L'effetto serra? Al petrolio fa bene

Si è soliti pensare ai gas serra, anidride carbonica in primis, come a gas assolutamente nocivi. Eppure non sempre è così. Oggi, grazie a numerosi studi, veniamo a sapere che in circostanze particolari la CO2 può addirittura essere estremamente utile all’uomo. Come? In qualità di molecola in grado di “resuscitare” un giacimento petrolifero, o di mantenerlo attivo per numerosi anni, oltre il suo limite “biologico”. Tutto ha avuto inizio poco tempo fa quando, diversi team di ricercatori provenienti da ogni parte del mondo, si sono messi in testa di andare a stoccare la CO2 nelle profondità dei giacimenti petroliferi. (Qualche anno fa, veniva considerata anche la possibilità di immettere CO2 negli oceani a grandi profondità, ma tale alternativa è stata abbandonata per l’incertezza degli effetti di un’aumentata acidità delle acque sugli ecosistemi marini). Un’idea che all’inizio pareva folle ma che oggigiorno si è convinti possa dare, su larga scala, ottimi risultati: non solo la anidride carbonica verrebbe efficacemente eliminata dall’aria, ma in più il biossido di carbonio avrebbe il potere di influenzare gli equilibri pressori degli strati rocciosi, determinando la fuoriuscita di idrocarburi altrimenti impossibili da utilizzare. Dunque è proprio partendo da questo presupposto che molte compagnie petrolifere stanno pensando di sviluppare nuove aree di trivellazione attrezzate per massimizzare l’ottenimento degli idrocarburi tramite la anidride carbonica, e per produrre in sovrappiù il biossido di carbonio al fine di venderlo. Ma vediamo degli esempi. Con la cosiddetta attività Eor, “Enhanced Oil Recovery” gli Stati Uniti utilizzano già oggi circa 32 milioni di tonnellate l’anno di CO2 per “resuscitare” i vecchi giacimenti petroliferi. In particolare, tra i vari progetti, merita una citazione quello di Weyburn in Canada: grazie al sequestro permanente di circa 20 milioni di tonnellate di CO2 durante l’intero progetto sarà possibile produrre almeno 130 milioni di barili di petrolio in più rispetto ai giacimenti tradizionali in cui non viene utilizzata l’anidride carbonica; e questo estenderebbe la vita residua del giacimento di circa tre decadi. Altri importanti progetti stanno per vedere la luce invece nel Mare del Nord, dove si è intenzionati ad avviare un vero e proprio mercato basato sulla anidride carbonica. Vari colossi del settore, tra cui Bp, Shell e la norvegese Statoil, di recente hanno annunciato piani per la realizzazione di nuovi impianti per la conversione del gas naturale in idrogeno: in questo modo si otterrebbero idrogeno per l’energia e anidride carbonica da destinare alle piattaforme offshore. Bp prevede in particolare di produrre 40milioni di barili di petrolio in più dal 2010, anno in cui il suo impianto diventerà operativo, al 2030. La Sargas Sa di Oslo sta invece lavorando per costruire una centrale a carbone che intende sfruttare una nuova tecnologia denominata “combustione pressurizzata”. Nel 2007 cominceranno i lavori per la edificazione della centrale. In generale, dicono gli specialisti, sfruttare l’anidride carbonica in questo senso potrebbe far ricavare 7,3 miliardi di barili di petrolio in più dal mare del Nord, liberando al contempo la zona da 10miliardi di tonnellate di gas serra. Per tale motivo, come dice Gregory McRae del Mit, “c’è ora un forte incentivo economico all’utilizzo della CO2 nel potenziamento delle attività di estrazione. È un periodo straordinariamente fertile”. Infine due cifre sul futuro mercato della CO2 le si evincono dalle dichiarazioni di Tor Christensen della Sargas, il quale dice che iniettando anidride carbonica nei pozzi petroliferi “porterà all’azienda molti soldi”. In particolare l’obiettivo della Sargas è quello di veicolare anidride carbonica alle piattaforme al costo di circa 20 dollari a tonnellata, tenendo conto che da ogni tonnellata si ricaverebbero dai due ai tre barili di petrolio in più.

(Pubblicato su Libero il 29 dicembre 06)

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