Anche le parole seguono le leggi di Darwin

Conosciamo Mark Pagel da tempo: è lui uno degli studiosi che, più di altri, ha saputo introdurci ai segreti della linguistica nel mondo, al valore sociale degli idiomi, e al fatto che alcuni di essi, purtroppo, stiano sparendo per sempre. Recentemente ci aveva parlato del fatto che sulla Terra esistono circa 6mila lingue, il 60 percento delle quali è destinato a estinguersi nel giro di cento anni. Oggi invece abbiamo un’altra sorprendente e affascinante novità che giunge dai laboratori linguistici di Pagel: le lingue, o meglio, le parole, si comportano in tutto e per tutto come se fossero dei geni, vale a dire obbediscono a una sorta di legge darwiniana, tale per cui resiste nel tempo solo il lemma più usato, più adatto ai tempi e alle mode, mentre gli altri si trasformano, mutano inesorabilmente e molte volte - così come certi caratteri genetici di piante e animali - perdono definitivamente il loro potere glottologico-sociale. In particolare Pagel ha concentrato i suoi sforzi su quattro differenti linguaggi di origine indoeuropea: francese, greco, inglese e tedesco. Questi ultimi provengono tutti da una famiglia linguistica comune, l’Urheimat, che vede la sua origine nella zona geografica compresa fra i monti Urali e il Marr Nero. Da qui, circa diecimila anni fa, sono partiti i nostri avi, con il loro bagaglio culturale e soprattutto linguistico: solo così, d’altronde, si spiega il motivo per cui la radice di molte parole attuali è comune a ogni idioma europeo. Lo studio pubblicato recentemente su Nature è provocatorio come inattaccabile. Il luminare dell’università di Reading ha scandagliato il significato ancestrale di 200 parole: ne ha seguito le caratteristiche della forma attraverso i secoli e i millenni, scoprendo che le parole usate di più sono rimaste pressoché inalterate nel tempo – e sono quindi simili a quelle che utilizzavano i nostri progenitori indogermanici - mentre quelle usate di meno sono cambiate radicalmente, hanno assunto nuovi significati, sono sfumate. Pagel cita due esempi lampanti: le parole inglesi “water” (acqua) e “two” (due). Secondo Pagel queste due parole sono assai simili fra loro nei vari linguaggi di origine indoeuropea e soprattutto sono strettamente riconducibili alla lontana informazione di matrice caucasica. Al contrario la parola inglese “tail” (coda), lemma usato di rado, presenta profonde differenze con tutti gli altri idiomi, moderni o antichi che siano. In francese coda si dice “queue”, in greco “oupa”, in tedesco “schwanz”, in inglese appunto “tail”. Sono differenze di forma enormi, certamente molto più marcate rispetto alla parola “acqua”, impiegata praticamente ogni giorno. Risultato: esiste, secondo lo studioso, un legame imprescindibile tra le mutazioni delle parole e la frequenza con cui vengono pronunciate. “Possiamo spiegare con questa sorta di selezione naturale lessicale almeno il 50 percento delle diversificazioni terminologiche avvenute nel tempo, qualcosa di sconosciuto nell’ambito delle scienze sociali – precisa Tecumseh Fitch dell’’università di St. Andrews in Scozia. Infine, concorda con l’esperto di Reading anche un altro studio pubblicato su Nature da Erez Lieberman, biologo evoluzionista e matematico di Harvard. Questo scienziato non si è occupato dei sostantivi ma dei verbi, in particolare di come si è avuta la traslazione dai verbi irregolari ai verbi regolari. Lieberman e colleghi hanno analizzato 177 forme verbali, mostrando che, statisticamente, la frequenza di un verbo è direttamente proporzionale alla sua stabilità nel tempo. Secondo Lieberman si possono usare diversi metodi di indagine tuttavia si arriva sempre allo stesso risultato: i verbi più usati sono quelli che resistono di più al cambiamento, mentre gli altri scompaiono, come negli animali, laddove sono le specie più deboli ad estinguersi per prime. Ma perché le parole usate maggiormente sono quelle che si mantengono più fedeli a se stesse? Su ciò cala un velo di mistero, tuttavia si azzarda soprattutto un’ipotesi: che semplicemente le parole più usate siano anche quelle che si ricordano più facilmente e come tali, con maggiori difficoltà, subiscono quindi nuove inflessioni o accenti. Lo studio apre infine nuovi spiragli di ricerca per ciò che riguarda la linguistica internazionale, e soprattutto aiuta ancora una volta a sensibilizzare l’opinione pubblica relativamente al grave rischio che corriamo di rimanere senza la straordinaria variabilità lessicale che riguarda il Vecchio continente: “Prevediamo che, nel giro di poco tempo, solo tre o quattro lingue domineranno il mondo – ha ammesso sconsolato Pagel. Il 96 per cento di tutte le lingue sono parlate da meno del 4 per cento degli abitanti del pianeta. In particolare la lingua più parlata nell’UE è il tedesco, utilizzata da quasi tutti gli abitanti di Germania e Austria, e da una parte di italiani, svizzeri, polacchi, ungheresi, rumeni. Nel mondo le lingue maggiormente a rischio di estinzione si trovano soprattutto in regioni appartenenti alla Australia del nord, al Sud America centrale, al Pacifico settentrionale, alla Siberia orientale, all’Oklahoma e agli Stati Uniti orientali; tra queste abbiamo in particolare la tofa, la tozha e la tuha, tre lingue dello stesso ceppo, parlate da secoli dai popoli del nord della Mongolia e della Siberia e oggi conosciute solo da trecento persone. In Europa la situazione non è così tragica tuttavia anche qui abbiamo idiomi in pericolo. Il riferimento è per esempio alla lingua sami, parlata dai lapponi che abitano la Finlandia e la Norvegia; al romancio, lingua neolatina, lontana parente del ladino, e utilizzata in Svizzera nel cantone dei Grigioni; al galiziano, originatesi nel Medioevo per l’incontro tra la cultura spagnola e quella tedesca, e impiegata nella regione storica compresa tra la Polonia e l’Ucraina.

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