Astrofisico di Cambridge mette l'informatica ko

In barba alla tecnologia, ai computer e all’informatica. Uno studioso di origine olandese si è infatti ritrovato a dover calcolare a mano la distanza tra la Terra e centomila stelle. “Un lavoro tremendo – lo ha definito, che però oggi consente a tutti di potersi confrontare con quello che è stato definito il “catalogo stellare più accurato che esista” (Hipparcos. The new reduction of the raw data). Ne è autore lo scienziato Floor Van Leeuwen, da dieci anni al lavoro presso l’osservatorio di Cambridge, in Inghilterra. Tutto parte dalla attività svolta fino a oggi dal satellite dell’ESA Hipparcos, lanciato nel 1989, unica missione astrometrica affrontata dall’uomo: “Vent’anni fa l’astrometria era un’oscura materia e nessuno avrebbe potuto immaginare le sorprese in arrivo grazie al satellite – ha ammesso Michael Perryman, responsabile dell’ESA -. La missione ha consentito ricerche in un’ampia gamma di tematiche ed ha aperto vaste praterie inesplorate”. Il compito di Hipparcos è stato dunque quello misurare la distanza tra il nostro pianeta e gli astri del cielo. In realtà, nel corso degli anni, sono emersi dei problemi di cui all’inizio non si teneva conto e che sono invece determinanti per riuscire a disegnare con grande precisione la mappa celeste. Intense variazioni di temperatura, contatto con micrometeoriti, movimenti dei pannelli solari della navicella, sono tutti aspetti che in qualche modo hanno interferito con i dati forniti del satellite. Cosicché Van Leeuwen si è dovuto rimboccare le maniche e a mano, si è messo a correggere una a una tutte le varie distanze siderali. “Ho individuato almeno 1600 eventi anomali – ha spiegato Van Leeuwen – e per ognuno di essi ho dovuto correggere dati preesistenti con un coefficiente specifico”. Grazie al suo lavoro oggi sappiamo con esattezza quanto dista la Terra da 118218 stelle e inoltre veniamo a conoscenza dell’esistenza di sistemi stellari multipli fino a ieri sconosciuti. Il catalogo di Leeuwen permette di analizzare astri individuali, il comportamento di gruppi stellari e ricavare dati importanti sulla formazione della nostra galassia. Il lavoro dello scienziato serve anche a spianare la strada a Gaia, la prossima missione astrometrica spaziale dell'ESA, che vedrà la luce nel 2012 e porterà alla pubblicazione di un nuovo catalogo stellare nel 2020. Gaia ha come obiettivo misurare con precisione certosina le posizioni e le distanze di numerosi oggetti celesti. Lo scopo è in particolare quello di creare una mappa della nostra galassia di una completezza e precisione che nemmeno Hipparcos ha saputo fornire. Secondo gli studiosi il satellite consentirà di aumentare di 100 volte la precisione delle misure finora fatte e di aggiungere al catalogo Hipparcos altre stelle. Il satellite, pesante circa 3 tonnellate, raggiungerà l’orbita prescelta (a 1,5 milioni di chilometri dalla Terra, circa 4 volte la distanza Terra-Luna) tramite un razzo Soyuz in circa 200-280 giorni. Con Gaia infine l’uomo potrà far luce sul cosiddetto ‘punto cieco’ presente tra il sole e l’orbita terrestre, zona celeste che, dalla Terra, può essere analizzata solo durante il giorno. In questo modo gli scienziati intendono individuare oggetti sconosciuti e praticamente invisibili, compresi asteroidi potenzialmente pericolosi. In particolare Gaia terrà d’occhio gli Aten, grande gruppo di asteroidi che gravitano tra il sole e il nostro pianeta, di cui si sa pochissimo. In cinque anni il nuovo satellite scruterà le caratteristiche di circa un miliardo di stelle, l’1 percento degli astri presenti nella Via Lattea. Punto di forza di Gaia saranno 3 telescopi superpotenti. In parallelo l’ESA sta anche mettendo a punto dei software originali con cui si potranno archiviare e catalogare miriadi di dati provenienti dal satellite. “La nuova missione consentirà all’uomo di ottenere la panoramica più completa mai raggiunta sulla struttura e sull’evoluzione della Via Lattea – ha rivelato Perryman -. Inoltre permetterà di far luce sulle misteriose ‘stelle ribelli’, corpi che non orbitano tradizionalmente intorno al centro della galassia, ma si muovono verso l’esterno o verso l’interno della struttura cosmica”.

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