L'Italia è uno dei paesi sismologicamente più attivi
del mondo. Motivo per cui i terremoti avvengono con frequenza ed è impossibile
prevedere quando avverrà il prossimo. La scienza può solo soffermarsi sulle
zone più sensibili, ma non creare i presupposti per sventare pericoli futuri.
La zona dove è avvenuto l'ultimo grave episodio sismico rientra in questo
quadro. Cosa sta succedendo sotto i piedi di chi abita fra Lazio, Abruzzo e
Marche? Il riferimento è a un'area geologicamente giovane; gli Appennini,
infatti, a differenza di molti altri contesti montuosi (comprese le Alpi che
hanno già cento milioni di anni), rappresentano una catena formatesi di recente
e, dunque, ancora nel pieno della sua evoluzione. Sotto il corrugamento
appenninico risiedono zone di accumulo energetico (dette faglie) che percorrono
quasi tutta l'Italia da sud a nord; e soggette a forze che provocano "tira
e molla" delle rocce che a lungo andare possono determinare gravi scosse
sismiche. Questo il succo della questione. Perché proprio in centro Italia?
Perché è lì che, in particolare, gli Appennini stanno diventando
"grandi": "Lo testimoniano i dati satellitari", ci spiega
Giuliano Milana, sismologo dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia,
"che mostrano uno spostamento della fascia appenninica e adriatica verso
nord-est con una velocità di circa 2-3 mm/anno". Per la verità non è solo
il cuore dell'Italia, ma anche il settentrione. "Nell'Appennino
centro-settentrionale abbiamo terremoti cosiddetti distensivi, ed esempi sono
gli eventi di Colfiorito del 26 settembre 1997 e di L'Aquila del 6 aprile 2009.
Al contrario, abbiamo terremoti compressivi nella zona marchigiana". E' il
risultato di uno studio pubblicato su Lithosphere, rivista della Geological
Society of America: racconta nei dettagli la dinamica appenninica,
soffermandosi sul processo di sollevamento di una parte della catena montuosa,
proprio in corrispondenza di Umbria, Marche e Lazio. Eventi isolati e
sporadici? Non proprio. E', infatti, la risposta a un processo geodinamico più
complesso che coinvolge anche Adria. E' una piccola placca litosferica
confinante con la grande placca africana e con quella euroasiatica. Si è
staccata dalla prima nel Cretaceo (da 140 a 70 milioni di anni fa),
scontrandosi con la seconda in epoca recente. Così sono nate le Alpi. Si muove
verso nord-est con una leggera rotazione antioraria e rappresenta un'area molto
instabile dal punto di vista geologico. Ecco perché è continuamente segnata dai
terremoti e perché in futuro il mare Adriatico si trasformerà in un lago. E'
anche il motivo per cui i terremoti disastrosi in Italia stanno aumentando? Non
è così. I terremoti avvengono con una certa periodicità, ma gli episodi sismici
non sono in crescita. Le scosse di discreta intensità avvengono in media ogni
sei o sette anni (in Italia). E la statistica anche in questo caso è stata
rispettata. Per essere precisi sono quasi quarant'anni che non avvengono
terremoti con un'intensità superiore ai sette gradi della scala Richter, come
quelli che hanno colpito in passato l'Irpinia (con quasi tremila vittime),
Avezzano (32mila), e Messina (82mila). Il Futuro? Non esiste in termini
sismologici. Si è provato in tutti i modi a stimare la possibilità di un evento
sismico di un certo rilievo; con il radon, i satelliti, lo studio delle scosse
premonitrici; ma in tutti i casi i risultati sono stati ben al di sotto delle
aspettative. L'unica soluzione per evitare altri disastri come quello generato
dall'ultimo terremoto in centro Italia, riguarda il potenziamento delle
infrastrutture con la messa in sicurezza degli edifici più vecchi e l'utilizzo
di strategie antisismiche per quelli di nuova generazione. E' noto infatti che
la stessa potente scossa in luoghi diversi della Terra può determinare un
numero grandissimo di vittime, così come nessuna, proprio in base a una oculata
scelta architettonica.
sabato 27 agosto 2016
lunedì 22 agosto 2016
Riflessioni antropologiche da una spiaggia friulana
Sotto gli ombrelloni non siamo
tutti uguali, si sa. C'è quello che discute di politica, chi sta solo in ammollo,
il tipo che legge senza sosta... e c'è chi, per imperscrutabili dinamiche del
fato, sceglie di destreggiarsi in antropologia; e potrebbe, forse, avere fra le
visioni più originali della spiaggia, soffermandosi su particolarità che ai più
sfuggono. Di cosa si tratta? L'uomo porta da sempre dentro sé i semi del
suo passato; e nonostante l'affinamento dell'hitech e del bon ton, rimane
comunque ancorato ad aspetti che rimandano ad epoche ancestrali, corroborate
dai nostri antichi progenitori, e mai del tutto scomparse. La signora
dell'ombrellone vicino all'antropologo si chiama Luigia; ha già ottanta anni,
portati benissimo. Il suo passatempo preferito è pettegolare. Sa tutto di tutti
quelli che la circondano nel raggio di un chilometro. Potrebbe scrivere un
bellissimo libro di storie, e invece va avanti a pettegolare. Perché il
pettegolezzo, oggi ricondotto a una fenomenologia perlomeno contraddittoria, è
stato una delle armi più importanti per l’evoluzione umana. Senza il
pettegolezzo potremmo dire che l'uomo non sarebbe dov'è. Il gossip, infatti,
nasce per le necessità di sapere cosa fanno gli altri, e in questo modo
adottare lo stratagemma più valido per poter fronteggiare le vicissitudini
dell'esistenza. Le donne si incontravano e pettegolavano; poi, nel proprio
clan, facevano tesoro delle informazioni apprese, preparando un nuovo piatto,
ricamando un nuovo vestito, o suggerendo al proprio piccolo di non comportarsi
in un certo modo perché potrebbe essere pericoloso. La Luigia della spiaggia
perpetua un comportamento assunto dalla nostra specie migliaia di anni fa e
senza saperlo si fa portavoce di una bellissima lezione comportamentale. Non
finisce qui. A un certo punto la donna è affiancata da un ragazzotto robusto e
riccioluto. Scopriamo che si chiama Marco, è il nipote, e avrà su per giù una
ventina d'anni. Le sussurra qualcosa e così la Luigia con amorevolezza si
mette a spalmargli la crema solare sulla schiena. E' una scena molto bella,
perfino poetica, ma anche qui, l'antropologia batte ciglio. E rimanda
addirittura a prima dell'avvento del genere Homo. Siamo in Africa, milioni di
anni fa. Nella gola di Olduvai uno dei passatempi preferiti dalle forme
australopitecine è spulciarsi. Lo fanno ancora oggi le scimmie. Per ore
accarezzano il famigliare liberandolo dagli artropodi, ma dandogli anche
sicurezza e affetto. E' lo stesso gesto compiuto dalla signora Luigia, che
ancora una volta conferisce valore all'indissolubile legame che ci amalgama al
nostro passato e giustifica la premura della cosiddetta cura parentale,
prerogativa dei mammiferi. Ma in spiaggia non c'è solo la Luigia a darci lezioni evoluzionistiche.
Ci sono anche un mucchio di bimbi scalmanati. Hanno tantissimi giochi a loro
disposizione: secchielli, palette, racchette, palline e palloni... eppure, se
li interroghi, diranno che c'è un solo piacere eccelso: cacciare gli
animali. E così, contravvenendo al buon senso di rispettare sempre e
comunque la natura, si mettono a catturare pesciolini, granchietti e molluschi.
Loro non lo sanno, ma anche in questo caso, obbediscono a un criterio
comportamentale consolidatesi milioni di anni fa, quando il nostro albero
evolutivo abiurò il mondo dei raccoglitori per benedire quello dei cacciatori. Noi
tutti abbiamo ancora questo istinto di cacciare, anche se abbiamo i
supermercati a portata di mano. Inutile dilungarsi sulla sfilza di signorotti
armati di ami e supercanne che affollano il pontile e pescano senza averne
bisogno, se non per contemplare un'appetenza diversa, dall’imprescindibile
valore atavico. Infine arriva la sera. E la Luigia , con il nipote, un’amica del nipote e
alcuni pescatori, ordinano un piatto a base di carne di maiale. Arrivano tonnellate
di costine che è impossibile gustare affidandosi ai principi della buona
educazione. Si usano le mani. Nessuno si scandalizza. Ma non è solo l’uso delle
mani. È anche la voracità perversa con cui si addenta la polpa, scarnificando senza
alcuna grazia la costola dell’ex animale. Ebbene, di nuovo il quadro sociale è ascrivibile
a un contesto che va oltre la nostra quotidianità. Si mangia proprio come
mangiavano i neandertaliani che per 200mila anni hanno abitato la gelida
Europa. Se poi ci fosse il fuoco tutti ce ne renderemmo conto. Nei falò
bruciano ancora i sogni e le emozioni dei nostri antichi progenitori; ecco
perché ogni volta che ne accendiamo uno non ci stancheremmo mai di fissarlo,
incantati dalla sua ineffabile magia.
martedì 5 luglio 2016
Alla corte di Jupiter
Il più grande
pianeta del sistema solare: ora lo possiamo vedere da vicino grazie a Juno. La
navicella della Nasa, lanciata nel 2011 da Cape Canaveral, è arrivata a destinazione,
e in questo momento sta girando intorno all'orbita del gigante gassoso. Ci
rimarrà fino al mese di febbraio del 2018, dandoci la possibilità di studiare
molti aspetti ancora parzialmente sconosciuti del corpo celeste: composizione
dell'atmosfera, massa, attività del campo magnetico e di quello gravitazionale.
La navicella ha raggiunto il suo obiettivo sfruttando una serie di pannelli
solari al posto dei tradizionali RTG (generatori termoelettrici a
radioisotopi), impiegati fin dall'esplorazione lunare. Come per le missioni
analoghe ci si è basati sul cosiddetto effetto fionda, che sfrutta la forza
gravitazionale dei pianeti per acquistare velocità e muoversi più rapidamente
verso l'obiettivo, cercando di consumare meno energia possibile. La missione
parla anche italiano perché a bordo di Juno c'è lo spettrometro a infrarossi Jiram,
finanziato dall'Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e il Ka-Band Translator, da un
progetto dell'Università La Sapienza di Roma: verranno impiegati per la
mappatura di Giove e per lo studio della gravità. C'è anche una placca in
alluminio che riporta il manoscritto di Galielo Galilei con il quale descrisse
per la prima volta le lune gioviane. Le altre apparecchiature comprendono un
radiometro, per studiare le zone più profonde dell'atmosfera di Giove; e il
Fluxgate Magnetometer, per fare luce sulle dinamiche del nucleo del pianeta, di
cui praticamente non si sa nulla. Già in altre occasioni un mezzo umano s'è
trovato dalle parti di Giove; ma è questa la prima volta che arriva a 4mila km
dalla superficie dopo un viaggio di 3,5 miliardi di km. Venti metri di
larghezza per quasi cinque di altezza; un colosso che proverà anche ad
avvicinarsi ai famosi vortici dell'atmosfera gioviana. Cosa che prima non era
mai stata fatta. Le sonde Pioneer giunsero a Giove negli anni Settanta. Grazie
a esse potemmo avere importanti delucidazioni sulle fasce di Van Allen
(particelle cariche di plasma trattenute dal campo magnetico del pianeta), e
sulla famosa "macchia rossa", fra le tempeste più potenti di Giove,
che dura da almeno trecento anni, potenzialmente capace di inghiottire due o
tre pianeti come il nostro. Ulysses, sonda realizzata dalla collaborazione fra
l'Agenzia Spaziale Europea e la Nasa, sorvolò il quinto pianeta del sistema
solare a circa 400mila chilometri di distanza. Era il 1992. Non arrivarono
foto, ma informazioni sulle aurore boreali e la magnetosfera. Nel 1995 fu la
volta della sonda Galileo che orbitò intorno al pianeta per sette anni dandoci
ragguagli in merito all'attività vulcanica di Io (uno dei satelliti di Giove),
all'ipotesi di un oceano sotto la superficie ghiacciata di Europa, e alla
presenza di anelli che circondano il corpo celeste. Nel 2000 la sonda
Cassini-Huygens, destinata a raggiungere Saturno nel 2004, spedì 26mila
fotografie, consentendoci di studiare nei dettagli la turbolenta circolazione
atmosferica. Ora tocca a Juno. E non sarà finita qui. C'è ancora Europa Jupiter
System Mission, con l'entrata in azione di due sonde dell'Esa e della Nasa, che
raggiungeranno Giove e i suoi satelliti nel 2026.
venerdì 1 luglio 2016
Le macchine del futuro
In futuro
guideremo macchine completamente automatiche: a bordo, si pigia un pulsante,
poi faranno tutto loro. E' una promessa che è già realtà, e che un domani potrà
essere consuetudine, ma non si sono fatti i conti con un aspetto fondamentale:
l'auto resta pur sempre un oggetto meccanico e per quanto perfettamente tarato
per una guida sicura, non potrà mai sostituire la sensibilità e la
consapevolezza umana, tali da far sì che un mezzo possa realmente andare dove
decidiamo di dirigerlo. Ecco perché pochi giorni fa, a bordo di una macchina
avveniristica, è avvenuto il primo incidente mortale: un ex militare dei corpi
speciali Navy Seal, il quarantenne Joshua Brown, si è infilato sotto il
rimorchio di un tir e per lui non c'è stato più scampo. Colpevole la sua Tesla
Model che non ha saputo distinguere il colore bianco del camion, da quello del
cielo; e una serie di coincidenze sfortunate, fra cui quella relativa
all'altezza della base del rimorchio, perfettamente compatibile con quella del
muso della supercar. Da qui sono partite tutta una serie di considerazioni,
che, se da una parte puntano a incentivare ulteriormente l'impiego di queste
vetture, dall'altro sollevano interrogativi per i quali le risposte ancora
latitano. L'incidente avvenuto su un'autostrada della Florida, dalle parti di
Williston, sottolinea l'incompatibilità fra la volontà umana e quella
dell'autovettura. Il militare viaggiava tranquillo per la sua strada, in
modalità autopilot; ma non ha potuto fare nulla quando l'auto non ha azionato il
freno. La casa automobilistica statunitense salvaguarda la sua proposta dicendo
che solo in questo modo sarà possibile diminuire gli incidenti sulle strade.
Confortata dalle statistiche: il sinistro costato la vita a Brown è il primo
dopo 130 milioni di miglia affrontate a bordo di una macchina
"intelligente"; contro i 94 milioni di miglia legati agli incidenti
mortali alla guida delle auto tradizionali. Andando avanti di questo passo,
secondo gli esperti della Tesla, le cose non potranno che migliorare (e sono dello
stesso parere anche Google e altri simpatizzanti del self driving). Ma i dubbi
permangono. Perché di pari passo con la sofisticazione delle auto del futuro,
incombono problemi di natura etica. Si parla infatti di codice della morte, per
designare una competenza che potrà presto essere appannaggio di auto analoghe. Alle
automobili, in caso di emergenza, sarà conferita la capacità di scegliere dove
andare a sbattere, e quindi di decidere chi salvare fra un autista e, per
esempio, un gruppo di pedoni o un ciclista. Da un mero calcolo matematico
potrebbero dunque stabilire il destino di un uomo, dotate esclusivamente di
un'"intelligenza" artificiale. Non è il massimo. Ecco perché ci sono
centri che stanno già studiando la "moralità" delle macchine del
futuro e altri valutando quanto potranno essere realmente apprezzati mezzi
programmati per sacrificare il conducente; benché l'istinto umano sia quello di
rischiare la vita pur di non investire qualcuno. Sarà anche per questi dilemmi che
la Nhtsa, l'ente governativo americano per la sicurezza stradale, ha aperto
un'inchiesta per fare luce sull'incidente avvenuto in Florida. 25mila veicoli
smart verranno sottoposti a ulteriori verifiche: «L'incidente», dicono i
responsabili dell'istituzione statunitense, «richiede un esame della
progettazione e delle performance di ogni aiuto alla guida in uso al momento
dello schianto». Intanto i titoli in Borsa della casa costruttrice sono
crollati, con una perdita superiore al 3%. E così la fiducia in un mezzo dotato
di una tecnologia ancora in via di sviluppo e non del tutto affidabile. Rimane
stabile solo il prezzo base delle Tesla: 66mila dollari.
venerdì 17 giugno 2016
Polo Sud, operazione salvataggio
Robert Falcon
Scott alla fine non poté far altro che alzare bandiera bianca e arrendersi al
gelo tremendo del Polo Sud. Era arrivato secondo alla meta, il punto più
meridionale della Terra conquistato da Amundsen, e ormai non c'era più nulla da
fare: finiti i viveri e le forze e davanti a sé ancora troppa strada per
raggiungere il campo base. Scott e i suoi uomini furono trovati privi di vita
poco tempo dopo da una missione inglese andata in loro soccorso. Su un foglio
l'esploratore britannico aveva scritto: «Fossimo sopravissuti avrei avuto una
storia da raccontare sull'ardimento, la resistenza e il coraggio, che avrebbe commosso
il cuore di ogni persona». Erano i primi giorni di gennaio del 1912. Fosse
stato oggi, Scott e i suoi uomini sarebbero tornati a casa sani e salvi. Eppure
il Polo Sud continua a fare paura. E lo dimostra un'incredibile missione che
sta avvenendo in queste ore: il salvataggio di un ricercatore gravemente malato
(di cui per motivi di privacy non si possono conoscere le generalità), ospite
della base americana Amundsen Scott South Pole. Ci vivono una quarantina di
persone, dedite allo studio del clima estremo e della volta celeste, con il
contributo di due supertelescopi. Due aerei bimotore Twin Otter sono decollati
da Calgary, in Canada, il 14 giugno. Entrambi giungeranno alla base inglese di
Rothera, alla "periferia" dell'Antartide; poi solo uno proseguirà
fino a quella americana, atteso per il 19 giugno. L'operazione è considerata la
più pericolosa nella storia dell'uomo nell'ambito delle missioni per salvare la
vita di una persona. E non potrebbe essere altrimenti, se si considera che
l'inverno australe al Polo contempla temperature fino a -83 gradi centigradi e
il buio perenne; peraltro la base sorge a quasi tremila metri di quota, dove atterrare
non sarà uno scherzo. L'aereo canadese destinato all'ultimo approdo utilizzerà
gli sci, scivolando avvolto dalle tenebre su una pista che non potrà definirsi
tale, essendo una semplice distesa di ghiaccio compatto. E poi c'è tutto il
viaggio di ritorno, che come insegna l'esperienza nei climi più rigidi (vedi le
principali missioni in alta montagna) è talvolta più ostico di quello dell'andata.
Ecco perché da febbraio a ottobre nessun aereo supera certe latitudini. In
altre occasioni c'erano stati salvataggi simili, ma condotti durante la bella
stagione, che al Polo Sud va da ottobre a febbraio; per esempio nel 2001 e nel
2003. Ma oggi è tutto diverso. All'Amundsen Scott South Pole chi sta male viene
curato da un medico che però non può fare miracoli; se non connettersi con un
computer col mondo per avere qualche dritta. Qui, invece, serve più di un medico
e c'è, dunque, un solo modo per salvare il malato: riportarlo a casa. Come
nella trama del noto film Salvate il soldato Ryan. A tal punto la questione
assume sfaccettature di natura filosofica e morale. Qual è la molla che porta
più persone a rischiare la vita per una soltanto? Si arriva a questi traguardi perché
è insito nella natura umana. Tutti, in sostanza, nasciamo altruisti, con la
volontà intrinseca di rischiare per gli altri; il problema è che spesso le
condizioni sociali, i contesti ambientali, l'educazione ricevuta, compromettono
questa attitudine. Gli antropologi sociali e gli psicologi parlano di empatia,
ossia la capacità di sapersi mettere nei panni di un'altra persona; di rivivere
i suoi patimenti e le sue difficoltà. Ma la verità è molto più prosaica. Dietro
a tutto ciò infatti si cela un unico incontrovertibile scopo: creare i
presupposti perché la nostra specie possa sopravvivere nel tempo. Certo,
nessuno andando a salvare qualcuno ragiona in questi termini; tuttavia la spinta
che porta a compiere missioni limite come questa, va al di là del semplice amor
del prossimo: è una sorta di programmazione biologica per andare avanti, la
stessa che ha consentito alle forme australopitecine di trasformarsi in
habilis, e agli habilis di diventare erectus. Insomma, l'anticamera dell'umanità.
Antibiotici ultraresistenti
Era nell'aria da
tempo. Ma solo ora ne abbiamo la conferma: gli antibiotici non sono più la
soluzione ideale per fronteggiare le malattie. Stando infatti a una ricerca
diffusa dalla rivista dell'American Society for Microbiology esiste un batterio
che è ufficialmente in grado di resistere anche all'antibiotico più potente. E'
stato individuato nelle urine di una quarantenne americana (che, grazie a un
po' di fortuna, è stata salvata): si tratta di un ceppo riconducibile all'Escherichia
coli, microrganismo assai noto all'uomo del quale ci si serve anche per
condurre esperimenti scientifici. Ma la nuova ricerca mette giustamente in
allarme: dall'invenzione della penicillina è la prima volta che si ha a che
fare con batteri così potenti, che rimangono indifferenti agli antibiotici più
efficaci, compresa la colistina.
Si tratta di un
preparato farmacologico ottenuto dal Bacillus polymyxa. E' stato sintetizzato
molti anni fa ed è un caduto in disuso per le gravi ripercussioni a livello
renale; tuttavia rimane l'ultima spiaggia per cercare di debellare patologie
incurabili con gli altri sistemi in commercio. Come quella provocata dallo
Pseudomonas aeruginosa di cui non si sa molto, ma si è ben al corrente del
fatto che, per esempio in Usa, causa annualmente molti decessi. Gli scienziati
hanno individuato il gene della resistenza, battezzato mcr-1. E ora si pensa a
come contrastarlo, anche in previsione di un'ipotetica epidemia; che potrebbe
investire gli ospedali se non si riesce a capire al più presto le sue dinamiche
biologiche. E' stato analizzato per la prima volta in Cina e anche in Italia
gli scienziati lo conoscono, benché in rapporto a batteri meno pericolosi.
Da noi accade
qualcosa di simile con la klebsiella, altro microrganismo che ha già dimostrato
di poter resistere all'azione della colistina. Di pochi mesi fa la notizia
secondo la quale diciannove persone decedute fra il 2013 e il 2014 in Puglia
potrebbero essere state vittime di questo microbo. E' molto difficile da
gestire, perché se da una parte sa convivere pacificamente con l'uomo,
dall'altra, all'interno di un fisico già compromesso dalla vecchiaia o da
qualche acciacco, può trasformarsi in un pericoloso assassino; invadendo aree
anatomiche che di solito risparmia e innescando processi setticemici
irreversibili. La situazione italiana, peraltro, parafrasa perfettamente quella
americana, al punto che c'è chi pensa di essere tornati a una sorta di era
pre-Fleming. In Inghilterra i casi d'infezione mortale negli anni Novanta erano
un centinaio, dal 2005 si superano i duemila decessi. In tutta l'Europa si
arriva a 40mila morti. Di questo passo nel 2015 ogni tre secondi ci sarà un
decesso causato da un batterio ultraresistente. E c'è la preoccupazione che un
domani anche interventi chirurgici di routine possano creare i presupposti per
lo scoppio di un'invasione batterica. Lo dice anche la World Health
Organization che addirittura parla di "apocalisse antibiotici". Di
fatto la percentuale di batteri che se ne infischia di un numero sempre più
alto di antibiotici sta crescendo di anno in anno. Soluzioni? Poche.Gli scienziati
brancolano nel buio. Gli antibiotici hanno rivoluzionato il mondo, ma pensare
che possa oggi esserci qualcosa che funzioni allo stesso modo, ma di tutt'altra
natura, rischia di essere un'utopia. Per cui si continua sulla stessa strada.
Come sta accadendo in America con il progetto 10 x 20. Lo scopo è arrivare a
produrre entro il 2020, dieci sostanze di nuova generazione in grado di vincere
anche il microbo più ostile. D'altra parte è anche colpa nostra se le cose vanno
così. L'utilizzo spregiudicato degli antibiotici ha, infatti, portato molti
batteri a farsi furbi e a riprodursi in modo strategico: così si formano
colonie programmate geneticamente per sopravvivere a tutto.
mercoledì 1 giugno 2016
La Nasa va a floppy disc
C'erano una
volta i floppy disc che sembravano una rivoluzione: in un "foglietto"
di plastica ci stavano un mucchio di dati che potevano essere trasferiti da un
computer all'altro. Sono durati poco. Si è infatti passati ai cd, alle
chiavette, e alle "nuvolette" online. Ma non tutto ciò che è passato
è destinato all'oblio; perché, come insegnano tanti rimedi della nonna, spesso
quel che ha aiutato a vivere meglio le passate generazioni torna di moda e miracolosamente
restituisce all'uomo strategie impensate per affrontare con successo
determinati compiti. Si torna, dunque, a parlare dei floppy disc perché
quest'oggetto ritenuto obsoleto, all'insaputa di (quasi) tutti, è assolutamente
indispensabile per l'utilizzo di strumenti bellici di ultima generazione:
potentissimi missili via terra. Il riferimento è ai 450 missili
intercontinentali americani (icbm) che riposano sottoterra pronti a volare nel
caso in cui dovesse scoppiare una nuova guerra nucleare. Trasportano ordigni
nucleari e sono in grado di raggiungere notevoli altezze.
Gli Atlas
americani furono i primi. Siamo negli anni Sessanta. Gli scienziati che li
hanno progettati sono reduci dal secondo conflitto mondiale; in prima linea ci
sono figure come John von Neumann, fra i più grandi matematici di tutti i
tempi. Da allora sono passati molti anni, ma al di là dei cambiamenti relativi
soprattutto all'utilizzo dei combustibili (liquidi o solidi), quel che riguarda
le informazioni necessarie a trasmettere i dati necessari all'avvio e al decollo
dei razzi sono rimaste inalterate; e sono appunto conservate in autentici
reperti dell'archeologia hitech: i floppy disc. E peraltro non si sta parlando
di quelli di recente generazione, che chi ha più di vent'anni dovrebbe avere
maneggiato almeno una volta, ma di quelli del passato, risalenti al 1967;
floppy disc a otto pollici, forgiati dall'Ibm. Sono oggetti in grado di
contenere 237 kilobyte, contro gli otto gigabyte da cui partono le chiavette
usb tradizionali. La notizia è stata diramata in seguito al rapporto del
Governnment Accountability Office (Gao), che affronta il Pentagono sostenendo
che non ha senso spendere 61 miliardi di dollari all'anno per preservare
tecnologie "preistoriche".Ma il quartier
generale della Difesa americana si spiega dicendo che ancora oggi i missili
balistici, ma anche alcuni bombardieri, basano le loro azioni sul funzionamento
di computer risalenti agli anni Settanta; che leggono solo i floppy disc
dell'epoca. Stando alle ultime dichiarazioni del Pentagono, l'impiego di questo
"originale" sistema tecnologico proseguirà fino alla fine del 2017.
L'anno successivo dovrebbero andare in pensione. Meno chiaro il destino dei pc
collaudati quando al governo c'era Richard Nixon e si era in piena Guerra
fredda. Per ora stanno al loro posto, per il museo c'è ancora tempo. Ma non è
esclusa una strategia silente a opera della Difesa americana. Non va, infatti, trascurato
che paradossalmente questi strumenti sono anche i più difficili da violare: gli
hacker di oggi non saprebbero dove mettere le mani e dunque non c'è rischio di
contaminazione o di fuga di informazioni. Ce ne sarebbe per una spy-story.
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