grandi città del pianeta. 
«All'inizio, con le prime occhiate al microscopio, ho supposto che potesse essere una specie proveniente dal nord Europa», spiega Polaszek, «poi però sono rimasto davvero meravigliato nel verificare che era un insetto autoctono. Se mi fossi trovato in una foresta pluviale del Borneo, sarebbe stato diverso». "Encarsia harrisoni" si aggiunge, dunque, alla lista di nuove specie scoperte negli ultimi mesi; non solo piccoli esapodi come "la vespa del Kent", ma anche animali di grossa taglia come l'affascinante olinguito, una specie di procione rinvenuto in Sudamerica. 

venerdì 9 settembre 2016

Artemisie e dintorni

Continua la ricerca dedicata alle specie vegetali presenti sul territorio agratese. Girando per i campi in questi giorni ho potuto soffermarmi su due artemisie e sulla bardana. Le artemisie si trovano un po' ovunque, la bardana, invece, l'ho individuata solo al margine dei campi di mais fra Agrate e Omate.

Arctium lappa 
Artemisia vulgaris
Artemisia artemisiifolia

martedì 6 settembre 2016

Ritorno a Jurassic Park


Non è più bello, né più grande di molti altri dinosauri. E' solo più famoso, ma proprio per questo motivo continua a essere vivo nell'immaginario collettivo di grandi e piccini; anche grazie a film di successo come Jurassic Park. E a chiunque si chieda un parere sul mondo del Cretaceo o giù di lì, la risposta è quasi sempre la stessa: Tirannosauro rex. Ecco perché ha fatto scalpore la notizia della scoperta, pochi giorni fa, di un teschio di Tirannosauro integra: un ritrovamento che permetterà agli scienziati di fare luce sulle caratteristiche anatomiche dell'animale e del suo ruolo ecologico. «E ci consentirà di studiarne l'alimentazione, strettamente legata al contesto ambientale», precisa Jack Hormer, a capo degli scavi in corso in questo angolo statunitense. Il T rex era probabilmente al vertice della catena alimentare, nutrendosi di animali erbivori come gli adrosauri o i triceratopi; benché ci siano studi che lo riconducono alla necrofagia, basata sul consumo di carcasse.

La scoperta è avvenuta in Usa, nella cosiddetta Formazione Hell Creek, un'area geologica che attraversa Montana, Wyoming e Dakota, particolarmente ricca di fossili; colonizzata in tempi protostorici da tribù come i Blackfoot e gli Shoshone. All'epoca era una gigantesca isola chiamata Laramidia, che divideva in due parti l'attuale continente nordamericano. Le prime analisi condotte dagli scienziati del Burke Museum di Seattle, parlano di un animale vissuto 66 milioni di anni fa; un'età critica. Siamo alla fine del Cretaceo superiore, nel Maastrichtiano, per la precisione; alla fine di questo "piano" cronostratigrafico ha luogo una delle più grandi catastrofi della storia terrestre: l'estinzione del Cretaceo-Terziario, con la scomparsa - si presume a causa di un meteorite precipitato nello Yucatan, in Messico - del 70% delle specie viventi. Il teschio dell'animale misura un metro e venti di lunghezza, a fronte dei 4-5 metri di altezza e 12-13 metri di lunghezza dello scheletro completo. Rispecchia il T rex tipico, anche se, l'esemplare ritrovato, testimonia un individuo che ha vissuto meno degli anni raggiunti in media dai suoi simili, trenta anni; si tratta, infatti, di un adulto che al momento della morte aveva circa quindici anni.

E sono quindici anche i teschi di T rex ritrovati fino a oggi in buone condizioni; cinquanta i resti fossili complessivi, in alcuni casi addirittura contrassegnati dalla presenza di tessuti molli e proteine, che potrebbero dare importanti informazioni sul dna della specie. E' il caso del rinvenimento, nel 2005, ancora nel Montana, di un T rex a opera di Mary Schweitzer, una paleontologa del Museo di Scienze Naturali del North Carolina. La comunità scientifica sbigottì, poiché le parti molli sono le prime a essere degradate dai batteri; e pare impossibile che possano resistere per milioni di anni. Sull'argomento non c'è ancora una risposta convincente, ma si pensa che in casi rari si possa innescare un particolare processo chimico, mediato da particelle ferrose che avrebbero il potere di impedire la decomposizione di alcune molecole organiche.

Siamo ancora lontani, in ogni caso, dall'ipotesi di ricreare da un fossile un esemplare di T rex, come accade nel film di Spielberg. Anche se molti appassionati di paleontologia non demordono; affidandosi con l'immaginazione a notizie come questa e ad articoli come quello apparso recentemente su Nature che indica l'isolamento, da parte di un team di ricercatori inglesi, di materiale sanguigno da un reperto risalente a 75 milioni di anni fa. Non c'è scritto però che per ridare vita a un dinosauro di questo genere occorre il nucleo di una cellula di T rex; una cellula uovo della specie; e un laboratorio super attrezzato. Di cui, di fatto, non abbiamo nulla. 

giovedì 1 settembre 2016

A caccia di E.T.


"Telefono casa", Spielberg, 1982. Protagonista un omino stranissimo proveniente da chissà quale lontana galassia, che comprese al volo l'unico sistema per mettersi in contatto con mamma e papà, chiedendogli di tornare a prenderlo: lanciare un messaggio che potesse viaggiare a grandissima velocità. Torna in auge la frase del simpatico alieno all'indomani di una scoperta che lascia attoniti gli stessi scienziati: un'onda proveniente da una distanza di 95 anni luce, dalla costellazione di Ercole, fra i più grandi raggruppamenti stellari visibili dalla Terra. Di cosa si tratta?
E' ancora un mistero, del quale si discuterà il 27 settembre nel corso di una conferenza di astronomi organizzata a Guadalajara, in Messico. Si riferisce a un messaggio unico nel suo genere, captato nel maggio 2015 da un telescopio russo ai piedi del Caucaso; che dopo un anno di ricerche non dà ancora risposte. Si sa da dove e partito, ma non chi l'ha spedito. Gli scienziati vanno per ipotesi, non escludendo nessuna possibilità. Anche quella più enigmatica: gli alieni.

Il raggio è in realtà un'onda elettromagnetica, vale a dire una forma di propagazione dell'energia decantata per la prima volta da James Maxwell nell'Ottocento. Arriva dallo spazio e può dire molte cose. Ma in questo caso il tracciato dell'onda mostra un'impennata ingiustificata, come se, davvero, qualcuno avesse diramato volutamente energia nella nostra direzione. Chi?
C'è chi azzarda tirando in ballo la scala di Kardasev, ideata dall'astronomo russo Nikolaj Kardasev per classificare le ipotetiche civiltà dello spazio. Gli astronomi ritengono che per spedire un'onda elettromagnetica come quella registrata in Russia lo scorso anno, occorra una civiltà progredita. Più della nostra; di almeno 300 anni. Significa che noi saremo in grado di fare altrettanto non prima del 2350. Ma se così fosse perché adesso tace? Perché dal maggio del 2015 non ha più dato segnali?

Intanto c'è chi rema contro e prosaicamente coinvolge realtà più consone al mondo della fisica e dell'astronomia. Si chiamano quasar e sono corpi celesti davvero bizzarri, mai compresi fino in fondo. La loro caratteristica è quella di emettere tutti i tipi di radiazione; raggi gamma, x, infrarossi, onde radio e ultravioletti, da distanze di miliardi di anni luce dal nostro pianeta. Ecco il motivo del misterioso segnale russo. Ma non tutti sono convinti e rimandano a un altro fenomeno analogo avvenuto nel 1977.
Il 15 agosto è Jerry R. Ehman dell'Università dell'Ohio a codificare un segnale di 72 secondi, che non si è più ripetuto. «Wow!» esclamò, e questo è il nome con cui viene ricordato ancora oggi. E proprio quest'anno, Antonio Paris, professore presso il St. Petersburg College, in Florida, è tornato sull'argomento rivelando che  non ci fu nessuna anomalia, ma semplicemente un potente  rilascio di idrogeno dovuto al passaggio di due comete, all'epoca indecifrabili. Secondo Paris, contestato da molti membri dell'intellighenzia scientifica, ne avremo la prova con il futuro transito delle due comete previsto per il 2017 e il 2018. 

Non finisce qui. E se qualcuno desidera continuare a immaginare un futuro e non troppo lontano incontro con ET, ha motivo di farlo per via di un'altra importante scoperta avvenuta pochi giorni fa: un pianeta terrestre nell'orbita della nostra stella più vicina, Proxima Centauri, ad appena 4,2 anni luce da noi. Terrestre vuole dire che ha una superficie solida, e può ospitare l'acqua, e dunque la vita. Restano da capire le qualità atmosferiche. Perché se fossimo in grado di stimare una buona presenza di ossigeno e azoto, saremmo a cavallo.

Insomma, il giorno in cui verremo a contatto con civiltà extraterrestri sembra sempre più vicino. La pensa così anche Ellen Stofan, scienziata della Nasa, che senza entrare nel merito dei misteriosi messaggi intercettati non ha dubbi sul futuro: «Avremo forti indicazioni della vita oltre la Terra entro il 2025, e penso che ne avremo la prova definitiva entro 20 o 30 anni». 

martedì 30 agosto 2016

La nuova corsa allo spazio


Fece da contraltare alla Guerra Fredda: la corsa allo spazio. E se il primo risultato fu a favore dei russi, con la messa in orbita del primo satellite artificiale (1957), sappiamo bene chi arrivò per primo sulla Luna (1969). Poi la sfida alle profondità del cosmo si è un po' affievolita o, meglio, è continuata, ma senza l'agonismo sfrenato dei tempi d'oro. Fino a oggi, che, nuovi attriti geopolitici (Siria, Ucraina) stanno mettendo ancora una volta in contrasto Usa ed ex Unione Sovietica. E come da copione, ecco riproporsi la corsa all'immensità dei cieli. Come stanno le cose? L'ingegneria spaziale ha fatto passi da gigante, conquistando mete impensabili negli anni Settanta (al tempo delle missioni Apollo): siamo atterrati su una cometa, abbiamo scoperto centinaia e centinaia di pianeti extrasolari, passato al setaccio Marte, fotografato Plutone. Ma proprio perché si è già scoperto molto, sembrerebbe che l'attenzione dei centri aerospaziali di America e Russia, sia ora indirizzata a qualcosa di più ludico: il turismo spaziale. 
E come alla fine degli anni Cinquanta, in testa, sembra esserci la Russia. Le date lasciano il tempo che trovano, ma una c'è già: 2020. E così la destinazione: Luna. Ma non sarà un novello Neil Armstrong a telefonare a casa dopo aver fotografato dal vivo i cristalli di regolite, bensì una persona comune; per modo di dire, perché per poter imitare i cosmonauti delle missioni Apollo occorrerà sborsare 150 milioni di dollari (132 milioni di euro). E' il costo necessario per salire a bordo di una navicella Soyuz modificata, e andare a venire dal nostro luminoso satellite. Non è previsto l'allunaggio (considerato al momento troppo pericoloso e dispendioso), tuttavia l'iniziativa è quella di permettere a "chiunque" di  sorvolare a una distanza super ravvicinata la Luna, come fecero gli astronauti della missione Apollo 8, un anno prima della conquista ufficiale del satellite.
La società russa in pole è la RKK Energia, battezzata nel 1946 in onore dell'astronauta Sergej Korolev. Otto le persone che godranno del primo vero viaggio spaziale. Quattro quelle già in lizza. E un'ipotetica quinta assai nota: James Cameron. C'è d'aspettarsi di tutto dal regista americano che, al di là delle belle lezioni cinematografiche offerte da Titanic e Avatar, ha già dato prova della passione per le missioni estreme, come quella che l'ha visto impegnato a bordo di Challenger Deep, per raggiungere il punto più profondo dell'oceano, la Fossa delle Marianne. E gli Usa?
Non stanno certo dormendo in piedi. Anzi. Non è da escludere un sorpasso all'ultimo, come accadde quasi cinquant'anni fa con la corsa al primo allunaggio umano. In questo caso gli occhi dei media sono rivolti a un nome altrettanto in voga: Jeff Bezos, fondatore di Amazon e della Blue Origin. Bezos è addirittura l'indomani: il 2018. La promessa riguarda un volo attorno alla Terra, dalle profondità siderali, dove il nostro pianeta appare come una magnifica sfera blu. I test sperimentali sono previsti per l'anno prossimo. Il primo volo con a bordo turisti spaziali, appunto, per l'anno successivo. Non vale tanto quanto la promessa russa, ma è difficile stimare chi saprà fare di meglio. Peraltro gli Usa non si fermano a Bezos, ci sono anche Elon Musk e Richard Branson. Il primo, fondatore di PayPal, punta ad accompagnare i turisti spaziali sulla Stazione Internazionale già dal 2017; e i primi astronauti su Marte, nel 2024. Branson, della Virgin, vola un po' più basso, ma promette per 250mila dollari di far girare intorno alla Terra da 100 km entro la fine del 2017.
Cina permettendo. Era, infatti, fuori dai giochi nel dopoguerra, ma per il futuro della corsa allo spazio potrebbe entrare a gamba tesa e beffare tutti. Il programma cinese propone voli low cost a 70mila euro per un viaggio spaziale di cinque minuti oltre l'atmosfera. E la conquista del Pianeta rosso entro il 2033. Date approssimative, ma i primi ad allunare dopo 37 anni sono stati proprio i cinesi nel 2013. Usa e Russia sono avvertiti. 

lunedì 29 agosto 2016

Pabbio, la specie "nascosta"

Da sempre la confondo con la coda di topo. Finalmente sono riuscito a risolvere l'arcano mistero: non si tratta di una Phleum pratense, ma di una Setaria viridis. E' sparsa per tutto il territorio.