I sei modi di litigare

Tutti litighiamo, ma non tutti allo stesso modo. C’è chi lo fa con maggiore aggressività, chi si piega presto alla volontà altrui, chi scende a compromessi. Ora la coach manager Usa Sybil Evans ci dice che, per la precisione, ci sono sei i modi di litigare, e che essi sono il risultato delle caratteristiche comportamentali di ogni contendente. Per semplificare proviamo ad assegnare a ciascun tipo un volto noto della politica, terreno privilegiato per litigi e ricomposizioni. C’è il “competitivo aggressivo” convinto di avere sempre il coltello dalla parte del manico e che non lascia molte chance di rivincita all’avversario. E qui troviamo Vittorio Sgarbi. E il “competitivo strategico”, freddo e spietato Massimo D’Alema. Poi c’è l’“accomodante” che cerca la pace la pace a ogni costo, a costo di rinunciare in parte alle proprie ragioni. È il Gianni Letta della situazione, per il quale la ragion di stato alla fine prevale. C’è chi tende al compromesso: individui che accettano di rinunciare a qualcosa, a patto che anche gli altri assecondino qualche volontà altrui. Siamo al puro “do ut des”, oscillante tra ragionevole diplomazia e poltronismo spinto. Tecnica in cui eccelle uno come Clemente Mastella. Infine ci sono l’“evitante” e il “collaborativo”. Il primo è colui che piuttosto di litigare tace, rimanda la discussione, non affronta subito le diversità, nutrendo la speranza che il conflitto si plachi, ancor prima di esprimersi in tutto il suo fragore. Su molte questioni, soprattutto interne al suo partito, Gianfranco Fini offre qualche punto di contatto con questo profilo. Il secondo è rappresentato da soggetti che sono convinti di poter fare a meno di litigare, basandosi sul fatto che ogni problema può e deve essere civilmente risolto. E qui, scavando un po’ sotto le apparenze, si può prendere a modello Roberto Calderoli. L’ex ministro leghista, è stato artefice pratico di intese decisive, tanto sulla legge elettorale quanto sulle alleanze strategiche. In ogni caso, esistono dei presupposti perché il litigio non degeneri. Secondo lo psicologo Usa Daniel Goleman è necessario innanzitutto correggere le nostre “distorsioni cognitive”: capire che spesso abbiamo davanti a noi una immagine deformata dell’avversario con cui ci troviamo a discutere. In secondo luogo vale la pena puntare sull’“ascolto empatico”. Ci si pone nei panni dell’altro, lo si guarda negli occhi, si cercano di capire veramente le sue motivazioni e i suoi desideri. Infine impariamo l’arte di “formulare critiche”, dice Goleman. Le critiche non devono mai essere distruttive ma costruttive. Non si dice a un alunno “come al solito non hai capito l’argomento del tema”. Gli si dice: “Ho letto bene il tuo tema, ma ci sono degli errori che non capisco, ti va di discuterne con me?”. In particolare queste “lezioni di vita” farebbero molto comodo agli italiani, ritenuti tra i popoli più rissosi. (La storia dei Guelfi e dei Ghibellini insegna!). Stando alle statistiche il 30 percento degli italiani litiga tutti i giorni; il 53 percento ogni tanto; il 14 percento raramente; il 3 percento mai. Il 64 percento delle persone ammette che in famiglia il litigio è una consuetudine, in particolare tra fratelli e tra nuora e suocera. Ci si manda a quel paese anche per motivi legati alla circolazione stradale, e a incomprensioni con i vicini. Le statistiche dicono che oggi al volante le gente è sempre più aggressiva. Analogamente si scopre che la convivenza con le famiglie che ci abitano affianco è sempre più complicata: il 73 percento delle liti si risolve nell’ambito delle riunioni condominiali, ma ben l’11 percento di esse arriva addirittura in tribunale. (Nel Belpaese si verificano 850 mila contestazioni all’anno, su 813.177 condomini). Tuttavia il litigio non va sempre e comunque bollato, spiegano gli esperti. Una persona che litiga è come se si alzasse di scatto per dire “anch’io esisto”. Perfino gli animali litigano, compresi quelli ritenuti più tranquilli e sornioni. Ce lo dice Konrad Lorenz, il padre dell’etologia, la scienza che studia il comportamento animale. Lorenz afferma che esistono pesci territoriali della barriera corallina che, se non hanno vicini di casa con cui azzuffarsi, se la prendono addirittura con i figli o altri familiari, pur di sfogare il proprio istinto attaccabrighe.

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