Il brodo della morte nutre i batteri che salvano la vita

È una specie di discarica industriale, una gigantesca buca profonda 540 metri e larga 2 chilometri, contenente al suo interno un brodo mortale, rappresentato da metalli tossici come alluminio, cadmio e arsenico. Fino al 1982 consentiva alla miniera di rame adiacente di disfarsi quotidianamente degli scarti derivanti dalla lavorazione del minerale; poi il tutto è stato abbandonato a se stesso fino a oggi. A riportare l’attenzione sulla cosiddetta buca del Montana (lo stato Usa che la ospita) è un gruppo di ricercatori americani guidati da Andrea Stierle, 52enne, studioso dell’Istituto Superiore di tecnologia dell’università del Montana, e già noto per aver in passato scoperto un fungo in grado di contrastare l’evoluzione di certi tumori. Stierle ha fatto una scoperta sensazionale: il brodo mortale in realtà non è affatto mortale, ma ospita al suo interno ben 142 forme di vita primordiale, in pratica batteri. Da questi microrganismi ha isolato 80 composti chimici potenzialmente in grado di uccidere le cellule cancerogene. I test effettuati su linee cellulari conservate presso il National Institutes of Heatlh hanno dimostrato che due di questi principi attivi sono molto efficaci nel contrastare la replicazione delle cellule tumorali legate alle neoplasie del seno e delle ovaie. “Siamo solo all’inizio – ammette il ricercatore - tuttavia è da una situazione come questa che siamo partiti anche la scorsa volta, individuando in un fungo delle molecole che oggi vengono utilizzate ufficialmente in oncologia”. Ma cos’hanno di tanto particolare questi batteri? Sono unici al mondo, ammettono gli scienziati. Non ne esistono da altre parti. Il loro Dna è assolutamente peculiare, poiché ha dovuto far fronte a un ambiente a dir poco ostile. (Per dare un’idea di ciò basta ricordare che nel 1995 atterrarono sullo specchio d’acqua centinaia di oche e morirono tutte all’istante). Stando alle delucidazioni fornite da Stierle i batteri del brodo mortale hanno attivato geni molto particolari, quasi certamente in grado di portare allo sviluppo di nuove e rivoluzionarie terapie. “Non stupisce che dei batteri vivano in condizioni così ostili – chiarisce Pierluigi Nicoletti, responsabile del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliera Careggi di Firenze -. Sappiamo da tempo, per esempio, che alcuni microrganismi vivono in condizioni altrettanto difficili, con tassi di salinità eccezionali o temperature molto alte. È dunque verosimile ipotizzare che, da batteri con simili caratteristiche, sia possibile giungere un domani a farmaci assolutamente innovativi”. In passato anche altri scienziati sono riusciti a individuare sostanze batteriche in grado di combattere le neoplasie. La cosiddetta “Combination bacteriolytic therapy”, per esempio, (Cobalt) è stata ideata da Bert Vogelstein, docente di oncologia presso la Johns Hopkins University di Baltimora. Lo scienziato ha utilizzato la specie batterica Clostridium novyi (privata delle sue tossine letali) abbinata a farmaci chemioterapici convenzionali ed è riuscito a determinare nei topi "un significativo e prolungato effetto antitumorale" già nelle prime 24 ore dalla somministrazione. Altro studio interessante ha invece visto l’applicazione del batterio della salmonella presso l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano: in questo caso lo scopo della sperimentazione è addirittura quello di sviluppare un nuovo vaccino per il melanoma, tumore che colpisce 6mila italiani all’anno, uccidendone 1500. “Ormai da tempo si utilizzano in campo oncologico farmaci derivanti da batteri – ci racconta Enrico Mini, professore di farmacologia dell’università di Firenze -. Lo scopo di molti ricercatori è proprio quello di coltivare in laboratorio specie di microrganismi per poi sviluppare nuove medicine. La letteratura medica è ricca di esempi in tal senso”.

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