venerdì 4 novembre 2016

Occhiali per cani: al via il commercio



Pronti a entrare in commercio in Inghilterra gli occhiali per cani. È la notizia divulgata da Christian Blank, titolare della ditta Dog–Goes di Monaco di Baviera. L’imprenditore è convinto che il nuovo prodotto di mercato sarà molto utile agli animali per proteggersi dalla luce solare, dai riflessi della neve, e dalle particelle di polvere alzate dal vento. E inoltre soddisferà le esigenze dei cittadini britannici famosi per il loro amore per gli animali domestici.

Gli occhiali per cani sono dotati di un design all’avanguardia e in particolare per i cani di piccola taglia come gli yorkshire sono addirittura caratterizzati da una montatura in oro. Il commercio di lenti per i quattro zampe riguarda già altri paesi come la Germania, gli Stati Uniti, e perfino la Corea del Sud, dove i cani più che al guinzaglio sono noti per la loro carne da mangiare.

Contrari all’invenzione della Dog–Goes ci sono alcuni veterinari che non credono proprio alla necessità di dotare i quattro zampe di occhiali. Semmai il prototipo tedesco è una buona idea per far sentire i padroni degli animali al centro dell’attenzione. 

giovedì 3 novembre 2016

Coma neurovegetativo: il parere di Connolly




Il cervello delle persone in coma neurovegetativo funziona più di quanto non si pensi. È quel che sostiene John Connolly dell’Università di Dalhousie in Nova Scozia (Halifax-Canada). Lo scienziato ha studiato l’attività cerebrale di pazienti tenuti in vita dalle macchine e ha scoperto che in alcuni la funzione del cervello è tutt’altro che assente. Per Connolly, dunque, l’eutanasia è un male della società, perché contribuisce a eliminare persone che in qualche modo sono ancora vive.

Secondo lo studioso canadese una buona parte dei pazienti che si trova in coma neurovegetativo possiede infatti un certo grado di consapevolezza: il contrario di quanto ritenuto finora che vede invece gli individui che hanno subito dei gravissimi traumi incapaci di intendere e di volere. A ciò è giunto dopo aver installato degli elettrodi su quattro pazienti selezionati per l’esperimento, inerti da più di un anno. Lo scienziato si è inizialmente rivolto loro pronunciando una serie di frasi sconnesse e prive di significato, e ha in seguito annotato i dati ricavati dalle singole attività cerebrali. Nel 75% dei casi ha rivelato che il cervello dei pazienti in coma irreversibile non è spento, ma ha ancora voglia di lavorare e quindi di sopravvivere. 

Connelly è famoso in patria e nel mondo per le innovative tecniche di indagine nel campo della mente umana. In particolare i suoi studi si basano su indagini di magnetoencefalografia e immagini di risonanza magnetica. Dei risultati analoghi il ricercatore di Halifax li ha conseguiti anche in passato su una ventina di pazienti sempre in stato di coma neurovegetativo.

La notizia è stata accolta da molti esperti del settore con scetticismo e incredulità. A sfavore delle tesi sostenute da Connelly si è schierato David Good della Wake Forest University di Winston – Salem in North Carolina (USA). Secondo lo scienziato statunitense infatti i risultati di Connelly andrebbero presi con le pinze, anche se non ha nascosto che spesso i grandi traguardi della medicina si ottengono proprio dalle piccole osservazioni come quelle appunto effettuate dal medico dell’Università di Dalhousie. 

Cellulari da riciclo


Riciclare i cellulari vecchi per salvaguardare l’ambiente. È la proposta della Cellular Telecommunications and Internet Association (CTIA), l’ente che riunisce le società che si occupano di cellulari e internet. Sono 80 milioni i cellulari eliminati ogni anno dai cittadini statunitensi e che potrebbero invece essere recuperati per evitare i danni dell’inquinamento tecnologico e il dispendio di materiali che ancora possono essere utili al commercio.

Nei soli Stati Uniti il mercato dei cellulari ha raggiunto cifre esorbitanti. Secondo gli ultimi dati i 150 milioni di utenti americani cambiano telefono ogni 18 mesi. Il più delle volte perché è subentrato un modello più moderno e pratico.

Ora i cellulari da “cambiare” faranno un'altra fine. Quelli che ancora funzionano verranno distribuiti nei paesi sottosviluppati; gli altri, i telefonini guasti, verranno smontati e i loro pezzi inviati di nuovo alle ditte che li fabbricano. Nelle discariche per lo smaltimento di prodotti tecnologici finiranno tutti gli avanzi e i resti accumulati dei cellulari che non possono essere utilizzati in alcun modo.

Il piano di intervento americano risponde a quello già avviato in Australia dalla Planet Ark, l’associazione ambientale non governativa il cui compito è quello di migliorare l’impatto dell’uomo sull’ambiente. In questa circostanza Jon Dee, fondatore dell’ente australiano, ha reso noto che un’operazione di riciclaggio di “appena” 50mila telefonini produrrebbe addirittura un chilo e mezzo d’oro, oltre ad altri materiali importanti come il nichel, il rame e la plastica.  

mercoledì 2 novembre 2016

La casa anti-microbi


È nata la prima casa antimicrobi. Si trova su una collina nei pressi della città di Los Angeles in USA. L’ha presentata AK Steel ai network americani dopo averla consegnata nelle mani dei due proprietari Ed e Madeleine Landry. La nuova casa ultratecnologica si basa sull’impiego di materiali in acciaio, ma soprattutto sull’utilizzo di una lega speciale in grado di reagire con l’ambiente per tenere lontani i microbi.

Il nuovo composto si chiama Aglon ed è stato prodotto dalla società di New York Steel Corp. La sua peculiarità è quella di liberare ioni d’argento quando viene a contatto con l’umidità presente nell’aria. In questo modo i batteri e i microrganismi che si depositano sulle sue superfici, trovandosi in una condizione inappropriata alle proprie esigenze biologiche, soccombono. Sono stati utilizzati 15 mila chili del nuovo metallo. L’Aglon è servito soprattutto per rivestire gli infissi, le maniglie, e le macchine del caffè.

All’inizio i due coniugi californiani si erano rivolti al genio dell’edilizia newyorkese per chiedergli una casa di 1.022 metri quadrati che non avesse bisogno di essere dipinta, che non bruciasse e che non fosse necessario pulire ogni giorno. Alla fine il progettista ha evidentemente fatto di più. Peccato che nessuno abbia però ancora rivelato il suo prezzo. 

martedì 1 novembre 2016

Birra e chili di troppo. Un mito da sfatare


Bere birra non fa ingrassare. Lo dice un team di ricercatori britannici e della Repubblica Ceca che ha appena condotto uno studio su 891 uomini e 1.098 donne di età compresa tra i 25 e i 64 anni, tutti consumatori della bevanda a base di orzo. Secondo Martin Bobak, ricercatore inglese coinvolto nell’esperimento, è un luogo comune sostenere che la birra fa aumentare di peso, e che invece il vino o altri prodotti non fanno ingrassare.

Lo studioso ha messo in relazione gli indicatori di obesità, basati sulle misure come l’altezza, il peso, e l’indice di massa corporea, con il consumo di birra e ha scoperto che non hanno alcun legame con i chili di troppo.

Dall’esperimento è emerso che gli abitanti maschi della Repubblica Ceca sono tra i maggiori consumatori di birra. Gli uomini bevono in media 3,1 litri di birra alla settimana; le donne 0,3 litri. I bevitori pesanti sono il 3% della popolazione con 14 litri di birra alla settimana: praticamente alla media di due litri al giorno. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Clinical Nutrition. 

Note e neuroni: ecco come il cervello si accende ascoltando una canzone


Tanzania, Gola di Olduvai, due milioni di anni fa. Vivevano diverse specie di ominidi che comunicavano fra loro emettendo urla e gemiti. Europa, 10mila anni fa. C'era solo l'Homo sapiens sapiens che cominciò a soffiare dentro un osso di orso delle caverne per cercare di richiamare animali da addomesticare. Sono due esempi che illustrano l'intrinseca volontà dell'uomo di cimentarsi con i suoni, e di conseguenza con ciò che ha a che vedere con il mondo della musica. Che potrebbe avere definitivamente preso piede con le prime "comunità", dove le mamme canticchiavano delle ninne nanne ai piccoli, e gli uomini modificavano con spirito critico un grido per interloquire con un proprio simile. Jaak Panksepp, neuropsicologo della Bowling Green State University, negli Stati Uniti, e padre della neuroscienza affettiva, parla di "orgasmo della pelle", per indicare il calore suscitato dall'ascolto di un suono gradito e dell'importanza che ha avuto a livello antropologico.

L'uomo nasce con la musica perché con essa ha potuto evolversi e conquistare importanti traguardi cognitivi ed emozionali. Ancora oggi, quando ascoltiamo una bella canzone, si accendono aree cerebrali che parafrasano l'azione neuronale dei nostri avi, quando un'inaspettata successione di note era capace di evocare un ricordo, un sentimento. Edward Large dell'University of Connecticut, in Usa, dice che la musica parla al cervello. E presso il Music Dynamics Lab ha potuto provarlo indagando il comportamento della mente con la risonanza magnetica. I partecipanti ai test sono stati invitati all'ascolto dello Studio Op. 10 n. 3 Tristezza di Fryderyk Chopin, pianista polacco, celebre per le sue opere romantiche e melodiche. Large ha visto che la musica eccita il cervello, coinvolgendo più aree; soprattutto quelle legate alle emozioni, alle capacità motorie e ai neuroni specchio.

L'emozione non è sempre la stessa. E può dipendere dal tempo musicale. Quando i tempi sono inferiori ai 60 battiti al minuto, la musica infonde tranquillità. Se scende a 30 o 40 può suscitare sentimenti malinconici. L'ideale è un tempo compreso fra i 60 e gli 80 battiti al secondo, che imita l'andamento medio del battito cardiaco; e ci riporta all'ascolto inconsapevole del cuore materno. Il coinvolgimento delle aree motorie cerebrali può essere facilmente perscrutabile osservando l'atteggiamento di un bambino alle prese con la musica; un'età inferiore ai tre anni e nessuna inibizione, e muoverà di sicuro anche e bacini. A differenza dell'adulto che, limitato dal pudore e dal timore di fare brutta figura, potrà al massimo tenere il tempo con un piede. Ma è grazie a questo innatismo comportamentale che sono nate le danze che ancora oggi rappresentano un aspetto preponderante della società. E la musica, infine, coinvolge i neuroni a specchio, fondamentali per metterci in relazione con gli altri: il bimbo impara così a sbadigliare e a sorridere; e dunque a interpretare il valore di un suono o di una melodia.

Su Nature si arriva a conclusioni simili chiamando in causa l'ippocampo, zona cerebrale legata alla memoria e al rafforzamento delle emozioni. E' una sorta di hard disk cerebrale che accumula esperienze e sensazioni; che possono essere riaccese ascoltando una determinata canzone. Esperti della California University, in Usa, hanno evidenziato in prossimità della corteccia mediale prefrontale, in corrispondenza della fronte, un complesso neuronale che mette in relazione l'ippocampo alla corteccia uditiva. Qui è incisa la colonna sonora della nostra vita. E' così che una vecchia canzone che credevamo dimenticata, riascoltandola, è capace di farci rivivere grandi emozioni, e compiere un viaggio nel tempo e nei ricordi. Come accade con i profumi che, annidandosi in recondite aree cerebrali, possono all'improvviso riportarci in un'epoca lontana della nostra esistenza.

Le ricerche sulla relazione musica-cervello permettono infine di fronteggiare da un nuovo punto di vista le malattie neurodegenerative. L'Alzheimer colpisce milioni di persone, provocando un declino cognitivo progressivo, si presume dovuto all'accumulo di particolari proteine, le beta amiloidi. Ma se è vero che alcune aree del cervello contenenti i ricordi, sono suscettibili all'ascolto della musica, si può presumere che una melodia possa davvero rintuzzare la memoria e migliorare le condizioni di un paziente colpito da demenza senile. E forse aiutare anche chi soffre di Parkinson, autismo o dislessia.

Del resto l'ascolto di un bel motivo musicale è indicato anche a chi non ha grossi problemi di salute, ma ha semplicemente voglia di concedersi a uno svago che da sempre accompagna il cammino dell'uomo. Doveva pensarla così William Shakespeare quando scrisse che «l'uomo che non ama la musica dentro di sé e non è commosso dall'accordo di dolci suoni, è incline ai tradimenti, agli stratagemmi e ai profitti; i moti del suo spirito sono tristi come la notte, e i suoi effetti bui come l'Erebo: non fidatevi di un uomo simile».

Vampiri bulgari

Si credeva davvero nella vampirologia, e nella possibilità che novelli zombie potessero aggirarsi per campi e villaggi a caccia di umani dalla carne fresca e giovane. Lo provò nel 2012 la scoperta di scheletri in Bulgaria, trafitti con barre di ferro, prerogativa che, secondo la tradizione, impediva ai morti di risvegliarsi. Oggi si ha, dunque, una nuova conferma di questa credenza, con il ritrovamento, sempre in Bulgaria - nei pressi della seconda più grande città della nazione, Plovdiv - di nuovi resti trattati allo stesso modo. 

Gli antropologi hanno infatti individuato una necropoli con ottanta salme, riconducibile al quindicesimo, sedicesimo secolo; i corpi dei defunti erano stati tumulati con pietre e mattoni in bocca. Sono state trovate anche molte monete antiche e tracce che lascerebbero supporre la presenza di altre sepolture sottostanti. 

La necropoli di Plovdiv