Progettata in Usa la prima centrale energetica orbitale

Una centrale elettrica posizionata a 35mila chilometri dalla superficie della Terra, in grado di sfamare energeticamente gran parte degli statunitensi e di far dimenticare loro l’innegabile esauribilità dei combustibili fossili è il progetto che intendono realizzare i tecnici della Nasa con i vertici del Pentagono. Un’impresa avveniristica che verrà messa in piedi – se tutto andrà come programmato – a partire dal 2015. Stando alle prime dichiarazioni fatte dagli americani, così facendo, già a partire dal 2050, il 10 percento del fabbisogno energetico Usa potrebbe essere risolto dalla nuova centrale. Nei dettagli si ha a che fare con qualcosa di eccezionalmente vasto, nonché economicamente impegnativo. Si parla di un gigantesco specchio solare di circa 50-100 chilometri quadrati capace di captare e assorbire i raggi provenienti dal sole e di dirigerli a una stazione elettrica orbitale larga un chilometro e mezzo. Da qui partirebbero flussi di microonde o raggi laser che traslocherebbero l’energia proveniente dalla nostra stella, alla superficie del pianeta, usufruendo di antenne speciali montate su una struttura larga 14 chilometri e lunga 10. È chiaro che, una centrale di questo tipo, non avrebbe concorrenti: funzionerebbe sempre, notte e giorno (al contrario delle centrali terrestri che tacciono di notte) e non subirebbe i tipici cali di produzione dovuti alle interferenze atmosferiche. Due le difficoltà: economiche e tecniche. Economicamente - se pensiamo che mandare nello spazio un chilogrammo di materia (a 2mila chilometri di distanza dalla superficie terrestre) costa dai 6.600 agli 11mila dollari – ci si può solo immaginare a quanto possa ammontare la spesa necessaria al lancio nello spazio - a 35mila chilometri di distanza - di un pannello solare delle dimensioni indicate. Da un punto di vista tecnico i problemi maggiori vengono invece dal fatto che nessuno al momento è in grado di prevedere l’effetto che potrà avere sull’uomo e sull’ambiente un flusso costante di energia sottoforma di microonde da 10 gigawatt. In ogni caso è in questa direzione che intendono muoversi gli americani, non solo per una questione meramente ecologica; probabilmente c’è di mezzo anche la politica, o meglio, la geopolitica. Stando a molte voci la scarsità delle riserve petrolifere e il crescente fabbisogno energetico a livello globale, soprattutto dei Paesi in via di sviluppo, sarà - per il governo americano - la principale causa delle guerre del Ventunesimo secolo. Per la precisione la dichiarazione del colonnello Michael V. Smith a capo della sezione “Future Concepts” del Nsso (organo del Pentagono che sovvenziona gli studi concernenti la centrale) è la seguente: “L’attuale combinazione di risorse scarse e stati sempre più bisognosi di energia potrebbe sfociare in una guerra mondiale già nel corso di questo secolo. Dunque questa tecnologia ridurrebbe la dipendenza americana da governi ostili e, ridefinendo le relazioni geopolitiche, rimuoverebbe la competizione energetica quale causa di conflitti”. A favore dell’iniziativa degli statunitensi ci sono infine anche i giapponesi i quali si dicono addirittura disposti a cooperare con la proposta americana. In particolare Osami Takenouchi, responsabile della divisione spaziale del ministero dell’economia e dell’industria (METI) afferma che, entro una trentina d’anni, i nipponici inizieranno la costruzione dei satelliti capaci di inviare energia sul nostro pianeta. La collaborazione fra Giappone e Stati Uniti, i due Paesi che tecnologicamente sono i più avanzati del mondo avrebbe come risultato una specie di globalizzazione di tutte le fonti energetiche, liberando l’intero pianeta dalla servitù del petrolio, che nel giro di pochi decenni diventerebbe inutile oltre che dannoso.

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