Un film come psicanalista

Stefano Accorsi, Julia Roberts, Hugh Grant, Harrison Ford apparentemente non hanno nulla in comune, sennonché il fatto di essere dei bravissimi attori. In realtà ognuno di loro può essere determinante per la nostra salute, in particolare per il nostro benessere psichico. Accorsi può aiutarci a risolvere i problemi sentimentali, la Roberts quelli in ambito lavorativo; Grant è in grado di illustrarci la via più semplice da seguire per assumerci le nostre responsabilità, Harrison per non avere paura di nulla. È il parere di molti psicologi e psicoterapeuti italiani che hanno deciso di curare i propri pazienti con la cosiddetta cinematerapia, nata in Usa negli anni Novanta. In particolare - dei ricercatori dell’università La Sapienza di Roma - hanno recentemente passato al setaccio 22mila film, verificando che 3200 di essi hanno potenzialità terapeutiche. Raccontano gli esperti che è possibile classificare i “film terapeutici” in quattro categorie: quelli ideali per risolvere storie d’amore complicate, le pellicole per farsi valere in ambito lavorativo, i lungometraggi che aiutano a comprendere le esigenze dei nostri figli, i film per farci credere di più in noi stessi. Tra gli homevideo che aiutano a sollevare il morale da critiche condizioni affettive abbiamo “A piedi nudi nel parco” di Gene Saks o “L’ultimo bacio” di Silvio Muccino. Nel primo caso impariamo a difenderci dalle insidie della suocera e a lasciarci alle spalle paturnie infantili; nel secondo troviamo la forza di affrontare scelte coraggiose come quella di impostare con maturità e saggezza un rapporto di convivenza o di matrimonio. Al cinema ci aspettano invece “L’amore ai tempi del colera” di Mike Newell - perfetto per comprendere la forza di un amore anche nelle difficoltà della vita - e Cous cous di Abdellatif Kechiche, dove veniamo aiutati a riflettere sulle dinamiche familiari successive a un divorzio. Per chi ha problemi sul lavoro il consiglio è quello di andare a vedersi un film storico come “Tempi moderni” di Charlie Chaplin o uno un po’ più recente come “Erin Brockovich” di Steven Soderbergh. Nel primo film ci rendiamo conto del potere alienante di certe professioni che minano salute e libertà; nel secondo ci concentriamo sulle reali possibilità che abbiamo di non fermarci mai davanti a un obiettivo importante, a costo di rimetterci economicamente. A questo scopo al cinema abbiamo “Leoni per agnelli” di Robert Redford e “Bee movie” di Steve Hicker. Il lungometraggio di Redford ci insegna ad ammettere i nostri errori in ambito lavorativo, quello di Hicker ad affrontare professioni frustranti e poco gratificanti. Per capire i nostri ragazzi, le loro fisime, i loro cuori sempre più frastornati da una realtà frenetica e competitiva, ci sono film come “Mignon è partita” di Francesca Archibugi, in cui viene mostrata l’empatia che dovrebbe esserci fra grandi e piccoli; in “About a boy” di Chris e Paul Weitz ci si rende conto invece della abilità di certi ragazzi di dimostrarsi più adulti degli adulti. Oggi in sala questi temi sono magistralmente affrontati da Gus Van Sant con il suo “Paranoid park” e con Sean Pean con il suo “Into the wild”. Van Sant illustra metaforicamente alcuni disagi tipici degli adolescenti, il secondo ci aiuta a riflettere sul valore di agi e ricchezze. Infine, nella quarta categoria, abbiamo le pellicole ideali per incrementare la nostra autostima. Film come l’intramontabile “Sabrina” di Billy Wilder” o “Guerre stellari” di George Lucas. Con Sabrina veniamo spronati a tirare fuori grinta e spregiudicatezza, con Guerre stellari a non arrenderci mai. Al cinema quindi ci aspettano “La bussola d’oro” di Chris Weltz e “La promessa dell’assassino” di David Cronemberg: con essi ci domandiamo quale sia il senso della nostra vita e comprendiamo l’importanza di non scoraggiarsi.

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