Arriva l'uomo alto 2 metri, glabro ed eterno

Secondo un recente studio divulgato dagli esperti dell’Istituto di economia di Londra tra circa un millennio l’altezza media delle persone sarà di due metri e la vita media durerà circa 120 anni. Non esisteranno più razze ed etnie ma una popolazione globale contraddistinta da pelli assimilabili tra loro e univocamente tendenti al marroncino. La notevole dipendenza dalla tecnologia porterà ad esseri umani maschi meno muscolosi e donne finemente curate con seni prosperosi, linee snelle e assenza di peli. Sarà dunque questo il frutto di un’evoluzione sprint che porterà – in meno di mille anni - a un uomo radicalmente diverso da quello odierno? Stando a un recente studio divulgato dai Proceedings of the National Academy of Science (PNAS) la risposta è tassativamente sì. In esso si sostiene che l’evoluzione umana non è giunta all’apice - come ritenuto da molti ricercatori - bensì è in continua trasformazione, anzi, ultimamente – per la precisione negli ultimi 5mila anni - avrebbe addirittura subito una accelerazione senza precedenti. Con ciò gli specialisti Usa affermano che l’uomo di 5mila anni fa – un Homo sapiens sapiens a tutti gli effetti - era paradossalmente più simile a un neandertaliano (estinto da 40mila anni) che non a un uomo moderno. Dunque l’evoluzione è proseguita inesorabilmente ma lentamente per circa 40mila anni, per poi esplodere in un periodo che – nella scala evolutiva – si può considerare l’altro ieri. Gli esperti statunitensi sono giunti a questi sorprendenti risultati verificando le caratteristiche genetiche di numerose popolazioni sparse per il mondo, sfruttando la recente codificazione del genoma umano. Hanno evidenziato che centinaia di geni sono mutati drasticamente e che queste mutazioni hanno portato a un uomo nuovo, con un assetto genomico assolutamente originale e peculiare. Tre le cause: l’avvento dell’agricoltura, la conseguente variazione nelle diete alimentari, e la migliore resistenza alle malattie infettive. Questi parametri hanno agito sull’uomo pesantemente e contemporaneamente, rivoluzionando in modo repentino genotipi e fenotipi, per ottenere infine un individuo unico e assai lontano dai suoi diretti progenitori. “È una notizia interessante, ma da prendere con le pinze – ci dice Marco Ferraguti, biologo evoluzionista dell’università di Milano – per arrivare a conferme di questo tipo si dovrebbe infatti disporre di un genoma completo di un uomo vissuto 5mila anni fa, cosa su cui per ora non possiamo contare. Quanto poi al genoma dei neandertaliani, dei ricercatori di Lipsia stanno ricostruendolo, ma con problemi notevoli, dovuti soprattutto all’alto rischio di contaminazione dei reperti fossili”. Il lavoro degli americani si è dimostrato piuttosto complesso. Come si evince dalla pubblicazione originale apparsa sui PNAS gli studiosi hanno innanzitutto attinto ai dati dell’International HapMap Project, predisposto alla catalogazione delle somiglianze e delle differenze genetiche negli esseri umani e impiegato soprattutto per identificare la correlazione fra geni e malattie. Da qui si sono poi concentrati sul cosiddetto fenomeno chiamato “disequilibrio di linkage” (disequilibrio di concatenazione), concernente particolari associazioni di geni che perdurano nel tempo; quando queste ultime sono scarsamente presenti in un genoma, significa che la selezione naturale ha prevalso su altri fattori di cambiamento. Infine si è visto che la selezione naturale ha operato attivamente su circa 1800 geni, pari a circa il sette percento del patrimonio genetico, sancendo la nascita di un modernissimo uomo nuovo, forse precursore di quello immaginato dagli studiosi dell’Istituto di economia di Londra. “Se questa ricerca verrà confermata - conclude Ferraguti – vorrà dire che la selezione naturale nell’Homo sapiens è più che mai attiva. Cosa ci riserva il futuro? Non lo sappiamo: il meccanismo della selezione naturale non è purtroppo in grado di formulare previsioni a lunga distanza. D’altra parte, l’evoluzione è un fenomeno storico, e come tale sfugge alla possibilità di previsioni esatte”.

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