Che fine fanno i cellulari scartati? Ci avvelenano

Gli esperti ne parlano come di un’emergenza planetaria: il riferimento è al fatto che vengono prodotti così tanti cellulari che non abbiamo più il tempo né i mezzi per smaltirli, considerando che ogni anno si acquistano e si rottamano decine di milioni di pezzi. Sotto accusa ci sono soprattutto le numerose sostanze nocive in essi contenute che, disperse nell’ambiente, possono provocare gravi malattie a livello cerebrale e tiroideo: per esempio elementi e metalli gravemente tossici come il cadmio, il mercurio, il nichel. In Italia, presso Colico, in provincia di Lecco, è attivo un grosso centro per lo smaltimento del materiale digitale, via via sempre più abbondante: l’impianto è però in grado di riciclare solo 50 tonnellate di spazzatura digitale al giorno. Per il resto si brancola nel buio, anche tenendo conto del fatto che la raccolta differenziata per questo materiale non è mai decollata. In media una persona cambia cellulare ogni 23 mesi. Nel mondo, solo nel 2006, sono stati prodotti 960 milioni di telefonini. Ma in Usa e in Inghilterra c’è chi ha trovato un modo per non intasare le discariche di telefoni & Co. In America per esempio è nata l’associazione Cell Phones for Soldiers: la struttura accumula i cellulari destinati al macero e li gira in Iraq. Qualcosa di simile avviene ne Regno Unito. Qui il telefonino passato di moda viene regalato a una delle 5 mila scuole sparse per il Paese, in cambio di gadget e magliette. Ma dove vanno a finire i cellulari che non si usano più? A oggi solo il 5 percento delle apparecchiature elettroniche subisce un trattamento che tiene conto dell’ambiente, mentre il restante 95 percento è smaltito in discarica o incenerito senza alcun pretrattamento o messa in sicurezza delle sostanze. “In linea di massima si smaltiscono i prodotti digitali in due fasi – spiega Giuseppe Bosso, presidente di Assoraee, Associazione recupero apparecchiature elettriche ed elettroniche con sede a Roma – nella prima, il cosiddetto pretrattamento, a mano si tolgono dai componenti digitali le parti pericolose per l’ambiente, interruttori al mercurio, toner, batterie, eccetera. Nella fase due si procede triturando tutto ciò che rimane. Infine con degli strumenti apposta si selezionano il ferro, l’alluminio e i metalli rimanenti che possono essere riciclati”.

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