Gli squali femmina si riproducono anche senza maschi

Le femmine di squalo martello possono riprodursi anche senza fecondazione. È quanto è avvenuto in un acquario dell’Henry Doorly Zoo in Nebraska, dove un esemplare di questa specie nel 2001 ha partorito un piccolo di squalo senza aver avuto alcun contatto con un maschio. La prova dei test genetici la si è avuta solo oggi grazie al lavoro di un team di ricercatori della Queen’s University di Belfast, della Southeastern University in Florida, e dell’Henry Doorly Zoo, i quali – come risulta dalle pagine del Biology Letters journal - hanno concluso che il piccolo di squalo nato anni fa non possiede Dna paterno, ma solo quello materno. Questa forma di riproduzione asessuata, chiamata partenogenesi, era nota nei pesci ossei, ma non era mai stata riscontrata in pesci cartilaginei, come sono appunto gli squali. La partenogenesi, in particolare, avviene quando le cellule uovo danno il via allo sviluppo embrionale senza che ci sia stato contatto con liquido seminale maschile. Secondo gli scienziati la scoperta solleva importanti questioni relativamente alla conservazione della specie: allo stato selvaggio questi animali sono sottoposti a forti pressioni, legate soprattutto all’eccessiva pesca e potrebbero dunque trovare proprio nella partenogenesi, la soluzione ideale alla difficoltà per le femmine di incontrare maschi. Una soluzione che tuttavia potrebbe anche rivelarsi deleteria poiché la partenogenesi porta a un indebolimento della specie dovuto a un ridimensionamento della variabilità genetica. Quest’ultima, frutto dell’incontro tra un corredo cromosomico paterno e uno materno, è fondamentale per lo sviluppo di soggetti sani, forti e in salute. Quando la variabilità genetica viene meno la specie si indebolisce, non è più in grado di fronteggiare cambiamenti ambientali e altri stress, e dunque può rappresentare l’anticamera dell’estinzione. Paulo Prodohl della Queen’s School of Biological Sciences, dice: “In generale i vertebrati evitano la partenogenesi per facilitare la diversità genetica e avere maggiori chance di portare avanti la specie. Tuttavia in alcuni animali come gli squali il fenomeno può essere indotto dalla diminuzione di esemplari”. In particolare, secondo l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn), nel mondo si mangiano troppi squali. La situazione è molto grave anche perché gli squali, come tutti i grandi predatori, sono indice della salute dell’ecosistema e la loro assenza determina un grave squilibrio della catena alimentare. Secondo i dati della Shark Alliance, una coalizione di 27 organizzazioni non governative, il Belpaese è il principale importatore di carne di squalo in Europa e il quarto al mondo dopo Spagna, Corea e Hong Kong. Sono circa 75 milioni gli squali uccisi ogni anno, con un incremento delle catture del 22 percento nell’ultimo decennio. Dai test effettuati dall’Iucn emerge che oltre il 30 percento delle specie di squali e razze esaminate sono “in pericolo”, mentre un altro 20 percento rischia di diventarlo entro breve. Altamente a rischio ci sono: spinarolo, smeriglio, squalo angelo, mentre specie vulnerabili sono il mako e la verdesca. Il Mediterraneo ospita una cinquantina di specie diverse di squali, dal gigantesco cetorino al minuscolo sagrì, uno squalo lungo meno di un metro che abita gli abissi.

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