Ictus, sarà sconfitto con due proteine tipiche dei cetacei

Nei paesi industrializzati in 4 famiglie su 5 si registrano casi di ictus. In Italia avvengono in media 250 ictus al giorno, nei paesi occidentali uno al minuto. La malattia si spiega partendo dal presupposto che il nostro cervello - benché rappresenti solo il 2 percento del nostro peso corporeo – consuma l’85 percento dell’ossigeno che respiriamo; quest’ultimo viene trasportato dalle arterie, vasi predisposti a veicolare il sangue dal cuore a tutti i distretti dell’organismo. Quando però una arteria del cervello si rompe o si ostruisce, questo processo viene bruscamente interrotto, mandando in tilt le cellule neuronali: si innesca così una reazione a catena tale per cui, in breve tempo, molte cellule del cervello vengono distrutte; e siccome i neuroni non possono essere rimpiazzati molti pazienti colpiti dalla malattia sopravvivono con danni permanenti. Alla luce di ciò è dunque importantissimo sapere che una terapia potenzialmente in grado di vincere l’ipossia cerebrale potrebbe non essere lontana. Stando infatti alle ricerche di studiosi americani la risposta alla difficoltà del cervello umano di sopperire alla carenza improvvisa di ossigeno potrebbe essere risolta guardando alla biologia di animali come i delfini. I ricercatori hanno analizzato le abitudini comportamentali di 41 specie animali terrestri e 23 mammiferi marini. Hanno visto che certi cetacei – esseri viventi caratterizzati da respirazione polmonare, esattamente come quella umana – sono in grado di resistere sott’acqua per molti minuti, addirittura un’ora. Da qui gli studiosi hanno intuito che, alla base di ciò, deve esserci per forza un meccanismo fisiologico tale per cui anche in caso di scarsità di ossigeno nell’ambiente circostante, questi animali riescono a mantenere ossigenato il cervello, evitando in pratica ciò che si verifica in caso di ictus. Andando più a fondo hanno quindi scoperto che questa fisiologia peculiare è esplicata da due proteine, la neuroglobina e la citoglobina. La prima – rintracciabile anche nel cervello umano – è strutturalmente simile all’emoglobina presente nel sangue e alla mioglobina attiva nei muscoli. Il suo ruolo prioritario concerne la capacità di attrarre l’ossigeno ed è legato al metabolismo dell’azoto. “La comprensione della sua azione costituisce un importante passo verso un più concreto aiuto a chi è colpito da ictus o problemi analoghi – ha ammesso Gerald Weissman, direttore di The Faseb Journal (Journal of the Federation of American Societies for Experimental Biology). “È un’ipotesi affascinante – ribatte Maurizio Carucci cardiologo del Fatebenefratelli di Milano – tuttavia fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare: l’uomo ha un metabolismo peculiare e non è detto che ciò che si verifica nei cetacei possa esprimersi anche nell’essere umano”. Le citoglobine invece svolgono un ruolo chiave nel trasporto attivo dell’ossigeno dal sangue al cervello, soprattutto quando – per cause diverse - i livelli del gas vitale sono estremamente bassi. Secondo Terrie Williams - docente di ecologia e biologia presso la università della California di Santa Cruz - queste due proteine cooperano in molti animali, ma in quantità estremamente differenti. Dunque solo negli animali come i delfini, che ne posseggono in abbondanza, l’ipossia può essere vinta. “Il livello di variabilità di queste due proteine riscontrata nei diversi animali è notevole – ha precisato Williams -. Alcuni presentano un livello di globine di tipo neuroprotettivo più alto di 3-10 volte. Queste specie selvatiche conservano molti segreti su come mettere in atto meccanismi protettivi nel cervello dei mammiferi”. Infine gli studiosi hanno scoperto che l’abilità di permanere a lungo sott’acqua non riguarda solo i delfini ma anche molte balene. La balenottera azzurra, con le sue 190 tonnellate di peso, compie immersioni di circa 30 minuti. Il capodoglio resiste fino a 140 minuti. L’uomo al confronto fa ridere. Normalmente un essere umano senza allenamento può trattenere il respiro sott’acqua per circa un minuto, massimo due. A tre minuti si rischiano danni irreversibili al cervello; quindi la morte poco dopo. Solo gli apneisti professionisti arrivano a resistere sott’acqua fino a 8 minuti.

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