Cercava l'elisir di lunga vita, arrivò il "botto"

Ancora poche ore e potremo dire addio al… per abbracciare il nuovo anno. E come ogni buon san Silvestro che si rispetti anche in questa occasione non mancherà l’opportunità di mettere mano ai fuochi d’artificio e illuminare i cieli di mezza Italia. Il 14 percento degli italiani ha speso in media 62 euro per questo divertimento. È d’altronde una tradizione che affonda le sue radici a centinaia di anni fa, quando il Belpaese e il mondo erano assolutamente diversi da quelli di oggi. È da poco passato l’VIII secolo dopo Cristo e la Cina - nel suo cronico isolamento sociale e geografico - è alla ricerca dell’elisir di lunga vita. Ci sta pensando un monaco curioso ed eccentrico. L’uomo, per puro caso, miscela nitrato di potassio (sostanza ricavata da un minerale chiamato salnitro), polvere di carbone e zolfo e dà luogo a un preparato incandescente a tutti gli effetti: basta una scintilla, un raggio di calore, per provocare il finimondo. Da questo momento ha ufficialmente inizio la storia dei fuochi d’artificio (e con essi di pistole, fucili e cannoni). In un trattato cinese risalente al 1044 (Wujing Zongyao) si parla di spettacoli pirotecnici realizzati utilizzando frecce legate a tubi di bambù riempiti con una miscela esplosiva. Nel XIII secolo i cinesi impiegano questa tecnica per fronteggiare le armate di Gengis Khan. In Europa la novità approda nel 1248 – probabilmente grazie agli spostamenti incessanti dei mongoli - quando viene ufficialmente resa nota la ricetta per ogni “botto” come si deve. Quest’ultima è meticolosamente elaborata dal filosofo inglese Bacone: deve essere caratterizzata per il 75 percento da nitrato di potassio, per il 15 percento da polvere di carbone, per il 10 percento da zolfo. In realtà, oggi, si utilizzano elementi chimici in sovrappiù per conferire tinte e colori ai fuochi d’artificio e per assicurare più chiasso possibile con tipici boati, fischi, frastuoni. Si utilizzano i sali di stronzio per ottenere giochi pirotecnici di colore rosso, e sali di bario per il verde. Col sodio si ricava il giallo e con il rame l’azzurro. Nel 1400 il monaco tedesco Berthold Schwarz sfrutta per primo la polvere pirica per sparare un proiettile. Dunque le sue intuizioni verranno soprattutto applicate in campo bellico. Ma i fuochi d’artificio continuano comunque a brillare di vita propria e, soprattutto in Paesi cattolici come l’Italia, ogni celebrazione religiosa importante è l’occasione giusta per sparare in cielo fontane di fuoco, e altre diavolerie della pirotecnica. In questo modo, peraltro, il clero offre ai fedeli recalcitranti una approssimativa idea di ciò che significhi abbrustolire all’inferno. Nel XIII e nel XIV secolo vengono redatte le prime pubblicazioni sull’arte ricavata dalla polvere da sparo. Sempre più spesso i fuochi d’artificio interessano artisti e saltimbanchi. L’Italia, in particolare, è uno fra i Paesi all’avanguardia. Due bolognesi, i fratelli Ruggeri, approdano alla corte di re Luigi XV, per divertire il sire e la sua famiglia e per celebrare la pace di Aquisgrana nel 1748. Dai primi dell’Ottocento la pirotecnica è sempre più legata alla festa dell’Ultimo dell’anno e oggi, in particolare, può contare anche sull’aiuto della tecnologia: con i computer, le postazioni di lancio multiple, le centraline elettroniche si possono infatti ottenere spettacoli che un tempo erano impensabili. Sicché, sempre più spesso, si parla di record imbattibili e manifestazioni di fuochi d’artificio che non si possono perdere. Tra i record ricordiamo quello dell’anno scorso (2006-2007) ottenuto a Funchal (Portogallo): per la prima volta hanno tagliato l’aria in successione ben 66.326 fuochi d’artificio. Per chi invece volesse vivere appuntamenti magici con la pirotecnica il consiglio è quello di recarsi a Venezia per la festa del Redentore (luglio); a Mugnano di Napoli per il festival pirotecnico (ottobre); alla festa di Adelfia-Montrone (novembre). Infine è da ricordare Santa Barbara, santa protettrice di tutti coloro che manipolano o hanno a che fare con gli esplosivi. La sua storia inizia a Nicomedia dove nasce nel 273. Nel 287, con il padre Dioscoro, collaboratore dell’imperatore Massimiliano Erculeo, si trasferisce a Scandriglia (Rieti). Convertitasi alla fede cristiana provocò le ire del padre e per questo fu costretta a scappare di casa. Ma la sua fuga durò poco. Il 2 dicembre 290 viene processata davanti al padre e a molti altri esponenti dell’intellighenzia romana. Dopo due giorni di torture con ferri roventi (che miracolosamente non le procurano alcun danno) viene decapitata con la spada dallo stesso Dioscoro, che però stramazza al suolo, privo di vita, colpito da un fulmine. Da qui la tradizione di invocare santa Barbara ogni volta che si ha a che fare con fuochi, fiamme e polvere da sparo.

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