L'ALTRA FACCIA DEL PROIBITO: disegni e ferite

Ai giovani piace trasgredire modificando l’aspetto esteriore del proprio corpo con piercing e tatuaggi. Il piercing (dall’inglese to pierce, forare) ha cominciato ad essere praticato negli anni 70-80 negli ambienti punk-underground, nelle comunità omosessuali, tra i praticanti del sadomaso e i feticisti. Nella coppia omosessuale o sadomaso, chi portava il piercing era solitamente lo ‘schiavo’, ed i suoi anelli ai genitali o ai capezzoli erano il simbolo di sottomissione al ‘padrone’. Oggi il piercing ‘leggero’ è semplicemente una moda, un modo per comunicare, che interessa persone di differente età, cultura e ceto sociale, anche se a praticarla sono soprattutto i giovani, che si infilano monili sulle sopracciglia, le labbra, il seno, la lingua, l’ombelico e tante altre parti del corpo, coperte o meno. Piercing molto più ‘pesanti’ e dunque completamente fuori dal discorso della tendenza del momento, sono ad esempio il taglio della lingua, in modo da renderla biforcuta ed il dental piercing, con applicazione di capsule d’oro e brillantini, oppure lo scaring (tagli in profondità per ricavare cicatrici indelebili) ed il branding (marchi a fuoco), o il cutting (il corpo viene tagliuzzato). In questo caso si tratta di scelte ‘estreme’: una sorta di acting out, un atto che esprima e riesca a sedare i pensieri angosciosi che affollano la mente. Dai rapporti della fondazione Iard (un’organizzazione specializzata nel campo della ricerca ed intervento sui processi culturali, educativi e formativi con approcci che integrano le prospettive delle diverse scienze sociali - pedagogia, sociologia, psicologia, economia), la propensione alla trasgressione dei giovani italiani è cresciuta sensibilmente nel corso del tempo. Ecco alcuni esempi: dal 1992 al 1996 l’orientamento favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere è passato dal 31% al 35%; alla domanda sulla possibilità di utilizzare i trasporti pubblici senza pagare, la percentuale favorevole nel 1983 era del 59,3%, nel 1996 del 65,7%; infine assentarsi dal lavoro fingendo una malattia era considerato ammissibile dal 49,1 % dei giovani intervistati nel 1983, nel 1996 dal 54% di essi.

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